Era meglio se morivo

lamborghinidi Natan Mondin

Mr Kim appoggia il verbale della polizia stradale sul tavolino. La luce è debole, fuori nevica. Le oltre cento pagine di relazione riportano: ora, nomi, numeri di targa dei veicoli coinvolti, estremi delle compagnie assicurative, commenti dei testimoni, pareri degli esperti e la sua firma di pubblico ufficiale. Ha ricostruito le dinamiche.
«Le parti verranno rimborsate dal fondo vittime della strada, che le ha concesso la rateizzazione del pagamento a fronte dell’ipoteca di tutti i suoi beni».
«Era meglio se morivo».
Entra l’infermiera, si avvicina al letto di Tae Sung Park: «può aspettare di fuori, è questione di pochi minuti». Parla senza rivolgere lo sguardo a Mr Kim in divisa. Suo figlio era sulla corvetta affondata lo scorso inverno da un siluro: lo è venuto a sapere dai telegiornali, soltanto dopo sono arrivati i poliziotti e un ufficiale con lettera, medaglia e vitalizio. «Suo figlio è morto per difendere il Paese dalla minaccia comunista». Gli mancava poco al congedo, dopo due anni di servizio nel Mar della Cina. Leggi il resto dell’articolo

Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni

[Qui di seguito un’anteprima dal nuovo libro di Graziano GrazianiStati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, dall’11 luglio per i tipi di edizioni dell’asino]

L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia Leggi il resto dell’articolo

La dismissione

La dismissione (Rizzoli, 2002)

di Ermanno Rea

Per il palato di uno come me, che viene da una città industriale come Piombino, il romanzo di Ermanno Rea assume tutto un sapore particolare. Un sapore che ricorda certi odori delle acciaierie, che mi accompagnano sin da quando ero bambino e che variano in base ai venti. Di quegli odori che ti si attaccano alla pelle e ai vestiti e di cui non ti scordi più, che sanno di cieli innaturalmente arrossati e della limatura di ferro che in certi giorni, insieme alla sabbia delle dune marittime a ridosso della fabbrica, sembra posarsi dappertutto, anche nelle narici e sulla lingua.

Per chi, come il sottoscritto, nella fabbrica c’è anche entrato – se pur per un brevissimo periodo, come brevi sono gli unici due racconti che ad essa ho dedicato – questo sapore si suddivide poi in una gamma di odori più specifici, di immagini un po’ apocalittiche che Ermanno Rea sa restituirci magistralmente, senza mai compiacersene troppo.

La storia di Vincenzo Buonocore, ex operaio poi divenuto tecnico specializzato, va infatti oltre i confini di Bagnoli dov’è ambientata, poiché ci parla di un’Italia che sta ormai scomparendo, di un paese che è tornato a essere preda di lotte intestine che ne minano la pur precaria unità.

Da questo punto di vista La dismissione è anche un romanzo profetico, e in questo consiste forse la sua grande forza, poiché, a distanza di quasi otto anni dalla sua uscita, il libro di Rea ci parla del processo, politico e culturale, in atto nel nostro paese (un processo iniziato già negli anni ’80, e acutizzatosi, proprio come per l’industria siderurgica, nel corso del decennio successivo).

Un romanzo, dunque, che attraverso la storia di una delle ultime grandi lotte del movimento operaio ci parla in sostanza della dismissione del sistema Italia, della sua svendita, pezzo dopo pezzo. Con la differenza sostanziale che nel lavoro maniacale e certosino di Vincenzo Buonocore, che la maggior parte degli operai in lotta sembra non comprendere, trasuda l’amore totale e devoto nei confronti della sua fabbrica, che se proprio deve finire nelle mani dei cinesi, deve arrivarci senza uno sgraffio, senza un difetto che possa comprometterne il perfetto funzionamento. Se i pezzi di Bagnoli continuano a funzionare in un altrove disseminato – non solo la sterminata Cina, ma anche la stessa Piombino o Taranto – è proprio grazie a una coscienza di classe che ha cominciato a cedere con l’epoca della cassa integrazione e dei prepensionamenti, e che è venuta meno con la precarizzazione selvaggia di ampi settori lavorativi, con la conseguente disaffezione nei confronti del proprio operato e del proprio spazio d’intervento.

Ecco perché il romanzo di Rea si presenta ancora come una lettura attuale e necessaria, come un’opera che non soltanto – e non è poco – conserva una memoria storica e culturale, ma che c’invita a riflettere sulla deriva intrapresa da questo paese, e lo fa senza indicare i nomi dei “mandanti”, perché i primi ad aver accettato lo smantellamento, i primi responsabili, siamo proprio noi: noi italiani.

Simone Ghelli

Occupare un lavatoio in maniera facile e creativa

Ti laurei in Lettere col massimo dei voti, scendi le scalette della Sapienza con in mano un mazzo di garofani. Non hai ancora raggiunto il piazzale fuori dell’università che barcolli. Sei già ubriaco.

Io mi sono detto: “e mo che cazzo faccio?”.

Vai a consegnare pizze a domicilio nell’attesa che una signora ancora in forma dopo aver spalancato la porta apra pure le gambe.

Tornato a casa ti masturbi.

Sempre.

Il cane che ti osserva come se fossi matto.

È così che i pensieri si fanno sempre più neri: l’affitto, le bollette, i croccantini.

È così che ti viene in mente un’idea geniale.

C’è Alessia, è piccola e dolce come una barretta di Tavor. Ha il ventre piatto ed è su quel ventre piatto che cominci a fare brutti pensieri.

Io mi sono detto: “faccio un cazzo di figlio, lo chiamo Antonio, occupo un lavatoio vista mare, di quelli rimasti ormai in disuso sopra questi palazzi di periferia e do un senso a questa vita”.

Certo c’è di peggio. Ma i laureati in Lettere sono comunque una parte consistente dei nuovi poveri. Hanno semplicemente qualità mimetiche superiori, se li rivesti ti fanno pure fare bella figura, sono bestie da salotto.

Insomma dopo che ti sei laureato in Lettere torni in periferia e visto che la signora in forma non si decide ad allargare le gambe ti vengono brutti pensieri e decidi che la risposta è tutta rinchiusa in un frullino, uno di quei frullini economici che vendono al supermercato, di quelli costruiti in Cina.

Io mi dico sempre che sono un artista del frullino, riesco a disegnare dei giochi pirotecnici unici di scintille che se osservi questa periferia di sera, magari pure di sbieco, ti sembra di stare al Carnevale di Rio e questo pianerottolo del cazzo pare che si riempie di tette e culi.

Frullino in mano e laurea in Lettere: la porta di ferro arrugginito del lavatoio viene giù che è una bellezza. La vecchia al piano di sotto ha già chiamato le guardie, ma la porta si è chiusa alle tue spalle, un catenaccio già ti protegge dall’esterno mentre Alessia guarda il mare dal grande terrazzo con un omuncolo dal naso prominente che gli cresce nell’utero. Io sono come un tumore maligno: mi riproduco che è una bellezza.

Io lo dico sempre: «la porta era aperta, non possiedo nulla, mi autodenuncio come occupante che mi sono rotto il cazzo di vendere pizze a domicilio che tanto una vecchia che mi allarga le gambe non la troverò mai».

Il lavoro qui è come una vecchia che ti allarga le gambe.

Non la troverai mai.

Passano i giorni e il lavatoio diventa sempre più bello, lo spazio abitabile cresce insieme alla pancia di Alessia, i vicini cominciano a farci il callo, aspetti un figlio e non ti può più cacciare nessuno.

Ho appeso la mia laurea in Lettere al muro accanto a un finestrone che si apre sul mare. Lì, proprio in quel punto a ridosso del campo da calcio, un giorno hanno ucciso un Poeta.

Alessia guarda spesso fuori, pensa a come sarebbe stato se fossimo nati altrove.

Lontano.

Luca Moretti

* Racconto pubblicato su Minimal Noir (18:30 edizioni)

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 1

Salve ciao.

Ha inizio da oggi un nuovo appuntamento settimanale curato da me (Andrea Coffami) e dal buon Luca Piccolino. Il nostro spazio sarà riservato alla poesia.

Ogni lunedì vi proporremo a turno un poeta, vi faremo conoscere una sua opera con la speranza che possiate affezionarvi a lui, lo seguiate nelle sue evoluzioni o siate incuriositi dal suo passato artistico. Considerate questa rubrica come se stessimo tra amici e parlando del più e del meno uno dicesse: “Oh amici! Ho letto una poesia di uno che magari già conoscete ma a me è piaciuta troppo”, e l’altro: “E chi l’ha scritta?”, ed io: “E l’ha scritta Pinco Pallino”. Quindi niente cattedre o noi che ci si eleva dall’alto della nostra sapienza a proporvi autori “degni di nota”. Molti poeti sono già conosciuti nel panorama letterario… quindi è solo una condivisione del piacere.

La poesia dicono sia morta, gli editori non la pubblicano, la gente non la compra… ma magari in rete c’è ancora qualcuno che la legge e l’apprezza. La poesia ha varie forme (sonora, testuale, visiva) e magari vi posteremo video/poesie, fotografie ritoccate o canzoni i cui testi nulla hanno da invidiare a Montale o Bukowski. Insomma “poesia” intesa nel suo senso più ampio.

Spetta a me aprire le danze facendovi leggere un testo del magistrale Alfonso Maria Petrosino, un ragazzo di una bravura imbarazzante (nonché molto bello) che ho avuto il piacere e l’onore di incontrare in vari slam poetry in giro per l’Italia.

Consiglio caldamente di acquistare i suoi libri ma ancor di più consiglio di ascoltarlo live se vi capita di beccarlo in giro. Magari chiedetegli l’amicizia su facebook così da poter seguire i suoi spostamenti.

La poesia che vi propongo è tratta dal libro, pubblicato in Creative Commons, Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Edizioni O.M.P. – FarePoesia).

Buona lettura.

Andrea Coffami

LA CINA SI AVVICINA

Il Presidente Ciampi ammaina
il tricolore e per ricordo
me lo consegna, ma sul bordo
c’è scritto Made in China.
E intanto una velina senza veli,
la mano destra sul seno sinistro,
in playback canta l’inno di Mameli
e l’onorevole Primo Ministro
all’orecchio mi dice senza peli
sulla lingua: “La Cina si avvicina.”

Versando lemon soda e gin
alla Gioconda di Da Vinci
le chiedo dove l’Est cominci,
ma lei dice: “Cin cin!”
Il giorno dopo, il thè con una ricca
ottuagenaria esule da Hong Kong
e una partita a tric e tac e cricca;
una fotografia di Mao Ze Dong
ci squadra dal comò di teak e ammicca,
come a dire: “La Cina si avvicina.”

Confondo il Götterdämmerung
con un’Apocalisse now
e il Tao tenendo al collo il tau
con yin e yang e Jung.
E faccio un sogno ricorrente e vago:
insieme a Giorgio sto nell’intestino
di un pollo – ma secondo lui è un drago;
prendo un laccio emostatico e il vaccino,
e stendo il braccio e lui mi fa con l’ago
un tatuaggio: La Cina si avvicina.

Un uomo ha appeso un dazebao
sul lato nord della Muraglia:
a chiare lettere si staglia
un ideogramma: CIAO!
con una splendida vernice nera.
Vado a mangiare insieme a lui e a Bruce Lee,
prendiamo gli involtini primavera
bucatini alla carbonara e muesli;
mangio il biscotto e il mio biglietto era:
“Amico mio, la Cina si avvicina.”

Alfonso Maria Petrosino

Link correlati

Dalle scarpe di marca passando per le marche da bollo,

dal bollo auto a “Double Dragon” e “Puzzle Bobble”,

dalle bolle del Cristal Ball passando per il solco di un disco,

dalla disco alla tecno, dalla tecno al buon liscio,

dalla vodka con ghiaccio all’acqua liscia,

dalla frizzante al chinotto, dal caffè ristretto al corretto,

dal poliziotto corrotto al cerotto che cura il danno fatto,

digerisco. Dal sipario alla fine primo atto,

mi sollevo dalla poltrona in platea di teatro,

dalla sensazione del tetro alla sensazione del vuoto.

Da “Indovina chi” ai giochi MB,

dalla BMX al cambio Shimano,

da una partita a Tetris al tris in mano,

dalla perdita di un amico caro al caro vita,

dal rincaro del cetriolo al caro petrolio,

dall’amico schivo a Lucio Dalla del “caro amico ti scrivo”.

Dal giornalismo di Matrix alla panza di Obelix,

dal Risiko a Trinity passando per all’oracolo,

dal Gin Fizz al bis dopo lo spettacolo,

da un brano di Samantha Fox ad un remix di Dj Shadow.

Da un’orchestra di Muti ad una suoneria in polifonia,

dai poliposfati ai polipi, dalle briciole di pane ai cannelloni ripieni.

Da Leo Gullotta a Mastella e da Pannella a Mastelloni,

da Nino Frassica ad Abantuono,

dal lampo di un lampo al fragore di un tuono,

dal calcio balilla al Subbuteo al fusillo Barilla,

dai Balilla al fascismo il passo è breve e senti come piove.

Dai giovani in lambretta con otto in pagella

dalla bidella al rettore passando per il ripetente

dal ripetente alla Gelmini, dai bocchini alle suore

dal monsignore all’onore, da Forza Nuova a Casa Pound

dal Pound alla Sterlina, dalla lira che prima c’era all’euro,

dall’Unieuro all’intercity e l’Eurostar,

dal diretto al regista,

dalla comparsa all’attore non protagonista e la Star.

Dal dado di brodo al dado di fumo, da Babbo Natale al camino,

da Michael Cimino a “Natale sul Nilo”.

Da Ezio Greggio alla pecora nera del gregge,

da Rai3 al comunista, dal comunista alla lista nera,

dalla bandiera del tricolore al calore

e dal calore al calore di una hola,

dalla curva allo stadio agli Stadio ed il gran figlio di puttana in radio.

Dalla costituzione agli Articolo,

da Tiziano al cantante neomelodico che spopola nel vicolo,

da Scampia alla ferrovia,

da piazza Garibaldi a Napoli all’unirsi dei popoli,

dalle malattie al propoli, dalla marcia di Topolino come suoneria.


Da “Domenica In” a Paperinik e da Topolino alla massoneria,

dagli effetti collaterali dei medicinali alle droghe da legalizzare,

dai codici subliminali agli animali trasformati in cartoni,

dal Giappone ai brani di Little Tony,

da Tony Corallo al terremoto e la scala Mercalli.

Dal corallo al mare, dall’estate all’inverno,

dalla neve al candore di un bimbo,

dalle palle di neve alle bombe carta,

dalla caduta del muro alla guerra in Iraq,

dal kebab ad Al-Qaeda, dalla verità alla finzione,

dalle notizie di regime al mangime per cani,

dalle case chiuse alla mercificazione.

Dal lavoro fisso alla cassa integrazione,

dalla PlayStation all’altalena, dal pattino alle barche a vela,

dalla velina alla satira vera, dalla censura all’underground,

dall’Underground all’Heaven, da Melonarpo allo stile,

dallo stile al nuoto, dal cloro al clero, dai bersaglieri agli alpini,

dalle stragi di Stato ai cuori neri,

da “Sentieri selvaggi” a “Sentieri” e da “Sentieri” alla “Valle dei pini”.

Dalla Valleverde ai calzini, dai piedi nudi al fetish,

dal pissing al cumshot, da “Hot Shots!” a Buster Keaton,

da Mickeal Keaton a Burton passando per Batman,

Rat-Man e Sandokan,

dall’applauso dopo la venuta del Messia alla suora in clausura,

dai Sepoltura all’ora di religione, da Bellocchio alla prigionia,

da Lucignolo alla libertà e dalla dittatura alla Cina.

Dagli arancini di riso agli aranci,

dalle quattro stagioni di Vivaldi alla margherita tagliata a tranci,

dai saggi francesi e dai francesi ai formaggi.

Dai trattati di pace e dalla pace all’amore,

dall’amore all’odio, da Kassovitz ad Asterix,

dalle pozioni magiche ai santoni in televisione,

dalla cultura popolare alla fine del mondo,

da un saggio sul nazismo ai libri gettati al rogo,

bruciati da legno di faggio,

da Valeria Rogo alla sala di montaggio,

da una canzone a Sanremo di Pino Donaggio,

alla canzone d’impegno al Primo Maggio…

con pugni chiusi nelle piazze che stringono il poco coraggio.

Andrea Coffami e Angelo Zabaglio