Il print on demand NON è editoria

[Articolo di Carolina Cutolo riveduto e corretto per Scrittori precari in seguito alla discussione su Scrittori in Causa]

Iniziative come Il mio libro del quotidiano La Repubblica, fanno parte della categoria denominata print on demand (POD), cioè letteralmente: “stampa su ordinazione”. Questo nome (nonostante l’inglese a effetto distragga dal senso preciso delle parole) è già una dichiarazione d’identità, come dire: stampiamo (non pubblichiamo), siamo tipografi (non editori).
Peccato che la campagna pubblicitaria che circonda questo tipo di operazione calchi invece la mano sulla preziosa possibilità che offre alla realizzazione del sogno di ogni aspirante scrittore (che paghi): vedere il proprio manoscritto pubblicato, “accedere al mondo dell’editoria”, come troviamo scritto testualmente sul sito di Youcanprint. Queste operazioni dunque, al pari dell’editoria a pagamento, glissano sul fatto che la discriminante per pubblicare sia il denaro (e chi non ce l’ha, problemi suoi), sottolineando invece la presunta democraticità del fatto che secondo loro chiunque può finalmente realizzare il suo sogno di diventare scrittore, omettendo che in verità tale democraticità è riservata (palese contraddizione in termini) solo a chi paga. Lo slogan del progetto Ilmiolibro.it è illuminante: “Se l’hai scritto, va stampato”, come se il semplice fatto di buttare giù un malloppo di frasi qualsiasi, fosse sufficiente a conferire al testo dignità e diritto alla pubblicazione: un povero aspirante scrittore, ingenuo e narcisista, non aspetta altro che questo tipo di avallo per potersi considerare a tutti gli effetti uno scrittore, cosa che sembra importargli infinitamente più che imparare a scrivere bene. Leggi il resto dell’articolo

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