Per oggi si può respirare

di Carmen Vella

Dopo quello che è successo, non mi va di andare di là a vedere la tele con la mamma e il papà. Voglio starmene un po’ qui a ripensare alla giornata e fare un riassunto sul diario. Tanto oggi c’è ancora la fiction. E quelli vestiti coi pizzi e le gonne fino ai piedi come nell’antichità non si possono guardare.
La mamma ha insistito, si vedeva che mi voleva con loro. Mi ha detto che potevo tenere il telecomando e scegliere io. Ma stasera non c’è verso, le ho promesso che la tele la vediamo insieme domani, che è meglio ancora perché c’è X-Factor e facciamo le scommesse su chi mandano a casa (e c’azzecco quasi sempre io).
Così sono già sotto il piumone con la penna in mano. C’è un buon profumo di marsiglia perché ho preso il pigiama pulito dallo stendino, così la mamma non lo deve neanche stirare. Ho acceso la radio con il volume basso, almeno c’è un po’ di sottofondo e mi sembra di notare meno il silenzio al piano di sopra.
Il cell è spento, per oggi voglio dimenticarmi che esiste.
Apro il lucchetto e sfoglio veloce le pagine già scritte. Devo cercare di non calcare troppo con la punta della penna, se no finisce che ci faccio un buco. La carta è tutta ondulata, però mi piace passarci il dito sopra e sentire le parole in rilievo.
Poi trovo la prima pagina bianca e inizio.

Caro diario,
scusa se in questi giorni non ti ho scritto ma avevo l’interrogazione di italiano e dovevo studiare un capitolo nuovo più tre vecchi perché la prof ci aveva detto che li chiedeva (anche se alla fine ha fatto domande solo su quello nuovo, che stronza! Se lo sapevo, almeno ieri andavo da mia cugina che mi aveva invitato a giocare alla Wii).
Ti scrivo perché oggi è successa una cosa che ti devo assolutamente raccontare. Una cosa brutta, anzi bruttissima, che riguarda Leggi il resto dell’articolo

Pipì à Paris

di Carmen Vella

Di questi tempi i ricchi mi danno l’orticaria.
Se ne stanno con la Louis Vuitton appesa sulla spalla o il Rolex che scintilla intorno al polso e si lamentano perché quest’anno la crisi si sente per davvero. Cavalli di razza con i paraocchi di Dior.

Faccio la wedding planner. Apprendista wedding planner, per la precisione. Organizzo matrimoni per gente che ha soldi a sufficienza per non dover farselo da sé.
Come questa qua: Luisella Berrini Della Porta. Cappottino beige con maniche a tre quarti e generoso fondotinta dello stesso colore.
“Marta, che ne dice di proseguire per i Jardin des Tuileries? Li ho sempre trovati strepitosi e vorrei usarli come sfondo per il servizio fotografico”, mi chiede mentre sistema diligente le mèches bionde dietro le orecchie.
Ci troviamo nella Ville Lumière, dove tra qualche mese si unirà nel sacro vincolo del matrimonio con Gianfranco Magri, suo storico fidanzato da quasi un decennio. L’andirivieni tra i negozi degli Champs-Élysées deve averle messo caldo, perché il labbro superiore è imperlato di sudore.
“Ottima idea, così possiamo scegliere gli angoli più suggestivi da suggerire al fotografo”.
È metà pomeriggio e siamo in piedi da questa mattina all’alba. Dopo aver portato i bagagli nell’albergo, abbiamo girato mezza città alla ricerca di un abito con il corpetto lavorato a mano. Ne avrà provati sì e no una ventina, ma dato che nessuno le ha fatto perdere la testa, proseguirà le ricerche una volta rientrata a Milano.
Non so come, ma non me la vedo a perdere la testa per qualcosa.
Si sposa perché ne ha abbastanza delle scappatelle di Gianfranco. Me lo disse la prima volta che la vidi. Non volendo procurarsi altre Leggi il resto dell’articolo

Maternity Rock

di Carmen Vella

Io odio le mamme. Tutte.
Soprattutto queste qui di provincia. Sciatte, già gravide a vent’anni. Vita che finisce prima ancora di iniziare.
Fin dall’asilo hanno stampato nella testa due foto: loro sull’altare di fianco a un uomo travestito da pinguino e sempre loro, qualche chilo più tardi, con un neonato fra le braccia.
Questo è tutto ciò che vogliono. Punto. Il resto è un esercizio di collage più o meno curato per trovare chi si adatta meglio alle sagome. E se si vede lo stacco poi ci pensa photoshop.
Io un figlio non lo voglio. Bisogna aver le idee chiare su come va il mondo per fare figli.
I bambini cagano e pisciano, vogliono sapere perché questo e perché quello. E glielo devi dire.
Ma io di questo e quello, per ora, non ci ho capito un cazzo.
Lo lascio a voi il mestiere di madre. Non ho bisogno di partorire per fare figli.
Io, i miei figli, li faccio con la creta.

Mi chiamo Viola, sono al quinto anno del liceo artistico e la prima lezione sulla creta, tempo fa, è stata la cosa più fica che mi sia mai capitata.
Intendiamoci, nulla a che vedere con la scena da diabete di Patrick Swayze e Demi Moore avvinghiati attorno al tornio, che con Ghost ci siamo giocati la reputazione.
La creta non è mica quella roba lì. Niente dita intrecciate o lingue umide. È una faccenda più cazzuta, roba forte. È puro Rock.
Con i quadri te ne stai buono ad aspettare il verdetto di una faccia indecisa tra l’estasi da capolavoro o la smorfia di sufficienza che Leggi il resto dell’articolo