L’anello d’oro

Al principio c’è il sonno. Sento addosso uno strano senso d’inquietudine misto a paura. Spalanco gli occhi, respiro l’odore caldo del pomeriggio. Uscirei, ma il caldo è un nemico troppo grande per me. C’è un suono che continua a infastidirmi più del caldo, proviene dalla stanza attigua alla mia: dalla camera di mia sorella. Gli occhi volano su tutti gli oggetti sparsi per camera. Come sempre ordinata e pulita. Osservo con acutezza un poster dei CCCP, che sta alla base del mio letto, un residuato bellico del mio periodo da politicante. Dietro di esso si nasconde un buco. Uno dei modi per comunicare con mia sorella senza lasciare la stanza e senza urlare. Mi avvicino a carponi e scruto dalla fessura.
Il mio occhio vede due ragazzi nudi. Leggi il resto dell’articolo

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Vuoi parlare, per favore?

Anna è partita. Al parchetto di San Lorenzo il sole sbatte sull’erba, i coatti litigano con i punkabbestia e fanno casino perché non si mettono d’accordo su chi deve vendere il fumo a dei pariolini. Mi allontano e mi stendo sull’erba, mi guardo i piedi, mi tornano in mente le tette tonde di Anna, mi prude il naso, mi gratto, mi annoio, mi alzo, mi stendo, mi rialzo e un po’ apatico vado nel cortile della facoltà. C’è una festa di giocolieri che se ne stanno spalmati al sole con i diablo nei tascapane militari. Gli impasticcati se ne stanno in un angolo e molleggiano sulle barche. Le femministe del collettivo appendono manifesti alla parete, leggo: «Elezioni studentesche 11 e 12 maggio… visto che non li vedete mai… INFO per l’uso: comunione e liberazione hanno votato l’aumento delle tasse, università in movimento, movimento de che?, appalti e mafie di ieri e di oggi». C’è una tizia carina che ho visto al corso di psicologia clinica, è bionda vera e magra magra, sembra un’attrice che ho visto in non so che film, c’è la tizia di Lecce coi capelli rossi e la cinta borchiata che parla sciolta con il tizio di Campobasso col dalmata, c’è la moretta col piercing al labbro che mi guarda e io pure lei da 3 o 4 anni ma non abbiamo mai parlato, c’è Gino che butta la bottiglietta d’acqua a un cane marrone che la rincorre e abbaia, ci sono i leninisti di Potenza, c’è il tizio rasato con la barba di Autonomia sarda che si mette sempre la mimetica e la maglia dei CCCP, ci sono tutti, ognuno si fa i cazzi suoi e io apro un libro di Donata Francescato.

«Vuoi parlare, per favore?»

Alzo lo sguardo e vedo Irene, una biondina che sembra olandese ma è di Ravenna. La guardo in silenzio.

«Vuoi parlare, per favore?» ripete.

«Di cosa?»

«Che ne so? Quello che stai leggendo, quello che pensi, quello che ti pare».

«Finisco di leggere ‘sto pezzo».

«Ti dispiace leggere ad alta voce?»

No, dico e leggo: «Molti giovani sono apatici, poco interessati a problemi sociali di cui non vedono la soluzione; preferiscono non definirsi né in politica né in altri campi, esitano a divenire adulti, non si sposano, né cercano un lavoro stabile; spesso si fanno mantenere dai genitori, studiando senza troppa fretta per arrivare alla laurea; quando sono più socievoli vivono con amici, suonano strumenti, girano filmetti, si divertono, viaggiano con pochi soldi».

«Interessante,» dice Irene.

«Siamo una generazione di iperperplessi,» dico.

Restiamo in silenzio con le pupille che zigzagano per l’imbarazzo.

«Vuoi parlare, per favore?» ripete Irene dopo un po’.

«Parlami tu,» dico «raccontami qualcosa di te…»

«Ti racconto di me da bambina?»

«Benissimo».

«Io da bambina stavo così bene, allora le cose mica andavano così, quando ero bambina il tempo ancora non l’avevano inventato, passavo le giornate nei campi a parlare con i ragni e le lucertole e a immaginare storie col mio fratellino, immaginavamo storie e poi le vivevamo, ci passavamo le giornate così. Da piccola ero convinta di essere amica degli insetti tipo Phenomena, glielo dicevo sempre alle mie amiche che le api a me non mi pungono, ma loro non mi credevano e io un giorno mi sono vendicata: le ho portate vicino al fiume, ho fatto cadere due alveari e le api sono impazzite, hanno morso dappertutto le mie amiche e a me mi hanno lasciata in pace. Io da piccola ero convinta di essere un maschio, stavo sempre coi maschi, ci sono rimasta così male quando mi sono venute le mestruazioni, a casa erano tutti contenti e io per niente invece. Poi, al liceo, c’era un professore di storia e filosofia che mi piaceva tantissimo, ci andavo d’accordo all’inizio, studiavo e andavo bene, lui mi stimava e io stimavo lui, poi è impazzito, ha cominciato a trattarmi malissimo, a farmi le battutine, mi rendeva ridicola, non lo sopportavo più e ho cambiato scuola e sono andata a vivere a Ferrara, lì ho conosciuto Maddalena e dopo il liceo sono andata a vivere a Bologna con lei, ci siamo iscritte a Filosofia, ma per due anni non abbiamo fatto niente, ci siamo trasferite a Roma e ci siamo iscritte a Psicologia. Sto seguendo, sto dando qualche esame, ma sto odiando questa facoltà perché ci si entra con la voglia di migliorare il mondo e si esce con un prodotto di qualità da spacciare e pubblicizzare… Capisci che voglio dire?»

«Sì».

«Ma ti sto antipatica? Puzzo? Che ho? Vuoi parlare, per favore?»

«Ti sto ascoltando. Raccontami tu, ieri sera sono andato a un concerto grind a Torre Maura e oggi sto un po’ così».

«La mia coinquilina è impazzita. Ha preso un cane, l’ha chiamato Baghera e a casa sta sempre apatica, non pulisce, non dà niente da mangiare al cane, non parla, non studia, non si droga, non beve, non fa niente, io non so che fare, veramente, io proprio non so che fare, da quando sono arrivata a Roma ho cambiato 7 case in 5 anni, ora sono fuori corso, fuori sede, fuori dal mondo, fuori dal tempo e dallo spazio, fuori da tutto e non ce la faccio a traslocare tutto di nuovo, poi ci si mettono pure ‘ste cose assurde che ci fanno studiare e ci propinano come dogmi, ‘sto controllo ossessivo, ‘sti esami a crocette, voglio dire, se la vedo con una logica di mettere cemento sul cemento mi va pure bene, ma altrimenti… ma vuoi parlare, per favore?»

«Ti ascolto».

«Ma perché nessuno ha voglia di parlare? Forse perché ho le tette piccole o il culo molle? Dimmi la verità… è per questo che non mi parli? È così?»

«Ma che dici?» ti ascolto.

«Mi preoccupa questa cosa, veramente, io ho paura di non capirmi più con le persone, con Maddalena prima era un’altra cosa, pensavamo insieme, eravamo una simbiosi, ora ho paura di essere giudicata, sto sempre agitata, non parlo e non parlo, parlo e parlo troppo o dico stronzate, non bevo e sono noiosa, bevo e sono petulante; veramente, io non so che fare, torno a Ravenna e non mi ci ritrovo più, resto e Roma e mi sento sola nella babilonia, penso e non studio, studio e non penso, bah. Non riesco a trovare un canale per esprimermi, ho comprato un cane e me lo porto sempre a Villa Gordiani, l’ho chiamato Armando ma non mi basta, io ho bisogno di gemellarmi… ma vuoi parlare, per favore?»

«Ti ascolto Irene».

«Ma vuoi parlare, per favore?»

«Te l’ho detto, sto strano oggi, il concerto mi ha stravolto, mi sento sotto a un tir, non mi va, vado, mi dispiace».

«Ma che ho che non va? Perché fanno tutti così con me? Le femmine mi evitano e i maschi mi parlano giusto cinque minuti smezzati tra il pre e il post orgasmo, loro, perché io un orgasmo vero non l’ho mai avuto…»

«Non è colpa tua. Sono io che sto un po’ così,» dico.

«È un problema di colori che mi fanno sprofondare e le sfumature nelle gocce e gli arcobaleni e le cose che vedo io e che gli altri non noteranno mai. Il giorno e la notte e la neve e il sole e il detersivo per i piatti e la scala e lo spalaneve e i serpenti velenosi e i cactus e le piante grasse in generale e i mammiferi e la poliandria e l’ontogenesi e la filogenesi e gli eucarioti e i procarioti e i millepiedi e i treppiedi e i treni partono in ritardo e non sopporto la pubblicità alla TV e uno e due e tre e il gelato alla vaniglia e il barbiere di Siviglia e rosso e blu. Ma vuoi parlare, per favore?»

«Sto un po’ così oggi, il concerto grind, Torre Maura…» dico.

«Ciao,» dice. Tira fuori il diablo dal tascapane militare e si mette a giocherellare.

Fabrizio Carucci

Diario di bordo – Frigolandia

Siamo partiti dalla Casa del Cuculo con un po’ di ritardo. Dovevamo scrivere i pezzi per il Diario di bordo, il povero Simone, stanco com’era e con le mille cose da fare che aveva, per non parlare del suo malditesta, è stato gentile e contento di contribuire al nostro resoconto che ha accompagnato questi ridenti giorni in giro per l’Italia a leggere le nostre cose e far conoscere il nostro progetto. È bella questa cosa che facciamo, oramai me lo hanno detto in così tanti che fatico a non crederci.

Leggo in giro con la mia band, Scrittori precari.

Oggi è stata l’ultima data del nostro tour. Siamo stati a Frigolandia, dal buon vecchio Vincenzo Sparagna. Ogni volta che vado a trovarlo è sempre una gioia immensa, è sempre uno scoprire, imparare, conoscere nuove cose. Vincenzo è una di quelle persone che potresti stare una vita ad ascoltarlo senza annoiarti mai. Sparagna è un monumento della cultura nazionale, ma che dico nazionale, internazionale, anzi no, interplanetaria.

Abbiamo fatto una lettura molto intima, seduti ad un tavolo, tra amici, una quindicina di persone. Sono stati ottimi momenti. Forti emozioni. Quando ho letto non ho mai alzato la testa dal foglio, oramai ho imparato a guardarlo, il pubblico, cercare sguardi, ascolto, occhi e attenzione, ma oggi no. Oggi mi sentivo così piccolo. Eppure è andata bene. Vincenzo ha apprezzato e speso belle parole, ha fatto un sacco di domande, si è mostrato interessato. È stato molto importante per me.

Abbiamo parlato di tante cose, ma non posso certo mettermi qui a dirvele tutte, non ci sarebbe spazio per gli altri. Chiudiamo qui.

Ad un certo punto della serata, parlando con una ragazza che mi chiedeva consigli per una sua amica che aveva appena finito un romanzo, mentre le rispondevo dicendo che è importante curare tanti particolari trascurati, Vincenzo è intervenuto dicendomi di aver detto una cosa saggia. La mia saggia gioventù. È proprio tardi. Le cinque del mattino anche oggi.

Si è stati a Frigolandia fino a mezzanotte passata, poi si è partiti. È finita. È stata un’avventura straordinaria, un’esperienza forte e meravigliosa.

Durante questo tour ho anche cambiato il tabacco, sono passato dal Golden Virginia al Pueblo, era così per dire.

Buonanotte a tutti e a presto.

Gianluca Liguori

Mi sveglio a fatica, per la prima volta ultimo.

La Casa del Cuculo ci saluta con l’omaggio di giuggiole color ruggine appese ai rami. Siamo in ritardo, ma non possiamo rinunciare a una piadina romagnola per strada.

La E45 ci accompagna tra gli spuntoni rocciosi dell’Appennino, fino al cancello di Frigolandia, dove i cani di Sparagna ci vengono incontro festanti. La casa di Vincenzo è un’esplosione d’immagini e colori, d’invenzioni che si calano dal soffitto come sogni che sbocciano ad occhi aperti. Leggiamo attorno alla tavola, in un silenzio religioso e blasfemo che sa di vino.

Siamo arrivati fin qui, non sembra vero. Domani ci attende il mondo di tutti i giorni, le piccole battaglie che siamo ormai abituati a perdere, ma domani è ancora lontano su questi colli cullati dal latrare dei cani…

Simone Ghelli

Questa notte dormo benissimo nel frickettonismo della Casa del Cuculo, sciallato in terra come meglio non si potrebbe. Russo in maniera esponenziale ma al mattino la gente crede che sia stato il Liguori ed io mi sto zitto. Colazione con yogurt fatto in casa, marmallata fatta in casa, torta fatta in casa, caffè fatto in casa nel quale metto dello zucchero fatto in casa con un cucchiaino fatto in casa, su un tavolo fatto in casa e mi siedo su una sedia fatta in casa proprio fuori la casa fatta in casa. Mentre mangio c’è un cane che vomita ma non ci faccio caso più di tanto. L’umore è ancora un po’ in down anche se la visione di un bimbo che pesta le merda di campo tentando di camminare mi fa sorridere molto. Mi arriva una telefonata inaspettata con una notizia inaspettata che inaspettatamente mi rigenera parecchio l’umore ma è l’ora di partire. Si salutano i ragazzi della casa con abbracci e bacioni. Nella via del ritorno mettiamo sotto il bianconiglio che ci ha tenuto compagnia la sera prima e dopo una brevissima sosta per una piadina ed un crescione si parte per Frigolandia (la piadina me la ricordavo più mordida una volta, ma la vita è dura). In auto il Ghelli dice che Frigolandia è vicino a Fornolandia e mi fa ridere. Poi arriva la Pinchi e dopo un pò di vino e quattro chiacchere si anizia l’anomala lettura informale attorno ad un grande tavolo. Oggi è sciallo, oggi è lettura senza palchi e senza microfoni, oggi lettori ed ascoltatori si miscelano e si confondono. Barbara Pinchi mi piace sempre quando legge anche se questa volta non si è levata le scarpe come fa di solito. Poi si cena con un minestrone di riso da paura che manco Ratatooile avrebbe saputo fare così buono e dopo altro vino ed altre chiacchere il gruppo si avvia verso Roma. Il tour è finito, le emozioni sono state parecchie, potrei commuovermi nel ricordarle, quindi le cancellerò tutte. 🙂

Si ritorna ai tram ed i motori della Prenestina, si ritorna al caos stupendo di sotto casa, si ritorna al lavoro per pagare l’affitto… ma dopotutto, si ritorna pure al letto da una piazza e mezza dove fare l’amore. Quindi vediamo di tornare al più presto. Passo e chiudo.

Andrea Coffami

L’immaginario a cui è legato il nome di Vincenzo Sparagna mi è familiare e non nego di aver provato sincera emozione nel conoscerlo.

Giano dell’Umbria. Repubblica di Frigolandia.

Vincenzo è in cucina. Sta preparando una minestra con riso, cipolle e patate.

Sarà per il luogo, incastonato tra verdi monti. Sarà perché è l’ultima data del nostro tour e le tensioni sono state ormai scaricate. Fatto sta che ci sentiamo distesi, affatto preoccupati.

Parliamo a lungo con Sparagna di un po’ di cose.

Qualcuno intanto arriva. Poche persone. Alcuni amici.

All’interno del museo dell’Arte Maivista, circondati dalle tavole di Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, iniziamo la nostra lettura.

Siamo tutti intorno a un grande tavolo. Insieme a noi precari c’è la poetessa Barbara Pinchi.

Qualcosa di intimo. Senza sforzi di voce. Scrittori precari in versione unplugged.

Finisce intorno a un altro tavolo, quello della cucina. Tutti insieme a mangiare la minestra di Vincenzo che è una vera delizia.

Poi il ritorno verso Roma.

Radio 1 trasmette un programma niente male. Ci sintonizziamo sulle note di Tomorrow dei CCCP, la canzone successiva sta nell’album Daydream Nation dei Sonic Youth ma non ricordo il titolo.

Tra le note si perdono gli ultimi minuti di un tour che, tirando le somme, è stato un successo.

Per la prima volta scrivo il Diario di bordo dal mio studio. Domattina lo spedirò al sub-comandante Liguori.

Non è la stessa cosa.

Esser qui da solo è, per forza di cose, meno divertente.

Ma piuttosto che farmi attanagliare dalla malinconia, preferisco stringere al petto tutti i momenti memorabili che abbiamo vissuto pensando che ne vivremo ancora.

So che ci crediamo tutti. So che in ottobre saremo a Benevento. So che saremo a Torino e forse anche a Monza. E poi a Roma, almeno una volta al mese.

No. Solo il tour è finito, il resto è all’inizio. Il mio romanzo ormai terminato. La mia nuova opera di poesia anch’essa bell’e pronta. I nuovi romanzi del Ghelli e di Liguori. I racconti in olio di oliva di Zabaglio. Un libro da scrivere tutti insieme. Ne avremo di cose da fare, visto che in tutto questo ci sarà da barcamenarsi pure col lavoro.

La Romagna, come le colline umbre, mi hanno riportato prepotentemente al progetto più importante che ho. Quello di andarmene per sempre da una città che ormai mi appare sporca, volgare, insipida, inquinata, maleducata e prepotente. Tornare ai luoghi a cui appartiene il mio sangue. Ai monti Aurunci, dove poter dare importanza a ciò che è veramente importante.

Non ora però. Adesso voglio quello che è nato in quasi un anno di Scrittori precari.

Il desiderio di continuare quest’avventura fa puzzare meno il fumo delle marmitte, dando persino un sapore a questa città stuprata.

E non mi sento così idiota a considerare “lo scrivere” come una priorità e non come un passatempo.

Il precariato ha anche questo aspetto. A pensarci bene un lavoro fisso non me lo saprei tenere.

Luca Piccolino