Bruci la città #2

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Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
Una volta, per esempio, qualche anno fa stavo assieme a una ragazza che era proprio carina, e non era male nemmeno di testa. Un giorno però, mentre prendevamo una cioccolata calda in un bar, mi venne in mente un modo di dire che si usa dalle mie parti, che sta a significare che c’è un’età in cui le ragazze sono belline, ma poi si sformano. C’è un’età in cui le ragazze hanno la bellezza dell’asino, si dice, che finché regge, regge, ma poi si sgretola e allora si capisce se la ragazza è veramente bella, oppure no. Ricordo che mentre mi pulivo i baffi dalla cioccolata, rimasi un paio di secondi a fissarla e non era più come era sempre stata. La vidi improvvisamente deforme, picassiana. I suoi occhi si tramutarono in Leggi il resto dell’articolo

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Il piccolo Michaux #3 – Editoriale

Il viaggio così come è andato veramente, almeno secondo Pier Paolo Di Mino.

Del resto non andare al Salone di Torino, con lo struscio in mezzo ai banchi, il chiacchiericcio da bar sport in salsa aulica, la festa di Minimum Fax, e tutte quelle strette di mano fra bella gente, è come non vedere il Festival di Sanremo: astrarsi dai piaceri delle vecchie casalinghe a cui non sono più rimasti nemmeno i rammarichi è un tirarsi fuori dalla mischia comunque pericoloso. E poi la bellezza non è mai gratuita, e, anzi, va estratta con fatica, magari trovandola nell’insolito. Leggi il resto dell’articolo

Videor ergo sum

Da giovane non mi sarei mai permesso, nel giudicare un’opera o una persona,
di cedere alla ripugnanza che essa mi suscitava senza alcuna ragione.
Oggi do più credito alle mie antipatie.
Jean Rostand
 
La bellezza delle cose esiste nella mente che contempla.
David Hume
 
La bellezza è negli occhi di colui che guarda.
Margaret Wolfe Hungerford
 
Ci sono cose graziose, eleganti, sontuose, avvenenti,
ma finché non parlano all’immaginazione non sono ancora belle.
Ralph Waldo Emerson
 
 

Se ci si fa caso, la «pulchritudo» di cui parla Baumgarten rimanda al concetto di «arte come principio dell’armonia universale» di Pitagora e alla “theia mania” – intesa poi come furor – di Platone. Il buon Orazio trovava che bisognasse «miscere utile et dulci» e che il brutto fosse nel – per usare una sola parola – caotico. Per Leonardo, invece, l’arte non imita, ma crea e condivide l’oraziano «delectando docere». Bisognerà aspettare Vico perché si cominci a distinguere il ruolo della fantasia (arte) da quello della ragione (filosofia), ma è soprattutto Schelling che – pervaso di Sehnsucht romantica – arriverà a parlare di «attività» unica nel suo genere e capace di calmare l’infinito conato umano mettendone in luce le intime contraddizioni.

Il Positivismo, infine, sia nella veste originaria ottocentesca che in quella riveduta e corretta novecentesca, darà all’arte solo una funzione ancillare: una posizione che precorre il «riflesso della situazione sociale» attribuitale dal Lukács, teorico dell’estetica marxista. Leggi il resto dell’articolo

Elogio dell’ignoranza

L’uomo non somiglia alla scimmia solo perché ha in comune con lei il corredo genetico o, come vorrebbe Jorge de Burgos, il riso. L’uomo ha in comune con la scimmia, essenzialmente, la curiosità. Il lato distintivo dell’intelligenza è la curiosità, è risaputo, lo dice anche Aristotele nella Metafisica («Tutti gli uomini, per natura, desiderano sapere») che il genere umano tende sempre a sapere o a cercare di sapere. Dello stesso parere sembrava Martin Heidegger quando diceva «Non possiamo non chiedere perché». Ed è proprio questa la parolina magica: “Perché?”. Tutto parte sempre da qui: “Perché?”. Ma supponiamo, per amor d’ipotesi, che l’uomo fosse onnisciente. La spinta al conoscere non ci sarebbe. Di conseguenza non ci sarebbe neanche la curiosità. E se non ci fosse la curiosità, il carburante per il meccanismo dialettico intellettivo, inevitabilmente, andrebbe in malora.

Come gli immortali che Borges descrive ne l’Aleph si sono disamorati della vita, così le ipotetiche creature onniscienti sarebbero poco più che dei dogmatici col cattivo vizio dell’aver ragione. «Solo l’individuo libero può meditare e creare, in questo modo, nuovi valori, sociali», disse Einstein, ma se è onnisciente non ha libertà perché le sue stesse conoscenze lo limiterebbero come se fosse (questo voleva precisamente dire Einstein) in una dittatura. Non creerebbe valori sociali perché in una società di onniscienti non c’è nulla da creare o da dire che non sia già stato concepito. L’onniscienza porterebbe all’inazione e all’ignoranza dialettica. Se tutti sappiamo tutto, che bisogno c’è di parlare e interagire? So già che vuole il mio prossimo da me, so già che lui sa tutto e so che lui sa che io so tutto. «L’uomo è il principio delle azioni» (Aristotele) solo se ha bisogno di tali azioni. E un non-onnisciente messo con un onnisciente? Certo che ci sarebbe dialogo: ma sempre e solo per la curiosità del non-onnisciente. Se sbaglio e vengo in possesso della verità, imparo. Se non sbaglio e so già tutto, non imparo e vegeto. «Una cosa è dimostrare che un uomo ha torto, una cosa è metterlo in possesso della verità», teorizzò Locke nel Saggio sull’intelletto umano, ma ovviamente lui si riferiva a persone normali, cioè non in possesso della verità. Gli onniscienti sono già in possesso della verità, la loro vita è grigia e senza sorprese, già scandita e definita. In loro è radicata la gnoseologia della capra cotta, che ben si sa dove può andare. Da nessuna parte!

«La verità dovrebbe essere il respiro della nostra vita», disse Gandhi, ma un respiro non deve arrivare a soffocarci. In un mondo di onniscienti Machiavelli non sarebbe mai esistito, non avrebbe mai scritto «Colui che inganna troverà sempre chi si fa ingannare» ne Il principe: chi devi ingannare fra onniscienti? L’onniscienza, portando all’immobilità intellettuale, porta anche al pragmatismo più sfrenato: da qua il possibile, da là l’impossibile, da là l’opportuno, da lì il nocivo. Questo vuol anche dire fine delle aspirazioni: «Un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione; ecco l’arte» (Benedetto Croce, Breviario di estetica). Fine dell’arte. Come sempre parlava bene Einstein a un’umanità di non-onniscienti: «Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto» (nel suo Come vedo io il mondo). Quanto c’è d’umano in un onnisciente?

In La democrazia in America il Tocqueville dice che «I popoli democratici provano per la libertà un gusto naturale». Questo lo pensava lui, ma in un mondo di onniscienti la libertà e la democrazia sono un optional: che me ne faccio di un ordinamento se io stesso conosco l’ordinamento dell’universo? E anche l’amore ci andrebbe di mezzo: fine della conquista (so già chi, come, dove, quando, perché conquistare), fine della passione (so tutto dell’altro, non ho il gusto della scoperta e della quotidianità e dell’intimità romantica), fine del «Quel che si fa per amore è al di là del bene e del male» (Forza Nietzsche!). Boezio, nella Consolatio, dice che «ogni condizione è felice quando sia accettata, con sereno equilibri»”: questo è proprio l’atteggiamento dell’onnisciente. Sereno equilibrio. E poi si finisce come Boezio: a pelar patate su una roccia aguzza mentre castori demoniaci ti mordono le chiappe. Addio Newton che con gli occhioni sognanti ti domandi: «Da dove provengono l’ordine e la bellezza che vediamo nel mondo?» (argomento poi distrutto da Richard Dawkins in L’illusione di Dio). In un mondo d’onniscienti lo prenderebbero a calci nel sedere e gli darebbero dell’imbecille. A Newton. Come consolazione potrebbe rimanere la bellezza che, come diceva Nietzsche, ha la voce sommessa per essere compresa sola dalle anime più deste. Ma il filosofo parlava di anime deste, un onnisciente – lo abbiamo visto prima – è ormai dormiente e anestetizzato. Insensibile, forse anche alla bellezza.

E allora, tirando le somme, si direbbe che a essere onniscienti, non solo si perde il gusto delle cose, ma anche quello della vita stessa. Non esiste un mondo di onniscienti perché «La totale privazione del bene, dunque, significa inesistenza. E, viceversa, l’esistenza suppone il bene» (Sant’Agostino lo dice nelle Confessioni) e «L’uomo seleziona a proprio beneficio, la natura a beneficio di ciò che accudisce» (Darwin lo dice ne L’origine della specie).

 

Antonio Romano

Che Guevara

Anche al buio lo vedo.

Grosso. Barbuto. Inquietante.

Ho aperto il divano in salone e mi sono buttato qui, su questo sottilissimo materasso violato in più punti da pungenti e scomode molle.

Ho chiuso gli occhi per pochi minuti.

Li ho riaperti. E lo vedo.

Enorme. Peloso. Strafottente.

Una sagoma in legno, verniciata di nero, a forma di un’immagine famosa in tutto il mondo.

Ernesto Che Guevara.

Niente di strano che io ce l’abbia appesa al muro del salone. In casa mia Che Guevara è ovunque.

Tutta colpa di Marta.

Lei di Che Guevara ha tutto. Libri, magliette, zaino, toppe, adesivi e foto, decine di maledettissime foto. Da attaccare con lo scotch sui pensili della cucina e davanti alla tazza, sullo specchio del cesso.

Nelle camere le ha messe in cornice. Persino sul comodino, vicino al letto. Dalla sua parte, naturalmente.

Personalmente non ho nulla contro Che Guevara. Anzi, mi piaceva prima di conoscere Marta.

Lei ha portato nella mia vita questa faccia che da ogni meandro del mio appartamento mi scruta, con quei suoi occhi profondi e la sua espressione gaudente.

In passato ho provato più volte a dire la mia su questa cosa. E le parole che ho ricevuto in risposta sono state ogni volta differenti.

Ma parlavano tutte di Che Guevara.

La sua storia. Le sue idee. La sua importanza. La sua generosità. La sua bellezza.

Perciò ci ho rinunciato e ora mi mordo la lingua per via del rimorso.

Ho lasciato che la situazione degenerasse. Ho lasciato una mania divenire fobia. Ho lasciato ai miei amici il sano diritto di prendermi per il culo una volta usciti da casa mia.

L’altro giorno, al bar del sor Guglielmo, vedendomi arrivare hanno gridato:”Oh è arrivato Che Guevara!”

Oltre al danno la beffa.

Poco fa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Andandomi a coricare ho notato, in una bella cornice argentata poggiata sul comodino dalla mia parte del letto, l’immagine di un volto radioso coi capelli al vento e la barba che pareva disegnata per quanto era perfetta.

“NON CE LO VOGLIO VICINO A ME PER DIO!”

Marta m’ha dato dell’insensibile. Perché quello era un suo regalo. E io, con una manata lo avevo gettato in terra.

Un regalo per me.

La situazione non era solo degenerata. Ci trovavamo ai limiti del grottesco.

L’unica era andarmene in salone, sul divano. Dormire da solo per sbollire la rabbia.

“Allora dormi con quel cubano del cazzo stanotte.”

“E’ argentino, pezzo di ignorante.”

Prima di coricarmi ho fatto il pieno dando fondo alla bottiglia di grappa che tengo in cucina.

Così ho smorzato il furore. E le molle che mi stanno scorticando la schiena non mi impediscono di addormentarmi.

Anche se lui mi guarda sempre.

So che domani sarà lì a salutarmi al risveglio e che dovrò compiere il sacrificio di non dargli fuoco.

Mi sveglio alle quattro del mattino, con la bocca arsa e amara.

Vado in cucina a bere. Mi stendo di nuovo.

Ora che l’alcool è svanito sento tutta la scomodità del mio giaciglio. Non è facile riaddormentarsi.

Penso a Marta. Chissà se s’è pentita del suo gesto.

Figurarsi.

Mi alzo, cammino fino alla sua stanza. Mi affaccio dentro con la testa.

Dorme. Serenamente.

Serena come dopo l’amore, abbracciata al cuscino anziché a me.

Magari prima di scendere nel regno di Morfeo s’è toccata.

Pensando a Che Guevara anziché a me.

Torno in posizione orizzontale e il sonno arriva piano, dopo un bel po’.

Risveglio schifoso.

Marta che sbatte porte, cammina su e giù e alla fine esce per andare al lavoro.

Io oggi sono di riposo e non ho nulla di importante da fare.

Mi solletica l’idea di un caffè accompagnato da una di quelle paste al cioccolato che il sor Guglielmo prepara con sagacia ed esperienza.

Ma non mi va di correre il rischio di incontrare qualcuno dei miei amici.

Quegli stronzi non perderebbero l’occasione per mettermi nuovamente in mezzo.

Preparo il caffè con la macchinetta di casa. Intingo nella tazzina tre o quattro frollini intostati dal tempo.

Esco.

Cammino per le strade del mio quartiere con l’unico scopo di uscirne. Non voglio parlare con nessuno. Non voglio sentire nessuno.

Arrivo al ponte sul fiume Aniene.

Strano. Non l’ho mai osservato da qui. Di solito il ponte lo attraverso in macchina e l’acqua la intravedo appena. Meglio così però.

Lo spettacolo è deprimente. L’Aniene è di un colore verdemarrone. Tra i flutti galleggia di tutto e sulle sponde c’è una rimpatriata di topi grossi come cervi.

Qualcosa è incastrato a uno dei piloni del ponte. Ma dal punto in cui mi trovo non si capisce bene. Mi sporgo ma non è ancora abbastanza.

Devo guardare da più in alto, è questa l’unica soluzione.

Salgo sul muretto in pietra che fa da balaustra e resto deluso. Anche da qui nulla. La visuale non va.

Una voce si rivolge a me. E’ la voce di una vecchia: “Che fai? Perché ti vuoi buttare all’età tua?”

Non ho il tempo di replicare.

Un altro passante mi urla: “Fermo! Parliamone! Non fare gesti avventati!”
Un signore di mezza età si avvicina e si interessa all’accaduto. Mentre il passante non mi lascia parlare, la vecchia gli spiega quel che sta succedendo.

Vedendo questo piccolo assembramento, altra gente si incuriosisce, vengono tutti davanti a me che rimango fermo in piedi, sul muro.

Devo spiegare. Devo dirlo che è un equivoco. Devo dire a tutti di levarsi dalle palle perché io non ho voglia di parlare con nessuno. Sono ancora troppo incazzato e ne ho ben donde.

Provo ad aprir bocca ma un altro tipo si sovrappone persino alle parole che il passante non ha mai smesso di mitragliarmi contro.

“Che cazzo ti dice il cervello? Scendi da quel muro. Che pensi di fare eh? Di ammazzarti? Pensi sia la soluzione? Bel cacasotto che sei. Complimenti.”

Tra la gente si alza un brusio. Una bella ragazza se la prende con l’altro tipo accusandolo di rozzezza e coglionaggine, oltre che di incapacità.

Non provo più a parlare. Il passante ha riattaccato la sua predica. La vecchia continua ad aggiornare quelli che si uniscono al gruppo. L’altro tipo è rimasto lì dopo esser stato redarguito. Zitto ma presente sul fatto.

Comincia a girar voce che io sia muto. Perché non rispondo.

Ho il sole alle spalle. E si sta alzando il vento. Lievemente mi muove i capelli che escono dal berretto di lana che mi copre la testa.

Quel po’ di barba che ho non riesce a proteggermi il viso dal freddo. Non è niente male. Dall’alto guardo questa gente che è qui per me.

Vorrei che Marta mi vedesse ora. Splendido e lucente come il suo Che Guevara a tener la folla col fiato sospeso.

Ma lei non lo saprà mai. In questo momento è in ufficio, al concludersi del suo orario sarà tutto finito da un pezzo.

Un nuovo arrivato scatta una foto con la sua macchina digitale.

Che buffo.

Se mi lanciassi di sotto il nuovo arrivato potrebbe vendere quello scatto a caro prezzo alle cronache locali di tutti i più importanti giornali.

Tutti vedrebbero il ritratto di un volto radioso, strafottente, un po’ peloso.

Anche Marta.

La vista di quella foto la tormenterà per sempre e non mi sembra di esagerare. So cosa vuol dire vivere tormentati da un volto. Potrebbe essere il momento di cedere il testimone con fare vendicativo ed estremo.

Basta girarsi verso il fiume e saltare.

Non so se ne ho il coraggio. Non so se mi conviene, in fondo.

Potrei semplicemente andare a casa e fare un gran fagotto con le cose di lei.

Mentre rimugino la gente parla.

Anche il passante continua a parlare ma non sento niente di quel che dice per quanto sono intense le mie riflessioni.

Mi viene da pensare a come, tante volte, le scelte razionali e convenienti non siano state il mio forte.

Ma questa è un’altra storia.

Luca Piccolino

Coincidenze – Segreto e grazia

A causa di una delle continue e vaste reti di coincidenze che innervano le nostre vite, Andrea si accorse di cosa volesse davvero dire essere religiosi.

Alcune persone illuminate sanno benissimo che la libertà dell’essere umano è possibile solo in teoria, che l’infinità delle possibilità è un’astrazione perché all’atto pratico nessuno può diventare qualsiasi cosa o vivere qualunque esperienza, limitandosi di solito a sguazzare nel probabile e soprattutto nel possibile.

Andrea sapeva benissimo che non sarebbe mai diventato un fisico nucleare o il leader dei Foo Fighters, anche se teoricamente sarebbe stato possibile. Sapeva che le scelte fatte si assommavano a quelle da fare in un bilancio, anzi, in una statistica la cui media era difficile da smuovere, ormai. Se hai deciso di fare lettere non puoi più fare il fisico nucleare.

Ne aveva parlato durante le vacanze, agli amici, ed erano stati tutti insieme a parlarne fino alle quattro del mattino, come ai bei tempi, in cui con una chiacchierata di una sola notte sembrava possibile risolvere i problemi del mondo.

Tornando a casa si era detto che Dio era un porco, che il libero arbitrio era una fandonia e che siamo tutti schiavi delle circostanze. Da quando era arrivato all’età della ragione aveva smesso di credere in Dio, di avere fede nel futuro e nell’uomo, di interrogarsi su come avrebbe dovuto comportarsi: semplicemente viveva, attendendo la fine e cercando di godersela quanto più possibile. No, ormai non aveva nemmeno più un brandello di religiosità in sé, tutto spazzato via dalla semplice constatazione che: in un mondo come questo Dio non può esistere, perché se esistesse sarebbe davvero uno stronzo.

Tornando a casa si era detto che non percepiva più nemmeno l’atmosfera delle festività, che Natale Capodanno ed Epifania si erano spenti completamente nel suo animo da tanti tanti anni. Li vedeva come feste commerciali, di scambi di soldi e regali, roba da cambiavalute o usurai.

Arrivato a casa respirò l’aria del porticato. Era lo stesso odore di quand’era bambino, quando quei giorni avevano un senso per lui. Inspirò e si rammaricò per la perdita. Quello che di quei giorni, da bambino, gli era piaciuto moltissimo era stato il senso di mistero: Babbo Natale, la Befana, la Messa di mezzanotte, i regali comparsi misteriosamente e cosparsi di miracolo… ogni cosa traspirava segreto e grazia.

Mentre passeggiava fumando per il porticato guardò verso il cielo e si convinse che, senza il mistero, il Natale il Capodanno e l’Epifania avevano perso tutto: la fede, senza mistero, perde il suo fascino, perché se tutto è chiaro ed evidente non c’è modo per la fede e per l’incanto di attecchire e rimane solo l’aridità.

Mentre passeggiava fumando per il porticato pensò che per la scrittura si poteva dir la stessa cosa: tutti i suoi amici scrittori parlavano sempre di “scrittura” e mai di “letteratura”, non si consideravano “letterati” ma “scrittori”, implicitamente affermavano di non creare bellezza ma storie, di essere cronachisti e non creativi, contaballe non artisti. Per loro la letteratura aveva perso il mistero e si era trasformata in un esercizio di menzogna, come una messa a cui non si concede nemmeno un’occasione di stupore, come un Dio a cui non si offre neanche una possibilità d’invidia.

Antonio Romano

Occupare un lavatoio in maniera facile e creativa

Ti laurei in Lettere col massimo dei voti, scendi le scalette della Sapienza con in mano un mazzo di garofani. Non hai ancora raggiunto il piazzale fuori dell’università che barcolli. Sei già ubriaco.

Io mi sono detto: “e mo che cazzo faccio?”.

Vai a consegnare pizze a domicilio nell’attesa che una signora ancora in forma dopo aver spalancato la porta apra pure le gambe.

Tornato a casa ti masturbi.

Sempre.

Il cane che ti osserva come se fossi matto.

È così che i pensieri si fanno sempre più neri: l’affitto, le bollette, i croccantini.

È così che ti viene in mente un’idea geniale.

C’è Alessia, è piccola e dolce come una barretta di Tavor. Ha il ventre piatto ed è su quel ventre piatto che cominci a fare brutti pensieri.

Io mi sono detto: “faccio un cazzo di figlio, lo chiamo Antonio, occupo un lavatoio vista mare, di quelli rimasti ormai in disuso sopra questi palazzi di periferia e do un senso a questa vita”.

Certo c’è di peggio. Ma i laureati in Lettere sono comunque una parte consistente dei nuovi poveri. Hanno semplicemente qualità mimetiche superiori, se li rivesti ti fanno pure fare bella figura, sono bestie da salotto.

Insomma dopo che ti sei laureato in Lettere torni in periferia e visto che la signora in forma non si decide ad allargare le gambe ti vengono brutti pensieri e decidi che la risposta è tutta rinchiusa in un frullino, uno di quei frullini economici che vendono al supermercato, di quelli costruiti in Cina.

Io mi dico sempre che sono un artista del frullino, riesco a disegnare dei giochi pirotecnici unici di scintille che se osservi questa periferia di sera, magari pure di sbieco, ti sembra di stare al Carnevale di Rio e questo pianerottolo del cazzo pare che si riempie di tette e culi.

Frullino in mano e laurea in Lettere: la porta di ferro arrugginito del lavatoio viene giù che è una bellezza. La vecchia al piano di sotto ha già chiamato le guardie, ma la porta si è chiusa alle tue spalle, un catenaccio già ti protegge dall’esterno mentre Alessia guarda il mare dal grande terrazzo con un omuncolo dal naso prominente che gli cresce nell’utero. Io sono come un tumore maligno: mi riproduco che è una bellezza.

Io lo dico sempre: «la porta era aperta, non possiedo nulla, mi autodenuncio come occupante che mi sono rotto il cazzo di vendere pizze a domicilio che tanto una vecchia che mi allarga le gambe non la troverò mai».

Il lavoro qui è come una vecchia che ti allarga le gambe.

Non la troverai mai.

Passano i giorni e il lavatoio diventa sempre più bello, lo spazio abitabile cresce insieme alla pancia di Alessia, i vicini cominciano a farci il callo, aspetti un figlio e non ti può più cacciare nessuno.

Ho appeso la mia laurea in Lettere al muro accanto a un finestrone che si apre sul mare. Lì, proprio in quel punto a ridosso del campo da calcio, un giorno hanno ucciso un Poeta.

Alessia guarda spesso fuori, pensa a come sarebbe stato se fossimo nati altrove.

Lontano.

Luca Moretti

* Racconto pubblicato su Minimal Noir (18:30 edizioni)