Settanta acrilico trenta lana

Settanta acrilico trenta lana (Edizioni e/o, 2011)

di Viola Di Grado

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. Tu te la puoi scopare tutta la notte e poi fartene un’altra, e poi un’altra ancora, fino a riempirti la vita di farfalle che volano e ricordi che restano. Di storie come quella lì. Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada.

Eccola qui Camelia Mega. Vive a Leeds, una città dove «dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima», una città spettrale dove il sole fa capolino pochissime volte. Camelia, giovanissima, abita con la madre in Christopher Road, una via così triste e desolata che un passante non la noterebbe visto che non si distingue dalle sue parallele, una via in cui «non comincia mai niente. Semmai finisce. Finisce tutto, anche le cose che non sono mai cominciate». Per le due donne la vita scorre lenta, monotona, fatta di silenzi e di una comunicazione solo non verbale. Camelia porta il nome di un fiore orientale. Eppure lei recide i fiori, rovista nei cassonetti alla ricerca di abiti consunti in modo da non indossare mai nulla che sia nuovo, appariscente, colorato.

La vita delle due donne si è fermata tre anni prima: il giorno della morte del padre di Camelia. L’uomo è stato vittima di un incidente stradale assieme alla sua giovanissima amante. Da quel momento le due protagoniste sono entrate in un loop da cui non riescono a venire fuori. Girano a vuoto. La madre, Livia, chiusa nel suo mutismo. La figlia, Camelia, ha lasciato i suoi studi di cinese e si prende cura – o almeno ci prova – della mamma. I ruoli sono completamente ribaltati.

Un giorno Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese. Ricomincerà lentamente a vivere. Si troverà a dover gestire un rapporto estremamente complesso con il ragazzo e con suo fratello: Camelia ama Wen, ma lui la rifiuta. Anche la mamma di Camelia conosce un uomo. Ma sembra che in Christopher Road nulla possa concludersi con un lieto fine e tutto sia destinato irrimediabilmente a finire. L’inverno dell’anima sembra essere l’unica condizione possibile.

Viola Di Grado, ventitreenne catanese, è alla sua prima prova letteraria. Dimostra una maturità stilistica, una sapienza nello scegliere il lessico da utilizzare, davvero rare. Un esordio che lascia i lettori senza fiato. Una storia nera, profonda, cupa. Una storia dolorosa. Lo stile è tagliente come quello di un bisturi: incide la nostra carne. Le parole feriscono, sono armi, sono spietate. Non c’è tregua. Non c’è possibilità di rifiatare. Non c’è ossigeno. Gli ideogrammi cinesi diventano l’unico modo per ridare senso al linguaggio, per creare una nuova comunicazione che sia completamente diversa da quella ormai perduta e inutilizzabile. Gli ideogrammi potranno nuovamente dare un senso alla vita.

Ci sono romanzi che restano indelebili, che rileggeresti mille volte. Questo è uno di quelli.

Settanta di acrilico trenta di lana è di una bellezza straziante. La storia di una vita lacerata – come gli abiti bucati della sua protagonista –, una vita sognata e irrealizzata, una vita possibile, ritrovata, agognata e perduta nuovamente. Una vita che muore e rinasce ogni singolo giorno.

 

Serena Adesso

Il barista di Malagrotta *

Malagrotta regno animale, Malagrotta regno di zanzare, di topi e di gabbiani, di esseri umani. Malagrotta Via degli oleodotti e Via degli idrocarburi, Malagrotta Bosco di Massimina, Malagrotta Testa di Cane, Malagrotta gassificatore, Malagrotta pecore e vacche, Malagrotta raffineria, Malagrotta Ponte Galeria, Boccea. Malagrotta 1 e Malagrotta 2, Malagrotta lavoro, malattia. Malagrotta gola, sapore, odore, un uomo che guida e intanto si distrae, osserva chilometri di recinti, le palme appena piantate sulle colline, un pastore slavo ai piedi di un noce, una prostituta con minigonna di lamé, le cosce nude e tozze, le scarpe di vernice che toccano l’asfalto e fanno un ritmo quando il traffico è fermo per il semaforo provvisorio dei lavori in corso.

Poi scatta il verde e i rumori sono altri, più solidi scarti di ridotte dei camion all’ingresso della discarica di Roma e macchine cavacantiere inerpicate sui tornanti.
Dalla Portuense, via rurale, tra campi di erba medica di cardi, tra casali in via di ristrutturazione – e in mezzo Corviale – si arriva alla strada che costeggia la Cittadella, la chiamano proprio così, definizione ufficiale. Archi di acqua bianca si innalzano sulla distesa di fiori grassi, gialli, da un lato, dall’altra la palizzata e poggi glabri, appena toccati da una barba verdastra. In mezzo le architetture di tubi colorati e minareti fiammanti, di capannoni e balle impilate.

A due cose si fa caso, due elementi di solito tralasciati. Primo, l’odore. L’olfatto nella città civile è un senso occasionale, ha il valore di una memoria o di un’epifania, poiché non ha profumo il progresso se non una sottile consistenza di fumo, che è la normalità dell’aria. Campioncini di colonia, cassonetti, sesso, vapori di ristoranti, barboni questuanti in un vagone affollato della metro. Nulla di stabile. Non ci sono pollai o concerie, non ci sono carbonai, né macelli a vista. Qui invece il rapporto con l’olfatto coinvolge il corpo intero, un gas che irrita le parti molli – gli occhi, la lingua – a cui ci si abitua con lentezza ed è sempre un piacere liberarsene. Sterco, ammoniaca, carne, benzina, detersivo, frutta, subito tutto. Poi una presa acidula complessiva, un sapore nella deglutizione.

Il secondo è il vento, che non è questione per metropoli e le cui specie sono ormai assorbite dal genere: non molti ma uno, non un vento ma il vento. Invece qui è diverso. Anzitutto perché a questa zona, e in particolare alla barriera di Corviale, viene attribuita la responsabilità dell’estinzione di quel soffio di frescura che illanguidiva Roma nel rosso tramonto d’estate: il ponentino che ebbe già glorie barocche e papaline, umbertine e neorealiste e che non esiste più. O meglio, batte sul chilometro di cemento armato, arriva che è una volontà, colpisce il palazzo ed è appena una conseguenza di scontri tra nuvole lontane, tra l’agro e il mare. E poi perché al peso di salsedine da Fiumicino, si contrappone il passo artificiale di uno zefiro ammorbato: discarica, smaltimento. Malagrotta vento. E lo sanno nei quartieri e nelle borgate, lo sanno a Casal Lumbroso e lo sanno fino a Ottavia, lo sanno a Casalotti e a Castel di Guido, a chi tocca respirare un male collettivo, un rischio, un mistero che pure ha un nome ed è proprio questo qua.

Attorno al perimetro della discarica, appresso alla fugace orografia di questa valle, si cerca il punto esatto in cui dominarla tutta, ma questo punto non esiste. C’è sempre un cumulo di troppo o un gomito di curva che impedisce una visuale completa. Allora si prova ad entrare, ma è vietato. Per richiedere un permesso si fa una telefonata, poi un’altra, poi un’altra ancora, poi si deve spedire un fax, poi si deve richiamare per verificare che il fax sia arrivato, ma è arrivato a un ufficio diverso di quello con cui si era parlato e allora occorre un altro numero, un’altra telefonata, il fax è arrivato, ma è in attesa di essere vagliato dal responsabile, che però non è in città. Alla fine il permesso non viene negato, ma neppure concesso.

Dunque non si può che stazionare sotto i piloni del grande cartello verde e bianco, Discarica, sbirciare le ruspe e i trattori, i cassoni ingombri dei camion, su cui troneggia il logo bianco di una casa costruttrice che ha fatto nuova ragione sociale del proprio merchandising. CAT è l’unico dato certo, in mezzo ad altre piccole certezze, bottiglie di Coca Cola e di acqua Lete, confezioni di Carefree di Pampers di Lines, buste Carrefour, Conad, Gs, Sma, Pim, Pam, Pewex, gli unici segni decrittabili da questa distanza. Potenza di colori aziendali e logotipi che luccicano nell’argenteo bagliore del nylon, riconosciuti senza nemmeno essere visti. Si tratta per lo più di involucri, di spoglie; del rifiuto solido della definizione non c’è nulla, se non una pappa, una colla senza colore che gonfia i rimorchi e le pale delle ruspe, nulla di sicuro in questa coatta miopia. I camion percorrono lo sterrato senza fatica, in ripida salita, poi spariscono sul pendio pronti al cratere, invisibile ovunque.

Si direbbe per celia, si direbbe che stare lì a guardare è solo un esercizio voyeuristico, la serratura di un cesso pubblico, la luce accesa in una stanza, dietro tende ricamate alla finestra di fronte. Si direbbe che il catino accogliente di packaging e sostanza informe sia la sede di un segreto, un club per scambisti, il ministero di un rito per iniziati. La puzza è un indizio, un citofono anonimo e dentro che cosa, se intorno solo veli di terra su montarozzi, solo monumenti alla memoria di un vizio, dossi, buche tappate da teli di plastica e pannelli solari, colline beige e sterpi senza radici, divieti. Solo animali spia, solo strepiti di gabbiani, a migliaia, resi volgari dalla ressa e dalla competizione. Vuol dire che lì sotto, celato alla vista, c’è nutrimento, c’è vita, c’è consumo. Gabbiani rapaci e obesi, senza grazia, topi in lotta con altri roditori, pasciuti in questa terra. Ai marchi di bottigliette e sporte ecco contrapposto l’emblema della discarica, il marchio di Malagrotta. Come fosse un villaggio turistico, un ristorante balneare, una pensione a due stelle, un night. I gabbiani. Non esiste altra firma che questa per un posto del genere, nessun altro stimolo al pensiero laterale, nessun altro plausibile luogo comune: se non questi uccelli cibati dal fermento, dalla decomposizione. Poesia d’accatto, immondizia, mare.
Su ciò che non è visto si fantastica e si ipotizza, si costruiscono dogmi di fede. Così è il cratere. L’unico fatto certo è che si fa del tutto affinché nessuno tocchi l’elemento principale della discarica, perché nessuno si avvicini al fatto più spiacevole, l’immondizia, la cui natura collettanea e complessa impedisce un’efficace visualizzazione simbolica; non è un’idea semplice, dunque è facile da contraddire, dunque non c’è.
Assomiglia alla violenza, tacitata dai proclami, categoricamente espulsa dalle rivendicazioni, la si direbbe perfino estranea a chi la produce e a chi la pratica. Eppure c’è, è da qualche parte, in un altrove fisico ma pur sempre negato. In una discarica.

All’angolo della strada due giovani uomini si affrontano con mazza e cric per uno stop non rispettato, il traffico avanza; tra le mura di casa si consuma la violenza silenziosa, nel palazzo risuona la voce dei tg; un manovale si ferisce con un frullino, sanguina, magari lo scaricano ai bordi di una strada e intanto il cantiere prosegue i suoi lavori. La guerra. La guerra non fa male.

Ed è così per la morte, di cui si parla con difficoltà e per questo fa sempre più paura. È così per il dolore rappreso nella chance di una perenne anestesia.
Perciò quando in casa approda la minaccia di una bomba, la frustata di una cinghia, un lutto, un brutto male, l’impressione è sempre quella di un’ingiustizia senza cause né prodromi, di una realtà che le idee avrebbero dovuto plasmare e che invece hanno soltanto rabbonito. E per accorgersene deve essere proprio casa nostra, perché non basta la iattura del vicino a terrorizzarci; devono ondeggiare i lampadari, tremare le credenze, spalancarsi le finestre. Servisse almeno a guadagnare ottimismo, a campare felici. Invece è il contrario. Se la paura non è in un punto preciso allora è ovunque, la minaccia è costante, è nel prossimo. Tutto il mondo è appena fuori dalla porta, egualmente lontano.

Che i roghi di immondizia producano diossina in Campania o a Nuova Delhi è la stessa cosa. Che Malagrotta puzzi, che Malagrotta, tra le più grandi discariche d’Europa – forse – ammali, non è un problema italiano e non è un problema romano, e non è un problema di tutta Roma Sud. È un problema esclusivo delle zone limitrofe, dei comitati di quartiere che da vent’anni manifestano e picchettano, degli abitanti che stendono panni e allevano bimbi. Del barista oltre il recinto. Che dice «Tutti i giorni è normale. Arrivo presto, lavoro, faccio i caffè e i cappuccini. Ogni tanto entra qualcuno che conosco e penso: ora mi dice che si è ammalato. Va bene, capita. Poi metti che succede a un altro, a un altro ancora, tutte persone della zona, tutta gente che abita qui da anni. E poi se tocca a me? Non è ancora successo, ma chi me lo dice che non capiterà? Chi lo sa che cosa ci siamo respirati, cosa ci respiriamo?»
Continua a stare lì, ad alzarsi presto, a scaldare tazzine tra i cicalecci del videopoker, a mettere da parte qualche soldo per comprare il motorino al figlio o andarsene a Ferragosto al mare. Lui che si affaccia sui reticoli impigliati di strappi di plastica e cartacce, vive nell’angoscia. Tutti gli altri, nel rifiuto.

Forse può rassicurare la scritta sul cartello appena fuori dalla vicina raffineria. “Salute, Sicurezza, Ambiente. Le nostre priorità”. Forse la prossima – più volte rimandata – apertura di Malagrotta 2, del termogassificatore. Ma dicono che sarà ancora più nocivo. Di sicuro l’immondizia, compattata in balle, sarà espulsa in un fil di fumo. Di sicuro si vedrà ancor meno. Non ci si nutriranno i gabbiani. Sparirà.

Yari Selvetella

*[Precedentemente pubblicato su Nazione Indiana]