Primo giorno

di Iacopo Barison

L’ultima parola che ha detto è stata “Casablanca”, poi si è alzato da tavola senza finire la cena ed è andato in camera sua e il giorno dopo l’abbiamo trovato morto ma apparentemente felice, forse è morto sorridendo, e quando mia madre è entrata e ha capito la situazione diciamo che si è messa a piangere, anche se non avevo mai visto nessuno piangere in quel modo, e io non guardavo il corpo di mio fratello né la coperta su cui era disteso ma osservavo il pavimento e
“Siamo arrivati”, dice una ragazza bionda con cui prima ho parlato di cinema. Anche lei sta andando al festival della città di S. e mi informa che scenderà adesso, a questa fermata, e io le rispondo che non è ancora la fermata giusta perché la città di S. inizierà a intravedersi soltanto fra qualche chilometro e lei mi dice che Leggi il resto dell’articolo

Annunci

KHALID L’IMMORTALE

Il nome Khalid volendo si può tradurre, non senza un filo d’orgoglio, immortale, sempiterno, imperituro.

Nessuno si offenderà se confesserete candidamente di non sapere chi sia Khalid ibn al-Walid, la spada sguainata di Dio.

Khalid nostro è stato uno dei più astuti condottieri della falce di luna. Ha assoggettato bizantini, romani, persiani. Centinaia di battaglie, mai una volta che ne fosse uscito sconfitto. Se Allah metteva mano alla fodera, là dentro mica ci trovava una sciabola: c’era Khalid.

Khalid, lo diceva pure Maometto, era il braccio armato di Dio.

E la sua gloria durerà in eterno, ha aggiunto pure.

È da quel momento che il nome Khalid ha preso il significato di “immortale”.

Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che inizia in un pomeriggio noioso e che torna in molti altri pomeriggi noiosi ma non è per quello, per la semplice noia, ma per una sorta di predestinazione, di naturale predisposizione?

Un’attività che chiameremo inutile ma anche no.

La mia, la mia personalissima attività inutile ma anche no è quella d’andare a scovare cosa si nasconde dietro un nome di persona.

Stavolta, è toccato a Khalid.

C’è un sito ‘mmericano, un sito di quelli da faciloni, da fai-tutto-tu-che-io-non-ho-tempo, un sito sul quale immagino vadano donnini mericani prossimi alla maternità eppure superimpegnatissime a far la scalata in ufficio e metter piedi in testa alle stagiste, di quelle che poi chiamano a casa per dire che fanno tardissimèrrimo e sai cosa? chiama il thai take-away e fatti portare tutto a casa per le nove, che poi arrivano alle dieci e si trovano la cena fredda ed il marito con la birra sul divano che guarda la Nfl e s’entusiasma per la Nfl (che se non lo sai è la lega professionistica di football americano) (che se poi non lo sai è poi la prima causa in America per i divorzi), ed è strano, la gente divorzia dopo aver guardato il football per anni, anni di incomunicabilità di coppia nascosti come la polvere sotto un tappeto decorato col logo della Nfl, e quando quei donnini si lasciano sono caricati a molla e vanno nei bar fighetti dove incontrano persone interessantissime che gli vien da chiedersi ma dove sono stata tutto questo tempo?, e poi se lo trombano subito, i donnini ‘mmericani con un bimbo a casa, il primo che incontrano, e si fanno mettere incinte, e poi quando scoprono d’essere in attesa le viene da andare su uno di quei siti da faciloni, da fai-tutto-tu-che-io-non-ho-tempo, che si chiama Quick BabyNames e ti trova facilmente un nome adatto per il feto che hai in corpo.

Su Quick BabyNames dicono che Khalid, il nome sul quale mi sono impuntato, si pronuncia Khah-leed: un bimbo Khalid si accompagna bene con una sorellina di nome Aisha, nel 2001 l’uso di quel nome ha subito un’impennata vertiginosa ed in più nove su dieci che ti viene su intelligente, forte ed atletico (però di fianco ti mettono la foto di Khalid Shaikh Moh, che intelligente non so, ma forte ed atletico con quella foto da carcerato proprio non ce lo faresti).

Nel millenovecentottantuno QuickBabyNames non c’era. E poi in Marocco mica vanno sull’internet per cercare nomi esotici da affibbiare ai loro marmocchi: li scelgono, punto e basta.

Il venti marzo del millenovecentottantuno, una madre marocchina che non lavorava in ufficio ed aveva un sacco di tempo libero tra un cous cous e l’altro ha deciso di chiamare suo figlio Khalid.

Papà Nourredine era d’accordo: bel nome, per un Askri.

Khalid Askri.

Ed insieme hanno sognato, quali genitori non l’avrebbero fatto?, un futuro radioso, ricco di successi per loro figlio.

Fino a diventare immortale.

In un certo senso c’è riuscito, Khalid.

In Marocco si divorzia pochissimo, ed in quei rari casi non dipende dalla tivvù via cavo. Figuriamoci, poi: ma chi le guarda le partite di football americano?

Non interessa neppure il calcio.

Qualcuno, che c’entra, curiosamente spulcia i risultati del massimo campionato, sì, ma la Coppa del Trono: quella non la segue mica un’anima.

Khalid Askri è il secondo portiere del FAR di Rabat, la capitale ma non la città più famosa, uno dice Marocco e pensa sempre a Casablanca, ed invece: Rabat, che ha pure una squadra di calcio che quest’anno è arrivata ai quarti di finale della Coppa nazionale.

In campionato tra i pali va un altro più giovane: lui, Khalid, bello di notte, difende con il suo sguardo fiero la rete nei soli match di coppa.

Il Maghreb Fez non è il River Plate, anche se ha delle magliettine variopinte niente male. Askri, sotto un certo punto di vista, dicevamo, è imbattibile. Vola che è una bellezza, devia, blocca, abbranca, rilancia, ordina i movimenti, insomma, fa quel che deve fare un portiere: para.

Para talmente bene che terminano i tempi regolamentari, e la sua rete è ancora inviolata.

Passa un quarto d’ora, e alla fine del primo tempo supplementare, niente ancora.

Altri quindici giri di lancetta: no, non segna nessuno.

Il triplice fischio dell’arbitro sancisce il verdetto: si va alla lotteria dei rigori.

Il numero sedici Askri, Khalid come il condottiero al-Walid, predispone la sua personalissima strategia. Non che sia fruttuosissima: gli piovono dentro tutti, i palloni calciati dai fezzini.

C’è chi ha detto che si posson perdere le battaglie, ma la guerra, la guerra è tutt’un altro discorso.

Le chiavi della guerra, Khalid, adesso ce le hai tu.

È l’ultimo calcio di rigore.

Il giovanotto con la maglia bianca del Maghreb di Fez ha l’espressione nervosa. Si guarda intorno, passeggia sul posto, gli occhi su Khalid non ce li mette mai: il portiere, da par suo, cerca di abbindolarlo come gl’incantatori di serpenti di piazza djamel-el-fna.

Quando un calcio di rigore, quando quel calcio di rigore s’infrange contro i tuoi guantoni, Khalid, sei l’uomo più felice della terra. I fiumi di latte e miele son mica più lontani ed irrangiugibili, al-jahanna scende sugli spalti, ti giri verso il paradiso e lo abbracci idealmente, esultando, tirando i pugni verso il cielo, tirandoti la maglia, baciando lo stemma.

Però c’è un però: ti chiami Khalid, e non sai cos’è l’effetto Magnus.

Dice: l’effetto chi?

Ma sì, la conseguenza più diretta dell’equazione di Bernoulli.

Dice: Bernoché?

È semplice, Khalid: un corpo in rotazione che si muove in un fluido, oppure nell’aria, è soggetto pure ad una forza ortogonale alla sua traiettoria.

Dice: e che significa?

Ma niente, Khalid: significa che pure se lo hai parato, il rigore, non ti puoi distrarre troppo. Perché l’effetto Magnus è stronzo, dovresti saperlo, la palla continua a rotolare e rotolando rotolando, come i ragazzini che giocano a regina reginella (ci giocate, in Marocco, a regina reginella?), finisce pure che s’insacca.

No, Khalid, non è che sei scemo perché non conosci l’effetto Magnus derivante dall’equazione di Bernouilli.

Sei scemo perché esulti prima che sia arrivato il tempo giusto per farlo.

Scemo, Khalid.

Cercati su google: c’è scritto il portiere più scemo del mondo.

È così che ti ricorderemo, signor Askri.

Dopotutto, a render fede al tuo nome, Khalid, a renderti immortale, ci sei riuscito mica poco, in un certo senso.

Fabrizio Gabrielli