La depressione

Si parla di crisi economica. Ma se diamo retta all’etimo, dovremmo parlare di una crisi delle regole della casa.
Dovremmo domandarci se le scelte prese a partire dagli anni ’70 siano state positive o negative e se siano state inevitabili o prese per scarsezza dei loro promotori. È saggio rispondere che, economicamente e psicologicamente, in parte sono dipese da un clima generale e in parte da scelte specifiche sbagliate. Leggi il resto dell’articolo

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Quand’è che la paglia piglia fuoco

Ròba che poi vallo a capire, facile mica, il momento — se c’è stato un istante preciso, alla fine, determinabile e inequivocabile — in cui è scoppiata la scintilla, e la paglia, insomma, ci siamo intesi.
Perché no, non può darsi, non ci arrivo a una spiegazione razionale, fàmmici riflettere, dovrei adoperarmi in una ricostruzione che si prenda la briga di escludere la follia, il clàc dell’accendino in un pomeriggio di quiete campestre, tutto nella norma, come un qualsiasi altro pomeriggio pretemporada, gli schemi difensivi sul campo d’allenamento, Manuel Preciado — uomo canuto, sapienza e baffi madidi di sudore — la spartizione delle pettorine, il sacco coi palloni nuovi, Manuel Preciado con in mano la bacchetta, come un direttore d’orchestra, i segni sull’erba, movimenti come d’oboe e di timpano: capito com’è, spiega, in intimità, che Canella e Gregory stringono, Rivera retrocede, Jorge chiude, Javier taglia, facciamo così, faremo così quando dovremo mettere il risultato in banca.
Forse lì, ecco, in quell’allegoria innecessaria, lì c’è l’origine del baluginio d’inferno ceruleo negl’occhi, senza preavviso, nemmeno una twitterata preventiva, #stoperfareunacazzata, #jmj15-m, la testa che si volta in uno scatto di falco che punta la preda, la rincorsa breve, il baricentro basso, come s’usa per tirare un calcione, un calcione alla palla, e l’allenatore colpito in pieno, in pieno sul faccione ingordìto, pasciuto, prima di Leggi il resto dell’articolo

Aborto

«Terrai il bambino?» Frase tragica e ricorrente dalla vita reale fin nella fiction.
Solitamente non segue una risposta pronta e s’instaura un silenzio simile a Lettera a un bambino mai nato. Stupefacente visto che un silenzio così angosciante non s’accorda troppo bene con lo stile chiassoso della Fallaci: sarebbe stato molto più indicato ricordarsi delle pagine che Ceronetti dedica all’aborto in La carta è stanca, pagine più erudite e tranquille, più silenziose.

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Marx – Istruzioni per l’uso

Marx – Istruzioni per l’uso (Ponte alle Grazie, 2010)

di Daniel Bensaïd

 

Accompagnato dalle vignette di Charb, uno dei maggiori disegnatori francesi, direttore del settimanale satirico «Charlie Hebdo», il volume in oggetto direbbe a primo impatto di una strana natura anfibia, non del tutto seria, ammiccante, spiritosa: cosa lontanissima dal vero, perché si tratta di un lavoro che in più parti richiede invece un minimo di addestramento, pur schivando la forma accademica dei saggi per specialisti. Detto che viene il sospetto che l’editoria abbia bisogno di strambi travestimenti per far passare Marx alla cassa delle librerie, di strizzar l’occhio a un qualche divertimento per renderlo digeribile, il libro di Bensaïd (scomparso recentemente) mette in guardia proprio dal relegare il grande filosofo di Treviri in una nicchia accademica perciò stesso innocua e ininfluente alla, si sarebbe detto una volta, “prassi” politica e persino alla liceità di un suo uso giornalistico. L’introduzione e il primo capitolo sull’adolescenza del giovane Marx bohemien, bevitore robusto dall’aspetto furente, frequentatore di poeti, sveglio quanto basta per comprendere che nella Prussia reazionaria di Federico Guglielmo IV non v’è posto per la libera ricerca quindi tantomeno vi albergano speranze per una carriera universitaria dignitosa, questo incipit e la metafora del Capitale come un noir concedono quel po’ che basta per avvicinare il lettore a digiuno di certi argomenti; però presto la divulgazione prende un andamento tutt’altro che corrivo e facilone. L’assunto è semplice: «Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx». La frase è di Derrida, un tale cui si può muovere qualsiasi critica tranne quella d’esser stato un buzzurro e truculento stalinista come piace pensare ai liberali d’oggidì di chiunque non si sia pacificato nell’accettazione supina del capitalismo quale che sia, compreso quello che sta facendo strame di un secolo e rotti di conquiste sociali e civili.

Come ci ricorda Bensaïd, Marx ben presto prese le distanze dall’umanismo romantico dei socialisti alla Proudhon, e questo è noto; interessante invece la considerazione secondo cui qualcosa di quel modo di pensare oggi è ravvisabile per lui in certe pose teoriche come quelle che fanno capo al cosiddetto pensiero della “decrescita”: l’immagine di un mondo artigianale fatto di piccoli produttori indipendenti, e tanto calore domestico – che sembrano omettere dall’orizzonte sociale l’idea stessa del conflitto, ossia quel principio agonistico senza il quale per Marx non v’è storia (e si è visto aggiungerei in quale condizione ci abbia precipitato il pensiero di una “fine della storia”). Religione, denaro, stato, economia politica: il Marx che si avvicina al ’48, ossia al Manifesto, inizia a strutturare sistemi teorici notoriamente più complessi – ritenuti da alcuni deterministici – che si vuole di solito accogliere soltanto calandoli nella realtà dell’Europa coeva. Ma oggi come allora il materialismo è innanzitutto un assalto alla religione che è per l’intanto religione delle illusioni. Marx non fa che portare a termine (anch’esso temporaneo, questo sì) il passaggio dalla trascendenza coatta che serviva la nobiltà e le corti europee all’immanentismo illuminista: l’uomo, sottratto all’astratta sovranità del cielo, non è nemmeno un microcosmo spirituale autosufficiente, bensì corpo concretamente immerso nella storia (materiale). In ciò, al netto degli indubbi tratti dogmatici del suo pensiero – guarda caso quelli più fallaci, guarda caso quelli che sfuggono al suo controllo teorico e recano le tracce mnestiche dell’hegelismo da una parte e di una improvvida escatologia ebraica dall’altra, la convinzione in fondo irrazionale che la storia procedesse verso una direzione lineare in cui il comunismo si sarebbe realizzato perché innestato sul capitalismo, da esso stesso necessitato, resta la diagnosi difficilmente discutibile: «all’inizio della ricchezza vi era il crimine dell’estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato ai lavoratori», a dirla con Engels, «un omicidio».

Personalmente, non credo che il pensiero di Marx sia in sé immune dai rischi totalitari in cui è difatti finito – ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Ciò non toglie che Marx aveva visto come nessun altro quale miseria avesse prodotto l’economia politica spacciata per ontologia – a dirne una oggi, per gli amanti degli esempi concreti e “attuali”, come le crisi finanziarie possano portarsi dietro la devastazione nell’ “economia reale”. E dunque, con le parole di Bensaïd:: «L’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto» etc.

La fretta di buttarlo con l’acqua sporca del “socialismo reale” ha prodotto disastri, sempre più tangibili sulla pelle anche dei sostenitori del capitalismo più bieco. Non basta?

 

Michele Lupo

Intervista a Mishna Wolff

Con “Credetemi, c’ho provato” (Fandango, 2010) Mishna Wolff si mette a nudo e racconta la sua incredibile vita da bianca cresciuta come una nera, le tragicomiche peripezie di un’adolescente in bilico tra due culture.

Un romanzo incantevole e una vita decisamente non convenzionale di cui abbiamo parlato con l’autrice in Italia per la promozione del libro.

 

Alex Pietrogiacomi: Il tuo sguardo sul mondo. Bianco, nero o… ?

Mishna Wolff: Qualsiasi storia che parla di una maturazione e di una crescita come la mia storia, parla in realtà di un cambiamento che ti porta a spostare la prospettiva, il tuo sguardo sul mondo diventa diverso e non vedi più questo come bianco e nero, ma come quello che è: grigio, complicato, pluridimensionale. E quando ero una bambina piccola guardavo il mondo dall’esterno e volevo crescere per entrarne a far parte, ma crescere significava anche vedere le crepe di questa facciata e capire che tutto non è come pensavi da sempre che fosse.

 

A.P.: Qual è la cosa più difficile dell’integrazione per un bianco? E in generale?

M.W.: Non credo che ci sia una differenza, quello che è difficile è restare autentici, quando tutti quelli che ti circondano sono molto differenti da te. Crescendo nel mio quartiere ho capito che la gente non mi avrebbe rispettato o sarebbe stata diffidente se avessi tentato di imitarli in qualche modo, se avessi cercato di essere a tutti i costi come loro, se mi fossi sforzata di piacere. La difficoltà è questa, in situazioni del genere: l’autenticità, il saperla mantenere. Continuando a rispettare le differenze di chi ti sta attorno. Nel libro si legge che ero un’outsider e che ho cercato di imitare gli altri per piacere. A volte funzionava altre no, ma comunque alla fine ero io a non piacermi. Ero spaventata, insicura, ma indossavo una maschera che non mi apparteneva…

 

A.P.: Scrivi che al tempo del trasferimento nel ghetto, si poteva essere talmente poveri da non potersi permettere di essere razzisti, credi che sia ancora valido questo discorso?

M.W.: Era un tempo di controcultura dove c’erano gli hippy bianchi che si trasferivano nel ghetto per far crescere i loro figli, succedeva in parte per motivi economici e in parte per motivi politici. Nel nostro caso non era così però, perché i miei nonni abitavano lì, poi si sono trasferiti in un quartiere migliore lasciandoci casa. Noi siamo sempre stati poverissimi perché mio padre combatteva sempre per riuscire a tenersi un lavoro, ma i nostri vicini pensavano che fossimo poveri apposta, visto che essendo bianchi non potevamo esserlo.

 

A.P.: C’è una grande quantità di nomi neri nel tuo libro, lanciati qua e là, presi dalla musica, dalla storia e dalla letteratura, come ad esempio Iceberg Slim. Come hai vissuto questo tipo di contraltare alla cultura bianca?

M.W.: Io rimanevo assolutamente stupefatta di come nella scuola dei bianchi i miei compagni non conoscessero nomi che per me erano assolutamente imprescindibili come Huey P. Newton, co-fondatore dei Black Panthers che aveva coniato lo slogan Fight the power,del fatto che non avevano mai sentito parlare di George Benson, Run DMC, mentre invece erano ferratissimi su The Smiths o Beastie Boys. Ecco non capivo proprio come si potessero ascoltare i Beastie Boys mentre nel mio quartiere si ascoltava il vero Rap, quello appunto dei neri.

 

A.P.: Prendere la propria vita e raccontarla al mondo. Voglia di sfogarsi? Un atto di ribellione verso il padre o un’assoluzione?

M.W.: Io diciamo che ne ho sempre parlato della mia vita, ma dopo 6 anni da modella mi sono resa conto che dovevo parlare, che avevo qualcosa da raccontare e quando cominci a parlare ti rendi conto che non sei più “cibo” e che hai qualcosa da dire, quindi la prima ribellione è stata proprio questa, il cominciare a parlare, quando non volevo essere più un oggetto. Il primo saggio che ho scritto sulla moda ha offeso molte persone, ma questa storia, che ho impiegato dieci anni a metabolizzare prima di scrivere, mi ha stupito perché non pensavo che la mia vita potesse essere letta come “così speciale”, così diversa, e questo l’ho capito raccontandola. Ho avuto però bisogno di molto incoraggiamento dall’esterno prima di poterlo fare.

 

A.P.: Dopo aver scritto il tuo romanzo cosa hai scoperto in più su tuo padre e su di te?

M.W.: Credo di aver scoperto qualcosa di più sulla narrazione in realtà e cioè che la perfetta commedia e la perfetta tragedia si ottengono quando hai due persone con punti di vista totalmente conflittuali e che hanno entrambe ragione.

 

A.P.: Dove finisce la vecchia Mishna e dove comincia la nuova?

M.W.: Non credo che la vecchia Mishna sia mai finita, spero di essere in continua mutazione.

 

A.P.: Cosa butti della tua vita nel quartiere e cosa tieni assolutamente?

M.W.: È una domanda molto difficile. Io avevo molti giudizi su persone che ritenevo più privilegiate, più “bianche”, sono venuta al mondo con molti pregiudizi su parecchie cose che ritenevo borghesi e alcuni di questi erano profondamente sbagliati. So che non suona molto ribelle, però ci sono altre prospettive, altri punti di vista che non sono sbagliati. Certo non potrei mai essere testimonial del manifesto del capitalismo, per me tutti quelli di Wall Street dovrebbero essere ammanettati, però avevo molto bagaglio superfluo su alcuni concetti come il successo, il denaro: guardavo chi aveva i soldi e davo per scontato che fossero dei deficienti, ma non sapevo cosa succedeva veramente nella vita, nelle case delle persone. Butto via questo. I giudizi. Tengo assolutamente il divertimento! Perché crescere così è stato folle ma divertente, i ragazzini erano spontanei in un modo che non ho più avuto modo di vivere, sapevano raccontare storie e lì ho imparato perché se non sapevi farlo non avevi il diritto di parlare. E le donne nere che ho incontrato portavano avanti famiglie, avevano un senso di responsabilità, di comunità meravigliose. Donne incredibili.

 

A.P.: Ti sei avvicinata alla musica, sei una scrittrice, una bianca e una nera, modella… in queste tue “anime” qual è il comune denominatore?

M.W.: La curiosità.

 

A.P.: Cosa hai trovato in Italia?

M.W.: Ho viaggiato molto in Italia e la cosa che mi piace di più sono gli italiani perché sono molto acculturati ma anche capaci di stare insieme, di divertirsi. E queste due cose non sempre vanno di pari passo.

 

A.P.: Cos’è l’ironia per te?

M.W.: Tutto. È vedere la scena che si scrive da sola, tu che osservi lui e lei e ti rendi conto che tutto è perfetto e non vedi l’ora di scriverlo.

 

A.P.: Come andava con i tuoi ragazzi quando gli raccontavi la storia della tua vita? Hanno mai pensato di trovarsi davanti una svitata?

M.W.: Li preparavo, gli spiegavo la situazione dicendo che mio padre era veramente grosso. Cercavo di fargli accettare la situazione e loro pensavano che esagerassi, ma poi capivano e ci credevano davvero, altro che svitata!

 

Alex Pietrogiacomi

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 17

[continua da qui]

Rubare le parole al Presidente, si era detto in principio; ma quali reali intenzioni si nascondevano dietro questo slogan da letterati dell’ultim’ora?

La maggior parte degli opinionisti pensò subito a un tentato rapimento, magari condito da rivendicazioni filmate e videointerviste; insomma, a una guerriglia combattuta con le stesse armi del potere mediatico tanto inviso a questi intellettuali del precariato.

Vorrei soffermarmi un poco su questo concetto, prima di passare alle altre ipotesi, poiché non è affatto roba di poco conto. All’epoca c’era chi ancora non accettava come “naturale” questa condizione d’instabilità lavorativa – e molto spesso, a rimorchio, anche sentimentale e psicologica: c’era cioè chi si prefiggeva ancora di ridare una coscienza di classe, o almeno una sua parvenza, a un insieme eterogeneo di persone. Per la prima volta, ad esempio, cinquantenni e ventenni si potevano ritrovare nella stessa poco invidiabile condizione – per chi ancora si ricordava dei posti sicuri nelle aziende e nel pubblico impiego – di dover firmare contratti brevi, anche della durata di poche settimane. A nessuno balenava in testa, all’epoca, che a essere poco “naturale” fosse l’ipotesi di uno stato che come una madre potesse continuare a nutrire a ufo i propri figli, né che l’uguaglianza fosse roba buona solo per i filosofi, poiché l’uomo è avido ed egoista, e di questa stessa risma sceglie i propri governanti.

Ancora legati a un’utopia di stampo tardo ottocentesco, questi scribacchini non intuivano che da tempo il mondo avesse già preso altre strade, e s’incaponivano per questo di riportarlo sulla retta via, a costo di dover ripercorrere all’indietro un cammino già lungo di decenni. Essi non si arrendevano all’ipotesi vincente, e convalidata col sangue nel corso di tutto il Novecento, della selezione naturale, dello spietato darwinismo che si rendeva necessario corollario del capitalismo. Sarebbe bastato loro di rileggere il Leopardi per arrivar più lontano di quanto potessero fare le loro stesse gambe, ma anche volendo, il vizio dell’ideologia avrebbe impedito loro di aprire gli occhi dinanzi alla realtà.

Come non considerare la letteratura roba buona solo per oziosi, quando quest’ultima si compiace a prescindere di difendere gli ultimi e i bighelloni? Quando si batte per un immobilismo sociale che equivarrebbe a un ristagno culturale?

Ecco perché suona strana l’ipotesi del rapimento o dell’attentato; perché una banda di siffatti rammolliti non sarebbe stata in grado né di pianificarla, né tanto meno di eseguirla.

Più verosimile risulterebbe invece la teoria del confronto pubblico col Presidente, attraverso un tentativo, seppur violento, di appropriarsi di una cassa di risonanza tale da acquisire quella visibilità che non avrebbero raggiunto attraverso i loro libri.

Essi ambivano quindi ai microfoni e alle telecamere di uno studio televisivo? Erano, cioè, davvero così sicuri del loro armamentario verbale da cimentarsi in uno scontro – per la verità ben poco democratico, visto il rapporto di uno a cinque – con quello che molti ormai ritengono – e lui stesso concorderebbe con l’interpretazione – lo statista, nonché comunicatore, più importante di tutta la gloriosa storia del nostro stivale?

Simone Ghelli

Trauma cronico – Questi giorni

– … E da dove vieni?

– Da un posto pieno di gente cattiva.

Vanni Santoni

Amuchina, igienizzante per le mani: siamo in preda ad un delirio di massa, una psicosi generale.

Tra qualche anno, di questo passo, si andrà a finire tutti in giro con le mascherine come quei film di fantascienza americani per le televisioni. In realtà, è anche, come sempre, una questione d’interessi. Nelle farmacie e nei supermercati la richiesta di questi igienizzanti cresce a dismisura, ci si spruzza continuamente, pare che una persona su sei non si lavi le mani dopo aver urinato (si dice che il sondaggio sia stato fatto fuori i bagni degli autogrill), ed è panico.

Ma lasciamoli vivere questi batteri! Evviva gli anticorpi!

In quest’epoca violenta e dominata dalla religione del profitto, ecco che vengono sequestrate pure le prime tonnellate di prodotti cinesi taroccati; e chissà quanti ce ne saranno già in commercio… attenti a voi. È tossico il capitalismo, ed è tossico anche il pensiero.

L’aria è irrespirabile, ho letto che a Milano sono indagati la Moratti e Formigoni, l’acqua è privatizzata, il cibo pronto per nuovi rincari (senza fonte).

La bellezza del mondo è stuprata ogni giorno da noi stupidi umani, in tanti nostri piccoli gesti, in ogni respiro, ogni movimento mascellare di masticazione, passa la morte attraverso il nostro intestino che tutto trasforma in merda, la merda che ogni giorno mangiamo e beviamo, e che acquistiamo a caro prezzo coi pochi soldi che abbiamo.

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Sento sempre più persone intorno a me che perdono il lavoro, ma questa non è una novità. La tragedia avanza e aumenteranno le tensioni sociali, con la politica che si disinteressa a tutto, occupata in faccende lontane dai cittadini.

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Sui giornali online, venerdì, riflettori puntati sulla deposizione del pentito Gaspare Spatuzza, che tra cosa nostra e dio pare abbia scelto quest’ultimo. Finora sono venuti fuori elementi inquietanti, certo dovranno essere verificati da chi queste cose le fa di mestiere, non certo da politici o giornalisti, staremo a vedere.

Ieri, sabato, Libero titolava “Le minchiate di Spatuzza”. Libero, appunto.

Probabilmente, tra qualche giorno, non se ne parlerà più, ci sono notizie di rilevanza ben più importante, come le nuove sulla vicenda Calciopoli, senza dimenticare la condanna per l’omicidio della studentessa inglese, uno di quei processi mediatici che vanno tanto di moda da un po’ di anni a questa parte, quelle faccende, quasi sempre private, che riempiono giornali e televisioni, chissà poi perché… già, chissà.

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Comunque, la buona notizia è che l’urna di Città del Capo, che per chi non lo sapesse si trova in Sud Africa e non ad Arcore, è stata benevola con gli azzurri, che, sempre per la precisione, non sono i sostenitori di Forza Italia/CdL/PdL, bensì i calciatori della nazionale. In questo paese diventa sempre più difficile scrivere e parlare, il linguaggio ha subito uno stravolgimento velocissimo e improbabile negli ultimi vent’anni che non si riesce a stargli dietro. A mia ingannevole memoria, pare che tutto nasca quando la figura del Presidente del Consiglio venne denominata Premier.

L’Italia del pallone che urlava allo stadio e davanti alle televisioni, da un giorno all’altro non poté più gioire al grido di “Forza Italia!”, che sennò uno poteva pensare che si parlasse di quel partito nuovo dell’imprenditore milanese. Ma oggi siamo andati oltre, addirittura gli eroi, per dirne una, sono diventati dei mafiosi certificati; lo scempio della parola si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi impotenti.

Però dobbiamo essere felici, perché tra poco ci sarà il mondiale ed il paese, ancora una volta, si fermerà (che sia la volta buona che imploda!). Io, come chi legge questa rubrica ben saprà, spero che l’Italia non vincerà: lo spero perché amo questa terra indegna e ingrata, Italia.

Questa Italia dove al peggio non c’è mai fine, dove accade l’impensabile, come quei poveri bambini a Pistoia che hanno subito delle violenze immonde. Bisogna raschiare a fondo per uscire da questa grossa follia collettiva. L’Italia sta male, molto male. Forse l’Italia è morta ma non se ne è resa conto.

L’altro è scomparso, e per salvarsi, oggi, l’uomo italico, si nutre della speranza vana del superenalotto o di winforlife, l’unico modo per fargli pagare le tasse senza che se ne accorgano, poveri fessi.

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A volte, sempre più spesso, assorto nei miei piccoli umani pensieri, mi capita di chiedermi: dove sono finiti, gli uomini?

Gianluca Liguori