Fottuto Mengele

So perché racconto questa storia. Nessun altro potrebbe.
La storia inizia con due gemelli monozigoti. Stanno giocando nella camera da letto dei loro genitori. Hanno sette anni, sono alti come la tacca segnata sul muro in cucina, sono biondi e hanno gli occhi verdi. Stanno infilando le mani nell’armadio dei genitori. Da una parte, a sinistra, ci sono i vestiti della madre, le camicette, i tailleur, le gonne. Dall’altra, a destra, i pantaloni del padre, le camicie, i pullover, le giacche. Il gemello A si sbottona i pantaloni e li lascia cadere a terra. Si infila una gonna blu. Il gemello B lo aiuta con la cerniera lampo. Il gemello A chiede al gemello B come sto? Il gemello B sceglie una giacca di velluto marrone, la indossa dicendo benissimo. Il pomeriggio è freddo come l’inverno che ha raso al suolo il prato di fronte a casa. Gli alberi dal tronco bianco aspettano la lama delle cesoie e la brace del camino. La casa è grande, ha grandi finestre, camere dai grandi letti con grandi testiere e soffitti protetti da travi di legno. Lo scricchiolio è come un orologio da parete, non smette mai. I gemelli corrono lungo i bordi del corridoio, saltano sulla cassapanca, strisciano sotto il pianoforte a coda in soggiorno, sprimacciano il pelo del tappeto, mimano la posa delle corna dell’alce appeso in un angolo. La grande casa è vuota, l’Argentina è una terra accogliente, i gemelli sono felici, il giardiniere carica sacchi di foglie morte su un furgoncino bianco, i genitori dei gemelli stanno tornando a casa. La casa è grande e calda.
La macchina guidata dal padre dei gemelli entra dal cancello appena riverniciato verso le 15:30 del 12 luglio 1958. A Buenos Aires, quel giorno, 120 bambini vedono la luce dell’inverno, 27 uomini scoprono di essere morti,13 donne fingono svenimenti per non parlare più. Leggi il resto dell’articolo

DEL SALONE DI TORINO, DEI CANNOLI DI CATANIA E DI ALTRE CLAMOROSITA’

Quello del duemilaotto è stato il mio primo Salone del Libro, a Torino.

Ero salito per presentare un libro, il mio primo, ho dei ricordi confusi, mi resta in testa solo una gran sete, ed il viaggio di ritorno, con la radio accesa, a gioire per il pareggio di Kharja a San Siro, c’era Inter-Siena, l’aèsseroma era ancora là a giocarsi lo scudetto e con quel pari ancora di più. Poi la settimana successiva niente, chi segue un po’ il pallone se lo ricorda di sicuro, Vucinic porta in vantaggio i giallorossi e l’Inter se ne rimane aggrappata ad uno zero a zero striminzito a Parma, passano i minuti, la Roma è campione d’Italia per un’oretta, ma ti pare che, finché Ibrahimovic decide che no, non può andare così, non mi pare per niente e infatti non si possono avverare certi sogni, quel nun succede ma si succede non ha da succedere e quindi punto e a capo.

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LA FACCIA DELLA FATICA


Dici d’andar pazzo per le rotaie e le massicciate, per lo stridore dei freni e l’odore del ferro: e allora lascia stare Palermo, infischiatene della Recoleta, è al Caballito che te ne devi andare, quando sarai a Buenos Aires. Ti fai una passeggiata per Parque Centenario, ch’è tutto verde e poi non sei tu che dici che il verde ti piace perché t’ispira pace e serenità? E poi e poi. E poi scegli: puoi pigliare il tranvai storico, oppure farti un ferné all’Associazione Amici del Tranvìa; ricordi quando mi scrivesti ch’è romantico e triste come un tango di Troilo, guardare i treni che arrivano e quelli che partono?

Lo credo anch’io che certe locomotive hanno il muso aggressivo, la graticola di ferro triangolare come fosse un cipiglio incattivito che se lo guardi forte ti spaventa. Vai a vedere se non ti ricorda un po’ il muso di una locomotiva anche il triangolo nello stemma del Ferrocarril Oeste, che dirgli squadra di calcio del quartiere è una mezza bestemmia: il Ferro è un’istituzione, una società polisportiva con più di cento anni di storia alle spalle ed una magliettina verde, anzi verdissima, come verdissimo doveva essere il quartiere quando c’era solo la Quinta de Doña Anita, l’orto gigante in cui si raccoglievano le zucchine e le melanzane e i fiori per tutta l’Argentina. Tutto verde, molto verde, quel quartiere: verdolaga, come dicon da quelle parti. Solo ogni tanto: una locomotiva, tutta sgangherata, magari col macchinista, la campanella ed una bandiera, come quella che ha disegnato Mordillo, che tanto per cominciare se non lo sapevi è argentino, e poi anche se è di Villa Pueyrredòn e nella vita fa i disegnini molto famosi, è un tifoso accanito del Ferro.

Ci ho riflettuto a lungo, sul cipiglio incattivito delle locomotive, e ho capito che non è questione di malvagità: è che hanno il cuore grosso, le locomotive, non si fanno i problemi se c’è da spingere, pompano vapore e sbuffano un po’, ma poi si caricano il fardello sulle spalle e quella là è la faccia della fatica, amico.

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Al cuore, Ramòn, al cuore (parte 2)

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Il giorno prima della partita tra Argentina e Perù gli andini ricevono una visita. Negli spogliatoi si presenta Videla in persona, insieme al segretario di stato americano Henry Kissinger. Quiroga non li saluta nemmeno, continua ad allacciarsi le scarpe, finge un malessere, è distrutto dalle chiacchiere che girano intorno al suo nome, Quiroga l’argentino, Quiroga si venderà, Mettete Sartor!, incitano i giornali brasiliani.

Quiroga, durante quella visita, ha la faccia tosta di non stringere la mano a nessuno.

Sembra Matthias Sindelar quando, in un match celebrativo tra Germania ed Austria voluto da Hitler in occasione dell’Anschluss, si rifiuta di salutare romanamente il Fuhrer.

Ha coraggio da vendere, Quiroga.

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