Un ricamo e una preghiera /4

Benedetta Torchia Sonqua

[Ultima parte. La prima parte qui, la seconda qui e la terza qui]

Tornai in negozio la mattina dopo e gli occhi sotto il bancone s’erano moltiplicati. La seconda aveva perso già le croste, non come quella grande che, diceva Nino, era ancora tutta coperta e sembrava non le passasse più e la governante era tanto stufa. A quella donna baffuta avevano ordinato di rimanere ancora ferma a casa a guardare la bambina grande, e a lei, che non sapeva neanche leggere, lontana dalla fontana e dal mercato, il tempo sembrava non passasse mai. Con gli strilli ed i pianti dell’ultima nata e della sua balia che non sapeva più come calmarla. Alla governante, a lei, chiusa tra quattro pareti (belle per carità, perché la casa del signor Diego era bella) dopo due settimane anche una reggia sarebbe sembrata stretta al confronto con l’universo bello che nostro signore s’era inventato. Leggi il resto dell’articolo

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‘Sta vita

Il signor Franco e la signora Adele sono i miei vicini del piano di sopra.

«Abitate qua da tanto?».

«Dal ’39».

«Dal ’39?»

«Sì».

Il mio ruolo nelle loro vite consiste nel portare su la spesa della signora Adele al quarto piano, perché non abbiamo l’ascensore e la sua gamba è un po’ malandata.

La signora Adele ha 81 anni. Forse. Non ricorda bene.

Il signor Franco invece ne ha 82.

Faccio i conti. Come possono abitare qua dal ’39? Avevano dieci, undici anni, all’epoca.

Glielo chiedo.

«Io stavo qui all’interno 12. Mio marito all’11. Durante il bombardamento ho perso i miei e i genitori di Franco m’hanno preso con loro».

«Quindi vi siete conosciuti da bambini».

«Allora non era come oggi. Non eravamo bambini».

Il bombardamento è quello del 19 luglio del ’43. Il nostro complesso di palazzine all’epoca era composto da quattro blocchi di appartamenti. Ora sono tre. In quello che non c’è più c’era il rifugio antiaereo. Sono morti in 250, lì. Nel quartiere invece ne sono morti 3500, ma nessuno sa il numero preciso. Per fare un monumento ai caduti hanno impiegato sessant’anni. Veltroni l’ha inaugurato nel 2003. Prima di allora i morti di San Lorenzo erano un fatto privato. Un lutto di quartiere, da ricordare con le foto nella bottega di Gaetano, il barbiere comunista («non comunista, berlingueriano») che della sua bottega ha fatto un museo dove ti taglia anche i capelli.

Il signor Franco ha avuto un ictus lo scorso anno, e ha smesso di uscire di casa. Solo ogni tanto, con la riabilitazione. Lo incontravo tra il secondo e il terzo piano, a riposare in attesa di affrontare una nuova rampa.

«Buongiorno».

«Buongiorno».

«Come andiamo?»

«Eh. Non può piovere per sempre».

A febbraio scorso il signor Franco ha avuto il secondo ictus. Stop anche alle rampe di scale.

Bombola di ossigeno e assistenza domiciliare.

«Così si muore senza dignità».

«Ma no che non muore».

«Mica posso vivere per sempre».

A San Lorenzo da tutta la vita, in affitto al quarto piano con una vista che non ti aspetti, il quartiere che si trasforma, la vita che passa. Il signor Franco ha fatto il ferroviere tutta la vita. Dietro al letto il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Non un crocifisso in tutta la casa. La signora Adele ha un Padre Pio sul comodino, accanto alla foto dei figli, dei nipoti e del presidente Pertini.

Stamattina il signor Franco ha avuto un colpo. M’hanno chiamato mentre uscivo per fare colazione. Io e il figlio l’abbiamo alzato di peso per adagiarlo sul letto. La signora Adele mi ringrazia, chiede scusa, piange con i suoi occhi azzurri.

Il signor Franco ci mette un po’ a riprendersi.

Ci guarda sperduto.

«Sta vita», dice. «Sta vita…».

«Bono papà nun parlà».

«Sta vita…», tossisce.

Fuori dall’appartamento c’è il sole che splende sul Verano, ci sono i tram che passano lungo la strada sferragliando, ci sono le rondini che volano basse ma non è vero che pioverà.

«Sta vita…», continua a ripetere il signor Franco mentre esco dall’appartamento. La signora Adele sulla porta, i capelli scarmigliati, mi ringrazia ancora.

Dario Morgante