Il futuro della scrittura collettiva

Vorrei partire dicendo che lo spunto per queste considerazioni nasce dalla conoscenza del progetto SIC di Magini e Santoni. In base a quanto m’è sembrato di capire di quel che ho potuto leggere, ho avuto l’impressione che il SIC si regga sui propositi di due (o chissà quante) persone preparate e appassionate: a differenza di molti altri progetti di scrittura collettiva attualmente in circolazione (spesso solo sussiegosi, tirannici o confusionari: decisamente scrittura truffaldina), Magini e Santoni hanno messo a punto un sistema logico, trasparente e – dote rara e preziosa – ragionevole. Posso non condividere i loro scopi e i loro presupposti, ma non posso non apprezzare la “gentilezza” con cui il SIC è strutturato: ognuno può, seriamente, contribuire grazie alla oggettività della “scheda”. E questo a me pare un contributo genuino alla scrittura. Trovo altresì che la presenza di un Direttore Artistico che esoneri l’autore dalla “integrabilità” sia salutare e azzeccata come soluzione organizzativa, mi preoccupa solo la sua importanza nodale: da lui dipendono davvero troppe cose, è lui che decide se un’idea è buona o no, quindi c’è da sperare solo che sia capace e intelligente. Infine è ottimo che ogni scrittore possa trovare il proprio utilizzo in base alle sue peculiarità. Stupendo. Detto ciò proverò a occuparmi, nei limiti di spazio e capacità, di questo argomento più in generale. O, meglio, a fare delle domande a cui non ho trovato una risposta. Leggi il resto dell’articolo

Momenti di trascurabile felicità

Ogni buon libro che si rispetti prima di uscire nelle librerie ha dei passaggi obbligati e un lavoro che un lettore sprovveduto nemmeno s’immagina (alle volte non se l’immagina nemmeno l’editore). Una fase decisiva della stesura di un libro è la fase di editing, ovvero quella fase in cui il testo va nelle mani di un editor che decide, consiglia, suggerisce, taglia e modifica le bozze di un testo.

Ad esempio, se ci fosse stato un editor per questo post, tra le altre cose mi avrebbe detto sicuramente che la parola fase è stata ripetuta già troppe volte e che avrei dovuto trovare un sinonimo. Robe così insomma.

Oggi voglio parlarvi di un piccolo capolavoro della letteratura contemporanea, Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo. Storie descritte con leggera poesia comica, fotografie narrate con la commedia nell’anima, preziosi momenti di felicità universale che non possono non farvi sorridere. Inizialmente il libro doveva essere mooooooooolto più lungo, ma in fase di editing è stato livellato, accorciato e ridimensionato, per fini commercial-artistici. Qui in anteprima mondiale e telematica, alcuni dei momenti di trascurabile felicità che per motivi di volgarità e inutilità sono stati trascurati ed oscurati in fase di stampa.

Entro in un negozio di scarpe, ne vedo un paio che mi piacciono in vetrina e le indico alla commessa. Chiedo un 46. La commessa mi dice che hanno solo il 41 e mi domanda se le voglio lo stesso. Ed io penso che la commessa mi fa pena e vorrei mandarla affanculo.

Quando vai al cinema e c’è un gruppetto di donne che hanno visto il film e nel finale, pochi secondi prima che il protagonista muore, dicono in coro «Oddio ora muore, mi commuovo sempre» e tu rimani zitto, muto e però pensi che vorresti farti rimborsare il prezzo del biglietto da loro. Ma non lo fai. Ed inizi ad odiare le donne.

Quando finisce la carta igienica ed in bagno hai solo un numero di «Satisfaction» che ti hanno regalato a forza alla fiera del libro.

Recarsi alla basilica di San Pietro in Vaticano, andare al confessionale e pentirsi per un delitto commesso quando eri bambino.

Quando stai in crisi d’astinenza ed il distributore automatico di sigarette non vuole accettare la tua banconota da cinque euro. E allora sei costretto a comprarne due pacchi e metterci quella da dieci euro che però avevi conservato per metterci benzina al ritorno. E nella via del ritorno rimani senza benzina e la banconota da cinque euro non viene accettata nemmeno dal distributore della Erg. E bestemmi la madonna.

Andare in motorino per le strade di Roma sorpassando automobili bloccate nel traffico. E poi viene a piovere.

La soddisfazione nello scovare Cani arrabbiati di Mario Bava posizionato nello scaffale dei “grandi classici” della Ricordi Media Store. Prenderlo, andare alla cassa e pagarlo quasi venti euro. Uscire dal negozio e vederlo a tre euro nella bancarella di fronte.

Quando scopri che a farti fare un pompino con il dito in culo godi il doppio.

In autobus mi siedo subito sul primo posto libero e me ne frego degli altri. Una volta al mio fianco, in piedi c’era una donna incinta. Io non le ho detto nulla per paura che mi dicesse che non era incinta.

Recarsi a casa di una prostituta e veder uscire dall’appartamento tuo padre che si sistema i pantaloni. Arrivare a casa e ricattarlo facendoti dare un fisso mensile di cinquecento euro.

Arrivi in aeroporto alle sette del mattino, attraversi il metal detector e sei costretto a levarti la cinta dei pantaloni ed i pantaloni ti cadono alle caviglie. E fino a poche ore prima eri a un festino con amici. E ti rendi conto solo adesso che le tue mutande sono ancora lì.

Quando fai dei peti dopo aver mangiato al ristorante cinese. Sembra che non siano i tuoi. Ne puoi gustare l’aroma e spesso ti vengono in mente dei piacevoli ricordi che avevi rimosso.

Tornare a casa e levarsi i tacchi a spillo dopo una nottata trascorsa in discoteca. Addormentarsi. Svegliarsi alle nove, lavarsi e fare colazione con la tua compagna che ti dice che aspetta un bambino.

Quando verso le 15:30 bussano alla porta i testimoni di Geova. Parli un po’ con loro della vita, dell’amore e della religione. E poi offri loro un buon caffè con la cocaina al posto dello zucchero.

 

Note: Il post non corrisponde al vero. E’ di pura fantasia. I “momenti di trascurabile felicità” che avete letto non sono stati scritti assolutamente da Francesco Piccolo. Il post che avete letto vuol essere semplicemente un sentito omaggio di Andrea Coffami al libro Momenti di trascurabile felicità.

Andrea Coffami

Sono io che me ne vado

Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009)

di Violetta Bellocchio

 

In un branco, se non diventi molto bravo a fare qualcosa, sei inutile e ti mangiano. Questo è il motivo per cui anche noi che stiamo in cima alla catena alimentare abbiamo un talento. Una vocazione, se vuoi. Un’abilità magari piccola, ma specifica, che ci distingue dagli altri e ci assegna un posto nel mondo.

Il mio talento è fare del male alla gente.

 

 

Sono io che me ne vado è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio, un esordio folgorante, brillante, un romanzo di luci accecanti e di profonde oscurità, di lucciole sognate durante una quieta sera d’estate quando il tempo sembra immobile. Un’opera che incanta, che fa sorridere e che fa male allo stesso tempo, uno di quei dolori necessari ma che non hanno bisogno di essere condivisi o compatiti. Non c’è pietas. Niente lacrime per favore, non si deve sprecare così la sofferenza, avrebbe tranquillamente potuto pronunciare la protagonista.

Il romanzo potrebbe essere annoverato tra i “romanzi di formazione”, eppure Sono io che me ne vado è molto di più di questo e ne cambia completamente i canoni. Violetta Bellocchio ci sorprende più e più volte ribaltando completamente gli schemi classici, costringendoci sempre ad inseguirla lungo sentieri sempre più impervi.

«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata.

Ecco la nostra protagonista: una giovane donna che decide di aprire nel cuore della Toscana un B&B, in un luogo non propriamente turistico, in un punto imprecisato che sembra essere stato scelto con uno scopo solo: sparire, cancellare le tracce del proprio passato, rendersi evanescenti. Layla ha preso questa decisione. Il perché non ci è noto. Ma non osare dispiacerti per lei, non è la compassione ciò che cerca.

Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo.

Layla è pronta a fare il vuoto accanto a se. Probabilmente non ha un passato tragico alle sue spalle. Qualunque cosa sia, ha semplicemente deciso di cambiare vita. E il B&B “La Bambola” è un ottimo punto d’inizio. Nonostante mille ritrosie, Sean – un ragazzo dai capelli scuri e dalla pazienza quasi infinita – l’affiancherà nella gestione del lavoro, diverrà suo amico, suo confidente, suo punto di riferimento.

La scrittura è rapida, il dialogo è serrato, tagliente, acuminato come una lama. Più generi si mescolano: il linguaggio cinematografico, quello dei blogger, quello dei fumetti. Le citazioni sono nascoste ovunque. Tutto costituisce uno stile unico. Violetta Bellocchio gioca con le parole con maestria, con sapienza.

Layla ti rimane dentro. Vorresti incontrarla, da qualche parte. Parlarle.

Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie.

 

Serena Adesso

L’onda sulla pellicola

Riportiamo un estratto del romanzo L’onda sulla pellicola (Besa, 2004) di Michele Lupo, ambientato prevalentemente nel mondo delle scuole private, il cui protagonista è un insegnante precario, nonché erotomane incallito e aspirante cineasta.


 

 

 

Una specie molto gradita da Malerba era costituita da gente sistemata abbastanza da piazzarsi soltanto per prestazioni rapidissime. Ingegneri o avvocati che mai restavano nelle aule per più di dieci minuti di seguito, attaccati ai cellulari per rimediare appuntamenti di lavoro tra la rogna di una lezione e la farsa di un’interrogazione. Sei, sette ore settimanali mirate alle trecentomila in più a fine mese. Gente incline a non far domande che ponessero in discussione l’andazzo generale, immune da ogni preoccupazione concernente il senso o la qualità o i fini sociali di quel lavoro. Si informavano sulle condizioni di Nesta, sulle intenzioni di Zoff nella campagna acquisti.

E poi, ricordava Livio, qualche povero disgraziato di passaggio, ma soprattutto frustrati d’ogni risma disposti a tutto pur di farsi chiamare professore e professoressa piuttosto che capò alle bancarelle del mercato vendendo brache usate o i calendari di Frate Indovino. Gente che viveva con i genitori a quarant’anni suonati, che si lamentava di non potersi sposare, di non poter programmare un futuro, che la sera lavorava nei bar, nei call-center, o porta a porta. Che la mattina successiva sbandava nei gironi lutulenti del Provveditorato di via Pianciani, si torceva fra le sue spirali metalliche e ne usciva stritolata. Che votava Alleanza Nazionale o Rifondazione Comunista con la stessa identica disperazione. Che qualche volta si sparava.

Che si fossero sbagliati, lui e Fausto, quando avevano concluso che ormai fare l’insegnante, in Italia, equivaleva a un marchio d’infamia? neanche si fosse individuato il novello untore per sanzionarne la condanna in un ghetto? Perché al Centro Studi Malerba vedevi tizi disposti ad aspettare due mesi un assegnino postdatato che mai superava il mezzo milione di lire epperò si gongolavano nella soddisfazione di fare l’appello, di tenere un registro – quando c’era – di parlare da una cattedra. Certo, il tutto veniva poi emendato in audizione di amenità pronunciate dai ragazzi ad alta voce: meglio le corse di notte all’Eur o caricare una slava sulla Cristoforo Colombo e fare poi un lavoro pulito? meglio il tiro a segno con i gatti di PonteMammolo o farla finita con quel perbenismo del cazzo e dare finalmente una lezione a Galeazzi che lo sanno tutti che è della Lazio?

Talvolta erano indirizzate proprio a loro – agli insegnanti. E non proprio facezie, piuttosto consigli dritte suggerimenti. Perché erano sensibili, i ragazzi. Come, diecimila lire l’ora? Dodici, iva compresa. Be’ professo’, nessuno voleva andare, chessò, il sabato e la domenica nel ristorante del padre? Sensibili e svegli, a modo loro. Con quella cifra non si poteva persuadere nessuno ad ascoltare alcunché. Che aveva mai da dire di importante uno che guadagnava diecimila lire l’ora? C’era ancora chi si struggeva la sera davanti alla sua brava laurea con lode incorniciata in cameretta, ma Livio non conosceva quel tipo così diffuso di consolazione fondato sulla comparazione delle sofferenze. Che altri stessero peggio di lui, non modificava in nulla il suo stato. E forse neanche quello degli altri, chi più chi meno tutti pronti a produrre un armamentario social-professionale che supplisse alle carenze evidenti del lavorare lì dentro: menzionare altre occupazioni, ad esempio, più serie, con l’aria impostata alla bisogna – tono, falsetti e gridolini per lo più, e soprattutto studiatissima gestualità. Che poi venisse un pianto, era un dettaglio. Fare l’attore, un minimo devi esserci portato. E Livio rideva, come se fosse solo uno spettatore, persuaso che fosse questione di tempo, per lui; per gli altri, invece, sul proscenio, un modo malinconico di suscitare aspettative, il teatrino consueto di una città di provincia come la Roma di periferia in cui si recitavano arti e mestieri, sperando che le luci smorte del CSM facessero almeno intravedere una qualche ribalta futura…

– Una volta tanto sarò d’accordo con lei, professore – disse una mattina, scoglionatissimo. Ce l’aveva con Perduro. – Non solo ha stravinto, il capitale, ma ti ha ficcato il suo chiodo rovente nel cervello, ha ossidato le tue difese immunitarie e ti ha iniettato pure la vergogna di non averlo, un lavoro. Quella che chiamiamo filosofia della storia prende proprio delle cappellate, certe volte, non crede?

L’uomo sembrava impossibilitato a rispondere dalla coda di paglia su cui ogni parola di Livio sfregava come uno zolfanello – si sarebbe bruciato da solo, senza il tempo di replicare.

– Anche la sua, di vicenda, non me ne vorrà, è un po’ singolare, no? Un combattente dell’età di Cossutta, inorridito dalla svolta di Occhetto, pensionato più agiato dell’uno e l’altro messi insieme che svacca il tempo in un privato… Converrà che è un poco eccentrico, o mi sbaglio?

Quella che stava per diventare l’ennesima collisione fra i due insegnanti fu interrotta dall’arrivo di Malerba corsa subito in aiuto dell’ex preside. Prese Livio sottobraccio e se lo portò nel suo ufficio. Aveva dato un’occhiata ai programmi, disse.

– Pensa sia proprio necessario perdere tempo con questo Aretino, professore?

A domande del genere Livio era abituato. Da tempo, aveva ormai deciso che non doveva rispondere, ma limitarsi a guardare dritto verso di lei con un’ aria inespressiva, come di chi non pensa a niente in particolare e non sembra neanche accorgersene.

– Dicevo, Viola, un autore così minore…

Non da tonto, l’aria. Ma insomma.

– Mi ascolta? Deve mica farla per forza, la letteratura contemporanea.

Che non fosse una battuta era evidente, meno dalla sua insipienza nel caso lo fosse stata che dalla faccia serissima che ostentava. La sua di lui divenne di colpo quella di chi si ritrova l’ippogrifo in carne e ossa davanti agli occhi e tace estasiato.

– Senta professore, io ho molta stima di lei. Questo lo avrà capito. Ma non fosse che per gli anni che mi porto appresso, e mi scusi se scomodo il poeta, credo di esser degna di un po’ più di riverenza in vista.

– Non fa esattamente così, signora. Il verso, voglio dire.

– Viola, mi stia a sentire. Guardi che io non ho nulla contro la poesia, ci mancherebbe altro, anch’io sa, di tanto in tanto, prendo una penna e… e butto giù… Oh, lasciamo perdere.

– Peccato. L’ascolterei volentieri.

– Però, vede, io non sono il tipo che si caccia le mani in tasca per sentire poi le dita che ci girano a vuoto, mi segue? Se lei mi perde tutto questo tempo con autori sconosciuti i ragazzi mi volano via, mi volano. Poi ci lamentiamo del disinteresse.

Oh, il disinteresse. Se poco poco gli riusciva di catturare l’attenzione dei ragazzi, era in virtù di un prestigio usurpato, eteronomo alla sua funzione lì: erano le chiacchiere sui suoi trascorsi – in realtà insignificanti – a Cinecittà a propiziargli un po’ di attenzione, o forse solo di curiosità. E si trattava in ogni caso di momenti brevi e casuali, interruzioni fortuite della loro diffidenza, a suo modo giustificatissima. Perché poi non erano mica fessi: era ben strano che dal cinema fosse finito in quello zoo, a parlare di letteratura, ossia, per loro, dell’altro mondo. Dov’era, quest’altro mondo? e questo qui? cosa rimaneva di conosciuto fra cyberspazio e ombrelloni dove si continuava a giocare con i morti fra i piedi? erano tutti così bisognosi di invocarne uno ultimo e definitivo che fosse post-umano? erano o non erano proprio gli uomini i primi a non poterne più di se stessi?

La barba bianca

Io lo sono stato Babbo Natale, moltissime volte. Quasi tutte.

Ma non per questioni economiche, macché: per passione. Pura passione. Non credo che tutti conoscano il vero significato della parola “passione”, ma la passione (scusate se mi ripeto, ma spesso è importante ripetere parole-chiave) è quell’elemento, forse l’unico, che può rendere qualsiasi esistenza significativa e degna di esser vissuta, fino in fondo, dall’inizio alla fine, se mai ci sarà.

Io mi sono sempre accontentato di poche cose, una tra queste è l’interpretare Babbo Natale. Quando divenni più grandicello rimasi colpito nel vedere gli spot della Coca-Cola in televisione. In casa avevo un piccolo televisore dallo scheletro arancione, che in compenso trasmetteva in bianco e nero. Per fortuna i cartelloni pubblicitari in città erano colorati. Il rosso del costume, il bianco della barba, colori che si abbinavano perfettamente anche al mio stile di vita. Rosso come la passione, bianco come il candore. Sfruttai quindi l’ingegno creativo dei talentuosi pubblicitari alle prime armi che inventarono quell’abbinamento, quel costume ormai divenuto un logo da generazioni, come il crocifisso, il presepe, la svirgola della Nike, il coccodrillo della Benetton. Lungi da me far polemica su queste questioni, sia chiaro. Io amo tutto ciò che deforma il pensiero delle masse, quindi è ben inteso che scrivo queste cose con il tono di chi si rallegra di tanta abbondanza di virus necessari.

Ultimamente però le cose sono cambiate parecchio: il ricordo ancora è nitido come fosse stato ieri. Quel bambino che salì sulle mie ginocchia era un occhialuto cicciottello che non avrebbe sfigurato in un film di Fellini. Maglietta aderente a strisce orizzontali chiare e scure, occhiali che affondavano nel viso paffutello, capelli cortissimi, sudore sulla fronte (sebbene sia stato dicembre) e un alito di scarafaggio morto, misto yogurt alla pesca. Secondo me fece pure una puzza per l’emozione, di quelle silenziose e pestilenziali, che ti viene il dubbio che non sia qualcosa di peggio.

Io avrò avuto ventidue anni, lui cinque, ma una volta sulle mie ginocchia capii che pesava molto più di me. Ma non era fastidioso, la sua ciccia era quasi rilassante.

«Ma tu sei un ragazzo, tu non sei Babbo Natale, tu sei il figlio di Babbo Natale,» mi fece lui con aria da saputello.

«Sono il sostituto, cosa credi, che siano veri i babbi Natale che stanno nei supermarket?»

«Lo sapevo,» disse il bambino con aria saccente.

«Cosa vuoi per regalo?»

«La macchina telecomandata senza fili».

«Vedrò cosa posso fare,» e detto ciò gli diedi un colpetto sulle cosce, invitandolo ad andar via.

Ci volle un piccolo sforzo da parte sua per ricadere a terra. Mi salutò dandomi un bacio sulla guancia. Un bacio paffutello come lui, come a scusarsi del tono che aveva avuto. Ci voleva ben altro: rimaneva uno stronzetto cicciottello viziato.

Ai tempi indossavo una barba finta, di quelle spudoratamente false e grottesche, altrimenti non avrebbero riconosciuto le sembianze di Babbo Natale. Ma ora la barba bianca è vera, la lascio crescere da maggio/giugno debitamente per l’occasione, poi, una volta arrivato gennaio, mi rado e mi trasformo in Alfredo, commesso in un discount con contratto che si rinnova ogni sei mesi.

La mia passione con gli anni non si è affatto affievolita, al contrario, è aumentata in maniera esponenziale. Saranno quanti anni da allora? Ho perso il conto.

Questo dicembre ho sei centri commerciali dove potrò esibirmi: vado forte, una vera pacchia. Fino all’anno scorso al massimo ero in due supermercati, anche se sono sempre stato il migliore, è inutile fare i modesti, sono il miglior Babbo Natale che esiste sulla piazza, tutti gli altri sono solo imitazioni riuscite male. Ci sono voluti Dio solo sa quanti stracazzo di anni perché la gente se ne accorgesse.

I miei spettacoli sono veri, non c’è niente da fare: si vede quando uno dentro ha la passione. La maggior parte degli altri babbi Natale fa trasparire la voglia di denaro, la disperazione economica che hanno in corpo e nelle vene, il fattore economico che li spinge a mascherarsi, e tutto questo il bambino lo avverte. Come quando una madre incinta è nervosa ed ansiosa, ricade tutto nel pupetto in grembo. Idem il finto babbo Natale che tenta di fare lo spensierato. Il ragazzino è come un cane, sente cose che noi umani non possiamo sentire. Alcuni pisciano pure sui tronchi degli alberi. Mica sono scemi i ragazzini.

Questo tredici dicembre l’iper Coop è ricolmo di famiglie in preda allo shopping, non vedevo questo fermento da decenni. Il primo bimbo di oggi è un nerd che quasi si vergogna di venire sulle mie ginocchia a chiedermi il dono. Mi osserva in silenzio, avvicina un po’ la testa alla mia, mi scruta, guardo il suo braccio, ha un livido sul pollice, forse vuole tirarmi la barba, ma non lo fa. Probabilmente per via del livido dolorante, penso.

«Ciao piccoletto, guarda che la barba è vera».

Lo ammutolisco con quella frase, ma il suo silenzio dura poco.

«Te la sei fatta crescere apposta per venire a lavorare qui, di’ la verità»

Il nerd mi aveva scoperto, cosa sono diventato? Uno dei tanti babbi Natale vogliosi di denaro che non riesce più a far sognare un bambino nerd moccioso? Cosa sono diventato? Il ragazzino mi ha preso alla sprovvista, ero nell’angolo con un solo montante ad inizio round.

«Ma Babbo Natale non ha sempre la barba, quando fa caldo si rade, mica è scemo».

«Cazzate! Tu sei falso come una copia pirata di Windows Seven».

Ma come parlano i mocciosi di oggi? Ho solo voglia di levarmi dalle palle quello schifosetto occhialuto. Che cosa stracazzo stava dicendo quel rospo con la faccia da rana? Meglio troncare con questo rompipalle: «Allora, come ti chiami?»

«Luca, e tu?»

«Io sono Babbo Natale, cosa vuoi che ti porti?»

Il volto di Luca è di sfida, temo la sua risposta. Cosa mi sta succedendo? Perché questo nerd non mi crede? Sto diventando la copia di me stesso? La copia sbiadita? Probabilmente mi dovrei solo aggiornare sulle nuove tecnologie, tutto qui. La mia credibilità ne risente. Lo sento, lo avverto. Mi chiede in regalo un qualcosa inerente al mondo dei computer, un processore o una cosa del genere, nemmeno ricordo bene. Gli dico che lo avrà, pur di levarmelo dalle scatole.

«Non esiste quello che ti ho chiesto, sei un buffone».

«Levati dalle palle e fatti una partita a calcetto, nerdaccio rompipalle!»

Gli altri bambini della giornata sono stati più clementi e meno pretenziosi di lui, per fortuna.

La sera, terminato il lavoro, mi dirigo al cinema: ho voglia di film. Proiettano un horror coreano, me lo gusto con piacere. Adoro la Corea, dovrei ritornarci prima o poi, forse lì starei meglio. E magari rivedrei pure Uhl aveva i capelli a caschetto neri. Ho paura che siano trascorsi troppi anni da allora. Troppi.

Fatto è che non posso non pensare alle parole di sfida di quel ragazzino. Stavo perdendo credibilità. Ho capito cosa devo fare. E attuerò il piano domani. Andrà meglio, me lo sento.

Al mattino m’incammino alla postazione all’interno del centro commerciale. Già s’intravede la fila di bimbi accompagnati dai genitori, sorrido loro ed invito il primo bambino ad avvicinarsi.

«Ciao Babbo Natale, io mi chiamo Alfredo, vorrei un i-pod per Natale, grazie,» e se ne va via. Brutto stronzetto che non mi fa nemmeno attuare il piano. Meglio. Vada per il secondo. Ecco che si avvicina: bambinetta con le treccine che sembra uscita da un telefilm per ragazzi.

Mi saluta ed abbassa gli occhi imbarazzata, stropiccia gli occhioni chiari e diventa tutta rossa in volto.

«Ostroghi diche a babbinatali regoli?»

La bimba non capisce. Provo a ripetere la frase, tentando di aiutarla con la mimica facciale e dei gesti: «Ornochi dai a babbonatali i regalo vuoi?»

La bimba scoppia in lacrime, terrorizzata, mi bagna la barba con le lacrime ed il moccolo del naso. Provo ad accarezzarla ma il padre se la porta via con tono schifato.

«Che cosa le ha fatto?» mi chiede infuriato.

«Ma che cosa devo averle fatto? Si è emozionata e basta! Cosa si aspettava? Uno dei tanti babbi Natale che parlano la lingua nostra? Ma a quelli non crede più nessuno, cazzo!»

«Ma è solo una bambina,» intona il signore mentre la figlia continua a piangere e abbracciare le gambe del padre.

«La faccia crescere la sua bambina, Cristo santo!» e con la mano faccio un segno come a dire: allontanatevi, fatemi continuare.

Le famigliole che avevano assistito alla scena erano pietrificate, ci volle un po’ prima che si formasse una nuova fila. In fondo ero contento, mi avevano creduto. Almeno quella bambina lo aveva fatto.

Continuai a parlare ai bimbi nella mia lingua incomprensibile, e man mano i bimbi apprezzarono il gesto: forse ero stato troppo burbero con quella piccoletta, ma terminate le festività i ragazzini ridevano di gusto quando gli parlavo in babbonatalese.

Finite le festività natalizie ritornai al mio lavoro al discount, sarebbe stato l’ultimo anno da loro, poi avrei provato con un altro supermarket. Mi ero rotto le scatole di fare il magazziniere, erano già oltre dodici anni che sgobbavo lì dentro, ci vuole un cambiamento ogni tanto. Prima di fare il magazziniere ho lavorato per sei anni come addetto specializzato per una ditta di pulizie in un aeroporto, altri cinque anni li ho trascorsi come pilota di aerei per una compagnia privata: facevo volare industriali, uomini d’affari o semplici benestanti che volevano farsi un giretto in aria per divertimento (solitamente con le loro amanti). Prima ancora sono stato cameriere in alcuni bar, ne avrò fatti circa una dozzina tra Roma, Berlino, Parigi ed un piccolo paesino sperduto in Corea del sud, dove conobbi Uhl. Da giovane ero molto più affascinate di ora, anche se la barba lunga e bianca mi dona parecchio, ma ai tempi di Uhl ero bello davvero, e lei s’innamorò di me, come io di lei del resto.

Lei aveva circa trent’anni, era riuscita a fuggire dalla Corea del nord, passando per la Cina. Aveva la pelle liscia e fresca come quella di una ventenne. Quando la conobbi avevo qualche anno in più di lei, non tantissimi, ma lei badava molto a questo aspetto; nonostante ciò non le ho mai rivelato la mia vera età, non mi avrebbe creduto. Mi sussurrava sempre: «Ti voglio bene, vecchio uomo». Era come una bambina. I primi tempi capivo poco la sua lingua, ma già dopo qualche mese imparai molto da lei. Alle volte ci penso ancora a quegli anni, ma temo che se mi vedesse ora avrebbe un sussulto, vecchio e barbuto come sono, con la pelle secca come una mela secca. Per fortuna non può farlo. Meglio non pensarci adesso, è una vecchia storia, sapevo già come sarebbe andata a finire.

La notte è insonne questa notte. Il febbraio più freddo che io ricordi.

Al mattino qui albeggia alle cinque, il lago fuori la baita è ancora ghiacciato, avrei potuto pattinarci con Uhl, o almeno vederla pattinare. Anche le renne sono stanche, molto più di me, riposano nel loro spazio di natura bianca, la neve ricopre tutto l’esterno. Dalla finestra della stanza posso vedere le montagne dalle cime innevate, sembra veramente di stare in uno dei vecchi spot della Coca-Cola.

Credo proprio che Terry abbia bisogno di un veterinario, si regge a stento, troppa fatica per la sua età. Mi dirigo nel recinto e la sento soffrire, latra come a chiedere pietà. Non posso ucciderla, sarebbe la prima, non ne avrei il coraggio ora. Me ne rimangono sempre altre cinque, questo è vero, ma qualcosa sta cambiando: Terry smette di respirare. Mi siedo affianco a lei e non l’accarezzo, mi limito a sorriderle, steso sulla neve bianca, penso che forse allora un giorno verrà anche il mio turno. Quanto cazzo campa un Babbo Natale?

E dopo essermi domandato questo, decisi che il giorno successivo sarei partito con le altre cinque renne verso la tomba di Uhl, in Corea del sud. Forse lì avrei avuto il coraggio di incontrare la figlia di nostra nipote, non l’ho ancora mai vista, non so nemmeno com’è fatta, ma forse un giorno somiglierà a Uhl.

Chissà magari mi prenderanno come magazziniere in qualche supermercato. Uno ci prova.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami

FRAMMENTO CASUALE DI UN ROMANZO IPOTETICO

Ho trentadue anni e studio cose inerenti al cinema – la nozione di piano-sequenza, il surrealismo, la filmografia di Truffaut, eccetera – e so bene che nessun datore di lavoro mi pagherà mai per questo tipo di conoscenze. In realtà, una volta volevo fare il regista, ma poi ho capito che per farlo non bastava copiare i movimenti di macchina di Godard, e allora ho smesso di pensarci, di aspirare a qualcosa di grande, e in fondo sono a posto così. Ora, dopo aver chiarito alcuni aspetti del mio futuro, passo la giornate a guardare fuori dalla finestra, al terzo piano di un palazzo bohémien, una topaia senza acqua calda e con le condutture piene di ratti, e qui mi diverto a schernire mentalmente i passanti, a giudicare il loro modo di mettere un piede davanti all’altro, e si può dire che io sia un tipo poco socievole o addirittura misantropico, poiché trascorro gran parte del mio tempo libero in completa solitudine, al buio, e anche questa, in fondo, è una cosa che mi va bene. Le persone mi ripugnano – ecco la verità. Ho passato con loro circa trent’anni e poi, in preda a un raptus di logica rivelatrice, ho deciso di ritirarmi nel mio appartamento e appendere alle pareti diverse fotografie di Jean-Luc Godard – certe volte sorride, altre, invece, guarda l’obbiettivo e giudica il mondo con sguardo rassegnato – e dopo averle appese, analizzando il mio lavoro, ho capito che avrei dovuto appendere soltanto quelle in cui giudica il mondo, e che le altre risultavano perfettamente inutili, dunque ne ho tolte una decina e subito dopo ero felice, ma in modo vago e indefinibile. Ad oggi, la mia vita coincide col mio tempo libero. Non studio più – prima vi ho mentito, chiedo scusa – e i libri che avevo sono finiti per strada, nel vero senso della parola. Era mattino, se ben ricordo. Il sole splendeva nel cielo e i Rayban rendevano il mondo più sopportabile, attutivano fastidiose luminescenze, riflessi sui parabrezza, e il mio zaino era pesante e pieno di Manuali di Storia del Cinema e tediosi saggi di Bazin, e forse c’era pure qualcosa di Ejzenštejn – sì, c’era – e comunque la stazione era già piena di mendicanti eroinomani e sudici senzatetto e mentre l’altoparlante annunciava gli Ultimi Treni Per… io girovagavo specchiandomi nelle vetrine di Mcdonald’s, dove famiglie intere sorridevano e postdatavano la propria condanna a morte, e quando il mio sguardo si posò su un uomo solo e affascinato dall’idea di un panino a tre piani, uno scheletro ripugnante con diversi buchi sulle braccia mi chiese non due non tre ma cinque euro per il pranzo – chiedendomeli, osservava le mie tasche e lo zaino e cercava di reprimere un folgorante prurito oppiaceo – e io, spazientito, cercai di spiegargli un paio di cose sulla vita e sulla morte e lui sembrava darmi ascolto ma poi, quando finii di parlare, continuava a volere dei soldi e in quel momento, conscio di essere arrivato a un punto di non ritorno, aprii lo zaino e tirai fuori uno dei tanti Manuali e glielo porsi, dicendogli che forse lì sopra poteva imparare qualcosa, e lo scheletro, titubante, prese il libro e lo girò e lesse il prezzo di copertina – 26,00 euroe pensò che magari, vendendolo, avrebbe potuto ricavarne tredici, e si girò e iniziò a correre verso l’uscita della stazione. Insomma, il mio piano era quello di portare la cultura in strada, tuttavia la strada sembrava infischiarsene della cultura, e i saggi di Bazin (che diedi a un vecchio alcolizzato, morente di lì a sei mesi, già mummificato sotto strati di cenci) saranno stati convertiti in denaro e poi in cibo scadente o vino industriale, e quest’aneddoto, secondo me, è un perfetto esempio di come gira il mondo (gira intorno alle occasioni, lo sanno tutti), e magari dovrei dirigere un film sulla mia vita, inquadrare un attore che interpreta me stesso e seguirlo durante la consegna di Che cos’è il cinema?, effettuare un primo piano sul volto del barbone e catturarne lo stupore, la perplessità di fronte a uno scritto che analizza l’ontologia dell’immagine fotografica, l’evoluzione del western e il mito di Humphrey Bogart, e poi continuare a seguirlo in un negozio di libri usati ed evidenziare il suo disprezzo nei confronti di André Bazin, un critico cinematografico molto noioso e perspicace, fortunatamente morto, e infine bloccare l’inquadratura sul sorriso del barbone, sull’espressione che assume quando vede i soldi. Sì, forse dovrei farlo, ma senza copiare Godard. Picasso, dal canto suo, diceva che la copiatura è un’attività geniale. Io, però, non credo di essere un genio, anzi, credo che i geni siano tutti morti, e che il terzo millennio rappresenti il declino della cultura e il trionfo del pensiero primitivo, ossia del non-pensiero, dell’istinto, e quest’impero di discoteche, palestre e Sushi Bar sembra darmi ragione – le persone faticano in maniera incomprensibile, si nutrono di pesce crudo e danzano goffamente, ma di certo non pensano. Rumore di topi. Uh, dovrei muovermi un po’ e camminare nel mio appartamento invaso da raggi solari che sembrano mirini laser e poi aprire il frigorifero e mangiare qualcosa di semicongelato perché è ora di pranzo, e fra poco dovrò andare al piano di sopra a bussare alla porta di un vecchio che mi paga per sentirsi meno solo, e quando mi avrà fatto entrare dovrò tenergli compagnia per qualche ora (per l’intero pomeriggio, diciamo) e camminando dovrò evitare di inciamparmi nelle pile di quotidiani ammucchiati sul pavimento, nelle prime pagine con foto a colori di politici che non conosco – che a ogni modo mi ritengono superfluo – e immagino che il vecchio (dice di chiamarsi Foster, ma è solo una copertura) e immagino che Foster rimarrà seduto sulla sua poltrona sorseggiando caffè e a un certo punto mi dirà la solita cosa, e cioè che dovrei essere felice, perché siamo in inverno e la giornata dura poco, certamente meno che d’estate. Già, credo che Foster odi in primis se stesso, e poi diverse sfaccettature dell’universo, comprese le ore di luce. Questo vecchio depresso lavorava sui treni, una volta, e controllava che la gente avesse il biglietto e che fosse tutto in regola, ma raramente osava fare una multa e di solito si limitava a redarguire con paternali occhiate di rimprovero gli zingari che salivano clandestinamente in carrozza e importunavano gli studenti universitari. Be’, sia gli zingari che gli studenti universitari dovrebbero fare la fine di Giovanna d’Arco, ma non voglio parlare di loro, no, voglio continuare a parlare di Foster e del licenziamento per giusta causa che le ferrovie statali sono riuscite a rifilargli dopo anni di tentativi. Foster, lui è sempre stato depresso e incerto del proprio potere: non voleva fare multe e credeva che far pagare le persone per lievi negligenze violasse i diritti umani o qualcosa del genere. Temeva le reazioni violente, gli extracomunitari vendicativi, la polizia, l’ONU. Temeva un sacco di cose e infatti l’hanno cacciato via. Peccato, perché un brav’uomo, ma alla fine son contento del suo licenziamento, visto che da lì è iniziata una spirale autodistruttiva che gli ha fatto perdere: moglie, cane, casa, voglia di vivere. Inoltre, se Foster non fosse così solo, io non prenderei seicento euro mensili per tenergli compagnia e fargli la spesa settimanalmente. Lui, questo vecchio anedonico, mangia scatole di ceci e patate e talvolta una porzione minu­scola di pesce in scatola e la dieta che segue, dice, è un modo per punirsi di chissà quali peccati – nota bene: Foster pensa che la depressione sia un peccato, e prega per non essere depresso, ma evidentemente non funziona, e allora si deprime ancora di più – e se il fine ultimo della preghiera fosse proprio quello di far deprimere, in questo caso Gesù Cristo sarebbe stato un formidabile imprenditore, e la moltiplicazione dei pani e dei pesci un misero pretesto per aumentare l’inflazione. Apro il frigo e mangio degli spaghetti gelidi, direttamente in piedi, dalla pentola che li contiene. Purtroppo, il mio palato reagisce male, e devo constatare che un avanzo di spaghetti conservato a una temperatura costante di 0° centigradi è ben più disgustoso di un avanzo di pollo conservato alla medesima temperatura, quindi decido di finire il pollo e poi, finito il pollo, realizzo che il frigorifero è ufficialmente vuoto e inizio a sperare che Foster abbia bisogno di una scatola di ceci, così potrò cogliere l’occasione e fare un’unica spesa per entrambi. Come vedete, il mondo gira intorno alle occasioni. A tal proposito, quando ho sostenuto il mio primo esame – no, non ne voglio parlare. Ancora rumore di topi. Quando mi nutro di cibi gelidi, la fame tende a sparire in fretta, senza strascichi, e lascia spazio a una buona dose di disgusto. Grazie al disgusto, e al fatto che qui dentro manca l’acqua calda, riesco a vivere con seicento euro mensili, e se escludiamo le spese eccezionali – un nuovo poster di Godard, l’ingresso al cinema, le caramelle all’eucalipto – escludendo queste spese, la retribuzione in nero di Foster è più che sufficiente al mio tenore di vita. Comunque, certi profeti dicono che il mondo finirà presto, nel duemiladodici o giù di lì, dunque non devo preoccuparmi. Ovviamente, se l’esplosione finale arrivasse un po’ prima, io ne sarei felice, e come me un sacco di altra gente. Richiuso il frigo, esco di casa e chiudo a chiave. Alcuni ragazzi, seduti sugli scalini, parlano di ragazze. Senza voltarmi, gli ricordo che non devono curiosare nel mio appartamento, e che nel buco della serratura non c’è niente da vedere.

Oggi, Foster mi paga per restare in silenzio.

Iacopo Barison

la centoventotto rossa

Non mi è successo nulla di eclatante, davvero. Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa che ho fatto di nuovo è stato iniziare a guardarla, con il morale in attesa: la seguo, non mi vergogno a dirlo, se mi vede non importa. Mi metto di fronte alla finestra della sua classe con la macchina e guardo in su dal finestrino, al terzo piano. Fortuna che passeggia mentre spiega così ogni tanto la vedo passare; sfortuna quando invece è nell’altra classe, quella che dà sul cortile, e allora devo sgusciare tra le aiuole per arrivarci, tenendo la posizione rasente al muro altrimenti il bidello si accorge di me. Ha comprato una gonna nuova, una settimana fa, a righe rossa e verde, trama scozzese, lana pesante; la indossa quasi sempre con gli stivali e sembra più bassa, le si vede la metà delle cosce, tranne quando mette il cappotto, perché è lungo e non si vede niente, purtroppo. Fa l’insegnante di geografia in una scuola media, al mattino; al pomeriggio si occupa dell’archivio della biblioteca, ma lì non ci entro: è al pian terreno ed io mi siedo al bar di Alessandro, la guardo dal tavolo quattordici.

Gli chiedo di tenermi sempre il solito tavolino, dalle quattro alle sei e mezza. Bevo un caffè, poi un tè, a volte un succo di frutta, mangio un pezzo di torta; Alessandro è bravissimo con le torte e le crostate. Poi vado a casa. Mi metto a leggere o ad ascoltare la sua voce di quando cantava, spesso m’addormento.

Da quando ci siamo lasciati, se non la sogno, mi sveglio prima del solito.

 

Annie and I broke up.

 

Sapete quel film, è di un regista americano con gli occhiali, buffo, adesso non ricordo il nome, l’ho visto una volta: inizia con delle storielle, lui le racconta guardandomi in faccia e a un certo punto dice: Annie and I broke up. In quel punto lì, per come lo ha detto, io ho visto quello che mi sta capitando, la mia stessa rassegnazione. Lui non sa da dove sia partita la crepa e nemmeno io, in effetti. Siamo uguali, io e il tipo del film.

La mia Annie, chiamatela pure con un nome qualsiasi, fate voi, la mia Annie ieri sera l’ho vista con un tipo alto e biondo, uno di quelli che mi piacerebbero mai, con il colletto della polo tirato su e i pantaloni stirati dal verso giusto. È entrata nella sua macchina come se non fosse la prima volta, nemmeno la titubanza di guardare se c’erano cose da spostare dal sedile o dal tappetino. E ci stava giusta, come se l’ultima volta quel posto l’avesse occupato proprio lei; aveva lo spazio per accavallare le gambe e per mettere la sua borsa, quella nera con due tasche ai lati, quella che porta ovunque. Sono andati a cena in un bel posto, con le candele.

Li ho seguiti.

Annie diceva sempre di non volerci andare fuori a cena, quando tornavo a casa. Io non gliel’ho mai chiesto in verità, ma lei mi sembrava non ci volesse andare: la trovavo già seduta sul divano con le gambe di lato o forse no, erano sul tavolino, o forse non era il divano, era la camera da letto, no lei non è una che mette i piedi sul tavolino, né sul divano, con le parole crociate e gli occhiali, lei non è una che usa gli occhiali se non necessari, lei proprio non è una da cena fuori ecco: lo avevo capito subito. Quel tipo non ha proprio niente a che fare con lei.

Abbiamo fatto un patto, io e Alessandro: io gli ho detto tutto, così non pensa male e non mi fa troppe domande: lui mi fa stare seduto al bar, ma io non devo dare di matto: c’è il rischio, alla lunga.

 

 

Niente alcolici pesanti al pomeriggio.
Tutto qui?
Sì.
Mi sta bene, io bevo solo birra.
Nemmeno quella.
No, va bene. La birra la bevo solo se sono passate le dieci.

 

Lui si chiama Luigi. Lavora con un mio amico in banca, nella filiale all’angolo di casa nostra. Cioè: mia. Si devono essere incontrati lì, mentre io non c’ero. Io non mi occupavo mai del nostro conto in banca: era lei che faceva sempre tutto.

***

Questo è l’incipit de la centoventotto rossa, lo puoi anche ascoltare qui: è più divertente, lo leggo io, un sacco di gente dice che sono capace e secondo me è venuto bene.

È la prima volta che faccio un libro mio, non ho aneddoti e storielle divertenti: per ora la mia scrivania è il tavolo su cui ceno, sta in cucina vicino alle scatole e i miei muri sono bianchi, piove spesso dentro al ripostiglio di casa, che poi è vicino a dove scrivo e mangio, ma per fortuna non si rovina nulla e ogni tanto la tastiera del mio mac, che si chiama osvaldo, si inceppa.

Elena Marinelli