Vicolo dell’acciaio

Vicolo dell’acciaio (Fandango, 2010)

di Cosimo Argentina

 

Via Calabria 75, un condominio dove il novanta per cento delle famiglie ha il capo che se la spassa nel siderurgico. Dal primo al settimo piano siamo tutti incrostazioni del grande tubo madre e la nostra pelle profuma del ferro zecchino delle acciaierie. Via Calabria 75 dunque, un pezzo di cemento con il tetto incatramato ficcato tra un parcheggio asfaltato e un incrocio dove le ambulanze vanno e vengono a tutte le ore del giorno e della notte”.

 

Quando si giunge a Taranto quello che ci colpisce – esattamente come uno schiaffo in pieno viso – è il paesaggio. Già dall’autostrada, per chi ci giunge da Bari, l’Ilva è chiaramente visibile: l’impianto siderurgico più grande d’Europa, quello che avrebbe dovuto portare il Meridione verso il progresso industriale, verso le magnifiche sorti e progressive. Che ci ha regalato l’Ilva? Qual è il prezzo che i tarantini, i pugliesi tutti, hanno dovuto pagare? Basterebbe leggere uno dei mille rapporti sul tasso di mortalità per causa di tumori in quella parte di territorio per capire esattamente quanto, in termini di sofferenze, abbiamo dovuto pagare come dazio perché lo sviluppo tanto desiderato (e chissà se poi realmente raggiunto) abbia avuto atto. Eppure ancora oggi la maggior parte dei tarantini ha un parente che lavora nell’impianto. E non solo i tarantini. Partono bus da tutta la Puglia perché giungano gli operai al lavoro.

 

Cosimo Argentina, tarantino trasferito in Brianza, ambienta nella sua città natale questo romanzo doloroso, lacerante. Ma sempre più necessario. Protagonista è un diciannovenne che cresce in uno dei quartieri che fornisce maggior manovalanza all’Ilva. Ci abitano quelli della “prima linea”, che trascorrono la loro vita tra l’Ilva e una birra Raffo – un must per i tarantini – bevuta in compagnia nel bar sotto casa. Sono loro i duri, quelli orgogliosi di lavorare per mantenere la famiglia. Quelli che – ad uno ad uno – dall’Ilva verranno progressivamente uccisi. Mino, il protagonista, cerca di liberarsi da un destino già scritto per lui. Si iscrive all’Università, frequenta Giurisprudenza…eppure…sembra quasi che sia quasi impossibile rompere con le proprie radici, crearsi un futuro diverso. Allo stabilimento dell’Ilva si deve ancora una volta l’ennesimo tributo di sangue, come lo si deve ad una divinità maligna e misteriosa. Non c’è nessuna redenzione possibile. Non qui ed ora. Non per i “fottuti”, per gli abitanti del “Vicolo dell’acciaio” – gente umile, con gli occhi rossi e le mani callose, lontani anni luce dallo stereotipo dell’operaio “fighetto”, tutto coca e festini.

 

Niente lacrime per favore. Non si deve sprecare così la sofferenza. (Hellraiser)

 

Serena Adesso