Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

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FRANCIA-URUGUAY: IO C’ERO! (purtroppo)

Ho appena finito di vedere Francia-Uruguay zero a zero, ovvero: del perché certe volte un uomo sano di mente guardi certe partite. Non è successo granché: qualche bel primo piano di Forlan (uomo rude), qualche altro a Ribery (nella foto, che sembra uscito da un romanzo di Izzo giusto stamattina, o arrivato in aereo tre ore fa dal set del nuovo Besson).
Un’espulsione ai danni di un cretino dell’Uruguay, entrato per farsi ammonire ed espellere nel giro di venti minuti, minuti durante i quali non sopportava l’idea che nessuno parlasse di lui. Aveva un cellulare e ogni tanto chiamava mamma a casa: «Mi inquadrano?» chiedeva. Alla risposta negativa della povera donna, lui s’incazzava abbestia, e perciò sapientemente comandava la regia con fallazzi e invettive in uruguagio strettissimo, ché a Montevideo i bambini si sbellicavano dalle risate.
L’arbitro ci aveva il giacchino rosso dell’esercito britannico del XIX secolo, solo che era cinese e maoista, anziché la mano a taglio chiamava il fallo col pugno chiuso.
L’Uruguay fin dal primo minuto ha messo su uno di quei catenacci che al confronto il Padova di Nereo Rocco ci aveva i mattoncini Lego. Se uno degli uruguagi superava la metà campo palla al piede, i suoi compagni gli regalavano un cappotto di cammello e una sciarpa, casomai così lontano sentisse freddo.
Da par loro i galletti tenevano palla ma non sapevano che farci, ogni tanto Govou vedeva arrivare questa sfera all’altezza dei piedi e si grattava il cocuzzolo, domandandosi cosa fosse e se almeno si trattasse di roba commestibile. Sulla schiena teneva il 10 che un mondiale fa e due mondiali fa e tre mondiali fa indossava Zizou, infatti Domenech gliel’ha dato perché almeno faceva rima, hai visto mai.
Nel frattempo, Evra e Gallas, che di attaccanti avversari non individuavano manco l’ombra, si sono messi a cercar cicorie e a giocare ad acchiapparella, mentre il portiere Lloris ha trovato quattro pratoline e le ha regalate al guardalinee, che ha gradito promettendogli in cambio di fare lui l’accosciato al gioco della saponetta più tardi sotto la doccia.
Tabarez, CT dei sudamericani ed ex vate del calcio dinamico, s’aggiustava il nodo della cravatta in panchina e ancora se la rideva perché una volta ha sottratto soldi a Berlusconi, e senza bombe come Mangano, ma semplicemente allenandogli malissimo il Milan.
Al fischio finale, Henry si è accorto con disappunto di essere in campo.

Christian Frascella



Un disastro annunciato

Dopo il trionfo mondiale del 1982, il CT della nazionale di calcio Enzo Bearzot si presentò quattro anni dopo ai Campionati del Mondo messicani con molti elementi della squadra che in Spagna aveva centrato una inattesa vittoria. Agli Europei – che sono come le elezioni di mezzo termine degli USA – del 1984 non eravamo nemmeno riusciti a qualificarci per la fase finale (in Francia, vinse la Francia). Allora i campioni del mondo bypassavano i gironi eliminatori e accedevano al Mondiale, detentori ufficiali del titolo e perciò qualificati di diritto. Gli errori che ci avevano impedito di entrare agli Europei (stessi uomini di Spagna ’82 più o meno) non insegnarono nulla al CT. Col risultato che in Messico ci presentammo con una squadra vecchia, affaticata, completamente sulle gambe (brillò solamente la fulgida stella di Spillo Altobelli). Uscimmo agli ottavi, 0-2 con la Francia, e meritatamente. Non c’era un solo reparto della nostra selezione che non avesse presentato almeno un paio di giocatori bolliti. Fu un disastro. Ora, alla vigilia del mondiale del Sudafrica, la situazione pare la stessa. Stesso CT della Coppa, stesso zoccolo duro di giocatori misteriosamente riproposti quattro anni dopo. Tutti invecchiati, satolli di soldi e vittorie, acciaccati, persino nervosi. Una squadra cui mancano le motivazioni, garanzie in difesa e, soprattutto, la fantasia in attacco. Intendere Marchisio come trequartista è una bestemmia per il calcio in generale e per questo calcio nello specifico, a maggior ragione quando si è deciso di lasciare a casa quello che è forse l’unico puro rappresentante italiano in quel ruolo: Antonio Cassano, funambolico talento di Bari Vecchia. A leggere la lista dei convocati, sono ben 9 i ripescati dal mondiale scorso: gente che quasi non sta in piedi, come Cannavaro, Zambrotta, Pirlo e Gattuso. Attaccanti sfibrati da anni altalenanti, quali Iaquinta e Gilardino (che solo nelle ultime due stagioni pare ritornato ad un certo livello). Centrocampisti cotti: Camoranesi e De Rossi. L’unico che sembri aver mantenuto una discreta tranquillità di rendimento è Buffon (ma occhio ai troppi infortuni). Poi ci presentiamo con giocatori come Bocchetti (chi?) e Bonucci (cosa?); Criscito, cazzo, CRISCITO, che manco lui l’ha capito in che ruolo gioca!; Marchisio (già s’è detto…); Palombo (mah!), che almeno si impegna; Pepe (così così); Maggio, Montolivo: che vi devo dire?; Di Natale e Pazzini, che sono ottimi giocatori, ma se non sono in giornata NON sono in giornata, non c’è cazzo che tenga; e Quagliarella è un’incognita pure a casa sua. Quando ero ragazzino, il mio allenatore Nicola mi disse una cosa che non ho mai dimenticato:  “In campo ci mandi gente che sappia fare il ruolo, non improvvisi un centrocampista attaccante o viceversa se hai a disposizione l’uomo giusto in panchina. Magari ha meno talento, ma sa dove mettersi e cosa fare”. Ecco: quella di Lippi mi pare una squadra che dovrà molto improvvisare, quando invece il Paul Newman di Viareggio avrebbe potuto attingere più e meglio al campionato, ai giocatori nati per il Ruolo. Cassano, Nocerino e Matri, per fare dei nomi. E Mantovani, Antonini, e MICCOLI, porcatroia, che malattia c’aveva Miccoli che non l’hai mai preso in considerazione, Marcé? Pare la Dc dopo tangentopoli, con Cannavaro nelle vesti di Martinazzoli. Prepariamoci al disastro.

Christian Frascella

Sette piccoli sospetti

Sette piccoli sospetti (Fazi Editore, 2010)

di Christian Frascella

Maledetti ragazzini! Lo si pensa immediatamente, ma in maniera bonaria, nel momento in cui ci si addentra nel secondo romanzo di Christian Frascella che torna, dopo il meritato successo di Mia sorella è una foca monaca (sempre edito da Fazi Editore) a prendere gli occhi del lettore e a ficcarli dentro le sue pagine.

Maledetti ragazzini! Con le loro sette piccole teste, piene di storie ascoltate, di storie inventate, piene delle Loro Storie di tutti giorni. Sette dispetti alla quotidianità della provincia, che anche in questa seconda prova torna in maniera prepotente, claustrofobica. Roccella, ha già nel suo nome qualcosa che fa arrotare i denti nel pronunciarlo, qualcosa che riporta ad un certo bruxismo asfittico di sopravvivenza tra vecchie case, strade sterrate e chiacchiericcio del popolino. Frascella è un artista nell’intingere i panni di chi legge nella vasca calda della sua trama, dimostrando un bel salto stilistico con una coralità contagiosa che permette di affezionarsi epidermicamente ai sette dodicenni, di amarli maledicendoli ad ogni pagina per la loro vitalità.

Don con il suo fatalistico amore per il Signore che segna ogni attimo della sua gioventù; Billo con il papà fuggito chissà dove, la nonna che gli offre sigarette di nascosto e la madre che guarda fuori a cercare qualcuno nel passato; Corda, il figlioletto perbene della borghesia roccellese, con il futuro già scritto in collegio come per il fratello figliol prodigo; Lonìca, il padre terminale a casa che stenta a reggersi in piedi che gli ha trasmesso l’amore per la boxe, un amore che spingeva il ragazzino a picchiare duro, a fondo. Una boxe che ora sta perdendo fervore, appassendo come il respiro del genitore; Gorilla, fratello teppista e tanti lividi in faccia; Ranacci che lotta come il padre sindacalista, che già si vede uomo e ribelle, uomo e punitore di ingiustizie e alla fine il buon Cecconi, napoletano, figlio di due poveri fruttivendoli ambulanti che quando parla in dialetto stretto ricorda Salvatore de “Il nome della Rosa”. Sette amici che crescono nei difficili e spensierati anni 80 legati tra di loro e con una sola certezza: essere dei morti di fame destinati a diventare degli adulti morti di fame. L’unica soluzione per fuggire è una rapina in banca.

Maledetti ragazzini! Ma come vi viene in mente?! Come fate con le armi? Come fate con le guardie giurate e gli imprevisti che vi si parano davanti? Ma soprattutto come fate ora che il Messicano, il più terribile boss che sia mai esistito, una leggenda del crimine, è tornato in città?

Maledetto Frascella! Sei dannatamente bravo.

Alex Pietrogiacomi

Mia sorella è una foca monaca

Mia sorella è una foca monaca (Fazi editore, 2009)

di Christian Frascella

Livido di vita, sbruffone, sognatore e con frasi rubate da centinaia di film visti in tv, il protagonista del romanzo di Christian Frascella entra nelle vene, prende a calci il “vecchio Alex” che è stato tanto amato negli anni novanta e riscrive quel decennio con una storia esilarante e schietta.

La periferia di Torino è lo sfondo ideale per questo sedicenne che vive con i suoi due “coinquilini” il padre e la sorella, dopo che la madre ha scelto di scappare con un benzinaio tredici anni più giovane di lei.

La famiglia in casa picchia duro: il Capo è un genitore fannullone quasi alcolista, un “quarantenne piuttosto trasandato, ma con un suo stile” che lancia occhiate dure come il suo culo preso a calci dalla vita; la sorella, la “foca monaca”, invece è immersa in Dio, nella fede che la fa andare avanti, tutta assorta e contrita, che rischia i lividi in fronte a forza di segnarsi. I due ci vanno giù pesanti con un misto di amorevole compassione e antagonistica complicità avversa a ogni frase o gesto del giovane “molesto”.

Il paese picchia duro: non un cinema, non un teatro, solo una piazzetta con panchine tristi di periferia dove rollarsi canne e scolare lattine di birra, un paese con i ragazzi che sghignazzano, additano, pestano rubando i sogni, facendosi gli amori che vengono assaporati nel silenzio di una sigaretta accesa per strada. E anche gli innamoramenti non ci vanno leggeri con i loro alti e bassi, sprezzanti ma necessari.

I giorni procedono in un lento ripercorrersi che ogni volta sembra nuovo grazie alla capacità, follemente ironica, di ricreare la realtà secondo la propria indole, ed ecco che una scazzottata persa diventa un’aggressione a cui essere sopravvissuti con grande coraggio oppure un rifiuto da una ragazza più grande viene visto come il preludio a chissà quale passione travolgente che non vuole essere ammessa.

Un romanticismo fatto di piccole bugie consapevoli dette anche al proprio sorriso, una voce a volte dolente che si perde nel rumore delle macchine della fabbrica dove entrare per riuscire a conquistare una propria indipendenza, una sorta di rispetto meritato e meritevole che cancelli una volta per tutte quegli sguardi saccenti tra le mura domestiche (e addomesticate del paese) che aumentano in casa con l’arrivo di una donna di quarantanni con un sedere che sta ancora su, efficiente, per il piacere del Capo.

Tutto si colora sotto lo sguardo del giovane. Anche i momenti di umiliazione si fanno forza per vivere e gridare il proprio bisogno di respirare un’aria che appartiene a quei polmoni da pugile urbano.

Alex Pietrogiacomi