LA (NEO)SFORBICIATA (now with a dancing preamble)

Valeria Crippa, che ne sa di danza, ha scritto un libro su Lucia Savignano, uno su Rudolf Nureyev e nessuno sul calcio, nonostante i passi doppi, le piroette e le panchine ballerine che si possono osservare agli stadi ogni domenica.

La Crippa è l’unica, secondo il signor Gogòl, ad aver mai usato nell’internet la parola “neostagione”, ed io mi sento un po’ in buona compagnia, ora, perché a lanciar neologismi ci si sente sempre una terribile responsabilità sulle spalle, mentre con illustri antecedenti è tutt’un altro paio di maniche (la Crippa pubblica per Rizzoli, per dire, che è la casa editrice, non l’arbitro).

Le neostagioni che stanno per cominciare, a dircela tutta, sono due, o almeno sono due quelle che ci interessano, magari c’è anche una neostagione di danza ch’è lì per aprire i battenti, ròba che interessa Valeria Crippa, però, mica noi.

Le nostre sono: il campionato di serie A Tim stagione duemiladieci-duemilaundici e la rubrica su Scrittori Precari che parlerà, per trentotto settimane, diciannove ad andare e diciannove a tornare, del campionato di serie A Tim stagione duemiladieci-duemilaundici, e di un fracco di altre ròbe che rotolano attorno alla sfera di cuoio più bastarda della storia umana.

Una rubrica che si chiamerà Le uniche sforbiciate del lunedì.

La novità più nuova del neocampionato che sta per iniziare è il posticipissimo.

Se ne è parlato tanto: no al campionato spezzatino, sì al campionato brasato. Campionato al ragù: parliamone.

Resta il fatto che si giuocherà al calcio dal venerdì al lunedì, senza soluzione di continuità, e finiremo per avere del weekend la stessa concezione che debbono avere i parrucchieri, che già il sabato alle diciotto (quando comincia a svuotarsi la poltrona da tonsore, e quando inizia il primo degl’anticipi) cominciano a pregustarsi lunghe giornate scevre di sforbiciate (nell’accezione colpi di forbice) tanto quanto ricche di sforbiciate (nell’accezione sensazionalistico colpo calcistico che consiste nel colpire il pallone con il corpo sollevato da terra e le gambe che compiono il movimento tipico della forbice).

La sforbiciata, l’avrete capito, è la rovesciata.

Nell’immaginario collettivo italiano la sforbiciata par excellance è quella di Carletto Parola, che il quindici gennaio del millenovecentocinquanta, in un Fiorentina-Juventus, sciorinò il gesto dell’album della Panini, per capirci.

Eppure forse non tutti sanno che ad inventarsela, la rovesciata, è stato un cileno, Ramón Unzaga, in un pomeriggio umido passato a giocare al pallone nel porto di Talcahuano, lo racconta Eduardo Galeano.

Così come cileno era pure David Arellano, centravanti del Colo Colo, società storica di Santiago che nel 1927, prima tra le andine, si recò in Europa per una tournée d’amichevoli.

Per i giornalisti spagnoli, quell’acrobazia di gambe che in un vai-e-vieni imitavano le lame della forbice, quell’acrobazia che faceva Arellano divenne subito la chilena.

(In quella squadra giocava pure un tipo che di cognome faceva Sepùlveda, pensa.)

Il 2 Maggio del 1927, era un lunedì, il Colo Colo affrontò il Real Valladolid. Arellano, capitano ed uomo simbolo, entusiasmò il pubblico con la sua chilena finché non fu costretto ad uscire dal campo per via di un brutto scontro di gioco con un difensore.

Ricoverato in ospedale, il giorno dopo sarebbe morto per una peritonite, per i postumi della gran botta, pensa.

Per questo, di lunedì, non si fanno più le sforbiciate, ed i barbieri sono chiusi.

Ma no che non è vero, però c’è una leggenda altrettanto simpatica, la sapete?, sul perché il lunedì e non un altro giorno, che parla di rasoi assassini nella Firenze del millecinquecento e di una massa di curiosoni che chiudono bottega per andarsene ad assistere ad un’esecuzione capitale.

I pragmatici la vedono diversamente, dicono che barba e capelli si fanno in vista del finesettimana, mica dell’inizio, e quindi ci sta che si rimanga aperti anche fino a mezzanotte il sabato, ma il lunedì, tanto, chi ci va dal parrucchiere?

Perché invece, dicono sempre i pragmatici, perché allo stadio, il lunedì sera, chi ci va? Nessuno. Facciamo che il posticipissimo è solo da guardarselo in tivvù, allora.

Il mio, di barbiere, si chiama Vanni, ch’è il diminutivo di Geovanni. Non Giovanni: Geovanni.

Geovani era un calciatore brasiliano, vestiva i colori del Bologna quando il mio parrucchiere è nato e niente, suo padre tifava Bologna e gl’ha messo nome Geovanni.

Vanni le partite non va mai a vedersele allo stadio, c’ha l’abbonamento con Conto Tv, che trasmette tutti i match del Napoli, perché poi Vanni ha preferito la torcida del Napoli ai tortellini bolognesi.

Vanni, quando vede le partite in tivvù, il giorno dopo s’infervora.

Una volta il Napoli era impegnato nell’anticipo del venerdì, io sono andato di sabato mattina, parlava e parlava e parlava e non faceva attenzione, così con le forbici m’ha portato via un pezzo di nèo, un nèo che ho vicino alla basetta e del quale sono geloso, mi preoccupo sempre che si faccia attenzione, ai miei nèi, come Nanni Moretti in Caro Diario.

Ora, da quest’anno che si gioca pericolosamente a ridosso dei turni lavorativi di La maschil vanità (si chiama così, la bottega del mio barbiere), dovrò aver timore d’andare da Vanni non solo di sabato, ma pure di martedì, prono com’è alle sforbiciate inaccorte.

A meno che il Napoli non vinca sempre.

Son cose, queste, di cui dovrebbero tener conto, quelli che stilano i calendari.

Fabrizio Gabrielli