La luce del Natale *

Non sono mai stato un fanatico delle pulizie di casa.
Per intenderci, non mi è mai venuto in mente di svegliarmi la domenica mattina alle 7 per ripulire l’appartamento da cima a fondo come faceva mia mamma, ad esempio, che ci buttava giù dal letto, apriva tutte le finestre “che devo cambiare l’aria” e si metteva a ramazzare, mentre noi, infreddoliti e con un principio di broncopolmonite in corpo, ci stipavamo accanto al camino.
Quest’anno al pranzo di Natale ci saranno solo i miei amici. Scelta obbligata, visto che con i miei d’altro canto non parlo da mesi, in seguito a quella faccenda di quest’estate. Mi va bene così: meno ansia, meno stress, meno fisime sul cosa preparare e soprattutto zero sbattimento per quel che riguarda le pulizie. Molto molto meglio. Leggi il resto dell’articolo

Rubrica che vieni, rubrica che vai

Slacrimuzzo.
Sembra ieri ch’erano appena finiti i mondiali, avevo scritto qualcosa pe “i mondiali dei palloni gonfiati“, mi ricordo mica si chiamasse così, quella rubrica, Liguori mi fa “e se scrivessi delle ròbe di pallone per tutto il campionato?”. Seh, penso, seh, tutto il campionato, pallone, seh, poi il primo pezzo, è un ritaglio di quotidianità pallonara, parla del posticipissimo del lunedì e del mio parrucchiere, del fatto che i parrucchieri di lunedì siano chiusi, del fatto che allora chi sforbicia di lunedì?, i calciatori, l’unica sforbiciata del lunedì, la loro e la mia che ne racconto le gesta, ah ah, delle copiose risate. Questo il panettone non lo mangia, pensava Liguori.
Ci siam fatti tutta la stagione.
Vi si vuole del bene.
Slacrimuzzo.

Fabrizio Gabrielli

Una volta c’erano le bandiere, calciatori che esordivano da ragazzi in prima squadra e finivano la carriera senza cambiare casacca. Molti di loro diventavano allenatori, dirigenti: un posto si trovava sempre. Erano altri tempi. Qualcuno dice: quelli sì che erano bei tempi. Oggi invece i giocatori simbolo sono in via d’estinzione. Siamo abituati a vedere fior di campioni trasferirsi dal Barcellona al Real Madrid, o viceversa, dal Milan all’Inter alla Juventus e così via, è tutto un valzer di carnevale, conviene, si fanno le magliette nuove, i tifosi le comprano, son soldi, cosa credete, mica amore, passione, attaccamento alla maglia e quelle robe lì. È il capitalismo, bellezza! Si stava meglio quando si stava peggio. Mogli e buoi dei paesi tuoi. Non ci sono più le mezze stagioni. Sì, ok ok, smetto. Dicevamo: le bandiere. Ve l’immaginate, chessò, Facchetti con la maglia del Milan? Certo che no. Rivera in nerazzurro? Neppure. Oddìo, è vero che Rivera quando ha smesso con il calcio e s’è buttato in politica, dopo l’esordio democristiano, ha militato poi in diverse formazioni politiche. Senza dubbio, era meglio come calciatore. I mondiali del ’70, pensaté, me li ricordo pure io che non ero ancora nato: la staffetta Mazzola-Rivera, Italia-Germania 4 a 3, Pelè che vola, su, più su, più in alto di tutti, colpisce la palla di testa che si insacca alle spalle di Albertosi, era solo l’antipasto, alla fine si prese quattro pippi e tutti a casa; il Brasile si portò la Coppa, quella coppa maledetta che non si sa che fine abbia fatto, se sia diventata davvero lingotti d’oro o dove sia finita. Le storie misteriose contribuiscono a creare il mito, ad alimentare la leggenda. Si leggevano, qui su SP, il lunedì, le storie sul calcio, a base di calcio, che sfornava per noi Fabrizio Gabrielli. Insomma, questo panegirico per comunicare che, finito il campionato, da oggi Fabrizio ci saluta, che il giorno odiato da Vasco qui su SP non ci saranno più le Sforbiciate, quelle che parlavano del giuoco del calcio e di tutto quel fracco di altre ròbe che rotola attorno alla sfera di cuoio più bastarda della storia umana. Lo so, vi mancherà, a me già manca la mail infrasettimanale con l’anteprima. Fidbeccami, scriveva sempre Fabbrì, come lo chiama Simonerò. E io fidbeccavo, segnalavo i refusi, le sviste e quelle cose che si fanno prima di pubblicare, ma non fatemici pensare altrimenti mi viene il magone e slacrimuzzo pure io.

Ciao Fabbrì, lo sai che quando vuoi, se scrivi nuove Sfò, me le giri, le fidbecco e le pubblichiamo, mica ci son problemi, che ci frega, facciamo come ci pare, lo spazio si trova, non sarà di lunedì, le pubblicheremo in un giorno pari o il venerdì, ma hai capito, dài, facciamo che poi, senza impegno, ogni tanto fai qualche incursione e insacchi una Sfò, i lettori ti aspettano e lo sai che i lettori non si deve mica deluderli, ti aspettiamo, la mia mail ce l’hai oppure ci sentiamo su feisbùc. Ah, dimenticavo: grazie Fabbrì, le Sfò ci mancheranno. Ci son piaciute, le Sfò, e pure tanto. E visto che siamo in un momento di ringraziamenti, non me ne vorrai se colgo l’occasione per ringraziare, a nome del collettivo, i tantissimi, sempre più, lettori che ogni giorno passano dal nostro blog, triplicati negli ultimi mesi, tanto da raggiungere, nelle ultime due settimane, addirittura una media di mille lettori. E allora grazie, mille grazie, e quale modo migliore, per ripagare la fiducia, l’affetto e il tempo dedicato a noi e agli autori che hanno collaborato e collaborano per far vivere questo spazio, che dare la notizia che è in arrivo, in esclusiva su SP, una bellissima sorpresa? Il prossimo lunedì i barbieri saran chiusi, il campionato è finito, le coppe pure, ma su queste pagine troverete una nuova rubrica che son certo ci offrirà importanti spunti di riflessione. La rubrica sarà curata da due autori che già in passato hanno trovato spazio qui: Jacopo Nacci e Matteo Pascoletti. L’idea di offrire loro una rubrica m’è venuta perché, spesso, leggendo o partecipando a discussioni su piazza Facebook, mi ritrovavo ad apprezzare, tra i commentatori più attivi, proprio Jacopo e Matteo. E allora, mi son chiesto, perché non chieder loro di scrivere qualcosa per noi? Dopo aver consultato gli altri, ho scritto loro, dicendo la mia idea, di questa specie di conversazione, di botta e risposta a settimane alterne. Per mia grande gioia, i due hanno accettato con entusiasmo la nostra proposta. Proviamo, s’è detto. Si comincia subito. Sul nome e sui primi argomenti che si toccheranno, per adesso, manteniamo massimo riserbo. Vi possiamo dire che si parlerà di libri e letteratura, politica e attualità, filosofia e tanto altro. Non mancate il prossimo lunedì, su Scrittori precari comincia la nuova rubrica di Jacopo Nacci & Matteo Pascoletti! Leggi il resto dell’articolo

NUN TEREK PIÙ

Ingaggiare chi? nun Terek più

allenare dove?
nun Terek più

Allenare in Cecenia

patria dai conflitti senza soluzioni

per dare un sorriso ai ragazzini

per guadagnare milioni

nun Terek più

Le contraddizioni di un paese son tutte là a specchiarsi nello sport

Prendi un po’ il presidente

assetato di potere, è Ramzan Kadyrov

i suoi ministri impuniti

i buffoni di corte

le milizie armate

di p38 dorate

nun Terek più Leggi il resto dell’articolo

La mia solitudine sei tu

E così non avresti capito troppo bene dov’è il Daghestan. Bene. Hai presente San Pietroburgo? Fatti un giro per Prospektiva Nievskij che poi c’è da viaggiare lungamente. Attraversa la tundra tra Krishi e Novgorod, tira dritto per Tver’, arriva a Mosca. Rotola ancora verso sud. Kolomna, Tula (tu l’avevi mai vista, Tula?), ora tutta a babordo. Passa nei pressi di Penza, pensa, un posto che si chiama Penza, e arriva fino a Tol’jatti. Non è servita a granché, questa sgroppata di millemila chilometri, però vuoi mettere: ora sai che è vero, che esiste una città che si chiama Tol’jatti. Non Togliattigrad: Tol’jatti. Soggiorna al Chocolate Hotel, se ce la fai, val bene una messa, è in Strada Avtostroiteley, sul sito c’è scritto Dolce vita!, ròba che a Togliatti sarebbe venuta l’alopècia. Non gira un’anima, per le vie di Tol’jatti. C’è solitudine. Impregnatene.

Ora sei pronto per l’ultimo tratto. Lambisci Volgograd: una volta si chiamava Stalingrado. Attraversa la cintura di fuoco dell’instabilità caucasica, Inguscezia Ossezia Cecenia, e tira dritto verso mare. Quando vedi il cartello con le indicazioni per Makhachkala, ecco, bene: sei arrivato in Daghestan.

Daghestan significa “che sta tra le montagne”, ed infatti dove sta? Sul mare.

Nella capitale, che si pronuncia mac-ciacalà, c’è una squadra di calcio, pure in Daghestan, pure a Makhachkala, che se vai su Wikipedia c’è la foto d’un cantiere, per dire.

Quella squadra si chiama Futbol’nyj Klub Mackhackala, anži Machkhačkala, Anži Mackhačkala. Anži fa parte del nome.

Le cose importanti da dire sull’Anzi, chiamiamolo così, sono molto banali: miracolo più che sportivo economico, fondato solo venti anni fa il club ha latitato nelle serie minori finché non è arrivato il petroliere ricco sfondato di turno, nella fattispecie Sulejman Kerimov, uno di quei magnate col conto a svariati zero: uno che si può bullare d’avere nel portafogli un discreto numero di azioni di Sberbank e Gazprom, per dire. I gasdotti passano tutti per il Daghestan, fatti due calcoli, il petrolio e il gas e i capitali sembrano chiamare il pallone a scacchi un po’ ovunque, figuriamoci a sud dell’Inguscezia, e insomma Kerimov la vuole proprio, una squadra tutta sua. Nel duemilaquattro prova ad acquistare l’aèsseroma, ah la dolce vita!, poi non se ne fa niente; due anni dopo rischia di morire in un incidente stradale a Nizza, ah la douce vie!, anche lì non se ne fa niente; però questo giocattolo calcistico lo vuole a tutti i costi, Kerimov. Ora mi compro il Tottenham, anzi il Rosenborg, anzi il Fc Vaduz, anzi: l’Anži Machkhačkala.

La notizia che ha fatto scalpore ultimamente è stata quella dello sfizio non-proprio-cheap di Kerimov: l’ingaggio faraonico di Roberto Carlos. Un colpaccio.

Figlio d’una sarta e d’un orologiaio, Roberto Carlos quanto sia famoso lo capisci dall’ovazione che gli tributano i settantamila del Maracanà ogni volta che fa il suo ingresso sul proscenio.

Dopo gl’incoraggianti esordi in Brasile, è successo che Roberto Carlos poi un bel giorno ha fatto il suo arrivo in Italia: viaggiava che era una meraviglia, ogni esibizione macinava – quanti saranno stati? – venti, trentatre, quarantacinque giri, nel piedino i friccicori del samba, delle sgroppate sulla fascia, delle bombe dal limite. Una bella vita invero, ah la dolce vita, quella di Roberto Carlos.

Sì, stiamo facendo confusione: questo Roberto Carlos non è quel Roberto Carlos, è il cantante, magari te lo ricordi, magari se lo ricordano tua mamma e (meglio) tua nonna. I musicarelli, Gianni Morandi, Sanremo con Sergio Endrigo. Hai presente quella canzone che fa la mia solitudine sei tu? Ecco, non è di Iva Zanicchi: è di Roberto Carlos.

 

No, non è di questo Roberto Carlos che Kerimov s’è assicurato i servigi per nove-milioni-nove di euro l’anno: l’oligarca, ai suoi privatissimi vernissaggi sul pontile di Ice, il duecentonovantatre anzi duecentonovantacinque piedi ancorato sul Mar Caspio, preferisce la sbarazzineria di Shakira e Christina Aguilera.

Ad indossare la maglia biancoverde del Futbol’nyj Klub Mackhackala, anži Machkhačkala, Anži Mackhačkala è il Roberto Carlos che magari hai rimpianto da tifoso dell’Inter, il fuciliere dello Stade de France, il pluricampione con le merengues madrilene, quello che se non si rasasse la pelata avrebbe un cespuglio afro, va dicendo in giro, quello che una volta gli han chiesto Do you ever stand in front of the mirror to take in the full splendour of your thighs? How big exactly are they? Do you have to get your trousers specially made? ed io ho letto things al posto di thighs, ho preso cose per cosce.

Ti metti mai davanti allo specchio a rimirarti il pieno splendore dei tuoi cosi? Quanto sono grossi esattamente? Hai dei pantaloni fatti apposta?, m’era sembrato di leggere, e immaginate lo sconforto quando ho intraletto sessanta centimetri, poco sotto, anche se poi in quell’intervista Roberto Carlos dice un sacco di cose intelligenti e da intenditore del calcio, ed io che avevo preso cosi per cosce. L’intervista è questa, se vuoi leggertela.

Roberto Carlos, poi, un pomeriggio l’hanno presentato allo stadiucciolo di Mackhackala, gli hanno messo sulle spalle ed in testa i vestimenti delle popolazioni daghestane, fatte di pelli di montone, e lui ha sorriso ai fotografi, anche se si vedeva lontano un miglio quanto si stesse struggendo per l’infausta scelta d’incucularsi tra le montagne, nel Daghestan, nella città-che-è-tutta-un-cantiere, dove non c’è granché da fare, e se nello stereo comincia a suonare quella canzone, la mia solitudine sei tu, son lacrime che non le fermi facilmente, sai.

 

Fabrizio Gabrielli

Sforbiciaudio #2 – Er core grosso come ‘n bovo *

* Se proprio volete leggere Er core grosso come ‘n bovo, cliccate qui.

 

ER CORE GROSSO, COME ‘N BOVO

Me chiamaveno Er Melanzana perché ciavevo la capoccia tutta lucida, senza capelli, come er culo de ‘na melanzana, anfatti.

Torvaianica n’è mai stata Copacabbana, ma io ce stavo bene: tajavo li quarti de manzo, preparavio le lombatine pe le signore der quartiere, me la divertivo a la sagra der torvicello che veniveno le giostre. Me facevo li cazzi mia, insomma.

Poi l’affari so’ cominciati a girà pure bene e emio messo su na botteguccia niente male, che a dije solo macelleria facevi ‘n peccato a gesuccristo. Eravamo ‘na boticche, diceveno li romani, ma sempre boticche de robba da magnà era; e io macellaro, me sentivo: fino a drentr’all’anima.

A Torvaianica certe vòrte d’estate ce veniveno pure li giocatori daa Roma, ce veniva Zigoni che je lo leggevi ‘n faccia quanto fosse fijo de na mignotta e Bobbo Vieri, però mica se veniveno a comprà l’animelle o l’ammazzafegate, a la boticche: ce se veniveno a pija er caffé.

Ar banco der caffé – brasigliano s’intende, che è er mejo – ce stava mi moje Marisella.

Lo vòi sapé come me la so ‘ntortata a Marisella?

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Perché il calcio?

A me, del calcio, onestamente, non me ne frega un cazzo. C’è un motivo preciso, per questo. L’esasperazione visiva degli ultimi vent’anni, ha reso campionato, coppe, Europei, Mondiali, manifestazioni solo mediatiche, legate, via via sempre più strettamente, allo sviluppo tecnologico degli apparecchi televisivi. Oggi ci sono gli HD e i primissimi 3D – e, dico la verità: sarei anche curioso di guardarla, una partita di calcio tridimensionale – e nel 1970, ai tempi del 4-3 della Nazionale italiana vs Germania Ovest, semifinale dei Mondiali messicani, c’erano obesi televisori bianco e nero, grossi e con lo schermo di vetro doppio e convesso. Apparecchi spessi quasi un metro. E raccontano che quella partita – con la vittoria dell’Italia sui tedeschi dell’Ovest – generò la prima esultanza collettiva televisiva del Paese, con la gente che usciva sui balconi, a urlare, e trovava il vicino di casa sul balcone accanto, a urlare pure lui.

Il colore sarebbe arrivato solo due anni dopo, in versione sperimentale, in occasione di un altro evento sportivo, le Olimpiadi di Monaco. Ed è legata ai televisori a colori la prima vera aggregazione di massa italiana in seguito a una trasmissione televisiva – leggasi: carosello in autovettura, con esposizione di bandiere assortite, urla e strepiti – che pare sia databile 5 luglio 1982, quando uno dei tanti Paolo Rossi italiani segnò una tripletta al Brasile di Falcão, Zico, Éder, Junior, Serginho, Sócrates, che, in effetti, era una gran bella squadretta e aveva vinto una dopo l’altra le quattro partite del suo Mondiale, contro URSS [!], Nuova Zelanda, Scozia e Argentina, segnando tredici gol e subendone solo tre.

Da allora ogni mezza coppa, campionato, vittoria di pirro, merita una confusa e generica esultanza collettiva. Gli studiosi di psicologia della masse parlano, in questi casi, di personalità collettiva fusionale: si tratta, tecnicamente, di gruppi formati da individui che confluiscono nella occasionale fusionalità. Questi individui provano una forte emozione condivisa che ha un effetto simile a quello di alcune droghe, e può rendere possibile la perdita momentanea della sensazione di separazione, che è il veicolo dell’angoscia. Il ciclo di vita di tali gruppi è breve. L’angoscia arriva, poi, all’improvviso, al termine della fusionalità e contribuisce al dissolvimento delle aggregazioni-gruppi.

Chiaro è che non è questo tipo di manifestazioni a spaventare il Potere. La folla si disperde, dopo un po’, dopo il Baccanale abusivo e non orgiastico. Si consuma un po’ di petrolio raffinato, ci si raduna nelle piazze, si spara qualche razzo. Poi si torna a casa. A volte viene bruciato qualche veicolo, o si fa il bagno in una fontana. No, il Potere non è spaventato dai caroselli. Anzi: li promuove. Fanno parte dello status quo.

Il Sistema vende i suoi apparecchi televisivi, sempre nuovi e sempre diversi, ogni quattro anni. Il Sistema promuove, con il calcio, con la Serie A in diretta, il suo apparato di diffusione del pensiero debole. Convince la cittadinanza tutta a fruire dei suoi canali, televisivi e non. E concede momenti di finto gaudio, a tutti. Si esulta e non si sa bene neanche perché. Il televisore del 1970 rendeva chiara la distanza fra chi guardava dentro l’apparecchio e chi era realmente parte dell’evento, protagonista o spettatore. L’individuo individualista, invece, davanti al suo 42 pollici LCD, sente di vivere qualcosa, non si accorge di essere spettatore del nulla, di un evento trasmesso, che non accade realmente sotto i suoi occhi. L’illusione è mirabile, e tende alla perfezione del 3D, ovvero a un nuovo ribaltamento ottico. L’illusione finale: essere protagonisti sul campo – da calcio, della politica, delle scelte.

Ecco, a me il calcio sta sul cazzo. Ed è un peccato, perché è una gran bella cosa, il calcio, e io, Italia vs Brasile dell’82 me la ricordo ancora, anche se avevo sei anni e ne son passati 28, di anni. Ed ero con mia nonna, a casa sua, e Paolo Rossi segnava, e il Brasile pareggiava ogni volta, e Paolo Rossi segnava di nuovo, e sembrava non dovessero finire mai di far gol, Paolo Rossi e il Brasile.

Enrico Piscitelli