Cos’è tutto questo teatro?

La prima tesi sul teatro potrebbe essere: “Il teatro è una nostra riproduzione. I personaggi sono tutti frutti della nostra mente, riproduce la vita”. La seconda: “Il teatro non ha nulla a che vedere con la vita o con la realtà: come fanno i personaggi teatrali a essere delle proiezioni della mente umana?”.

A questo punto si potrebbe rispondere che il teatro offre delle “macroscopicizzazioni” di fatti reali microscopici, cioè ingigantisce aspetti remoti della realtà. Ma questo non vorrebbe dire che il teatro è una fotografia della realtà. Leggi il resto dell’articolo

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Marx – Istruzioni per l’uso

Marx – Istruzioni per l’uso (Ponte alle Grazie, 2010)

di Daniel Bensaïd

 

Accompagnato dalle vignette di Charb, uno dei maggiori disegnatori francesi, direttore del settimanale satirico «Charlie Hebdo», il volume in oggetto direbbe a primo impatto di una strana natura anfibia, non del tutto seria, ammiccante, spiritosa: cosa lontanissima dal vero, perché si tratta di un lavoro che in più parti richiede invece un minimo di addestramento, pur schivando la forma accademica dei saggi per specialisti. Detto che viene il sospetto che l’editoria abbia bisogno di strambi travestimenti per far passare Marx alla cassa delle librerie, di strizzar l’occhio a un qualche divertimento per renderlo digeribile, il libro di Bensaïd (scomparso recentemente) mette in guardia proprio dal relegare il grande filosofo di Treviri in una nicchia accademica perciò stesso innocua e ininfluente alla, si sarebbe detto una volta, “prassi” politica e persino alla liceità di un suo uso giornalistico. L’introduzione e il primo capitolo sull’adolescenza del giovane Marx bohemien, bevitore robusto dall’aspetto furente, frequentatore di poeti, sveglio quanto basta per comprendere che nella Prussia reazionaria di Federico Guglielmo IV non v’è posto per la libera ricerca quindi tantomeno vi albergano speranze per una carriera universitaria dignitosa, questo incipit e la metafora del Capitale come un noir concedono quel po’ che basta per avvicinare il lettore a digiuno di certi argomenti; però presto la divulgazione prende un andamento tutt’altro che corrivo e facilone. L’assunto è semplice: «Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx». La frase è di Derrida, un tale cui si può muovere qualsiasi critica tranne quella d’esser stato un buzzurro e truculento stalinista come piace pensare ai liberali d’oggidì di chiunque non si sia pacificato nell’accettazione supina del capitalismo quale che sia, compreso quello che sta facendo strame di un secolo e rotti di conquiste sociali e civili.

Come ci ricorda Bensaïd, Marx ben presto prese le distanze dall’umanismo romantico dei socialisti alla Proudhon, e questo è noto; interessante invece la considerazione secondo cui qualcosa di quel modo di pensare oggi è ravvisabile per lui in certe pose teoriche come quelle che fanno capo al cosiddetto pensiero della “decrescita”: l’immagine di un mondo artigianale fatto di piccoli produttori indipendenti, e tanto calore domestico – che sembrano omettere dall’orizzonte sociale l’idea stessa del conflitto, ossia quel principio agonistico senza il quale per Marx non v’è storia (e si è visto aggiungerei in quale condizione ci abbia precipitato il pensiero di una “fine della storia”). Religione, denaro, stato, economia politica: il Marx che si avvicina al ’48, ossia al Manifesto, inizia a strutturare sistemi teorici notoriamente più complessi – ritenuti da alcuni deterministici – che si vuole di solito accogliere soltanto calandoli nella realtà dell’Europa coeva. Ma oggi come allora il materialismo è innanzitutto un assalto alla religione che è per l’intanto religione delle illusioni. Marx non fa che portare a termine (anch’esso temporaneo, questo sì) il passaggio dalla trascendenza coatta che serviva la nobiltà e le corti europee all’immanentismo illuminista: l’uomo, sottratto all’astratta sovranità del cielo, non è nemmeno un microcosmo spirituale autosufficiente, bensì corpo concretamente immerso nella storia (materiale). In ciò, al netto degli indubbi tratti dogmatici del suo pensiero – guarda caso quelli più fallaci, guarda caso quelli che sfuggono al suo controllo teorico e recano le tracce mnestiche dell’hegelismo da una parte e di una improvvida escatologia ebraica dall’altra, la convinzione in fondo irrazionale che la storia procedesse verso una direzione lineare in cui il comunismo si sarebbe realizzato perché innestato sul capitalismo, da esso stesso necessitato, resta la diagnosi difficilmente discutibile: «all’inizio della ricchezza vi era il crimine dell’estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato ai lavoratori», a dirla con Engels, «un omicidio».

Personalmente, non credo che il pensiero di Marx sia in sé immune dai rischi totalitari in cui è difatti finito – ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Ciò non toglie che Marx aveva visto come nessun altro quale miseria avesse prodotto l’economia politica spacciata per ontologia – a dirne una oggi, per gli amanti degli esempi concreti e “attuali”, come le crisi finanziarie possano portarsi dietro la devastazione nell’ “economia reale”. E dunque, con le parole di Bensaïd:: «L’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto» etc.

La fretta di buttarlo con l’acqua sporca del “socialismo reale” ha prodotto disastri, sempre più tangibili sulla pelle anche dei sostenitori del capitalismo più bieco. Non basta?

 

Michele Lupo

L’inutilità del genio post-moderno /2

Entriamo ora nel vivo. «Ogni uomo è un debitore e un mimo, la vita è teatro e la letteratura è una citazione»: Emerson, Società e solitudine. Questa citazione extra ci dà il là per la prossima domanda pleonastica e retorica che dobbiamo porci: di che cosa la letteratura è la citazione?

(Citazione, dunque contagio da un testo all’altro. Contagio esclusivo perché non per tutti e non in tutte le modalità).

Se questa letteratura di cui ci riempiamo la bocca è, come abbiamo visto, un’illusione repertiata e reiterata all’infinito nello spazio e nella storia ed è anche un morbo elitario, inevitabilmente dobbiamo ricercare la sua fonte originaria – cioè la cosa di cui è citazione – in campi analoghi a quelli rilevati.

Illusione (o menzogna o sogno o visione o come si vuole), morbo, fenomeno elitario: dove arriviamo? Arriviamo a una malattia poco comune che ha molto a che fare con l’illusione.

Marx e Freud dicevano (mutatis mutandis) che l’automatizzazione (leggi: reiterazione, compulsività) aliena e uccide (alienazione e thanatos, questi i principi che approfondirono in tal senso). Dunque, questa malattia rara d’illusione vestita, è mortifera e alienante.

La risposta diventa improvvisamente chiara, addirittura lampante: la letteratura è citazione della follia.

L’arte della follia. Il rapporto fra follia e creazione artistica ha creato da sempre curiosità e interesse. Perfino la follia di Nietzsche, quindi non un artista nel senso “tradizionale” o “comune” del termine (è meglio sorvolare sulle sue liriche pubblicate postume in uno stile decisamente brutto e accademico), ha stimolato non poco la fantasia degli studiosi, impegnati a capire se sia stata la follia a influenzare la sua filosofia o se la sua filosofia abbia determinato la follia (in questa sede preferisco trascurare il cinico dato della febbre sifilitica).

Quella di Nietzsche è un caso decisamente poco comune: prescindendo dalle modifiche apportate dalla sorella filonazista Elisabeth, la sua opera si caratterizza per la complessità con cui si snoda attraverso tematiche e registri stilistici assai differenti. Dall’organico saggio letterario-filosofico La nascita della tragedia all’apologo filosofico-favolistico espresso quasi unicamente per aforismi del Così parlò Zarathustra, al libro quasi propriamente filosofico di Considerazioni inattuali o Umano, troppo umano.

Ben consapevole del rischio che si corre di sollevare diatribe già ricorse nel mondo della filosofia e della letteratura, sono tentato di sottolineare la raffinata letterarietà dell’opera del filosofo. Pare quasi che Nietzsche abbia compreso l’importanza d’un linguaggio capace di coinvolgere ed esprimere, lontano dai peripli linguistici d’un Kant o d’uno Hegel (non a caso i testi di quest’ultimo furono definiti da Schopenauer «il più inutile, insulso sproloquio di cui si sia mai accontentato una testa di segatura» espressa nel «linguaggio più orribile e anche assurdo, che ricorda il delirio dei folli»). Sembrava aver colto il problema stesso del dire, così come lo colse in seguito Heidegger, che probabilmente ne aveva abbastanza di dover lavorare con un linguaggio che lo costringeva a scrivere frasi come «Nello stato emotivo l’Esserci è già sempre emotivamente aperto come quell’ente a cui esso è rimesso nel suo essere in quanto essere che esso, esistendo, ha da essere».

Lo stile nietzschiano è sobrio, ma ricco; asciutto, ma evocativo; abbordabile, ma elegante. Si tratta d’una vera e propria opera di divulgazione, fatta sia per filosofi che per letterati che per uomini comuni.

Quindi anche per Nietzsche si può innescare una delle suddette diatribe su filosofia e letteratura. Diatribe del tipo: Leopardi, Esopo, Dante Alighieri, De Sade, Borges, Machiavelli, Henry Miller, Orazio, Jean de La Fontaine, S. Francesco sono più scrittori o più filosofi? Confucio, Rousseau, Platone, Sartre, S. Agostino, Pascal, Giordano Bruno, Erasmo da Rotterdam, Kierkegaard, Voltaire sono più filosofi o più scrittori? Per non parlare di casi affini a quelli di La Rochefoucauld, Buddha, Hölderlin, Novalis o lo stesso Nietzsche.

Ma non è questo l’argomento di cui stiamo parlando, perciò ritorniamo al discorso interrotto poco fa.

Un altro dei molti punti in comune fra follia e arte è Van Gogh. Impressionista ante litteram, colpito dalla nausée du vivre prima di molti altri, fragile e forte, visionario e depresso. In lui c’è la sintesi di molti motivi esistenziali e anarchici, superomistici e decadenti, artistici e volgari: un Machiavelli della pittura, azzarderemmo.

All’orecchio di Van Gogh si possono dare mille significati (oltre quelli ufficiali): rifiuto, depressione, ribellione, autolesionismo pseudo-religioso e ancora ricerca di sé, effetti della vita, edonismo masochista, etc…

Come mille significati si possono dare allo stile e alle opere di De Sade, alla sua psicologia, alla sua dialettica, alla sua follia, agli intermezzi filosofici in Justine o in Filosofia del boudoir o nei Dialoghi filosofici.

E ancora il succitato Hölderlin, morto folle dopo essere stato un precoce filosofo e un precocissimo poeta. Quasi identico a Lucrezio, che addirittura, come riporta l’arguto padre della chiesa S. Gerolamo, scriveva per intervalla insaniae.

Tirare le somme di quest’argomento è quasi impossibile (non dico del tutto impossibile solo perché sono convinto che nulla sia impossibile), oltre che per scarsità di studi in merito, perché si cadrebbe sicuramente nell’opinione soggettiva.

L’unico modo per capire se la follia sia elemento integrante della produzione artistica o se piuttosto la produzione artistica conduca alla follia sarebbe diventare pazzi o artisti (che, in fin dei conti, sono praticamente la stessa cosa: o, meglio, sia i folli che gli artisti godono della “lateralità”).

Oppure si potrebbe provare a sostenere la seguente ipotesi: l’artista è un pazzo e viceversa.

Cosa fa l’artista nelle sue opere? Coglie il circostante, lo destruttura… lo smembra, lo rielabora pezzo per pezzo e lo ricostruisce in una propria maniera originale. Il processo patologico della follia è il medesimo. Il pazzo destruttura e ricostruisce la realtà a proprio uso e consumo.

La creazione dell’opera d’arte, insomma, si serve dello stesso processo di derealizzazione del mondo che nel folle è spontaneo. L’artista si serve della sua sensibilità e della sua cultura per ricostruire la realtà, la ricostruisce – per così dire – “umanisticamente”. Mentre il folle opera tale processo servendosi d’una logica; della sua logica, che ricostruisce tutto in termini fondamentalmente incomprensibili per gli altri esseri umani. Ma logicamente! Potremmo arrivare a dire che, mentre l’artista “pecca” di soggettività, il folle conserva una certa logicità all’interno della sua follia. È vittima della propria logica, mentre l’artista lo è della propria sensibilità.

E seppure fosse illogico, il folle, sarebbe comunque antiumanistico.

De Sade, all’incrocio fra arte e follia, dava dei significati propri a concetti comunemente accettati dalla società a lui contemporanea. Così come un secolo dopo avrebbe fatto Nietzsche con la filosofia, Van Gogh con la pittura e come aveva fatto Lucrezio con la poesia.

Tutti loro avevano trasposto la destrutturazione del reale nell’arte, con risultati davvero eccezionali. Altri intellettuali e artisti, pur bravissimi e preparatissimi, non sono stati in grado di raggiungere i risultati di uno dei personaggi succitati.

E perché questo? Perché non erano “pazzi”.

 

Antonio Romano