Progetto Evasione

di Andrea Frau

Giugno 2012

Dall’inizio dell’anno sono morti 61 detenuti, 21 di questi sono suicidi.
Un cartello luminoso posto sul tetto della sede del Ministero della Giustizia aggiorna il conteggio in tempo reale.
D’estate la situazione si complica.
Nella sauna del sovraffollamento l’umanità detenuta non espia la colpa, la suda. E gli impiccati se ne stanno come d’estate, sugli alberi, le foglie.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti.
Lo chiamano “Progetto Evasione”.
Grazie a questa multinazionale onirica specializzata in deliri personalizzati ogni detenuto potrà vivere la sua esperienza lisergica Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 9

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Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché Leggi il resto dell’articolo

Impressioni Noir

Un bar fumoso dall’atmosfera grigia come il tono della pellicola.

Alain Delon ordina un whisky al tavolo. Il complice, invece, dice di non bere alcol. A questo punto Delon si gira verso il cameriere e, con aria convinta, dice: «Allora un doppio whisky per me».

Un piccolo gioiello noir di Melville: I senza nome, classe 1970.

Uomini umbratili, apparentemente senza debolezze. Passato scomodo e misterioso. Silenzi, cappotto trench abbottonato e perenne fumo di sigaretta che buca la pellicola. E la storia, una storia fatta di personaggi incomodi, magari un Terzo uomo come il film di Carol Reed. Una storia dove non è oro ciò che luccica, dove non intricarsi nelle sue pieghe, non approfondire per non restare trincerati nelle sue macchinazioni e non farsi travolgere nel suo vortice di segreti e peccati . Leggi il resto dell’articolo

L’ultimo testamento della Sacra Bibbia

L’ultimo testamento della Sacra Bibbia (Guanda, 2011)

di James Frey

È tornato James Frey.

Il controverso autore di Un milione di piccoli pezzi – che lasciò scandalizzati gli americani all’ Oprah Show, confermando le voci che volevano la sua biografia sui suoi primi vent’anni di droghe e disintossicazione come un libro molto “rimaneggiato”, diciamo “truccato” da qualche esagerazione qui e là – dopo aver colpito duro con Buongiorno Los Angeles (affresco corale della città degli angeli) torna con un nuovo best seller: L’ultimo testamento della Sacra Bibbia.

Un libro nato nella testa dell’autore nel 1994, che si concretizzò soltanto nel 2009.

Come nel precedente, sono molte le voci che in questo romanzo raccontano il loro punto di vista, la loro storia. Sono voci che ricordano gli evangelisti, ognuna con il proprio tono, la propria esperienza.

Ruth, Jeremiah, Adam, Mariaangeles, Alexis, Charles, di fatto sono la storia di Ben. Scrivono le righe dell’Ultimo Testamento del Messia, del Cristo Ritornato, che hanno incontrato e che ha cambiato loro la vita.

Un nuovo redentore affatto banale nella sua assoluta concretezza umana, nella sua nuova veste terrena, che ricalca l’uomo come è e come sarebbe vissuto da un’entità divina che si ritrovasse sulla nostra palla di fango. Leggi il resto dell’articolo

Il futuro della scrittura collettiva

Vorrei partire dicendo che lo spunto per queste considerazioni nasce dalla conoscenza del progetto SIC di Magini e Santoni. In base a quanto m’è sembrato di capire di quel che ho potuto leggere, ho avuto l’impressione che il SIC si regga sui propositi di due (o chissà quante) persone preparate e appassionate: a differenza di molti altri progetti di scrittura collettiva attualmente in circolazione (spesso solo sussiegosi, tirannici o confusionari: decisamente scrittura truffaldina), Magini e Santoni hanno messo a punto un sistema logico, trasparente e – dote rara e preziosa – ragionevole. Posso non condividere i loro scopi e i loro presupposti, ma non posso non apprezzare la “gentilezza” con cui il SIC è strutturato: ognuno può, seriamente, contribuire grazie alla oggettività della “scheda”. E questo a me pare un contributo genuino alla scrittura. Trovo altresì che la presenza di un Direttore Artistico che esoneri l’autore dalla “integrabilità” sia salutare e azzeccata come soluzione organizzativa, mi preoccupa solo la sua importanza nodale: da lui dipendono davvero troppe cose, è lui che decide se un’idea è buona o no, quindi c’è da sperare solo che sia capace e intelligente. Infine è ottimo che ogni scrittore possa trovare il proprio utilizzo in base alle sue peculiarità. Stupendo. Detto ciò proverò a occuparmi, nei limiti di spazio e capacità, di questo argomento più in generale. O, meglio, a fare delle domande a cui non ho trovato una risposta. Leggi il resto dell’articolo

Il paese di Dio

Il paese di Dio (Nutrimenti, 2011)

di Percival Everett

 

 

Dove comincia il West? Per Percival Everett molto lontano dai luoghi comuni .

Nutrimenti (che ha pubblicato tutti i romanzi dell’autore americano in Italia) regala la traduzione del romanzo parodistico del 1994, God’s Country.

Un vero western che vede protagonista Curt Mader, antieroe per eccellenza, con tutti i difetti che i bianchi dell’epoca (solo dell’epoca?) potevano avere: codardia, xenofobia, ingenuità bifolca, sessualità pronunciata e tante balle pronte ad essere servite alla prima occasione.

Tutto comincia molto semplicemente.

Il protagonista si ritrova ad assistere alla distruzione del suo ranch, al rapimento della moglie Sadie e all’uccisione del suo cane. Spettatore di questa devastazione da dietro una collina fuori dalla portata delle pistole ovviamente.

Cosa fare dunque? Andare in città a chiedere aiuto e a cercare anime compassionevoli, con la sola amara constatazione che a tutti dispiace per il cane e se ne sbattono del resto, a tutti piange il cuore per quel cane ammazzato da un freccia indiana fatta con piume di gallina. Bianchi che assalgono altri bianchi.

Senza pensarci troppo si imbarca alla ricerca dell’unico uomo che, a detta di tutti, può aiutarlo: il braccatore Bubba. Un bravo braccatore, peccato che sia negro, peccato che sia negro nel west, peccato e basta.

Sulla strada incontra il piccolo Jake, orfano a causa dello stesso gruppo di scellerati visi pallidi che giocano a fare i pellerossa, e da lì la compagnia sembra essere pronta al viaggio.

La vicenda prende una piega assolutamente funambolica, tra venditori di bibbie, di pozioni miracolose, accampamenti indiani, fughe da bordelli, deserto, deserto e poi deserto Americano. Tutto per Sadie. Questa Sadie che sembra essere il primo e l’ultimo pensiero di Curt.

A farla da padrone dialoghi che sembrano usciti da Cocco Bill e Lucky Luke, ambientazioni cine fumettistiche e il tema della segregazione razziale nella terra delle grandi opportunità, dove il sogno americano è basato sul morire con le mani nelle tasche altrui, anziché morire con le mani in mano.

Romanzo come sempre trasversale e altamente satirico, che non sembra soffrire degli anni passati dalla prima pubblicazione grazie anche alla sempre attenta traduzione.

Naturalmente non mancano i colpi di scena e gli incontri “storici”, come il Generale Custer in gonnella … quante ne capitano nel paese di Dio!

 

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Katherine Dunn

Con Katherine Dunn, tra sigarette rollate con del tabacco fortissimo, the e sguardi carichi di intesa abbiamo parlato del suo “Carnival Love” (Eliott edizioni). Anche a registratore spento ho continuato a respirare un’aria che aveva in sé una sorta di misticismo metropolitano, una specie di lungo racconto umano che nelle pagine del romanzo galleggia invischiando il lettore in un vortice emotivo crescente.

Chick (uno dei protagonisti del libro nda.) dice “ Il volersi spostare fa parte delle cose stesse”. Cosa si è spostato in te con la scrittura di Carnival Love?

Chick è la mia personale interpretazione dell’energia che è contenuta nella materia. Questo libro è un luogo dove sono andata e ho vissuto per moltissimo tempo, per moltissimi anni. Un posto in cui ho raccolto tante cose della mia vita.
C’è stato un processo di crescita, di mutamento che ha accompagnato la scrittura del mio romanzo, ma io per prima ancora non mi rendo conto perfettamente di quali siano questi cambiamenti.
Fatto sta che l’energia contenuta nella materia scritta ha mutato qualcosa di profondo, talmente profondo da essere “insondabile”.
Ci sono sentimenti molto privati che sono davvero cambiati.

Quella dei Bineswki è una saga familiare, corale, che prende il via dalla scelta di due genitori che per creare dei freaks usano droghe durante la gravidanza. Saga che poi continua con le varie esistenze egotiche dei figli. Cos’è l’ego per te?

Credo in una specie di imposizione innata nel DNA dell’ego, e infatti la scelta di Al e Lil di assumere le droghe è legata proprio a questa idea che mi sono fatta vedendo svilupparsi i personaggi e le loro caratteristiche umorali. Padre e madre cercano di creare la prossima generazione seguendo i loro sogni e i loro desideri, arrivando, durante i primi “esperimenti”, ad uccidere molti dei loro figli, ma proseguendo lo stesso nel loro intento.
Ogni scelta del personaggio poi è differente. All’inizio avevo deciso di mettermi al loro posto e poi immaginare il loro sviluppo. Ma tutto questo è cambiato in corso d’opera, le riflessioni che nascevano durante la produzione letteraria erano frutto di una battaglia interna tra vanità e identità che affliggeva i protagonisti.
La scrittura è un’imposizione egotica che mi permette di cambiare continuamente il materiale che ho a disposizione, quindi credo che l’ego sia semplicemente una parte dell’uomo con cui convivere.

Tutte le vicende ruotano attorno al concetto di “normale”, “freak”, “diverso”, eppure nel libro spesso queste idee si confondono, si mescolano, capovolgendosi: esistono davvero per te la diversità e la normalità?

Come dici tu, nel libro cerco di capovolgere il concetto di normalità. La famiglia circense di cui parlo, normalmente non è auspicabile nella nostra società, non è desiderabile, ma nella mentalità dei Bineswki il concetto si ribalta e loro sono “auspicabili”, “desiderabili”, guardano con tristezza e compassione i normali.
Come in un gioco mentale ho cercato di confondere il sistema dei valori sociali che muovono le nostre scelte, i nostri pensieri e i nostri giudizi.
Non parlo di cose nuove, se ci pensi bene, ma cerco di dare una “prospettiva nuova”, un nuovo modo di vedere la normalità e per farlo il punto di vista deve nascere dall’interno del “diverso”, del comunemente ritenuto “diverso”, per andare verso il normale.
Da questo gioco ne esce fuori che la normalità è un prodotto, un brand, una serialità in cui questi freaks si ergono come unici, come pezzi unici diversi da quelli della fabbrica sociale.
Anche i giovani, americani e non, si raggruppano in tribù sociali in cui pensano di poter esternare la loro unicità, non rendendosi perfettamente conto che fanno parte di una macchina comportamentale ben precisa, che illude di essere “fuori dagli schemi” inglobando invece anche quella falsa libertà espressiva in una gabbia sociale che non permette l’espressione dell’io più vera.

Si coglie un senso quasi religioso nei personaggi, nella storia: Chick è una specie di Cristo silenzioso, Artie un Lucifero che si ribella al padre, fonda un suo culto e offre affabulazione.
È una dimensione consapevole questa, perché la religione ti appartiene o è nata con lo sviluppo narrativo?

Io sono atea, individualista e solitaria.
All’inizio credevo di essere cosciente di questa costruzione religioso/familiare, di questa sorta di archetipo, anche se poi, durante la scrittura, mi sono resa conto che non ero davvero consapevole di questa idea di partenza, di questo costrutto che stava vivendo la sua evoluzione.
Per quel che mi riguarda, io non sono molto favorevole ai culti in generale. In America ci sono moltissime sette, chiese, culti che spesso sfociano in suicidi di massa o omicidi.
La cosa che mi fa rabbrividire è che le persone che ne fanno parte sono quasi sempre molto istruite, hanno avuto una buona educazione e non capisco come possano compiere queste azioni, o far parte di queste congregazioni avendo una coscienza e una conoscenza dignitosa.
Per la creazione del culto arturiano ho cercato di entrare profondamente nella testa di Arturo e dei suoi seguaci all’inizio e credevo di esserci riuscita, smentendomi in seguito, perché entrare in quelle menti è davvero complicato.
La famiglia in senso lato ha un profondo senso religioso poi, è un misto tra una casta piramidale, una società ben definita, un’orda e un un’unione di individualità. Forse questo senso “religioso” di cui parli viene fuori anche grazie a questa sensazione che abbiamo della famiglia: un luogo in cui si può essere paria, santi e peccatori, un luogo in cui tutto si condanna e tutto si assolve. Una storia fatta di errori, cadute e risalite sempre tenute insieme dal legame di sangue… nel bene e nel male di questo.

Individualista e solitaria? Quindi nella solitudine siamo davvero liberi?

No assolutamente. Non dico niente di nuovo dicendo che le grandi conquiste dell’umanità sono frutto della collaborazione, che tendenzialmente ci si raggruppa anche in piccoli gruppi per darsi un senso di appartenenza comune in cui poi davvero capire il proprio sé.
L’individuo ha bisogno dell’altro, tutti abbiamo dei piccoli bisogni che riescono ad essere soddisfatti solo dagli altri o con gli altri.
Nella solitudine troviamo il nostro io evinto dalla massa, dalla moda, dagli influssi sociali, hai mai pensato al fatto che ti chiedano “Che tipo sei e non chi sei?”, una volta trovato questo io si deve semplicemente trovare una via di mezzo capace di regalarci la convivenza con la società e i suoi dettami. Per vivere sereni, per vivere in pace.

Dietro Carnival Love si percepisce un altro personaggio di cui non si parla mai o con cui ho parlato fino adesso. Hai detto che hai messo dentro il libro molte cose di te… quante davvero?

Ogni storia raccontata è frutto del narratore, quindi sì, in ogni riga ci sono io, c’è questo “personaggio”… però non creo nulla di nuovo con il mio scrivere, con la mia esperienza. Mi piace dare il point of view, il mio punto di vista personale riunendo così il lato biografico con quello dell’invenzione letteraria.
Come diceva Einstein “La materia occupa lo spazio” allo stesso modo io, in ogni mia piccola parte, occupo i miei personaggi e le vicende che si trovano a vivere.

Se dovessi paragonare il tuo stile di scrittura ad un pugile (la Dunn adora la boxe.nda) chi sceglieresti tra questi nomi: Alì, Tyson o Carnera?

Mmm, credo nessuno di questi nomi, però c’è un proverbio inglese che dice che in ogni scrittura c’è combattimento e quindi scrivo lottando.

Faccio un ultimo tiro dalla sigaretta offerta e mi esce spontaneo: Sai che mi è sembrato di leggere la Bibbia sotto acido con Carnival Love?

Quando torno a casa questa me la faccio tatuare qui sulla pancia..

Ridendo ci salutiamo abbracciandoci.

Alex Pietrogiacomi