L’ultima notte di Cagliostro

L’ultima volta che gli servii la cena fu la sera del 25 agosto. Chiusi la porta e lo trovai intento, come altre volte, a dipingere la parete. Per pennello usava un cucchiaio alla cui estremità aveva posto la lana del materasso che intingeva in acqua sporca di ruggine. Stava iniziando un ritratto. Con movimento sicuro tracciò il cerchio di una pupilla. Poggiai il vassoio e credo gli chiesi se cercasse compagnia in quel volto. Lui fece un gesto, lo ricordo bene perché mi colpì, si avvicinò alla parete che stava disegnando e la carezzò, come fosse una guancia.

Mi guardò e per la prima volta mi rivolse la parola, mi chiese se avessi, invece, io voglia di fargli compagnia.

Non saprei dire se m’impietosì o ipnotizzò. Il suo sguardo non era normale, ma pesante e fisso su di me. Temevo riuscisse a leggermi dentro, mi lasciai cadere sul bordo del letto.

Spezzò il pane e assicurò nelle mie mani la metà. Nei suoi gesti, nelle sue movenze non riconoscevo più quell’uomo che tutti dicevano diavolo, non ravvedevo la potenza, la cattiveria della persona entrata quattro anni prima nella fortezza inespugnabile, nell’isolamento più totale, fuori dal mondo; come me, il suo carceriere.

Mi chiese se avessi famiglia o una donna da cui tornare. Feci segno di No. Pensai che ero l’unico amico del diavolo, condannati entrambi al carcere a vita.

Non rammento le parole precise, ma parlò della felicità, diceva risiedesse nella capacità di volere quel che si ha. Eravamo dunque felici?

Non gli importava neanche della libertà, un valore, secondo lui, sopravvalutato che i potenti erano pronti a difender con sangue vergine; la ricchezza, poi, quella era solo un abbaglio creato per celare la verità. L’ascoltavo non perdendolo mai di vista e nel mentre mi ripetevo che se quell’uomo potente era mio amico, allora forse potevo essere potente anch’io.

Camminava lentamente dalla finestra al letto, con soli quattro passi percorreva l’intero perimetro della cella. Per molti era stato solo un truffatore, per altri un alchimista ed ancora: filosofo, matematico, astronomo, teologo, taumaturgo, linguista, orafo, musicista, massone e addirittura mago.

“Sa quante vite ho avuto?”, chiese nascondendosi il viso tra le esili mani. Non risposi, strappai con i denti un pezzo di pane e aspettai che proseguisse.

“Non mi dico innocente, ma la mia unica colpa si chiama amore, un amore malato come tutti gli amori” bevve un sorso d’acqua e riprese il racconto “La conobbi che non aveva quindici anni, era bellissima. Da quando fu mia, non smisi mai di ringraziare il cielo e mai di tremare per il timore di non meritarla. Volevo essere sicuro che fosse mia e solo mia perché lo meritavo e non solo per la sua giovane età. Fu così che la spinsi nelle braccia d’altri uomini, solo per riempirmi il cuore vedendola tornare da me”, il diavolo s’interruppe, forse anche lui aveva bisogno di coraggio per ricordare, per proseguire la sua storia. “Le presentai un russo, nelle passeggiate e nelle sue lussuose stanze conobbe ricchezza e nobiltà, ma lei tornò ancora da me. Il mio amore era una leva pronta a sollevare il mondo. Il secondo fu un avvocato francese, nelle sue carezze trovò l’onestà, ma chiese di tornare con me. Finalmente capivo ogni cosa. Il nostro amore era allora pronto, pronto per essere professato a tutti, cantato in ogni parte del mondo”.

Il diavolo si alzò dalla rete e mi fece strada tra quelle poche mattonelle accompagnandomi fuori dalla sua cella, poi proseguì: “Venne la volta del famoso Casanova, lasciai sola con lui la mia sposa, tra le sue lenzuola trovò l’avventura e la leggenda e ancora in lacrime tornò. Le giurai che sarebbe stata l’ultima volta, ma non fu così. Un giorno, però, mi convinse a tornare a Roma e scappò. Il resto è noto: mi denunciò, dovette pensare che l’unico modo per fuggirmi fosse mettere mura e ferro tra noi”.

Coprendosi il volto con le mani, chiese di essere lasciato solo. Chiusi la porta augurandogli una notte serena, lui raccolse il pennello e con un cenno del mento annuì.

Il mattino seguente, poco prima di mezzogiorno entrai nella cella, mi sembrò ancora addormentato, provai a svegliarlo, ma il suo cuore aveva cessato di battere. Tra le dita stringeva ancora il suo cucchiaio. Sulla parete, il volto di una donna ci sorrideva. Lei era tornata ancora una volta.

Giuseppe Balsamo alias il Conte di Cagliostro fu sepolto fuori da luogo sacro sul monte della fortezza di San Leo il 28 Agosto 1795.

Massimiliano Di Mino

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Metodica delle cose inutili – Sul lavoro

Sul lavoro


Il lavoro non mi piace, non piace a

nessuno. A me piace quello che c’è

nel lavoro: la possibilità di trovare

se stessi.

Conrad in Cuore di Tenebra

Un punto spinoso: il lavoro. Così spinoso da dover subito sgombrare il campo da tutte le interpretazioni fuorvianti in cui è possibile leggere, in contrasto con la teologia della nostra civiltà, questo concetto.

A molti pare, infatti, che il lavoro, anziché un obbligo o una triste necessità, sia qualcosa di voluto dal nostro spirito, dalle nostre mani. Ancora nella costituzione fiumana si parlava di lavoro senza lavoro e, uno dei protagonisti dell’avventura dannunziana, Guido Keller, folgorato da un’etica dell’altro (“scordare se stessi per l’altro”), che ricorda vagamente quella di Lévinas, umanista profondo qual’era, vedeva nel lavoro un ampliamento di conoscenze. Uno dei maggiori danni, in questo campo, è stato apportato da Dante Alighieri, che, nell’ottavo canto del Paradiso (v. 142-148), fa bellamente dire a Carlo Martello: “ E se ‘l mondo la giù ponesse mente/ al fondamento che natura pone,/ seguendo lui, avria buona la gente./ Ma voi torcete a la religïone/ tal che fia nato a cignersi la spada,/ e fate re di tal ch’è da sermone;/ onde la traccia vostra è fuor di strada.” Insomma questo mondo è fuori strada, e la gente non è buona, perché non si tollera che l’individuo si assuma il coraggio e il peso della propria vocazione, e si fa di un soldato un prete, e di un prete un re. In questa lettura del lavoro non solo è pericoloso questo richiamo alla volontà individuale e a un diverso, più profondo e stravagante, uso della ragione, ma vi è insito quell’appello del Nazareno a leggere la realtà non secondo le regole della necessità imposte arbitrariamente dall’uomo (secondo il suo libero arbitrio), ma in una feconda chiave simbolica che liberi la natura profonda delle cose dalla retorica della concretezza (“non di solo pane vive l’uomo”), che ha determinato in certo cristianesimo perfino una visione delle leggi di mercato e una lettura dell’ordine sociale invertite: si pensi a Sant’Ambrogio, secondo il quale quando fai l’elemosina, “non de tuo largiris pauperi, sed de suo reddis” (al povero non dai il tuo, ma gli restituisci il suo: il maltolto). Questa affermazione può sembrare un aspetto innocuo di questo ribaltamento di prospettive, ma apre un dibattito che ancora nel Novecento, porterà Norman O. Brown, in una critica al luteranesimo e al comunismo scientifico, a riconnettersi alla fonte, sorpassando una critica al denaro come “sterco del demonio” e come strumento di sopraffazione, e puntando la sua, di critica, sul denaro come indice quantitativo anziché come espressione di valore simbolico: in uno spirito non diverso da quello del Nazareno, o anche come uno zingaro, secondo Brown l’oro sta meglio al collo che in tasca (sarà stato mentre si faceva ungere di preziosi balsami con soldi non dati ai poveri che a Gesù è venuto in mente che una lanterna non deve rimanere nascosta in un moggio).

Bene, questo, per sommi capi, è il campo che dobbiamo sgombrare, scartando con forza ogni richiamo alla responsabilità individuale verso se stessi e l’altro, e a un uso diverso della ragione, riconnesso alla sua matrice simbolica e immaginale. Ci aiuta, in questo, la lampante evidenza che lo sforzo spirituale e culturale che mette in gioco questa lettura della realtà è impari davanti al fatto che non bisogna avere una laurea per capire che la via facile da seguire è quella dell’inutilità.

Il lavoro è inutile, è come una di quelle cose che si inventano tanto per cattiveria, una punizione data da Dio ai suoi bambini capricciosi, una correzione che ci dà un’ordinata, un ordine. Si può allora accettare questo ordine, accettare il lavoro in suo nome, subendolo passivamente o, in un istinto confuso ad ottenere il perdono, cercando di guadagnare dei meriti, ovvio quantificabili (fare carriera, guadagnare denaro, ottenere potere, e via dicendo): tutte le organizzazioni sociali avvicendatesi nella nostra civiltà sono state basate su questa salda base.

Uscire fuori da questa prospettiva significa pensare che questo mondo, piuttosto che una valle di lacrime, è la “valle del fare anima” (Keats) e che ognuno di noi è chiamato a lavorare, secondo il proprio talento e la propria vocazione, (ognuno secondo le proprie capacità così come ad ognuno secondo le proprie esigenze) per essa: per gli altri.

Pier Paolo Di Mino