Gli strani (seconda parte)

Il citofono suona, trema epilettico.

Nessun movimento, dentro. Elena la osserva, ha il volto poggiato sull’imbottitura del bracciolo, il corpo storto, le gambe su di lei, abbandonate.

«Come faccio a sapere se c’è del pericolo, quelli-là non escono!»

La voce, sempre la stessa, viscida e inutilmente martellante: «Ho sentito le urla, le dico che ho sentito, sono sicuro!» Poi un brusio informe, instabile nel suo incedere oltre il perimetro della finestra. Il piccolo complesso di case rurali semi abitabili è isolato, costa poco, e una volta a settimana suppergiù il vecchio fa il suo teatrino. Funziona così. Le due donne si sono abituate in fretta. E con loro tutti gli altri.
Lei sbatte gli occhi, ha meno paura. Potrebbe muoversi (fare qualcosa, qualsiasi cosa) ma non adesso che – come ogni notte – è tempo di cedere, lasciarsi coccolare dalla coperta rassicurante dell’oscurità e sentirla respirare accanto. Elena le si acciambella su un fianco mentre l’odore di disinfettante evapora assieme al liquido verde. Sorride morbida, Elena.
Buio in casa.
Buio dentro.
Buio che restituisce asincronie.

Finalmente silenzio. Il sorriso si fa enorme, infinito, le spacca la faccia, due fette di melone maturo. Elena Sorrentini ha superato i cinquanta l’anno scorso. Ma in testa aveva pesanti file di parole da prima. Prima del (muti)lamento (termine medico ricorrente: esaurimento). Ed è stata una scelta semplice, la migliore. Farsi spazio dove pareva non esserci, affittare stanze dimenticate e smettere vestiti scomodi, destabilizzanti. Rinunciare al vivere agonizzante per qualcos’altro che è e non è (vita, morte, respirare, stare, andare, fa davvero tanta differenza?). Non si curano le ferite con chi sa – deve essere – normale, bollino certifica superfici. Non si cura niente se le spiegazioni si accoccolano sulle spalle spezzandole, se ci sono linee rette da percorrere in punta di piedi seguendo ritmi ciechi, parole da ripetere dentro riti manichini. Le ferite non guariscono, si infettano coi gesti che impongono la precisione del becchino mentre prepara un cadavere. Elena Sorrentini in altri secoli l’avrebbero rinchiusa. Peccato non si possa più, ha detto suo figlio Giacomo. Il giorno dopo se n’è andata.

Ora Elena si sente (e sente lei).

Quando il giorno muore e il buio ingoia gli altri. Gli-altri-tutti spariscono. Smettono qualsiasi cosa credono, vogliono, cercano di non essere.
I corpi tiepidi restano, si annusano, uniscono curve e spigoli. Assaporano ematomi e baciano ferite. Leccano umori e brividi.
Chiude gli occhi Elena, e lei prende ad aggrovigliarle i capelli corti. Sono nodi piccoli, miniature. Stretti abbastanza da restare. I polpastrelli le sfiorano la cute, carezze lontane, becchi svelti dalle unghie rotte.

Gli strani sono pericolosi, Tonino si strofina i dorsi delle mani, una zanzara lo ha pizzicato a tradimento poco prima, mentre seduto fuori fissava la finestra e pensava. Gli strani non hanno senso, legami né genere. Vanno e vengono. Più facilmente sono donne però, e si stropiccia gli occhi arrossati mentre tenta di reggersi in piedi senza barcollare. Figurarsi, pensa e ridacchia. Afferra la sedia artigliando la testata bucata e si avvia dentro casa. Figurarsi, le donne sono tutte un po’ matte.

E il cane, con le sue gambe storte e corte, aspetta paziente che il padrone chiuda la porta, spenga la luce esterna – solo allora – avvolto dal tepore, abbandona il corpo, la ghiaia gli pizzica lo stomaco ma è già umida, pronta per affondare nelle acque torpide della notte. Cede, il muso crolla sulle zampe anteriori, gli occhi si abbassano. Sputo attacca! è appena un bisbiglio rapito dal vento. Il cane sbuffa, scaccia una zanzara attirata dal suo naso liquido, si sposta allungando membra e arti. Aspetta. C’è ancora rumore sopra di lui, il padrone urla e ringhia ma è lento, arranca tra percorsi rituali, routine artritica. Un ultimo tonfo. Tutto si ferma. Sputo alza una palpebra, sottile fessura che perlustra. Notte densa, consistente. Pace. Il mondo incomprensibile si è spento. Sono tutti uguali, Sputo lo sa, i padroni sono tutti uguali. Mentre dimentica, cede alla stanchezza, si aspetta che domani non ci sia più nessuno. Che quell’affanno dipinto sulle facce sparisca, annulli tratti e sagome. Ne sente la puzza in continuazione, carcasse decomposte ovunque. Ricomincia sempre, però, ogni sole nuovo. Chi-è-cosa, sfugge al suo fiuto. Sono sensi che non conosce, lui vive di carne, sente carne, cerca carne. Ama, carne. Per Sputo si è. Il resto, non gli spetta. Non ce li ha, certi problemi.
Con la bocca piena di bava si addormenta.

E sogna.
Felice.

 

La vita è una,

questa, quella.

Qualcosa che arriva,

decisa o indecisa (sarà poi così necessario distinguere?)
La vita non aspetta. È.
E noi siamo. Unici. Soli.
(Sempre soli).
Con o senza corpi e voci,

con o senza affetti, mura o scadenze.
Soli, bene o male che vada.
Soli, sani e malati.
Soli morendo.

Come e cosa decidiamo,

sta tutto nei palmi.
In ciò che resta, lascia tracce.

O magari è solo uno sparire

sepolti da strati friabili

tra apparenze schizzate,

e folli amori.

Barbara Gozzi

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La nostra cara vita

Non capisci perché Maria compra sempre chili di verdure che poi lascia marcire sull’ultimo ripiano del frigorifero.

Costano poco, dice lei, dal tunisino che fa i pomodori verdi da insalata a 99 centesimi e le melanzane rotonde a 99 centesimi al chilo.

Va bene che costano meno, dici tu, ma non ti sembra il caso di sprecare quei tre quattro euro, solo perché lei ha voglia di mangiarle e non le va di cucinare.

A te sembra che questa storia dei saldi permanenti sia un bufala gigantesca. Non basta scrivere in stampatello sulla vetrina tutto al 50%.

Nel palazzo c’è un signore che ha la partita Iva, e ogni tanto andate a fare la spesa all’ingrosso: comprate 50 kg. di pasta, 10 kg. di salsa, 5 kg. di zucchero, lo stesso di sale, prendete 8 kg. di tonno, lo stesso di legumi, soprattutto fagioli. Però comunque non ce la fate. Avete l’affitto da pagare: il monolocale in cui vivete tu e Maria, nonostante il contratto sia vecchio di 8 anni, vi costa 600 euro al mese.

Che se ti metti, e ci vuole poco, a paragonare i prezzi degli affitti sul mercato, lo sai che siete quasi fortunati. Ma poi ci sono le bollette, e in media pagate 15 euro al mese, tra condominio, luce e gas.

Poi Maria s’è presa una cotta per Internet, e anche lì sono 30 euro ogni due mesi.

E devi ringraziare gli ovociti sterili se non avete figli. Non provi neanche a immaginare come sarebbe la vita con un bambino da ingrassare, vestire, curare.

Appena entrata in cucina, Maria appoggia le buste di carta sul tavolo, ti dice, guarda cosa ho trovato dal tunisino.

Guardi queste cose rotonde e pelose, dal colore rossastro, chiedi, che roba è?

Maria è stupita dalla tua ignoranza, si scioglie i capelli che tiene raccolti con un elastico marrone.

Dice, le arangole. Erano in offerta, a 60 centesimi.

Le piacciono tutte le cose che non può permettersi, tutti gli oggetti di cui ha ignorato l’esistenza per decenni, tutti i nomignoli che non vede l’ora di dare a orrende bambole di ceramica che, dice, le ricordano l’infanzia.

Maria non è cresciuta nella Berlino degli anni ’30, non ha sofferto la fame ma ha mangiato molta carne, difficilmente s’è persa una seduta dal parrucchiere, e il padre non la picchiava.

«Ripeti la parola».

Arangole, dice.

«Su che albero crescono?»

Questo aspetto di Maria assomiglia alle cose che fa Carl, un tuo collega muratore polacco che un giorno ti ha invitato nella sua stanza per bere una birra.

La camera di 15 mq, poco esposta al sole, umida e con il bianco delle pareti sfilacciato e mosso ogni tanto dal vento leggero.

Era estate, avevate finito un buon lavoro, e Carl voleva festeggiare: un uomo ordinato, pulito anche. Il letto era stato rifatto, non c’era biancheria in giro, e il tavolino da campo reggeva un televisore portatile con lo schermo verde acceso. Carl aprì la prima birra e te la passò. Poi stappò la sua e ci fu un brindisi. Ti guardavi in giro, cercavi le tracce di quell’uomo che conoscevi bene giù al cantiere e che non riuscivi a rilevare in quel buchetto umido. Nella stanza accanto alla sua viveva un transessuale ecuadoregno, Luana, che cantava a squarciagola canzoni italiane degli anni ’90. Carl disse, non ce la faccio con questo qui. Però, alla fine, anche lui è come me. Non proprio come me, ma comunque è solo come.

Poi si alzò dalla sedia in vimini e ti fece vedere una cosa. Sotto il lettino con la trapunta arancione c’era una scatola cartonata: dentro un ventina di cellulari, tutti di marche diverse e modelli e colori e forme, pure. Carl era soddisfatto, ti guardò e chiese, ti piace?

Una mattina Maria ti chiama dalla cucina, è uno dei tuoi giorni liberi e forse più tardi andate in quel centro commerciale appena aperto vicino alla statale. L’odore del fritto della sera prima ti ha ingarbugliato lo stomaco e stai per chiederle un caffè. Maria è già vestita, indossa il suo abito preferito, e pure le scarpe con il tacco, anche se non ci sa camminare molto bene. Sta raccogliendo i capelli con l’elastico marrone, che rigira con l’indice intorno alla coda.

Dice, ti devo dire una cosa.

Tu prendi la macchinetta del caffè e la sviti, pulisci il filtro sotto un filo d’acqua corrente, riempi la base fino al foro, ci metti dentro il filtro, prendi il barattolo, quattro cucchiaini di caffè, avviti, accendi il fornello a fuoco basso e ci appoggi la caffettiera.

«Allora, come sono le arangole?»

Maria è ferma davanti alla finestra da cui si vede il palazzo di fronte: «So che tu forse non puoi capire ma te lo devo dire, non pensare che sia una cosa seria, è meglio parlarne, ma forse no».

Stai ancora pensando alle arangole, nella tua testa le immagini dei cellulari di Carl, del fango nel cantiere, della proprietaria di casa da cui ti nascondi tra il 6 e il 12 del mese, del modulo che hai firmato per rateizzare la lavatrice, il frigorifero e la cucina.

Maria scioglie i capelli: «Non pensare che mi piace, perché è diverso, e comunque ne ho parlato con Francesca prima di questo, non so se è giusto dirtelo, ma voglio scoparmi Carl. Quando mi sta vicino io mi eccito, mi bagno, non è mai successo prima, lo so che è un cretino, ma non c’entra niente, lo sbatterei al muro solo per infilarmici. Da dietro, davanti, in bocca, in culo. Non mi frega niente della sua testa del cazzo. Voglio solo che mi prenda. Che dici?»

Potresti reagire lanciandole la caffettiera che sta sbuffando, strapparle quella coda del cazzo, sbrindellarle la testa sopraffina nel nuovo frigorifero bianco, riempirle il culo di arangole, e saresti comunque a pezzi. L’unica risposta che ti viene facile alle labbra è, «Cristo».

Non sei credente, però lo sei stato, sì, certo, a modo tuo, parlavi col soffitto, i mobili, chiedevi a che punto stava il desiderio n°7, e se poteva magari allungarti un po’ il cazzo, ma non troppo, perché comunque la base e il glande ti sembravano ben sviluppati, se quel lavoro al cantiere poteva essere pagato meglio e se un giorno ti avessero chiesto di supervisionare gli altri, ecco, avresti ringraziato chi di dovere, ma non sei un credente e di Cristo sai pochissimo.

La sera stessa mangiate in silenzio wurstel e cavolfiore bollito. Maria guarda il piatto, allunga solo un paio di volte lo sguardo verso la tua faccia scura, e tiene i capelli liberi da elastici e mollette. Quando alzi gli occhi su di lei, noti che il mascara si è sciolto e i grumi sembrano nei minuscoli. Sparecchiate il tavolo e lasciate i piatti nel lavabo. Fate così ogni sera, sapendo che uno dei due avrà la forza per lavarli solo il mattino dopo. Maria entra in camera da letto, si spoglia, ma prima di togliersi il reggiseno socchiude la porta.

Hai notato una cosa delle donne: che quando si litiga sfoggiano un pudore che hai dimenticato, siedono sul water, poi ricordano di chiudere a chiave la porta del bagno, e con la mano sul pube lo fanno, indossano pigiami di cui non ti eri mai accorto, sbattono le ciglia come se avessero il solletico e parlano con una voce diversa, che ti fa male pensarlo, ma sembra vera, essenziale.

Ti piacciono le donne con cui litighi. Certo che se fosse per un altro motivo saresti più sereno, andresti a fondo nel silenzio di coppia, fino a goderti l’ultimo gesto prima di ritoccarvi.

Nelle liti ti muovi come il bambino che aveva il tuo nome, come lo schizzo di una faccia più piccola di quella che ti ritrovi. Sbagli le parole e la corrispondenza tra le azioni e i pensieri. Maria invece sembra a suo agio, quasi che il territorio aguzzo in cui vi muovete adesso sia l’unico che riconosce come naturale. Sul viso vedi leggerissime pieghe di sopravvivenza, e la sua lingua non perde un colpo. Appare brillante perché fa a meno di scendere in basso come te, rivelandoti solo il necessario, senza ferirti con i pugni a vuoto, come invece fai tu.

Dopo quattro ore sei di nuovo in cucina. Hai riempito una pentola d’acqua calda, ci hai versato del detersivo per piatti, e stai strofinando la spugnetta su padelle, bicchieri, posate. Intanto la caffettiera sbuffa e ti ricordi che devi comprare la guarnizione, che se continuate a lasciare quella vecchia magari scoppia, come hai sentito dire.

Stanotte hai chiuso gli occhi, e forse per qualche minuto hai anche dormito. Ma non ti è passato per la testa niente di straordinario: l’unica cosa che hai visto era un’immagine netta di Maria che fa un pompino a Carl steso sul tuo letto, nudo e ricoperto da centinaia di cellulari. Appoggi i bicchieri sul ripiano scanalato e immagini la giornata che viene, e la cosa a cui non dai un nome, che dovrai controllare mentre parli con Carl, mentre mangi con Carl, mentre aiuti Carl alla malta, mentre Carl ti passa il secchio dei calcinacci, mentre Carl sistema la rete intorno all’impalcatura e mentre Carl cena con te e Maria perché l’hai invitato due giorni fa.

 

Marco Lupo

Diario di bordo – Frigolandia

Siamo partiti dalla Casa del Cuculo con un po’ di ritardo. Dovevamo scrivere i pezzi per il Diario di bordo, il povero Simone, stanco com’era e con le mille cose da fare che aveva, per non parlare del suo malditesta, è stato gentile e contento di contribuire al nostro resoconto che ha accompagnato questi ridenti giorni in giro per l’Italia a leggere le nostre cose e far conoscere il nostro progetto. È bella questa cosa che facciamo, oramai me lo hanno detto in così tanti che fatico a non crederci.

Leggo in giro con la mia band, Scrittori precari.

Oggi è stata l’ultima data del nostro tour. Siamo stati a Frigolandia, dal buon vecchio Vincenzo Sparagna. Ogni volta che vado a trovarlo è sempre una gioia immensa, è sempre uno scoprire, imparare, conoscere nuove cose. Vincenzo è una di quelle persone che potresti stare una vita ad ascoltarlo senza annoiarti mai. Sparagna è un monumento della cultura nazionale, ma che dico nazionale, internazionale, anzi no, interplanetaria.

Abbiamo fatto una lettura molto intima, seduti ad un tavolo, tra amici, una quindicina di persone. Sono stati ottimi momenti. Forti emozioni. Quando ho letto non ho mai alzato la testa dal foglio, oramai ho imparato a guardarlo, il pubblico, cercare sguardi, ascolto, occhi e attenzione, ma oggi no. Oggi mi sentivo così piccolo. Eppure è andata bene. Vincenzo ha apprezzato e speso belle parole, ha fatto un sacco di domande, si è mostrato interessato. È stato molto importante per me.

Abbiamo parlato di tante cose, ma non posso certo mettermi qui a dirvele tutte, non ci sarebbe spazio per gli altri. Chiudiamo qui.

Ad un certo punto della serata, parlando con una ragazza che mi chiedeva consigli per una sua amica che aveva appena finito un romanzo, mentre le rispondevo dicendo che è importante curare tanti particolari trascurati, Vincenzo è intervenuto dicendomi di aver detto una cosa saggia. La mia saggia gioventù. È proprio tardi. Le cinque del mattino anche oggi.

Si è stati a Frigolandia fino a mezzanotte passata, poi si è partiti. È finita. È stata un’avventura straordinaria, un’esperienza forte e meravigliosa.

Durante questo tour ho anche cambiato il tabacco, sono passato dal Golden Virginia al Pueblo, era così per dire.

Buonanotte a tutti e a presto.

Gianluca Liguori

Mi sveglio a fatica, per la prima volta ultimo.

La Casa del Cuculo ci saluta con l’omaggio di giuggiole color ruggine appese ai rami. Siamo in ritardo, ma non possiamo rinunciare a una piadina romagnola per strada.

La E45 ci accompagna tra gli spuntoni rocciosi dell’Appennino, fino al cancello di Frigolandia, dove i cani di Sparagna ci vengono incontro festanti. La casa di Vincenzo è un’esplosione d’immagini e colori, d’invenzioni che si calano dal soffitto come sogni che sbocciano ad occhi aperti. Leggiamo attorno alla tavola, in un silenzio religioso e blasfemo che sa di vino.

Siamo arrivati fin qui, non sembra vero. Domani ci attende il mondo di tutti i giorni, le piccole battaglie che siamo ormai abituati a perdere, ma domani è ancora lontano su questi colli cullati dal latrare dei cani…

Simone Ghelli

Questa notte dormo benissimo nel frickettonismo della Casa del Cuculo, sciallato in terra come meglio non si potrebbe. Russo in maniera esponenziale ma al mattino la gente crede che sia stato il Liguori ed io mi sto zitto. Colazione con yogurt fatto in casa, marmallata fatta in casa, torta fatta in casa, caffè fatto in casa nel quale metto dello zucchero fatto in casa con un cucchiaino fatto in casa, su un tavolo fatto in casa e mi siedo su una sedia fatta in casa proprio fuori la casa fatta in casa. Mentre mangio c’è un cane che vomita ma non ci faccio caso più di tanto. L’umore è ancora un po’ in down anche se la visione di un bimbo che pesta le merda di campo tentando di camminare mi fa sorridere molto. Mi arriva una telefonata inaspettata con una notizia inaspettata che inaspettatamente mi rigenera parecchio l’umore ma è l’ora di partire. Si salutano i ragazzi della casa con abbracci e bacioni. Nella via del ritorno mettiamo sotto il bianconiglio che ci ha tenuto compagnia la sera prima e dopo una brevissima sosta per una piadina ed un crescione si parte per Frigolandia (la piadina me la ricordavo più mordida una volta, ma la vita è dura). In auto il Ghelli dice che Frigolandia è vicino a Fornolandia e mi fa ridere. Poi arriva la Pinchi e dopo un pò di vino e quattro chiacchere si anizia l’anomala lettura informale attorno ad un grande tavolo. Oggi è sciallo, oggi è lettura senza palchi e senza microfoni, oggi lettori ed ascoltatori si miscelano e si confondono. Barbara Pinchi mi piace sempre quando legge anche se questa volta non si è levata le scarpe come fa di solito. Poi si cena con un minestrone di riso da paura che manco Ratatooile avrebbe saputo fare così buono e dopo altro vino ed altre chiacchere il gruppo si avvia verso Roma. Il tour è finito, le emozioni sono state parecchie, potrei commuovermi nel ricordarle, quindi le cancellerò tutte. 🙂

Si ritorna ai tram ed i motori della Prenestina, si ritorna al caos stupendo di sotto casa, si ritorna al lavoro per pagare l’affitto… ma dopotutto, si ritorna pure al letto da una piazza e mezza dove fare l’amore. Quindi vediamo di tornare al più presto. Passo e chiudo.

Andrea Coffami

L’immaginario a cui è legato il nome di Vincenzo Sparagna mi è familiare e non nego di aver provato sincera emozione nel conoscerlo.

Giano dell’Umbria. Repubblica di Frigolandia.

Vincenzo è in cucina. Sta preparando una minestra con riso, cipolle e patate.

Sarà per il luogo, incastonato tra verdi monti. Sarà perché è l’ultima data del nostro tour e le tensioni sono state ormai scaricate. Fatto sta che ci sentiamo distesi, affatto preoccupati.

Parliamo a lungo con Sparagna di un po’ di cose.

Qualcuno intanto arriva. Poche persone. Alcuni amici.

All’interno del museo dell’Arte Maivista, circondati dalle tavole di Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, iniziamo la nostra lettura.

Siamo tutti intorno a un grande tavolo. Insieme a noi precari c’è la poetessa Barbara Pinchi.

Qualcosa di intimo. Senza sforzi di voce. Scrittori precari in versione unplugged.

Finisce intorno a un altro tavolo, quello della cucina. Tutti insieme a mangiare la minestra di Vincenzo che è una vera delizia.

Poi il ritorno verso Roma.

Radio 1 trasmette un programma niente male. Ci sintonizziamo sulle note di Tomorrow dei CCCP, la canzone successiva sta nell’album Daydream Nation dei Sonic Youth ma non ricordo il titolo.

Tra le note si perdono gli ultimi minuti di un tour che, tirando le somme, è stato un successo.

Per la prima volta scrivo il Diario di bordo dal mio studio. Domattina lo spedirò al sub-comandante Liguori.

Non è la stessa cosa.

Esser qui da solo è, per forza di cose, meno divertente.

Ma piuttosto che farmi attanagliare dalla malinconia, preferisco stringere al petto tutti i momenti memorabili che abbiamo vissuto pensando che ne vivremo ancora.

So che ci crediamo tutti. So che in ottobre saremo a Benevento. So che saremo a Torino e forse anche a Monza. E poi a Roma, almeno una volta al mese.

No. Solo il tour è finito, il resto è all’inizio. Il mio romanzo ormai terminato. La mia nuova opera di poesia anch’essa bell’e pronta. I nuovi romanzi del Ghelli e di Liguori. I racconti in olio di oliva di Zabaglio. Un libro da scrivere tutti insieme. Ne avremo di cose da fare, visto che in tutto questo ci sarà da barcamenarsi pure col lavoro.

La Romagna, come le colline umbre, mi hanno riportato prepotentemente al progetto più importante che ho. Quello di andarmene per sempre da una città che ormai mi appare sporca, volgare, insipida, inquinata, maleducata e prepotente. Tornare ai luoghi a cui appartiene il mio sangue. Ai monti Aurunci, dove poter dare importanza a ciò che è veramente importante.

Non ora però. Adesso voglio quello che è nato in quasi un anno di Scrittori precari.

Il desiderio di continuare quest’avventura fa puzzare meno il fumo delle marmitte, dando persino un sapore a questa città stuprata.

E non mi sento così idiota a considerare “lo scrivere” come una priorità e non come un passatempo.

Il precariato ha anche questo aspetto. A pensarci bene un lavoro fisso non me lo saprei tenere.

Luca Piccolino

Precari all’erta! – 2010: la crisi sta finendo!

La crisi sta finendo. Adesso è ufficiale, stanno passando i dati in diretta tv. E’ prevista una ripresa dei consumi e dell’occupazione. Si parla della possibilità di allungare i contratti di lavoro da 3 a 4 mesi. Gl’insegnanti precari potranno finalmente tirare una boccata d’aria. Quelli di storia troveranno forse il tempo di arrivare oltre il Sacro Romano Impero, nelle lezioni d’italiano si potrà magari accennare alla Vita Nova di Dante, mentre in matematica s’imparerà anche la tabellina del nove. Nelle Università il 4×3 sostituirà il 3+2. Non si dovrà più ragionare in prospettiva futura, bensì aggiornare annualmente le proprie aspettative nell’apposita graduatoria denominata “Indice dei sogni e dei bisogni”. E’ questa la ricetta per uscire definitivamente dalla crisi.

Daniela spegne la televisione. Sai che gliene importa a lei, mica le cambia qualcosa. Anzi, che almeno tre mesi erano più veloci di quattro a passare, e l’illusione di trovare qualcosa di meglio del call center in cui lavora da due anni poteva sembrare più credibile. Adesso invece dovrà anche fingere di esser più contenta. Già se l’immagina i sorrisi di sua madre e le pacche di suo padre: vedi figliola che non bisogna mai disperare? Magari ricominceranno pure con la storia della famiglia, che almeno negli ultimi mesi l’avevano lasciata un po’ in pace. Si erano insomma abituati anche loro all’idea di averci una bambocciona a vita tra le mura di casa, una sorta di mutuo senza scadenza con tasso variabile tendente costantemente al peggio. A pensarci bene, nell’epoca dei subprime una figlia del genere non è neanche malaccio come investimento, ché almeno a fine mese 500 euro riesce a portarli a casa. Non c’avrebbe scommesso una lira, ma alla fine ha imparato anche a fare la venditrice, alla faccia dell’anima pura delle belle lettere! Se almeno si decidesse a fare domanda per partecipare a uno di quei giochi a premi con le domande difficili, potrebbe mettere a frutto un po’ di quella cultura che s’è fatta con tanti sacrifici. Suo padre glielo ripete in continuazione, tra uno stacco di coscia e una pubblicità di detersivi, che quello è il lavoro ideale per chi ha una laurea debole come la sua. E’ vero, anche se non si libererebbe comunque di quelle maledette cuffie, ma almeno cambierebbe argomento una volta tanto. A forza d’imparare a memoria i costi e le offerte delle compagnie di telefono, finirà altrimenti col dimenticarsi di tutta quella storia e filosofia di cui s’era perdutamente innamorata.

Per dare il buon esempio suo padre si è già sintonizzato sul suo programma preferito, dove i concorrenti si preparano ad affrontare la prima prova. In palio ci sono fino a 500000 euro. Per chi ha voglia di sensazioni più forti c’è anche la lotteria nazionale, che ha ormai superato il jackpot di dieci milioni di euro e di cui si parla in ogni edizione serale del tg. Daniela non ci ha mai giocato, col suo stipendio non può permettersi di regalare alle ricevitorie dieci euro a settimana. Neanche adesso che avrà un mese in più. Mica le danno l’aumento per quello. Serve solo a far aumentare l’indice di occupazione, a far mangiare un po’ di più quelli che governano, ché per lei il menù resterà sempre lo stesso. Ma di queste cose con i suoi non ne può parlare, perché le ripeterebbero che nella vita basta la salute e il resto vien da sé. Peccato che lei c’abbia messo appena due anni per mangiarsi il fegato dalla rabbia, e ora quella le sta intaccando pure lo stomaco, perché la rabbia è ingorda e vuole sempre qualcosa da mangiare.

Il trillo del cellulare distoglie Daniela dai suoi pensieri accaniti. E’ l’ufficio del personale che la informa del prolungamento del contratto. Come? Se è contenta per il mese in più? Sa dove può infilarselo quel mese?!

Dall’altra parte il segnale di occupato la informa che l’ultima frase è caduta nel vuoto.

Anche per stasera il vincitore non è riuscito a portarsi a casa la ricca portata. Ha sbagliato l’ultima risposta, proprio sul più bello, ma potrà sempre riprovarci domani sera.

Ci vuole più ottimismo, lo dice anche il tg.

Simone Ghelli

Nuova casa

Dopo lo sfratto, ecco la nuova casa.

Siamo precari e siamo abituati a perdere tutto e ricominciare. Più agguerriti di prima.

Abbiamo subito rimboccato le maniche e ricominciato a lavorare, a ricostruire.

Sette mesi di lavoro, cancellati in pochi click. Lentamente svaniranno le tracce di quel passaggio sulla rete. Ma restiamo noi, d’ora in avanti ci troverete qui, ma soprattutto ci troverete in giro a leggere le nostre cose e portare avanti il nostro progetto.

Si riparte da capo, con questo nuovo blog, un nuovo capitolo di questa straordinaria avventura.

Grazie a tutti.

Gianluca Liguori