Il bambino dimenticato

Il mio nuovo racconto si svolgeva nei giardini Margherita di Bologna. Fra tutti i parchi d’Italia avevo scelto quello perché il tema superficiale della narrazione (la maternità) aveva risvegliato in me, in maniera del tutto automatica, un ricordo d’infanzia confuso nei contenuti ma netto nel contorno: quando ero bambino, nel corso di una visita organizzata da mia nonna per passare in rivista il distaccamento emiliano di biscugini e prozie, si era fatto tappa in quei giardini.

A seguito di rapida documentazione, avevo appreso che Margherita era stata sì Regina amatissima, filantropa, benefica, dispensatrice di doni, ottima moglie a onta delle avventure galanti dell’infausto Re che accompagnò già dal primo di tre attentati – l’ultimo fatale, sullo scoccare del XX secolo; e ancor più prodiga e munifica (con devozione e modestia) era stata come vedova, e nondimeno ancor più amata, adorata quasi, da destra e da sinistra, in democrazia come in dittatura, fino all’apoteosi del funerale; sì, era stata ottima regina.

Ma pessima madre. La sua prole: un unigenito nanesco, bilioso, ottuso, la cui nauseante longevità servì solo a permettergli di manifestarsi appieno in tutta la pochezza di cui era capace.

Una mattina di fine luglio montai dunque sul Regionale, valicai gli Appennini, e da Bologna Centrale saltai sul 33, l’autobus della circonvallazione – ma quello sbagliato, che viaggia in senso antiorario invece che orario –, e seduto su un seggiolino rovente, dopo venti minuti di vedute panoramiche di viali non trafficati, scesi a Porta Santo Stefano e varcai il cancello nordorientale dei giardini.

Del luogo che ricordavo non c’era traccia. Io ricordavo: un pratone in salita (un’erta salita) pieno di margherite, animazione, chiasso, ragazzi con i pattini, sentieri che si perdevano nella foresta, e naturalmente mia nonna. Invece ora non c’erano né foreste né prati scoscesi né ragazzi intenti in acrobazie. Delle margherite restavano milioni di mozziconi color tabacco bruciati dall’estate. Come diceva il cartello all’ingresso, il giardino aveva “evidenti legami con il giardino all’inglese o romantico”: un tessuto ampio e disteso di viali asfaltati dal percorso ondulato, inframmezzati da prati e boschetti (soprattutto, sempre secondo il cartello, di “cedri, pini, ippocastani, platani, cipressi calvi, farnie, una sequoia”). Su tutto incombevano il caldo meticoloso della pianura e l’eco inesauribile delle cicale. Siccome il mio racconto si svolgeva su una panchina, dovevo anzitutto esplorare il parco e scegliere la panchina più appropriata. L’esplorazione fu istruttiva: scoprii che il parco era assai ameno, che le strade erano dedicate a eroi della Resistenza, e che faceva troppo caldo perché qualsiasi madre avesse l’incoscienza di portare il suo bambino al parco (poco male: non avevo necessità di modelli, avendo già precisa idea dei personaggi del racconto).

Trovai tre luoghi adatti: il primo era Piazzale Mario Jacchia (“caduto per la libertà”), uno slargo sul lato orientale del parco, un centinaio di metri dopo la statua equestre di Vittorio Emanuele II. Era un piazzalotto inutilmente ampio, triste, percorso dal vento che vi menava ondate di foglie. Vi si affacciava lo “Chalet restaurant”, una palazzina liberty in ottimo stato ma in disuso, tanto lugubre ora quanto gradevole un tempo, specialmente a causa dell’effetto tombale delle saracinesche turchese che sbarravano il triplo ingresso e le due doppie finestre al piano terra. Al lato opposto del piazzale, sormontata da conifere notturne e maestose, c’era un’insenatura dello scalino separante l’asfalto dal terreno, nel cui spazio trapezoidale si raccoglievano tre panchine. In quell’accenno di alcova, pensai, avrei potuto ambientare il racconto, sfruttando i tratti di malinconico abbandono dell’ambientazione per dare alla storia un tocco vagamente gotico.

La seconda panchina che trovai era dall’altra parte del parco, vicino al cancello di Porta Castiglione, un po’ nascosta fra il chiosco con tavolini di un bar, la buffa ricostruzione di una capanna villanoviana (“la muratura è in terra cruda, il coperto è in legno e canne di palude”), dei giochi per bambini su formelle di gomma, e il retro di un cinema parrocchiale dismesso. Era una curiosa panchina a forma di boomerang posta davanti a una interessante vasca a forma di fulmine, senz’acqua, piastrellata con un reticolo di quadratini di un blu così intenso che quando un piccione lo sorvolò gli se ne tinse il petto. Il luogo era accogliente, ma un po’ troppo affollato di elementi che non avrei saputo come inserire nella vicenda.

La terza panchina era in realtà un gruppo di nove panchine circolari che facevano ognuna un anello alla base di un pino. Si trovavano nella parte centrale del lato nord del laghetto, l’invaso artificiale che corre all’incirca parallelamente a Viale Gozzadini, e separa la striscia di parco più esposta al traffico e alla vita cittadina dalla parte più grande, dove le macchine non si vedono e non si sentono i motori. In quel punto la vegetazione delle sponde si apre per lasciar posto a una elegante “scogliera in selenite” che serve a dar agio ai visitatori di affacciarsi ad ammirare le cinque fontane lacustri e le centinaia di tartarughe che stazionano appena sotto la superficie dell’acqua.

Fu per istinto, non per scelta consapevole, che scelsi come teatro dell’azione quest’ultimo scenario. Mi sedetti sulla panchina più vicina al laghetto (era il mio piano fin dall’inizio: scrivere un racconto che si svolgesse nel punto esatto in cui ero seduto a scrivere), tirai fuori il quaderno e la penna, e mi misi a scrivere.

Gregorio Magini

Continua tra una settimana…