Monumento al calciatore non ignoto

Nel 1990 i mondiali giocati in Italia erano un po’ come dire Totò Schillaci, ruolo di attaccante, maglia numero 19. Il Totò Schillaci capace di passare da una posizione iniziale di panchinaro a quella di capocannoniere del torneo e di miglior calciatore della manifestazione. Il Totò Schillaci che quando esultava – occhi spiritati, corsa folle, pugni chiusi – esultava anche il quartiere CEP di Palermo in cui era nato e poi esultava anche la Penisola. Il Totò Schillaci paragonato al Paolo Rossi dei mondiali del 1982. Quando ti viene eretto un monumento da vivo vieni messo nelle condizioni di non dover mai sgarrare. E Totò Schillaci lo fa. Sgarra. Il 3 luglio allo stadio San Paolo di Napoli si consuma la semifinale fra l’Argentina e l’Italia – fra i due monumenti animati: Maradona e Schillaci – con un assurdo pubblico napoletano combattuto fra l’acclamare Maradona e il sostenere la Nazionale; con un’Argentina che, ad un certo momento, vuole arrivare ai rigori e un’Italia che dei rigori ne farebbe anche a meno. E più di tutti proprio Totò Schillaci che, scrollandosi il marmo di dosso, rifiuta di far parte della cinquina dei rigoristi. Ne nascono polemiche.

La scena è una scena classica: un cortile desolato, un muro pieno di crepe, tre ragazzini, un pallone. Bisogna immaginare anche un odore che è l’odore del sudore estivo. Uno dei tre ragazzini, mani poggiate sulle ginocchia già piegate, è fermo davanti al muro come a difenderlo e sul muro col gessetto è stata tracciata una parvenza di porta; gli altri due circondano il pallone, il piede di uno dei due tiene fermo il pallone.

Il ragazzino che difende il muro dice: “Io sono Walter Zenga”

Il ragazzino che blocca il pallone dice: “E io sono Totò Schillaci”

L’altro ragazzino dice: “No, sono io Totò Schillaci”.

Estorsioni e traffico di stupefacenti è un po’ come dire mafia. In questo caso, il clan della Noce che distendeva i propri tentacoli dal centro di Palermo fino ai sobborghi. Nel pieno degli anni zero, grazie ad intercettazioni ambientali e telefoniche, gli inquirenti riescono a ricostruire le attività criminali del clan e la polizia a notificare 18 ordini di custodia cautelare in carcere. Poi, il processo. Viene chiamato a testimoniare Totò Schillaci perché, anche se non è tra gli indagati, in una di queste intercettazioni, lo si sente parlare con Eugenio Rizzuto, uno dei 18 arrestati: Schillaci gestisce a Palermo la scuola calcio ‘Louis Ribolla’, un ragazzo del quartiere di Passo di Rigano ha derubato soldi e orologi ad alcuni clienti, Rizzuto dice di non conoscere l’abitazione di questo ragazzo, gli dà il numero del fratello Aurelio, se il fratello non conosce il ragazzo allora l’indomani ci pensa lui di persona. Questo, il contenuto della telefonata registrata.

“Sono tranquillo. Non ho commesso niente di grave. Il signor Rizzuto in un primo momento era socio della scuola calcio ed è normale che, tra soci di uno stesso organismo, si parli anche di queste cose, anche se sono cose spiacevoli” dice Totò Schillaci ai giornalisti, ma il giorno in cui dovrebbe deporre come testimone dell’accusa non si presenta. Poi viene chiamato a testimoniare nel maggio del 2008 e per la seconda volta Totò Schillaci – il monumento da vivo di Italia ‘90 che continua a stupire essendo stato, in seguito, il primo calciatore italiano a giocare nel campionato giapponese – non si presenta. Ammenda di duecento euro, ingiunzione di accompagnamento coattivo alla seguente udienza.

Il 3 luglio del 1990, allo stadio San Paolo di Napoli, i rigori vengono battuti: tic, tac: l’Argentina vince, l’Italia perde.

“C’eravamo illusi di poter galleggiare ancora una volta sulla prodezza personale di Totò Schillaci” dice al microfono un amareggiato Bruno Pizzul.

Roberto Mandracchia

fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci

http://www.youtube.com/watch?v=8kmWl50zA0A

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=24910

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/30/schillaci-da-forfait-il– giudice-lo-multa.html

http://www.youtube.com/watch?v=TcJoxoZBeNU

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Lo strano caso del Dottor Bizzotto

Nel punto in cui negli uffici Rai di Milano viene affrontata la questione, lui è nel bagno di un autogrill. Con tutta probabilità sta tornando nella sua Bolzano dopo una diretta di hockeyghiaccio. Un sudore freddo così non lo prendeva da anni, diciamo dalla maturità – poi risolta con la precisione e un pizzico di quell’estro limpido e quasi invisibile che tocca in sorte ai certosini. Solo che alla maturità il sudore freddo non si era trasferito allo stomaco, mutandosi da liquido a solido-gassoso come adesso.

Uscito dalla toilette con porta a soffietto, si bagna il viso e si guarda allo specchio. Si tranquillizza, è tutto in ordine, infila gli occhiali.

Giunto a casa dopo qualche ora e col cellulare ancora muto, prova a distrarsi spulciando vecchie copie della Gazzetta. Rinuncia presto. Si stende sul divano a guardare ancora un riflesso, ancora il suo, questa volta nello schermo opaco della televisione. La notizia arriva all’alba da quel collega con l’accento calabrese, dice solo: «È Civoli». Lui stringe i denti, un attimo, poi una smorfia mezzosorriso, a voce bassa: «Comunque fanculo a Cerqueti».

A quel punto torna a pensare all’hockey, ai tuffi: e un poco anche al curling.

Mi perdoneranno i seguaci della Dea Eupalla se ho deciso di occuparmi di un aspetto minore, si fa per dire, della Materia. Ma parlare di calcio è compito ingrato, peggio ancora scriverne, col rischio che si porta addosso la scrittura – rischio per la verità sempre più raro: e cioè che qualcuno possa trovar traccia del mio non voler essere epigono di Gianni Brera; e del non aver preso a pretesto il pallone per teorizzare sullo stato di salute della nostra democrazia.

Anche se, a dirla tutta, lo strano caso di Stefano Bizzotto – commentatore Rai da più di quindici anni e oggetto del mio iniziale fantasticare – potrebbe comunque dir molto di come vanno certe cose da queste parti.

Dopo la fine dell’era Bruno Pizzul (Mondiali 2002) la Nazionale italiana si è giovata di un ticket, diciamo così, quanto a commentatori: per un breve periodo Gianni Cerqueti e Stefano Bizzotto si sono alternati a far da colonna sonora agli azzurri. Una partita a testa, più o meno. Da un lato un giornalista dall’aspetto fresco, certamente di carattere e relativamente abile nel drammatizzare una telecronaca – Cerqueti; da un altro un vero cronista sportivo, nato a Bolzano e profondo conoscitore di lingua e calcio tedeschi – Bizzotto (di cui bisogna ascoltare la pronuncia del nome Bierhoff per capire).

Niente, alla fine la spunta un terzo candidato: Marco Civoli, tifoso ancora in pena in quegli anni per i disastri nerazzuri; a lui toccherà l’onore di pronunciare il celebre «Il cielo è azzurro sopra Berlino» nella vittoria finale dell’Italia ai Mondiali del 2006.

Bizzotto è uno che ama il suo lavoro, non c’è dubbio; una voce tranquilla, mai melodrammatica come si usa su Sky o Mediaset – neppure l’impressione di averci una mela in bocca come quel Gianni Bezzi della tv pubblica; esperto di tiro al volo, tiro a segno, tuffi, hockey su ghiaccio, sci, calcio (nazionali, Serie A – in special modo Udinese – ed estero), probabilmente Bizzotto adora anche il curling. Probabilmente. Ad oggi è però “solo” il commentatore della Germania: nessun rischio di figuracce quando c’è da pronunciare qualcosa tipo Schweinsteiger. Certo, potrebbe anche commentare partite dell’Arabia Saudita o dell’Honduras: è ferrato su ogni calciatore – ruolo, peso e altezza, data di nascita, numero di maglia in nazionale e nel club di provenienza; insomma, un tipo professionale, ai limiti, azzardo, della compulsività: eppure non gli è riuscita la scalata. Davanti a lui Civoli, si è detto, occhiaie da vampiro e una certa – inquietante – sintonia con Salvatore Bagni quanto a commento tecnico; ma anche lo stesso Cerqueti appare ad oggi qualche gradino più su nella classifica di gradimento dei telespettatori. Vien da pensare che sia la solita storia – chi ama e sa fare il proprio mestiere in Italia non fa molta strada. Oppure c’è dell’altro.

Nulla di apparentemente psicotico nello zelo di Bizzotto, sia chiaro. Lui stesso, quarantanove anni («ma ne dimostrava 51», citando un vecchio adagio di Via Merulana), spazzolino biondobrizzolato in testa, mascella da marine, l’idea di pulito e ordinato tra i denti, appare un uomo – prima ancora che un giornalista – normalissimo; che ai sogni preferisce il lavoro duro. C’è forse del tragico nel suo sfiorare la vetta – chi meglio di lui, del resto, avrebbe potuto urlare, in tedesco, «Il cielo è azzurro sopra Berlino»? E neppure può apparire l’oggetto dei bizzarri disegni di un dio che punisce i più meritevoli affinché possano affilare maggiormente il proprio spirito. Insomma, Stefano Bizzotto non dà l’idea del martire e neppure quella del virtuoso; sarebbe piuttosto un ottimo calciatore-operaio (Di Livio o Pessotto, per intenderci), un puntuale scrittore di gialli (facciamo legal-thriller), un candido paesaggio innevato, persino.

Ma nel bianco e nel candore si cela l’acciacco.

Nella puntualità della neve o di un ipotetico film biografico su di lui, al volto di Stefano Bizzotto potrebbe sostituirsi quello dello William H. Macy di Fargo. Con rispetto parlando, un uomo qualunque che sa fare il proprio lavoro cui però il destino, più che gli uomini, ha estorto un sogno. Il destino che si accanisce contro chi più se ne prende cura spulciando tra le biografie di vecchi calciatori tedeschi. L’approfondimento come disturbo ossessivo compulsivo. Un uomo che cammina anche in ginocchio: per seguire sport improbabili in giro per il mondo finendo per commentare solo squadre altrettanto improbabili ai Mondiali. Suggerendo formazioni ai colleghi, sollevandoli da compiti ingrati come imparare i nomi di sconosciuti difensori danesi. Aspettando infine l’ultimo bicchiere di Pizzul, assaporandone il bordo, ancora caldo di labbra; e poi…

La Repubblica, 22 agosto 2002, articolo di Marco Bracconi:

«Già, la finale mondiale. E se l’Italia ci arriva, toccherà a lui o a Cerqueti? Niente da fare, non ci casca, è troppo contento per mettere qualcosa di traverso alla felicità. “Per un fatto di anzianità dovrebbe toccare a Gianni, ma…” Ma? Stefano Bizzotto ride, poi sorride e quasi si intimidisce: “I prossimi Mondiali sono in Germania, e io so alla perfezione il tedesco…”»

Auf Wiedersehen, Doktor Bizzotto.

[sta nell’angolo; di un’osteria o di un locale che un tempo doveva esser molto frequentato, non è importante; importante è chiedersi cosa beve; bere: bevono tutti, prima o poi; cosa berrà mai lui? tocai: no, quello no, piaceva tanto a pizzul, chissà quanto ne avrà bevuto la sera in cui l’ha chiamato per avere la formazione della germania est; quanta emozione sprecata per nulla, allora, come questo sudore; dicevamo: qualcosa di fresco: mojito; ma no: sa bene che i brasiliani lo bevono durante i pasti e la cosa gli mette lo stomaco sottosopra; una birra, sì, ma come? chiara? rossa? una birra è banale; più probabile un bicchiere d’acqua, non gli passa il sudore sulla fronte, si è fermato lì, è caldo e freddo e sta solo in fronte; allora prova con una cosa che gli riesce da un po’, il locale è buio e viene meglio così: pensa a un altro abbandono, quando ne hai uno che ti blocca la digestione allora ne pensi un altro, lo immagini, lo porti lì davanti a te trascinandolo per i capelli, lo rivivi, ne hai un bisogno; e in fondo sì, è d’abbandono che si tratta, lui quella maglia l’ha sfiorata, lui e quel gianni, insieme, solo che a pensarci bene lui è mezzo crucco e dovrebbe fregarsene; ma comunque; un altro abbandono, non ha importanza che sia stato più o meno intenso, l’importante è che sia altro, lontano nel tempo, ma efficace; gli viene in mente lo specchio; lo specchio e quella ragazza, anni prima; lo specchio su cui quella ragazza gli ha lasciato un saluto, al rossetto, una nottataccia avevano passato; ma non ricorda cosa c’era, sullo specchio, tutto quel rosso; e dove – olanda? francia? bolzano? – e non ricorda cosa; e non ricorda dove; e gli gira la testa; cosa sta bevendo?]

Marco Montanaro