Via libris

sppas

Vi salutiamo per qualche giorno, dandovi appuntamento con le nuove pubblicazioni a partire, per evitare fraintendimenti, da martedì 2 aprile e lo facciamo con i libri da mettere nell’uovo suggeriti dalla sgangherata redazione di SP.
Buona Via Crucis, buona Pasqua ma soprattutto buone letture.

Scrittori precari

Scelgo tra i libri letti in quest’ultimo anno, e non posso che partire da Le monetine del Raphaël (Gaffi, 2012) di Franz Krauspenhaar. Krauspenhaar scrive con la tensione e la vitalità di un pugile che non ha tempo di ammiccare al pubblico, o ai giudici, perché se lo facesse l’avversario se lo papperebbe alla prima ripresa. In un panorama nostrano dove, purtroppo, il narcisismo abbonda – volontario o involontario – lo stile di Krauspenhaar è istruttivo a prescindere. Leggi il resto dell’articolo

Inutilissima nota sull’amore

«Cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?» si domandava Heinrich Heine. Bussy Rabutin, invece, sostenne: «Quando non si ama troppo non si ama abbastanza». Quindi, si potrebbe dire, che amare consiste nel provare un enorme dolore estremamente piacevole. Ma qual è un dolore estremo ed estremamente dolce?

«L’offesa più atroce che si può fare ad un uomo è negargli che soffra,» scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Ma lui s’è tirato un colpo: non fa testo. Per lui la morte era il dolore estremo più dolce. Un dolore atroce che è durato una frazione infinitesimale di secondo per donargli una dolcezza che dura ancora e durerà per sempre.

Dio, quando decreta la nostra morte, in realtà ci vuole regalare un atto d’amore a orgasmo multiplo.

Nella premessa al film L’oro di Napoli si legge: «Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete egualmente tracce di quell’amore, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’Oro di Napoli». Amore, pazienza, speranza. Partendo dall’assunto che l’amore è dolore dolce ed estremo, che la pazienza è sopportazione del dolore e che la speranza è prospettiva della fine del dolore, potremmo dire allora che Napoli è la città dove meglio si vive la dolorosa estasi dell’amore.

E allora perché tutti dicono che l’amore è una cosa bellissima? Perché si dicono questa menzogna incredibile? Perché temono che poi nessuno più accetterebbe d’innamorarsi?

«La menzogna più frequente è quella che ciascuno fa a se stesso; il mentire agli altri è un caso relativamente eccezionale,» dice Nietzsche ne L’Anticristo. Ma allora l’amore è una menzogna prodotta da noi stessi per noi stessi? Non creiamo l’amore per la persona amata, ma solo per noi.

Ritorna una mia vecchia idea: l’amore è autolesionismo e noi siamo masochisti.

E nemmeno Lina Sotis, ne Il colore del tempo, sembra darci la prospettiva di una fine («Fine. Non ci sperate, si ricomincia sempre»).

E questa continuità si moltiplica per ogni essere umano, per ogni momento della storia, per ogni etnoantropologia. «Gli argentini sono spagnoli, vivono come italiani, studiano in scuole inglesi e vorrebbero essere francesi,» dice Borges, condannando inconsapevolmente gli argentini alla sofferenza d’amore concentrata di spagnoli italiani inglesi e francesi.

E anche se, come ci dice la canzone, basta che ci sta il sole basta che ci sta il mare, nemmeno potremmo dire di amare il mare visto quello che Debussy scrisse nel 1904 all’editore Durand («La gente non ha sufficiente rispetto per il mare… Non dovrebbe essergli permesso d’immergervi quei corpo deformati dalla vita quotidiana…»). O forse sì: il non rispetto è creazione di dolore altrui. Una dimostrazione più grande di questa non credo sarebbe possibile.

Ma, visto che continueremo a soffrire e a far soffrire per amore godendone come dei pazzi, mi sa che è meglio chiudere qui questa nota.

Antonio Romano

Le parole (rac)contano

Ieri mattina, girovagando su piazza facebook, trovo segnalato da un contatto comune questo post sul blog di Carlotta Borasio, ufficio stampa e curatrice di una collana per giovani adulti presso Las Vegas edizioni. Vado a leggere. Sarà che non era una proprio buona giornata per alcune vicende di cui non mi prendo la briga di parlare qui, ma m’incazzo. Cioè, non esageriamo, non è che m’incazzo, ma piuttosto penso che sia poco etico e poco professionale, per un addetto ai lavori, uscire pubblicamente con riflessioni tanto vaghe. O meglio: dire, ma non dire. Dire senza dire. Ma entriamo nello specifico. In pratica qualcuno ha consigliato un libro di racconti a Carlotta un libro di un autore molto conosciuto pubblicato da una grossa casa editrice. La prima reazione di Carlotta è positiva: vuoi vedere che tornano alla ribalta i racconti? Allora Carlotta, curiosa, ne vuole sapere di più e, nonostante l’autore in questione (che evita di nominare, come vedremo in seguito per non attaccare gente che ha già un nome per guadagnare qualche visita, altrimenti le darebbero della paracula) non le piaccia (perché lo trova prolisso, barboso e poco originale), gli vuole dare fiducia e digita di google (Ah, zio google!). Trova uno dei racconti e comincia a leggere. Dopo le prime quattro righe, ha subito capito tutto: “ma che è sta menata?”.

La curiosa Carlotta, drogata di libri, sa bene che da sole quattro righe dell’incipit di un racconto si capisce subito se l’intero libro sia buono o una cacata, se sia degno di essere letto o pubblicato (anche se specifica che non è compito suo in casa editrice valutare i manoscritti altrimenti ne casserebbe alcuni dopo la quarta riga). Ma questa amara considerazione le fa sorgere una domanda spontanea: possibile che ci sono autori che qualsiasi cagata scrivano va bene per la pubblicazione? Inoltre, a ragione, aggiunge che costa 20 euro (ma questo, ovviamente, è un capitolo a parte, ed è un capitolo dolentissimo). E niente, tutto qui, a parte che ‘sta gente (che poi chi sarà, ‘sta gente?) dovrebbe prendere lezioni.

Da lettore sono indignato, e mi sento pure un tantino preso per il culo. E visto che non era proprio una buona giornata, vado a punzecchiare dicendo in un commento che sarebbe interessante sapere l’autore e la casa editrice in questione. Ma intanto, dicevo, ero sempre su piazza facebook, e chiacchieravo pure con Zabaglio sulla possibilità di portare Trauma cronico a Bologna, quando tornando sul blog di Carlotta mi rendo conto che il commento è in moderazione. Dico ad Angelo: leggi il mio commento? No, risponde, intanto scrive un commento che pure a lui va in moderazione. Ora è chiaro che se scrivo per la prima volta un commento su un blog, quello mi mette il commento in approvazione, pure qui su Scrittori precari è così, e un paio di volte è capitato pure qualche piccolo malinteso. Ma sapete com’è, di questi tempi, ci si allarma subito e si grida presto a censura. E invece, probabilmente, era solo che Carlotta non era a computer. Infatti dopo un po’ i commenti vengono pubblicati. E nei commenti, la curiosa Carlotta, tira fuori il meglio di sé. E un po’ me le fa girare.

Ora, devo essere onesto, mi dispiace pure, Carlotta l’ho conosciuta e la incontro alle fiere del libro quando vado a pascolare, stanno sempre nello stand coi tipi di Intermezzi, e devo dire che lei mi sta pure simpatica, lei e tutti i tipi di Las Vegas (di cui ho avuto il piacere di leggere – e apprezzare – un solo libro, La minima importanza del Piscitelli, che vi consiglio, resterete soddisfatti ma in caso contrario non aspettatevi rimborsi che da queste parti siamo poveri, poveri ma belli, come il film, rubando la battuta a Zabaglio), ma non posso star zitto (se no perché scrivi o vivi?, diceva, anche se a proposito dell’interno delle cosce di Mardou, Leo Percepied).

È il web, bellezza! Non sono io che non perdono, è il web che non perdona. Ma andiamo con ordine. Quello che mi ha infastidito, della replica di Carlotta, è stata la posizione paracula di dire che non è politica del suo blog fare pubblicità a coloro che non ritiene meritevoli di attenzione positiva, chiedendo perdono per la vaghezza (poi aggiunge che la casa editrice è Einaudi, ma prima non l’aveva scritto). Ora, dico io, su Einaudi si può contestare il fatto che i libri costino tantissimo e che alla fine dei conti (e al netto delle intenzioni), chi guadagna di più è sempre un’azienda del monarca, il monarca proprietario del gruppo Mondadori, che ha la storia che ha (in proposito vi segnalo questo post di Morgan Palmas sul blog Sul Romanzo); ma il catalogo, cazzo, no! Il catalogo Einaudi, purtroppo o per fortuna, è un patrimonio dell’umanità. Certo c’è qualche scelta che comincia ad essere poco condivisibile (vedere Mario Balotelli vicino ai mostri sacri della Letteratura mondiale, sinceramente, è un po’ inquietante) ma il catalogo Einaudi, vi voglio bene, non scherziamo. È una questione di qualità, direbbe il fu Giovanni Lindo Mattia Pascal Ferretti.

Certo le aberrazioni del mercato editoriale sono sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo è importante fare nomi e cognomi (e motivare sempre), proprio per districarsi meglio in questo labirinto mortale dell’editoria nostrana. Già la gente in Italia non legge, se poi un non-lettore (o un lettore magari non proprio sgamato) si trova tra le mani spazzatura, abbiamo perso. Tutti.

Per questo credo che sia dovere di (tutti) coloro che amano, lavorano e vivono per i libri, rispettare la responsabilità che il compito che si sono assunti richiede. C’è un popolo intero di lettori da coltivare, se non da far nascere, mentre mi sembra che si resti sempre più imprigionati in una piccola nicchia di eletti. Mentre dimentichiamo enormi fette di maggioranza, sempre più rincitrullite dalla cultura del vuoto e dell’intrattenimento, con le parole svuotate di significato e un analfabetismo dilagante. Non so se anche voi, come me, avete notato la dilagante diffusione del verbo “cosare”. Se non stiamo attenti, tra un po’ finiamo a parlare coi versi, ma non versi poetici, versi bestiali. Ma forse, come insegna il bunga-bunga, lo facciamo già.

Fatta l’Italia, restano da fare gli italiani, dicevano. Curioso no? Oggi cosa sono gli italiani nell’anno di questo pomposo anniversario di una disfatta e fasulla unità? Ovvio che un popolo di lettori è un popolo consapevole. E un popolo consapevole avrebbe saputo meglio difendersi da un monarca squallido, un essere stupido, cattivo e dannoso per gli altri. Non a caso, contro il manganello (e contro il potere), ci si difende con il book block (a riguardo segnalo due articoli su Giap e Carmilla).

Pensiamoci: è già tardi. Non troppo, ma già.

 

Allora il vecchio si appoggiò sulla poltrona. Mi guardò con gli occhiali più lucidi. Cominciò a farmi i complimenti. Disse che gente come noi ce ne voleva.  Che ce n’era ancor poca. Ch’eravamo dei santi. Ma la nostra magagna era stare nascosti. Perché non unire le nostre forze con quelle degli altri italiani? Che cos’è che volevano gli altri italiani? Farla finita coi violenti, coi cafoni, coi ladri, ritornare al rispetto di sé e alla legge, restaurare l’Italia e le sue libertà.

– Rovesciare il fascismo senza far altri danni, interruppe Carletto. [Cesare Pavese, Il compagno]

Gianluca Liguori