FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /3

Facebook ha rappresentato il punto di arrivo di un lungo percorso.
Dopo il cellulare – dove le chiacchiere si sprecavano e le parole reiterate si svuotavano di senso – è arrivato l’sms, che ha dato la possibilità di rispondere in differita ponderando la cosa da dire.

All’sms, però, bisognava rispondere comunque entro un certo tempo per non perdere il filo del discorso. Quindi, comunque, questa possibilità di riflessione, era contingentata. Il problema viene aggirato da msn: il discorso rimane scritto e c’è la possibilità di rispondere anche dopo ore senza che il bottaerisposta si sia incrinato.
Anche in questo caso, però, c’è un limite di tempo, benché molto elastico: si deve rispondere prima che il computer sia spento. Cosa permette di allungare ulteriormente i tempi di risposta? Ovviamente FB.

FB rappresenta la possibilità di scrivere qualcosa senza porre limiti di tempo alla risposta e senza consumare troppe parole inutili: è un messaggio coinciso che ti lascia tutto il tempo di riflette.

Da un certo punto di vista ricorda molto il protagonista di uno dei fenomeni recenti dell’arte, cioè il graffito. Con l’ingresso delle pitture murali urbane nei musei l’establishment della critica ha sancito la legittimità espressiva di questo modo di comunicare: quello che conta è la brevità (cioè l’assenza di chiacchiere inutili) e la differita (cioè il tempo di riflessione prima della risposta).
Anche FB oblitera l’inutilità (non devo più contattare il mio interlocutore con la classica frase«Come va?»: so già come gli va perché leggo il suo status. Non devo sapere chi è il mio interlocutore perché lo vedo) e lascia decantare la risposta (c’è sempre tempo per scrivere sulla “Bacheca” o, come recita la versione inglese di FB, sul “Wall”).

FB, così come il graffito e il crescente interesse per le materie filosofiche, è il tentativo di restituire un brandello di “necessità” alle nostre esternazioni. Per troppo tempo i discorsi si sono annullati nell’eterna reperibilità del cellulare, nel chiacchiericcio delle ciance da telefonata; per troppo tempo le parole sono state esposte all’eterna reiterazione della comunicazione “pornografica” dei mass-media.
Libertà, democrazia, amore, felicità: la ripetizione non ha fatto altro che uccidere il valore di queste parole, ma come ogni cosa, alla lunga, anche le parole stancano. Bisogna, quindi, astenersene per un po’: bisogna che si lasci loro il tempo di fiorire, di recuperare il loro spessore.

Il prossimo passo è, come già accade in Giappone, l’invio di mail attraverso il cellulare al posto dei canonici sms: mi basta un quarto d’ora per scrivere una mail, magari mentre sto andando a lavoro sui mezzi pubblici o mentre sono in pausa pranzo. Cerco di articolare il mio pensiero affinché le mie parole non diventino, come ogni cosa nel consumismo, spazzatura.

E quello dopo ancora quale sarà? Perché non il ritorno alla scrittura manuale?

Pensiamo alla diffusione dei moleskine, simbolo della necessità di avere con sé una sorta di diario in cui sia la propria grafia e non l’aridità di un font a scandire il ritmo delle emozioni.

I modelli di penne si moltiplicano e se ne trovano di ogni colore, perché oltre alla mia grafia anche il suo colore deve gridare il mio stato d’animo.

In questo modo ogni cosa che scriviamo diventa più personale, autentica dichiarazione dell’Io, della soggettività, tutt’altra cosa rispetto al template preconfezionato di una piattaforma.

FB è, in un certo senso, l’artefice di questo. Se prima costruire il proprio blog in Internet era un modo per parlare con tutti delle proprie emozioni, ora è FB a farlo a mio nome in modo efficace: il mio volto e il mio status si offrono al mondo, io sono in Rete, ma a cosa se non al mio taccuino dovrei consegnare la ricchezza della mia interiorità?

Antonio Romano

La nostra cara vita

Non capisci perché Maria compra sempre chili di verdure che poi lascia marcire sull’ultimo ripiano del frigorifero.

Costano poco, dice lei, dal tunisino che fa i pomodori verdi da insalata a 99 centesimi e le melanzane rotonde a 99 centesimi al chilo.

Va bene che costano meno, dici tu, ma non ti sembra il caso di sprecare quei tre quattro euro, solo perché lei ha voglia di mangiarle e non le va di cucinare.

A te sembra che questa storia dei saldi permanenti sia un bufala gigantesca. Non basta scrivere in stampatello sulla vetrina tutto al 50%.

Nel palazzo c’è un signore che ha la partita Iva, e ogni tanto andate a fare la spesa all’ingrosso: comprate 50 kg. di pasta, 10 kg. di salsa, 5 kg. di zucchero, lo stesso di sale, prendete 8 kg. di tonno, lo stesso di legumi, soprattutto fagioli. Però comunque non ce la fate. Avete l’affitto da pagare: il monolocale in cui vivete tu e Maria, nonostante il contratto sia vecchio di 8 anni, vi costa 600 euro al mese.

Che se ti metti, e ci vuole poco, a paragonare i prezzi degli affitti sul mercato, lo sai che siete quasi fortunati. Ma poi ci sono le bollette, e in media pagate 15 euro al mese, tra condominio, luce e gas.

Poi Maria s’è presa una cotta per Internet, e anche lì sono 30 euro ogni due mesi.

E devi ringraziare gli ovociti sterili se non avete figli. Non provi neanche a immaginare come sarebbe la vita con un bambino da ingrassare, vestire, curare.

Appena entrata in cucina, Maria appoggia le buste di carta sul tavolo, ti dice, guarda cosa ho trovato dal tunisino.

Guardi queste cose rotonde e pelose, dal colore rossastro, chiedi, che roba è?

Maria è stupita dalla tua ignoranza, si scioglie i capelli che tiene raccolti con un elastico marrone.

Dice, le arangole. Erano in offerta, a 60 centesimi.

Le piacciono tutte le cose che non può permettersi, tutti gli oggetti di cui ha ignorato l’esistenza per decenni, tutti i nomignoli che non vede l’ora di dare a orrende bambole di ceramica che, dice, le ricordano l’infanzia.

Maria non è cresciuta nella Berlino degli anni ’30, non ha sofferto la fame ma ha mangiato molta carne, difficilmente s’è persa una seduta dal parrucchiere, e il padre non la picchiava.

«Ripeti la parola».

Arangole, dice.

«Su che albero crescono?»

Questo aspetto di Maria assomiglia alle cose che fa Carl, un tuo collega muratore polacco che un giorno ti ha invitato nella sua stanza per bere una birra.

La camera di 15 mq, poco esposta al sole, umida e con il bianco delle pareti sfilacciato e mosso ogni tanto dal vento leggero.

Era estate, avevate finito un buon lavoro, e Carl voleva festeggiare: un uomo ordinato, pulito anche. Il letto era stato rifatto, non c’era biancheria in giro, e il tavolino da campo reggeva un televisore portatile con lo schermo verde acceso. Carl aprì la prima birra e te la passò. Poi stappò la sua e ci fu un brindisi. Ti guardavi in giro, cercavi le tracce di quell’uomo che conoscevi bene giù al cantiere e che non riuscivi a rilevare in quel buchetto umido. Nella stanza accanto alla sua viveva un transessuale ecuadoregno, Luana, che cantava a squarciagola canzoni italiane degli anni ’90. Carl disse, non ce la faccio con questo qui. Però, alla fine, anche lui è come me. Non proprio come me, ma comunque è solo come.

Poi si alzò dalla sedia in vimini e ti fece vedere una cosa. Sotto il lettino con la trapunta arancione c’era una scatola cartonata: dentro un ventina di cellulari, tutti di marche diverse e modelli e colori e forme, pure. Carl era soddisfatto, ti guardò e chiese, ti piace?

Una mattina Maria ti chiama dalla cucina, è uno dei tuoi giorni liberi e forse più tardi andate in quel centro commerciale appena aperto vicino alla statale. L’odore del fritto della sera prima ti ha ingarbugliato lo stomaco e stai per chiederle un caffè. Maria è già vestita, indossa il suo abito preferito, e pure le scarpe con il tacco, anche se non ci sa camminare molto bene. Sta raccogliendo i capelli con l’elastico marrone, che rigira con l’indice intorno alla coda.

Dice, ti devo dire una cosa.

Tu prendi la macchinetta del caffè e la sviti, pulisci il filtro sotto un filo d’acqua corrente, riempi la base fino al foro, ci metti dentro il filtro, prendi il barattolo, quattro cucchiaini di caffè, avviti, accendi il fornello a fuoco basso e ci appoggi la caffettiera.

«Allora, come sono le arangole?»

Maria è ferma davanti alla finestra da cui si vede il palazzo di fronte: «So che tu forse non puoi capire ma te lo devo dire, non pensare che sia una cosa seria, è meglio parlarne, ma forse no».

Stai ancora pensando alle arangole, nella tua testa le immagini dei cellulari di Carl, del fango nel cantiere, della proprietaria di casa da cui ti nascondi tra il 6 e il 12 del mese, del modulo che hai firmato per rateizzare la lavatrice, il frigorifero e la cucina.

Maria scioglie i capelli: «Non pensare che mi piace, perché è diverso, e comunque ne ho parlato con Francesca prima di questo, non so se è giusto dirtelo, ma voglio scoparmi Carl. Quando mi sta vicino io mi eccito, mi bagno, non è mai successo prima, lo so che è un cretino, ma non c’entra niente, lo sbatterei al muro solo per infilarmici. Da dietro, davanti, in bocca, in culo. Non mi frega niente della sua testa del cazzo. Voglio solo che mi prenda. Che dici?»

Potresti reagire lanciandole la caffettiera che sta sbuffando, strapparle quella coda del cazzo, sbrindellarle la testa sopraffina nel nuovo frigorifero bianco, riempirle il culo di arangole, e saresti comunque a pezzi. L’unica risposta che ti viene facile alle labbra è, «Cristo».

Non sei credente, però lo sei stato, sì, certo, a modo tuo, parlavi col soffitto, i mobili, chiedevi a che punto stava il desiderio n°7, e se poteva magari allungarti un po’ il cazzo, ma non troppo, perché comunque la base e il glande ti sembravano ben sviluppati, se quel lavoro al cantiere poteva essere pagato meglio e se un giorno ti avessero chiesto di supervisionare gli altri, ecco, avresti ringraziato chi di dovere, ma non sei un credente e di Cristo sai pochissimo.

La sera stessa mangiate in silenzio wurstel e cavolfiore bollito. Maria guarda il piatto, allunga solo un paio di volte lo sguardo verso la tua faccia scura, e tiene i capelli liberi da elastici e mollette. Quando alzi gli occhi su di lei, noti che il mascara si è sciolto e i grumi sembrano nei minuscoli. Sparecchiate il tavolo e lasciate i piatti nel lavabo. Fate così ogni sera, sapendo che uno dei due avrà la forza per lavarli solo il mattino dopo. Maria entra in camera da letto, si spoglia, ma prima di togliersi il reggiseno socchiude la porta.

Hai notato una cosa delle donne: che quando si litiga sfoggiano un pudore che hai dimenticato, siedono sul water, poi ricordano di chiudere a chiave la porta del bagno, e con la mano sul pube lo fanno, indossano pigiami di cui non ti eri mai accorto, sbattono le ciglia come se avessero il solletico e parlano con una voce diversa, che ti fa male pensarlo, ma sembra vera, essenziale.

Ti piacciono le donne con cui litighi. Certo che se fosse per un altro motivo saresti più sereno, andresti a fondo nel silenzio di coppia, fino a goderti l’ultimo gesto prima di ritoccarvi.

Nelle liti ti muovi come il bambino che aveva il tuo nome, come lo schizzo di una faccia più piccola di quella che ti ritrovi. Sbagli le parole e la corrispondenza tra le azioni e i pensieri. Maria invece sembra a suo agio, quasi che il territorio aguzzo in cui vi muovete adesso sia l’unico che riconosce come naturale. Sul viso vedi leggerissime pieghe di sopravvivenza, e la sua lingua non perde un colpo. Appare brillante perché fa a meno di scendere in basso come te, rivelandoti solo il necessario, senza ferirti con i pugni a vuoto, come invece fai tu.

Dopo quattro ore sei di nuovo in cucina. Hai riempito una pentola d’acqua calda, ci hai versato del detersivo per piatti, e stai strofinando la spugnetta su padelle, bicchieri, posate. Intanto la caffettiera sbuffa e ti ricordi che devi comprare la guarnizione, che se continuate a lasciare quella vecchia magari scoppia, come hai sentito dire.

Stanotte hai chiuso gli occhi, e forse per qualche minuto hai anche dormito. Ma non ti è passato per la testa niente di straordinario: l’unica cosa che hai visto era un’immagine netta di Maria che fa un pompino a Carl steso sul tuo letto, nudo e ricoperto da centinaia di cellulari. Appoggi i bicchieri sul ripiano scanalato e immagini la giornata che viene, e la cosa a cui non dai un nome, che dovrai controllare mentre parli con Carl, mentre mangi con Carl, mentre aiuti Carl alla malta, mentre Carl ti passa il secchio dei calcinacci, mentre Carl sistema la rete intorno all’impalcatura e mentre Carl cena con te e Maria perché l’hai invitato due giorni fa.

 

Marco Lupo