Fiume di Tenebra

È la notte di un giovedì quando, venuto a Roma per un reading di Scrittori precari, mi ritrovo a casa del subcomandante Liguori, in attesa dell’Intercity delle 4:28 che da Roma Tiburtina mi avrebbe riportato a Firenze.

Evidentemente non pago di quanto bevuto durante la serata, il subcomandante sfodera una bottiglia di calvados. Dico che non importa, che sono troppo stanco per bere. Lui versa. Mi faccio un bicchiere, poi un altro. Poi un altro.

Aggrappato al tavolo, cerco di posticipare il torpore, che è ottimo per affrontare l’Intercity delle 4:28 (non c’è mai posto e allora se sei bello stanco ti schianti nel corridoio, la borsa come cuscino, e tanti saluti), ma prima devi arrivarci, al treno.

Sto per desistere e chiudere la serata addormentandomi al tavolo con la testa sulle braccia, come a scuola, quando lui attacca a leggere qualcosa:

Nel settembre del 1919…

Visto il periodo e i gusti del subcomandante, penso che possa essere Rilke, il che non mi smuove. Forse, sballando di nove anni, bofonchio un “li leggerò, i quaderni, lo giuro…”, ma lui va avanti:

…arditi, sbandati, artisti di mezza tacca, orge in mezzo alle strade, donne che si davano a chiunque, e gli uomini pure con gli uomini; e la popolazione che veniva nutrita fantasiosamente a cocaina. Ma questo sarebbe ancora un metodo come un altro per vivere, perché il grave era che…

Io alzo gli occhi, troppo sonno e troppo calvados per capire di cosa parli il brano che sta leggendo, ma la buona prosa, insomma, quella uno la riconosce in qualunque condizione. Lui continua:

… aveva ribattezzato la marina militare fiumana con il nome degli antichi pirati dell’Adriatico, gli uscocchi, e l’aveva mandata a derubare le navi degli altri, al grido di eia eia alalà. A Fiume si campava con la pirateria, sebbene si dicesse che,

oltre che sulla provvidenza piratesca, D’Annunzio dovesse fare conto sull’aiuto di qualche banchiere: ma molti troveranno la differenza troppo sottile. E non finisce mica qui, perché si diceva anche che a Fiume erano peggio dei bolscevichi, e che Lenin in persona avesse approvato tutta la questione: Carli e Marinetti, con le bombe a mano nella giacca, a Fiume si presero una bella ubriacatura comunista. Insomma: un puttanaio: un immenso puttanaio.

Mi ritrovo improvvisamente rivitalizzato. E quindi parla di Fiume, questo brano! La storia della Reggenza Italiana del Carnaro l’avevo scoperta già da ragazzino, leggendo “TAZ” di Hakim Bey, e da lì avevo sempre sospettato che questo D’Annunzio qualcosa di buono lo avesse, se nelle sue vene scorreva almeno un po’ d’anarchia, e metteva l’Oroboros sulla bandiera. Mi entusiasmo, gli chiedo di leggermi qualche altra pagina. Lui va avanti, ma ben presto l’orologio sulla parete mi chiama al treno. Raccolgo i miei coccini e chiedo come si chiama quel libro, che lo voglio cercare.

A sentire che è un libro in lavorazione, un libro-italiano-contemporaneo e non un testo ripescato chissà dove, ci rimango secco. Il subcomandante mi promette che appena esce me lo farà avere. Preso il treno, mi addormento nel corridoio lercio

vagheggiando imprese da “disertore in avanti”.

E qualche mese dopo mi arriva davvero, il libro. Bello anche a vedersi, seppiato come uno lo immagina, con la faccetta del Vate in un cammeo. Fiume di Tenebra, si chiama. Di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Castelvecchi editore 2010.

Leggo di Serra, di Keller, Comisso e Ada, di generali per cui il frustino non è solo una decorazione, di una estate dell’amore (un autunno-inverno, a voler esser precisi) in anticipo di quarantasette anni e di un piccolo D’Annunzio tutto nervi e sogno. Sono piaceri.

Vanni Santoni



Fiume di tenebra – L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio (Castelvecchi, 2010)

di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

 

[Leggi qui il prologo]

[Leggi qui il capitolo “Aspettando il tenente Keller”]

Aspettando il tenente Keller *

Il capitano Serra, seguendo la luce livida di un corridoio buio e dritto, aveva finito per trovare una stanza, e ci si era rinchiuso dentro.

Un tempo la stanza, ficcata in questo recesso appartato dell’edificio, quando il palazzotto ospitava ancora gli uffici di qualche stabilimento del porto, doveva essere stata il rispettabile pezzo di terra salva, il sacro posto di lavoro di qualche impiegato: certo, a quei tempi non doveva puzzare tanto.

Qualcuno, ora, ci aveva infilato un letto, una sedia con un paio di camicie sudate sopra, e, sotto, stracci.

La stanza aveva anche un tavolo con una candela che doveva servire a illuminare questa miseria dall’odore tanto forte da batterci i pugni sopra: era lo schifoso odore che questi ragazzi portavano addosso, e lasciavano ovunque passassero. Era l’odore di qualcosa che stava morendo senza saperlo.

La porta non aveva chiave. Serra infilò una sedia sotto la maniglia e provò a capire se qualcuno lo avesse seguito.

Sentiva il tossico agire ancora in lui, ma sentiva anche la pressione di un meccanismo autonomo che gli aveva imposto di alzarsi, muovere il corpo e cercare, come un animale ferito, un riparo.

Era ancora stordito e umiliato dal veleno, lo sapeva, e non poteva, non doveva far correre i pensieri troppo velocemente. Non doveva permettere loro di fluire. Doveva sforzarsi di renderli solidi, stabili, immobili.

Nel riparo di quella stanza, doveva fare quello che avrebbe fatto qualsiasi animale: cercare di vincere. Doveva tirare fuori da quella stanza il maleficio di quei ragazzi, il loro odore morboso di ragazzi, di pupazzi stupiti, desiderosi di adorare un idolo, lì distesi a terra come una tribù pronta a qualsiasi sacrificio, con le uniformi lise, sporche. Con i loro costumi da circo. Con le loro facce da circo. Questi uomini erano stati al fronte, avevano combattuto, avevano ucciso, erano sopravvissuti;

e ora non facevano altro che parlare di questo: di questa loro grande guerra, come se fosse la prima ad essere stata combattuta, o l’ultima; e a parlare di quando, presto, prestissimo, sarebbero tornati a combattere, perché per loro la guerra è vita: cuccioli di cane con i loro libri del liceo pieni di stupidaggini sulla vita e la morte.

Si distese sul letto e, qui, all’improvviso, la trafittura di alcune migliaia di morsi: se la stanza fosse stata illuminata avrebbe potuto vedere delle piccole bestie salirgli sul corpo. Oppure avrebbe visto che non c’era nessuna piccola bestia, e che era la pianta che gli prendeva i pensieri e glieli scioglieva in questo liquame. Doveva afferrare questo liquame, e trasformarlo in pietra.

Ma poi bussarono forte alla porta, e i pensieri persero di importanza. E anche l’odore dei soldati. E anche gli animali che lo mordevano.

Bussarono alla porta e il capitano Italo Serra si sentì strappare come da un imbuto, da una vertigine, da una voragine. Cavò una rivoltella dai pantaloni.

«Capitano, capitano», disse una voce da dietro la porta, «mi apra, ci siamo conosciuti poco fa giù al cantiere, ma lei non mi ha voluto ascoltare».

Il capitano Serra ripose l’arma.

«Temo si confonda,soldato, non sono mai stato al cantiere».

«Con rispetto, capitano, ma si confonde lei».

Probabile. Possibile. Tutto era possibile. Serra non poteva fare a meno di prendere in considerazione l’evidenza che tutto era possibile.

«Scusami soldato, ora ricordo, ma stavo riposando. Possiamo riprendere il nostro discorso domani?».

Serra sentì scoppiare una risata e si accorse che il soldato non era solo. Aveva sentito una risata di donna, e anche che il soldato stava tappando la bocca con una mano a questa donna.

«No, capitano, domani non ci sarebbe più niente da dirci. Guardi che non sono venuto da solo», la risata si fece più forte, «sono con un’amica, una bella amica e giù tutti ci dicevamo, il capitano è appena arrivato, e pure lei giù in cantiere…».

«No, soldato. Ora sono stanco, soldato».

«Ma capitano…».

«Ho solo voglia di riposare, ringrazia tutti».

«Ma capitano non vuole neanche aprire la porta per salutare la nostra amica?».

«Vattene!», concluse Serra, e aggiunse, «per favore».

Serra sentì la voce del soldato che faceva una sorta di rantolo in gola, e la donna che lo accompagnava ridere ancora. Li sentì allontanarsi, e scendere in strada calpestando delle scale

di ferro che non gli sembrava di avere mai salito, e allora si alzò dal letto, e si accorse di sentire di nuovo la carne a fargli da spessore tra ossa e pelle.

Andò alla finestra e riconobbe, o gli sembrò di riconoscere, un soldato della Disperata che si allontanava abbracciato a una bionda visibilmente ubriaca o intossicata, che indossava un paio di calzoni da granatiere: difficile dire se era più la donna ed essere sgraziata dalla divisa o la divisa ad essere offesa dalla donna.

I due cantavano, o ridevano, e la donna, gli parve, indicava la luna, come se si accorgesse per la prima volta da che era al mondo della sua presenza; come se non ci fosse stata mai prima al mondo un’altra luna come quella.

Ma doveva essere così, pensò Serra: Fiume aveva una sua propria luna, una luna calata sul fondale di questa inutile tragedia in pochi atti. E lui, Serra, era qui per recitarne l’ultimo.

L’atto finale: avrebbe preso contatto con Guido Keller, e il tenente lo avrebbe portato al suo obiettivo: il Comandante Gabriele D’Annunzio.

E poi lo avrebbe ucciso. Avrebbe ucciso Gabriele D’Annunzio.

Non era la prima volta che uccideva un uomo. Non era la prima volta che gestiva un caso del genere. Ma il fatto dolorosamente strano era, semmai, che gli sembrava che questa dovesse essere l’ultima.

Era a Fiume. Avrebbe preso contatto con Keller. Forse qualcuno, già dentro la città, avrebbe cercato di aiutarlo. Non sapeva niente di preciso. Una missione senza rete: ma andava benissimo così.

La pianta lo stava lasciando andare. Era stanco. Si sentiva infinitamente stanco e vecchio, ma la pianta gli stava scivolando via dal corpo.

Si accorse di avere il cappotto addosso; che non se lo era mai tolto, con dentro cuciti i documenti, e le carte. Se lo sfilò e si diresse, al buio, verso il tavolino. Ci si sedette. Accese la candela, e prese la cartella con i documenti, e li tirò fuori: documenti ufficiali, documenti ufficiosi, documenti che non esistevano e nessuno aveva redatto, lettere private, lettere d’amore, voci di corridoio. Molta carta, anche per questa ultima questione delicata che qualcuno gli aveva chiesto di risolvere con discrezione e senza i freni di alcuna morale inerte. Molta carta, anche per questa ultima missione che, al suo cuore rotto e avvelenato, pareva tanto straniera, come essere morti e, da morti, essere capitati in un altro mondo.

Un mondo a parte.

Prese queste carte, tutti i documenti e, uno a uno, li avvicinò alla candela. I fogli bruciarono, con lentezza, come un incantesimo. Il fumo riempì la stanza, da soffocare, e il capitano Serra si alzò e aprì la finestra, e respirò l’aria fredda del mattino che si avvicinava.

E con il mattino sarebbe sparito, infine, l’incantesimo della pianta, questa tristezza, questo orrore di sentirsi così straniero e ultimo.

Si sporse dal parapetto e lo scavalcò. Si ritrovò su una terrazza. Qui, a lato della scalinata, appollaiata sulla ringhiera, gli sembrò di scorgere un’aquila.

Una grande aquila con il becco adunco che, in quel momento, stava guardando il capitano Serra dritto negli occhi.

Poi l’aquila si stancò di guardarlo e si alzò in cielo. E allora il capitano attraversò il terrazzo, ne scavalcò la balaustra, e scivolò giù per la scalinata, seguendo l’uccello.

Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

*Estratto dal romanzo

FIUME

DI TENEBRA

L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio

(Castelvecchi editore)

Da ottobre nelle librerie.

Leggi anche il Prologo

I gendarmi del Buon Governo Vecchio – Parte uno (“Dì tre”; “Tre”)

In un futuro imprecisato…

Ero in cucina che con la mano destra sorseggiavo del brodo di piede e con la sinistra mi masturbavo le tempie – come sottofondo il tg1 ricordava la figura di Andreotti e del suo libro edito dalla Castelvecchi – quando bussano alla porta di casa. È il cavallo della mia vicina di casa. La mia vicina di casa è una donna ninfomane di Orvieto che utilizza le melanzane per pulirsi il culo dopo aver cagato, e poi le mangia, senza nemmeno cucinarle, robba che uno gli viene il mal di pancia. La mia vicina di casa si chiama Ernesta, ha quasi cinquant’anni ma ha un seno prosperoso e liscio come quello di una ventottenne che sta allattando il figlio della sorella, l’altro invece è una prima scarsa. La lascio entrare in casa (il cavallo rimane fuori). Una volta in cucina mi versa del latte nel caffè direttamente dal capezzolo e mi allarma sul fatto che entro fine mese verranno i guardiani del Buon Governo Vecchio ad ispezionare casa. La soffiata l’ha avuta dal suo ex marito che ora lavora al ministero del Buon Governo Vecchio.

Il Buon Governo Vecchio s’insediò ufficialmente nel 1998 dopo anni di terrore democratico, populista e demagogo. Primo decreto emanato dal nuovo governo fu la riduzione in schiavitù dei datori di lavoro nero, stipendiati ufficialmente dalle libere associazioni di cittadini. Queste associazioni si formarono lentamente all’inizio degli anni ’90 nel quartiere Pigneto di Roma. Dai cinque o sei membri che erano, crebbero a dismisura fino a diventare dodici/tredici mila membri. Tutti perfetti stronzi con matricola e con tendenze nazi-fasciste-gay. Erano vere e proprie logge massoniche dove il rituale d’iniziazione consisteva nel praticare sesso orale al Gran Maestro vestito in tenuta nazista e con braccio teso in saluto romano. Nel mentre il discepolo inginocchiato e con le braghe calate doveva riuscire a sciogliere una candela di cera con il retto. Capirete bene che si faceva la fila per entrare nella loggia. Il Gran Maestro ha 135 anni, portati male ma pur sempre 135. Il segreto della sua giovinezza pare sia il fatto che dorma su reti ortopediche Permaflex ed abbia una foto in salone che invecchia al posto suo. Il secondo passaggio per diventare membro eletto e discepolo ufficiale della setta consiste nella fatidica prova del cuoco, ovvero nel creare una ricetta mai sperimentata, cucinarla e mangiarla senza però mai far cadere l’occhio sulle tette di Antonella Clerici che per l’occasione viene stipendiata per condurre la prova che risulta quindi faticosa ed altamente rischiosa.

Io, come tanti miei amici, non faccio parte della loggia e sono di conseguenza perseguibile civilmente dal Buon Governo Vecchio. Ringrazio Ernesta per la soffiata, l’accompagno all’uscio della porta, le sfioro le natiche e chiudo la porta d’ingresso per poi portare le dita al naso come fosse dell’etere intriso in un fazzoletto. I miei polmoni esultano di gioia bianca e tronfia, come una palla di neve che diventa valanga. La sento galoppare ed allontanarsi dal palazzo.

Terminato il mio brodino di piede, i dubbi mi assalirono e mi spaventai all’idea dei gendarmi del Buon Governo Vecchio in casa mia che frugavano nei miei cassetti in cerca di Dio solo sa cosa. Ma non parlando con Dio da parecchio, presi a costruirmi un piccolo rifugio scavando un buco di 30 cm x 30 cm proprio sotto la scrivania. Un cubo interno al muro, una cassaforte murata che ricoprii con della carta da parati rossa. Dovetti riaprire il nascondiglio perché dimenticai di metterci dentro la robba da nascondere: diari, erba, cd illegali ed i miei hard disk contenenti materiale scabroso e tecniche per costruire bombe carta utilizzando biglietti della metro e banconote da cinque euro.

Ma quella notte qualcosa turbò il mio già travagliato sonno instabile…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

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Face to Face! – Barbara Alberti

Barbara Alberti è in assoluto una delle donne più incredibili che abbia potuto conoscere nella mia vita. Completamente priva di qualsiasi anoressia mentale è un ciclone di vita, intelligenza e ironia.

Nel suo ultimo Letture da treno (Edizioni Nottetempo), parla, analizza, ci presenta grandi classici della letteratura internazionali con il suo charme narrativo inconfondibile.
Proprio da quest’ultima prova letteraria nasce un’intervista sui generis in cui le domande non le faccio soltanto io.

Come è nato il tuo libro? Da quale esigenza?

Dalla mia esigenza primaria, quella di ridere. E dalla mancanza di memoria (che non credo sia un caso, ma una colpa: della disattenzione, della superficialità, dell’idolatria dell’istante). Quando leggo un libro faccio una scheda, un libero commento. Ho gli armadi pieni di note sulla letteratura. Che sono anche una rivolta alle scempiaggini delle “terze pagine”. Un rapporto personalissimo, insolente e innamorato con i classici. Un rapporto stretto con i personaggi che sono amici, nemici, amanti, carnefici.

Dove comincia il viaggio? Alla stazione di partenza o a quella d’arrivo?

Comincia durante- in ogni istante- comincia “prima”- quando “ti senti” in viaggio. Puoi essere dovunque. Mi viene in mente una scena di “Capricci”, un film di Carmelo Bene- dove c’è un vecchio che sta a cavallo del water come su un cavalluccio di legno o su un ippogrifo, e dice in puro salentino (che non so ripetere, così traduco): “Non essere geloso, non essere geloso, prendi un treno e vieni a Londra con me”.

È successa una cosa strana: dopo che ho pubblicato la recensione del tuo libro mi sono arrivate delle mail con delle domande per te. Te le giro.

(In coro) Froci a chi??? Insolente dama! Ancora vuol fare la femminista? Ancora ce n’è bisogno? I tre (anzi quattro) moschettieri.

Sapeste quanto mi annoia anche solo la parola, “femminista”! Credevo che certe conquiste di civiltà fossero per sempre, e non solo per quanto riguarda le donne: sfruttamento sul lavoro, razzismo… Macchè: il dna non trasmette la democrazia, bisogna ricominciare daccapo ogni volta. Forse a voi, che vivete in un sovramondo letterario è sfuggito qualcosa: che qui, tanta tecnologia tanto progresso, ma stiamo tornando alla clava. Guai ai disarmati. Che siano vecchi, donne, bambini, poveri, stranieri. Purtroppo bisogna avere il coraggio di tornare ad essere noiosi, e ripetere all’infinito Nati non fummo a viver come bruti…

La morte può essere noiosa? Jacopo

La sua, sì. Ma non più della sua vita. E non meno del suo libro.

Di mostri, bestie e dei ne ho incontrati nel mio peregrinare. Sono stato trasformato, ma non in un bove con le gambe. Tradire è dunque la giusta via di fuga dall’egoismo umano? Nessuno

Non mi faccia il moralista, la prego: vuole offendere la sua leggenda di grande esploratore, di eroe della conoscenza? E non mi faccia il filosofo, lei che è un vitalista, e un furbo (il contrario del pensiero). Quando parla di tradire immagino si riferisca ai tradimenti di Penelope: perché i suoi, caro Qualcuno, se non sbaglio, li chiamerebbe esperienze.

Señora, sono molto felice del racconto che ha scritto su di me e volevo chiederle se c’è ancora spazio per i sogni e soprattutto se il prendere in spalla quelli degli altri è coraggio o incoscienza.
Suo Sancho.

E’ trasfigurazione, è una facoltà, divina, è arte- è doppia tenerezza.

Ecco, sai comunque mi premeva farti avere anche un “confronto”. Torniamo a te e a noi.
Ho un piccolo problema: tra metrosexual e cloni di ‘Sex & the City’ non so più se provarci, con chi provarci o se è meglio l’onanismo. Ma cos’è successo ai “ruoli” sessuali e all’amore?

Boh.

Comunicazione e incontri ormai avvengono per mezzo di Facebook, piattaforme on line, chat. Si può ancora parlare di relazioni pericolose?

Magari!

Da anni cerchi la scomunica. Ma quante ancora ne dovrai combinare prima di riceverla?

Ho perso ogni speranza. Se non è bastato ripubblicare Vangelo secondo Maria (Castelvecchi), dove la Madonna rifiuta la maternità divina, e Gesù non nasce, ho paura che questo onore la Chiesa non me lo farà mai.

Cos’è la religione oggi? Stato, potere, denaro o una croce di legno?

La Chiesa cattolica è una multinazionale. Altro è il rapporto che si ha col sacro, che riguarda ognuno intimamente, sia che si creda in dio oppure no.

Per terminare ti lascio questa petizione sempre ricevuta nella mia casella e-mail: “A nome di tutti gli scrittori vilipendiati nel suo libello, io Alexandre Dumas in qualità di portavoce del gruppo “Gli dei incompresi dall’Alberti” le porgo la seguente domanda: Ma un po’ di caz** suoi no?!”

Eh anche troppi, caro Alexandre, anche troppi.

Alex Pietrogiacomi