croccantissima

croccantissima (autoproduzione, 2011)

di simone rossi

«(…) la semplicità è la qualità più difficile da ottenere, less is more,
ci vuole più tempo a scrivere un libro corto che un libro lungo.»
(p. 52)

Simone Rossi continua sulla strada dell’autoproduzione: su croccantissima (leggi l’estratto pubblicato su SP la scorsa settimana) c’è scritto che «questo libro non ha una casa editrice» e che «puoi ordinarlo a silkeyfoot@gmail.com».
Me lo immagino con i racconti in tasca – lo so, non è difficile immaginarlo visto che lo conosco – che li tira fuori e li legge come se fossero canzoni – anche se in fondo al libro dice che lui non legge, ma vi assicuro che la chitarra la suona. In queste storie – ma alla fine è una sola, e si capisce che ci sono vari fili tirati tra una storia e l’altra, anche se per vederli ci vuole orecchio – in queste storie, dicevo, si sente che c’è la musica, e il ritmo, le strofe e ritornelli, e i testi delle canzoni fioriscono un po’ ovunque – e poi nel mezzo capita anche la storia di questo cantante, questo Elliot Smith che intervistarlo «è come lanciare una palla a un cane», perché «invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato». Leggi il resto dell’articolo

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La voce fuori dal coro

Avevo sei anni, ero bolscevico e non lo sapevo.
Non sta bene scoprirlo a ridosso della caduta del muro di Berlino.
Non sta bene mica.
Grazie ad una vibrazione delle corde vocali, vieppiù.

Chi lo sa se v’è mai capitato d’imbattervi, nei ruggenti e scemanti anni ottanta, negl’organizzatori delle selezioni per lo Zecchino d’oro.
Di norma giungevano de bomba y platillo, come dicon gl’ispagnoli, piazzando qualche tomo enciclopedico in case imborghesite e racimolando alla bell’e meglio frotte di partecipanti infoiati, meglio se supportati da altrettantemente infoiati genitori.
Allestivano palcoscenici di provincia piazzandovi scenografie ridondanti.
Eran loro gl’uomini delle stelle, ma l’avremmo scoperto solo anni dopo, col film di Castellitto. Noialtri, gente semplice invero, li si lasciava manipolare sentimenti e credulità popolare.
Quand’ancora non imperava il talent show, l’ambizione massima era farsi spalleggiare dal Coro dell’Antoniano, dopotutto. Stringer la manina incartapecorita di Mariele.
Noialtri s’era gente semplice invero.

Massimamente democratici, i vassalli della Mariele sbrigavano la pratica estraendo a sorte il pezzo da farti cantare. In una scatola il nome dell’aspirante interprete, nell’altra i titoli delle canzoni.
Poteva dirti bene, ma anche no.
Fu quando avevo sei anni, ed ero bolscevico senza saperlo, che scoprii per la prima volta la dirompente inarginabilità della dittatura.
Nell’asilo imperava un regime teocratico-matriarcale.
Ventidue ragazzini furono costretti ad intonare all’unisono “Suor Margherita”, melenso panegirico all’educazione monacale (1). Lo fecero stringendosi le mani e versando lacrime amare, indossando al collo un fazzoletto scarlatto in memoria dei tre pargoli dissidenti che, in un sobillatore afflato zapatista, s’erano rifiutati di tessere le lodi di “suor Margherita che in mezzo ai bimbi passa la vita”.

Uno di quei tre, io.
M’assegnarono Вместе весело шагать, struggente ballata sentimentalpopolare sovietica che più d’una volta aveva fatto capolino nelle tivvù tra Stalingrado e Mosca interpretata da ingessatissimi ed inquadrati cori di ragazzini temprati dal bolscevismo (2).
L’aveva cantata qualche mese prima, a Bologna, una certa Olga Malakhova, ed io ero rimasto di sasso, un guizzo rubizzo m’aveva avvampato le guance, perché per quella Olga Malakhova, in pomeriggi al sapor di Galak, m’ero convinto di provare qualcosa che le parole non sapevano ancora definire (3).

Mille voci una voce.
Una voce fuori dal coro. La mia.

Alla finale, ça va sans dire, vinse la versione corale e teocon di Suor Margherita.
Durante la mia esibizione, in sala, scese un imbarazzante silenzio.
Deve esistere, da qualche parte, un vhs che m’immortala mentre slego l’ugola in un arabesco niebissanza ripallòshka zapaloshezà (4), con fiero cipiglio, nemmeno fossi Juz Aleskovskij mentre intona Canto a Stalin.
Lo trovasse mai qualcuno, quel vhs, che non esiti a farmelo avere.

Giusto per ricordarmi del giorno in cui scoprii d’essere anacronisticamente bolscevico, alla veneranda età d’anni sei.

Fabrizio Gabrielli

(1) Per rinfrescare la memoria
(2) Val bene una visita
(3) Voi dite sia questa?
(4) Qua, al minuto 0:52

Decadence Lounge

“Produttore discografico cerca brani inediti da lanciare sul mercato”.

“Lanciare sul mercato”… Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei. Ma non mi spavento. Via Manassei. E’ vicino a casa mia: una passeggiata di un quarto d’ora. Vado. E’ una palazzina anni ’70 in una sonnolenta zona residenziale abitata da gente perbene. Gente tranquilla, gente che lavora. Gente che quando ti incontra non ti nega mai un buongiorno. Citofono. “Sì, vengo per l’inserzione”. Ultimo piano. Attico e superattico. Suono il campanello. “Prego si accomodi” borbotta la ragazza, scostandosi dalla porta come se la mia incapacità di entrare passando attraverso il suo corpo le arrecasse un’insostenibile combinazione di noia e fastidio. Mi accomodo e aspetto. Aspetto a lungo. Finalmente arriva trafelato un ragazzetto sui venticinque, in pantaloncini e infradito. “Oh, eccomi qui. E’ per l’annuncio vero? Siete proprio tanti. Tutti che scrivono canzoni! Vieni con me. Hai portato qualcosa da ascoltare? Vediamo. Sei pezzi? Troppi. Ti svelo subito un segreto: nessuno ascolterà mai sei pezzi. In un CD per un produttore ne devi mettere due, massimo tre. La gente che fa il mio mestiere non ha tempo da perdere. Non è cattiveria, ma tu capisci…”. Si interrompe un attimo per riprendere fiato e faccio in tempo a presentarmi e a chiedergli per quale etichetta lavora. “No, io non lavoro… Sto creando un progetto solista mio personale. Roba forte. Ti farò sentire. Quando posso nel frattempo do una mano a mio padre, che è produttore e cerca sempre cose che fanno il botto subito… Ah, guarda qua: lui è un grande!”. Mi indica una foto che lo ritrae accanto ad un cantante di comprovata ignoranza la cui popolarità, specie tra le ragazzine, è inversamente proporzionale alle qualità artistiche. Cerco di mostrarmi minimamente colpito. Nel frattempo continuiamo a percorrere corridoi e ad attraversare stanze cosparse di oggetti costosi e possibilmente vistosi: sembra che l’appartamento non abbia fine. Arriviamo in una camera illuminata da una vetrata che dà su un ampio terrazzo. Ci sono uno stereo, una tastiera e un paio di poltroncine. “Qui è dove creo. Qui prendono vita le idee!”. Per un attimo, assecondando una connessione mentale non del tutto logica, la mia memoria va alla stanza di Beethoven che avevo visitato qualche anno prima a Bonn. Si mette alla tastiera e comincia a suonare in preda ad un poco condivisibile slancio di esaltazione. “Intanto ti faccio ascoltare qualcosa di mio, così capisci”, dice. Inizia a cantare una canzone che parla di un ragazzo non meglio identificato e di una ragazza avvenente che si scambiano alcuni fluidi corporei all’interno di un’automobile in riva al mare a ferragosto mentre sorge il sole e l’autoradio fa da sottofondo, in uno stile che presenta inquietanti affinità con quello del suo idolo incorniciato. “Capisci? Questo è un prodotto che funziona! Chiunque ha vissuto una situazione simile. Chi vuoi che non si immedesima? Chi vuoi che non ha baciato una ragazza in macchina? Beh, solo uno sfigato! Capisci?”. Capisco. Intanto inserisce il mio CD nello stereo e dalle casse sgorgano suoni familiari che in quel luogo mi appaiono insolitamente alieni. Passano circa dieci secondi. “Tu capisci che questo materiale è impresentabile? Non dico che è brutto, perché magari ad ascoltarlo poi mi piace pure, ma sono passati dieci secondi e ancora stiamo all’introduzione: il pezzo ancora non parte, non decolla. Non è cattiveria, ma tu capisci no? Uno ascolta dieci secondi di intro di pianoforte – bellissimo, per carità! – e fa skip al pezzo dopo, perché un produttore non ha tempo. Non è cattiveria… E poi con un pezzo così a Sanremo che ci fai? Se proprio ti va bene al massimo ci prendi il premio della critica. Noi non dobbiamo prendere i premi: noi dobbiamo vendere i dischi. Tu capisci… Ah Karen… Vieni ti presento… Ti presento… Com’è che ti chiami? Ah sì, ti presento Alessandro, che è venuto a portarci dei pezzi, roba un po’ d’autore, un po’ tipo poesia, capito come?”. La ragazza che si chiama Karen si affaccia dalla porta a vetri. Ha addosso il minimo indispensabile e ostenta la sua provocante ed eccessiva bellezza con una certa arroganza. “Lei è la ragazza mia. Fa la modella. Ci siamo conosciuti la settimana scorsa in Austria. Ora l’ho messa in contatto con gente che sta nel giro del cinema”. Penso “e ‘sti cazzi”, dico “ah, sì?”. La ragazza svanisce senza proferire parola. Forse non parla la nostra lingua.

“Ora ti faccio ascoltare qualche altro pezzo mio”.

Chiudo gli occhi e aspetto che finisca.

Alessandro Hellmann

Anteprima da “Decadence Lounge” (editrice Zona, 2010)