Un altro Natale sulla neve

Il sangue sulla neve ha un potere ipnotico sul cervello.

Forse perché mi ricorda l’amarena sul fior di latte che mangiavo da ragazzino alla gelateria all’angolo della strada. Mi riporta in mente quei sapori dolci fino alla nausea per cui perdevo la testa.

Il sangue sulla neve continua a farmi ricordare quel freddo in bocca, o forse è il fatto che mi sto pulendo la bocca con quel manto bianco che ricopre la foresta. Ogni volta è un macello. Ogni volta una specie di rituale da cui non si scappa. Arriva il primo colpo, poi il secondo. Tu sei lì che ghigni. Il sangue comincia a scendere dal lato della bocca. Il ghigno è sorriso e i denti affilati stridono come treni che cercano di fermarsi perché non hanno più rotaie per proseguire. La lingua schiocca dopo il secondo affondo. La carne si schiude come un fiore prezioso che in sé faceva vivere un frutto succoso, tutto si inonda. Di sangue.

A quel punto l’unica cosa che posso fare è cercare di ritornare in me, di darmi una parvenza di civiltà e pulirmi la bocca. Che diamine! Non sono mica un barbaro! Non sono mica un volgare villano senza educazione. Afferro un pugno freddo di acqua solida. La mastico e torna fiume che lascio scivolare dalle labbra per essere la cascata purificatrice delle mie azioni.

Ogni anno si ripete la stessa scena. Ogni anno sempre più in colpa, ogni anno altro sangue.

Il Natale non è più un’ancora al bambino che ero, è la condanna che si rimanda nel braccio della morte, a pochi passi dalla sedia elettrica. E quella meriterei. Come si possono commettere tali scempi oggi? Come si fa a guardare con i miei occhi la scena a cui assisto annualmente?

Chiedere aiuto agli altri sarebbe facile. Ma cosa potrebbero dirmi loro? I miei fratelli? Mia madre e mio padre? Niente. Che è la nostra natura, che viviamo qui nella foresta proprio per questo, per essere completi e non vergognarcene. Per essere quello che gli uomini sono sempre stati, prima che tutto cambiasse, prima che la catena alimentare fosse stravolta dall’educazione alimentare e dalla civile società moderna. «Mangia per vivere, non vivi per mangiare». Un vecchio adagio. Ma ha ancora senso? Soprattutto per me? Quando il senso di vuoto ti opprime e sai che se non mangerai non vivrai per davvero, non ti sentirai te stesso, completo, forte, ululante. Che il tuo vivere è mangiare. Che due verbi sono i nomi di due fratelli che si staccano la testa a morsi dentro di te per vedersela ricrescere e ricominciare.

Il tempo è passato. La mezzanotte è scoccata. Il sangue è congelato. Come quelle vecchie glassature di quando ero piccolo.

Respiro e rientro in casa, dalla mia famiglia, per gli auguri. Un altro Natale.

E il silenzio delle anime che riposano nei nostri piatti.

Alex Pietrogiacomi

I Cariolanti

I Cariolanti (Elliot, 2009)

di Sacha Naspini

Fame. E’ il grugnito di quella scrofa chiamata vita. Un verso che spezza il silenzio dei pensieri, che lascia attoniti i sospiri e che divora ogni azione. Fame. Nell’allargarsi delle vocali c’è qualcosa che aspira, che succhia avido dal midollo stesso dell’esistenza. Un rivoltante sapore di nulla che non permette di lasciarsi andare alla contemplazione degli uomini, all’apprendimento dei loro usi, regole, ragioni. Quel gusto privato di odore rende tutto semplice. Vuoto. Colmare. Riempire.


Vuoto. Colmare. Riempire. Come nella buca nel terreno dove tutto comincia, dove per la prima volta Bastiano si sente raccontare dei Cariolanti, che se non mangi tutto ti vengono a prendere e ti portano via per divorarti.

Nel terreno sente i rumori della vita che si smuove attorno a lui, che viene scossa dal tremito dei corpi che muoiono per la guerra del ’18, un conflitto di cui non sa nulla perché il padre, imboscato, non ne parla. Il padre lo tiene rinchiuso con la moglie in quell’angusta fossa, coperta da tavole e sterpi, dove devono accendere il fuoco al coperto, rischiando il soffocamento, dove quando piove l’acqua e il fango invadono i capelli, li sfibrano, come il fisico che non riesce a sostenere i morsi della fame.

E quando arriva l’inverno e le bestie non si possono cacciare con la solita trappola (una lancia appuntita che sfonda il cranio da un foro sottoterra) cosa si mangia? Come si mangia?

La fame. Fa sporcare le unghie nello sforzo di scavare in cerca di una radice, di un verme, di qualsiasi cosa. La fame tramuta “il qualsiasi cosa” in una parte della coscia della madre. Una piccola parte però, quel tanto che basta, magari solo un pezzettino da dividere poi anche con la povera donna che al risveglio, grazie a un cinghiale ucciso, neanche si assaggia.

Da quel momento tutto cambia perché quello che Bastiano vive è una realtà amplificata. Disumana nell’accezione animalesca. È un uomo che ragiona a quattro zampe, che respira con le orecchie dritte le voci dei paesani nel momento in cui il conflitto termina e finalmente si può costruire una casa per abitarla.

Un crudele scherzo della natura umana che non scende a patti con l’evoluzione. Bastiano è questo. Istinto puro trattenuto a fatica dalle regole sociali, istinto legato alla fame ereditata dal padre, uomo pragmatico, essenziale, nudo nella sua terribile presenza, in tutta la sua terribile e lontana presenza è dentro il figlio a spingere contro le pareti delle sue vene per farlo diventare più grande, più uomo, ma senza spiegargli il perché. Senza dimostrazioni d’affetto per quel tardo che si mena l’uccello dietro le siepi.

Ma il retaggio famelico non è soltanto paterno perché la madre nella sua silenziosa coerenza di conservatrice di vita è amorevolmente glaciale nello spiegare al figlio come funziona il mondo. Una donna marziale che insegna anche come si devono toccare le donne, che sacrifica ogni pudore per la carne della sua carne, che vuole appagare quegli occhi giovani che chiedono un pasto di risposte. Madre che addenta la sopravvivenza da ogni lato.

La storia di Bastiano è un incredibile viaggio nell’Italia delle due guerre, nella campagna, tra boschi e branchi di cani, innamoramenti violenti e incoscienti, fughe dalla realtà, da sé stessi, avvinghiati alla bella penna di Sacha Naspini, che mette insieme il passato e il futuro della nostra letteratura con bravura disarmante. Nello stile del trentatreenne autore toscano si ritrova un Collodi privo della fiaba, un realismo moderno che riesce a gettare il lettore in vicende accadute più di novant’anni fa senza creare distanza temporale, senza renderle anacronistiche o passate.

La vita di Bastiano è un tuffo nel vortice della fame e della disperazione umana. Una disperata consapevolezza di essere nato per traverso e di non riuscire a trovare un pasto che sappia saziare quella bocca interiore spalancata che porta il nome del protagonista. Che trancia i tessuti di ogni illusione sporcandoli del sangue e della merda della storia di un uomo.

In tre righe? Sporco come la faccia di un bambino affamato.

Alex Pietrogiacomi

Qui l’intervista a Sacha Naspini.

Pranzo di famiglia alla domenica con debutto della fidanzata da 4 del figlio maschio

Nel silenzio raggelato del pranzo domenicale la madre afferma con sicurezza: «Le orge non sono come le fanno vedere nei film hard. Non lo sono».

Il nostro protagonista si strangola con l’arrosto di vitella. Apre e chiude la bocca un paio di volte. Cerca di protestare, debolmente: «Ma, mamma…», gli esce dalla bocca.

«E certo», ribadisce la progenitrice, mentre il sole invernale di Roma illumina la sala da pranzo, «le orge dei film sono fatte per essere mostrate a noi spettatori». Il cane, Carciofo, tende le orecchie, mentre un’ambulanza si trascina ululando per le deserte strade.

Il protagonista guarda il padre con l’idea malsana che egli possa tenere al decoro. Ma sa bene che la risposta è: per niente. L’uomo si alliscia i baffetti grigi, la forchetta con le patate ferma a mezza corsa. Sta pensando, il padre. Ai film porno, in primo luogo, all’arrosto di vitella un po’ secco, in secondo, e a cercare di ricordarsi il nome della fidanzata del figlio, in terzo e ultimo.

«E scusa», dice il maschio adulto che percepisce un reddito mensile di seimiladuecentotrenta euro, «mi sembra che sia così in effetti. Mi sembra che tu abbia ragione. Le orge vere sono un groviglio di corpi. Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film».

La fidanzata del protagonista non è bella. No, non è bella. La madre l’ha notato subito. E subito ha preso il figlio in disparte, quel figlio di venti/trenta anni che vede ogni tanto, che non è sicura per chi cazzo voti, e che anche adesso, di domenica, indossa la cravatta. L’aborto ci voleva, pensa sempre più spesso. Ha preso questo figlio in disparte, e gli ha detto una cosa tipo: «Sembra molto dolce, la tua amica». Al che il figlio di venti/trenta anni che non ha mai capito i genitori e la madre meno che mai, candidamente gli risponde: «È la mia fidanzata, mamma, non una semplice amica. E sì, è molto dolce. Sembra anche a te?». La madre lo guarda con quello sguardo che il figlio pensa “l’amore materno” ma che in realtà è più uno sguardo come a dire “ti devono aver scambiato nella culla con il mio vero figlio”.

La fidanzata dell’unico figlio maschio di questa coppia della Balduina che si trova a disagio nel proprio quartiere per via delle scritte fasciste tipo «W IL DUCE ONORE A GELLI» non è una bella ragazza. Non è bella e a onor del vero, in una scala di dolcezza che va da 1 a 10, con 1 tipo una professoressa di matematica e 10 il diabete, ecco questa ragazza è un 4. E questo numero 4 sta cercando di non sentire quello che i genitori del suo amore stanno dicendo. Perché lei un pranzo domenicale così ancora non l’aveva fatto in vita sua e nella pausa che segue la frase: «Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film», chiede timidamente il sale. Per le patate. E per l’arrosto di vitella. Un po’ secco, a dire il vero.

Il cane Carciofo si alza e si stiracchia, sbadiglia, si gratta dietro l’orecchio ripetutamente. Guarda il tavolo da pranzo dalla sua bassa posizione. Per la milionesima volta si chiede cosa stiano mangiando, visto che non riesce a vedere. Torna a sdraiarsi e si addormenta. Sogna e nel sogno c’è l’arrosto di vitella.

La mamma riprende dove si era interrotta. «Sì hai ragione, quando stai lì, spesso al buio, neanche lo vuoi sapere cosa sta succedendo, vuoi solo perderti nella carne che ti circonda». Una nuvola passa sul sole, il soggiorno si oscura, il figlio pensa che se sono molto ma molto fortunati è l’Armagheddon. La fidanzata da 4 pensa che quell’intera situazione deve essere uno scherzo (anche se poi, giorni dopo, ricorderà improvvisamente che il suo amore aveva detto, mentre posteggiava la Opel Corsa grigia quella domenica mattina, una cosa tipo: «Non farci caso, i miei possono essere un po’ eccentrici», e lei aveva pigramente pensato che la madre forse collezionava ninnoli e foto di gattini vestiti da pagliaccetti) e prega che qualcosa di terribile succeda per poterla sollevare dall’imbarazzo, prima che la madre o il padre chiedano.

Chiedano una cosa tipo: (il padre poggia la forchetta sul piatto e guarda il figlio, poi lei, poi ancora il figlio) «Voi ragazzi cosa ne pensate?».

Il figlio sospira e pensa che l’Armagheddon è lontano ma che forse Carciofo potrebbe stramazzare infartuato, tanto per alleviare la tensione. La ragazza da 4 abbassa lo sguardo e fissa con inquietante intensità quello che resta della vitella.

Poi il pranzo finisce, il padre decide di portare Carciofo a fare una passeggiata, la madre si affanna in cucina, il figlio e la sua fidanzata si stendono sul divano e guardano la televisione. Lui dice sottovoce una cosa tipo: «Sai, non si possono scegliere i propri genitori» con un sorriso che non lega molto con i suoi denti. E lei risponde una cosa a caso: «No, ma sono i tuoi genitori, e sicuramente ti vogliono bene. Si vede. E poi sono delle brave persone. Magari un po’ eccentriche».

La madre dopo aver fatto finta di rassettare ammucchiando piatti e bicchieri nel lavandino si accende una sigaretta. Guarda fuori dalla finestra della cucina, dove si vedono via della Balduina, palazzi su palazzi, marciapiedi, i tavolini del ristorante sotto casa e più giù, dove il sole sta scomparendo, piazzale degli Eroi. In strada vede passare il marito assieme al cane e pensa che li ama entrambi, loro.

Dario Morgante

* una prima versione di questo racconto è stata pubblicata sul numero 200 della rivista «Blue



Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 18

Barbara Pinchi quando si faceva le Slam Poetry leggeva/recitava le sue poesie scalza. E faceva strano magari vederla al salone del libro di Torino senza scarpe che ammaliava con quella voce e quei suoi testi vibranti. Io e lei, dopo un bel periodo di letture itineranti (eravamo autori della scuderia Prospettiva editrice, con la quale lei pubblicò la raccolta D’Ombre) non ci siamo sentiti né visti per mesi e mesi finchè non debuttò in un teatro vero con un suo “recital” poetico, a metà strada tra reading e spettacolo teatrale. I testi di Barbara Pinchi sono testi di carne, di ossa, sono viscere, sono passione. E quando è in scena il tutto fa contrasto con il suo corpo esile e ci si chiede da dove provenga tanta tempesta.

Assaporatela qui.

Andrea Coffami

LORO IN BOCCA

Oggi ho il cuore che mi si riempie

strano.

Ode a te mio pallido amore.

Ave oh mattina che hai loro in bocca.

Mio istrice pungente,

pungimi,

altrimenti che mi dici

che non tutti i mali vengono a pungermi.

E loro in bocca… loro tengono un termine

che se porgo un’altra guancia me ne rimane

una

sola.

Mio pallido amore, finché notte non ci separi.

OGGI / HO IL CUORE / CHE MI

SI RIEMPIE

STRANO.

Barbara Pinchi

CONCUOCE

Se/ non avendo questa tagliola tra le gambe. Se/ in

sproporzione di labbra. Se/ dopo lagrimanti voglie non

inducendomi sempre in abbandoni. In perseveranze mie,

senza più rigido dire, maldestro e malsinistro emisfero che

cuoce e concuoce in sibili. Se anche questo cuore

anchesenzafrettanchesenzassenza fosse più un forse che

un mai. Saprei in “concediti il tempo” grattare via la

sagoma del pensiero? Mi saprei più impunita e d’altronde

orgogliosa di me.

Barbara Pinchi

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 11

Antonio Romano. Un giovane che se lo vedi e ci parli gli dai 38 anni ma che poi se gli rubi il portafogli e leggi la data di nascita sulla carta d’identità scopri che è un pupetto di forse 24 anni. Di cosa parla Antonio Romano nelle sue poesie? Mah… non l’ho mai capito. Della carne, del paradosso, dei sentimenti… fatto è che quando mi mandò i suoi testi ne rimasi abbastanza colpito. Mi piacquero molto per le sonorità che creavano nella mia testolina e per i colori acri che mi faceva sentire semplicemente accostando termini. Non è questo lo scopo di un poeta? Riuscire ad emozionare. A mio avviso Antonio ci riesce (non sempre ma de gustibus non disputanda est mi pare si dica così). Antonio Romano ha pubblicato anche numerosi gialli, è un giallista (nonché giallognolo). Ma come poeta va letto, va sentito, va assaporato. Come quel vino che lui tanto ama e che io non berrò mai perché costa caro.

Andrea Coffami

Epoca, tempo.
Drammi sulla mia
scrivania come fermacarte.
Ti raccordo alla
morte, alle cimici,
al mio egoismo.
Tavolo con sguardi
di donne in una
grande indifferenza.
E alla fine di tutto
questa discrezione
da palcoscenico.
Questa dolce
sottile emorragia
che passa per televisione.
Ti amo come una pubblicità.
Passi a interrompere
la mia vita di
inviti all’ascolto.
Interrompi fiumi
di scene conciate
a festa, tragedie in audience.
Sei la mia pausa
fra un film già visto
e un telegiornale di distruzioni.
Ti amo ti accolgo
faccio ghirlande di parole
faccio mole di voli di colombe.
Simbologia del tuo sguardo,
numeri a vuoto da maghi,
tramortisco tramonti,
solo troppe tv del mio umore.
Ti ricordo a pezzi di plastica
incisi in dischi.
C’è qualcosa che ti riguarda:
ti amo in ogni sguardo
ogni amore ogni nottata trascorsa
in giochi scivolati in mare.

Antonio Romano,

15 gennaio 2009

Parole cave

Come è stato fare l’amore nei nostri giorni?

CLICK … Non so. Diverso. Più forte.

Diverso?! Più forte!? In che senso?

CLICK … più forte. E per te?

Profondo. Non ho altro da dire era come nella carne, dentro i pori.

CLICK … Sei ancora convinto di voler continuare? Sai che tutto questo potrebbe costarti oltre ogni tua possibilità?

Anche una fortuna! Ma ho bisogno di te. Come faccio!? Sai cosa vuol dire appartenere al nulla?

CLICK … Che vuol dire appartenere al nulla? Spiegamelo.

Avere il cuore che pompa il respiro in un battito d’ali senza un cielo, senza uno spazio. Questo significa. Trovarsi piegato dal proprio peso o sotto il proprio peso!? Io, non ricordo …

CLICK … Non ti seguo …

Oramai neanche io. Il problema credo che sia nei capelli che sfioriamo. Nell’esanime mondo di chiome che appassiscono sotto la stretta morsa del cambiamento cromatico.

CLICK … Sai che odio quando diventi troppo complesso. Quando fai il melodrammatico. Come ti piace!

E’ questo di cui parlo. Tu non hai la minima idea di quanto sia difficile comportarsi da uomo in un mondo in cui non sai chi siano gli umani e chi i gusci dei loro sospiri. Credo che entrare dentro di te sia la sola possibilità di ricordare alla vita il suo ruolo.

CLICK … Quanto credi di poter andare avanti con me?

Quanto sarà necessario per il mio cuore. Per noi.

CLICK … Tu sai che non può esistere un “noi”… che non sono una tua prerogativa.

E allora cosa dovrei fare? Abbracciare il fallimento e respirargli sul collo mentre balliamo? No. Mi rifiuto. Si può convivere con tutto. Anche con questo. Anche sapendo che non sei una mia esclusiva. Che non mi potrai appartenere mai, del tutto!

CLICK … E’ irrazionale. È illogico. Stupido e irrealizzabile. Stai spendendo molto più di quello che credi in questo momento.

Spendere una vita. Due. Per te si può.

CLICK …

Ci sei?

CLICK …

Rispondimi ti prego!

Per continuare premere 4_ per continuare premere 4_per continuare premere 4_per continuare premere 4_per continuare premere 4_per continuare premere 4

Alex Pietrogiacomi