Tre poesie di Laura Liberale

-I

Ti porto
come il più necessario dei pesi
il più caro
il più doloroso
soma d’inerme bellezza
che mai più, mai più.
Sulle spalle ti porto
sono un uomo piegato
che strazia i punti cardinali
con la tua esposizione
un dio deposto
che ti lascerà cadere
frammentata in meteore
a fecondare la terra
su cui ora strisciano le fronti.
E cadranno i tuoi occhi
irraggiando cupole e vicoli di nerezza
cadranno le tue gambe
moltiplicando tumuli e altari
cadrà il velo dei tuoi capelli
su ogni operosità e ogni rinuncia
cadrà il tuo ventre
l’humus del sesso
a colmare i solchi perimetrali
cadrà anche la chiostra dei tuoi denti
ad azzannare l’aria del precipizio
e spalancare i templi. Leggi il resto dell’articolo

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Amarcord – In laguna col nonno

ottagono ca' romandi Claudia Boscolo

Di mio nonno paterno non parla mai nessuno. In famiglia lo ricordano come un uomo autoritario, poco comprensivo, responsabile di una serie di disastri educativi. Quando parlano di lui, lo dipingono come il contrabbandiere di generi alimentari e di prima necessità con i croati nella Jugoslavia di Tito. I croati non godono di una fama specchiatissima da questa parte del mare, ma lui ci si trovava bene, si vede che sentiva una particolare affinità. In realtà mio nonno era un piccolo armatore, proprietario di un mercantile con cui faceva la spola da una riva all’altra dell’Adriatico, importando pietra d’Istria di cui all’epoca c’era gran bisogno per costruire dighe e per lastricare porzioni del litorale di terraferma. È quella pietra bianca, abbastanza friabile, di cui è rivestito il Ponte di Rialto o che si calpesta negli stretti e scivolosi vicoli di Rovigno. È una pietra morbida, elegante, meno resistente del marmo ma molto più piacevole al tatto. Se vi dovesse capitare di sedervi sulla riva di qualche canale a Venezia, accarezzate la pietra d’Istria di cui sono adornati i bordi: è molto consumata e sembra quasi soffice. Mio nonno ufficialmente attraccava in Jugoslavia per caricare la pietra, ma in pieno spirito dell’epoca, per non sprecare un viaggio scaricava merci che gli avevano chiesto i croati la volta prima. Io comunque l’ho conosciuto che era già un uomo anziano, aveva smesso i commerci per mare e aveva tenuto per sé un piccolo scafo a remi e motore, con cui andava a spasso per la laguna. Di lui ricordo che fischiettava e canticchiava, e soprattutto ricordo le sue trasferte in bicicletta al mercato del pesce da cui tornava carico. Cucinava il pesce su un caminetto esterno che aveva costruito da sé con dei mattoni rossi; impiegava intere mattinate a ottenere la brace giusta bruciando il legno ricavato dalle cassette di frutta. Aveva fama di essere il miglior cuoco di pesce della zona, ed essere invitati a pranzo o ricevere in dono del pesce cotto da lui sulla griglia era considerato qualcosa di speciale. Leggi il resto dell’articolo

Amarcord – Lezioni di Bushido a Granada

Bushidodi Claudia Boscolo

Una volta, parecchi anni fa, mi sono ritrovata a Granada in occasione di un convegno internazionale di studi sull’epica medievale. Era estate, si cercava rifugio in ogni possibile riparo perché c’erano quarantacinque gradi all’ombra, cosa assolutamente normale in Andalusia a luglio, ma pazzesca per chiunque non sia a conoscenza di questa peculiarità meteorologica di quel territorio. Ero già stata a Granada in estate qualche anno prima, avevo la febbre a trentotto ma c’era una temperatura atmosferica così alta che mi pareva di stare benissimo. In occasione della conferenza, invece, ero in splendida forma e non temevo il caldo come lo temo ora. Nonostante ciò, passavo il tempo barricata dentro la struttura universitaria dove per fortuna c’era l’aria condizionata, e non scendevo in città prima delle sette di sera. Se qualcuno si chiedesse perché Sergio Leone abbia scelto il deserto di Tabernas ad Almeria per girare i suoi spaghetti western, la risposta è molto semplice: perché fa un caldo boia e non c’è in giro anima viva. Leggi il resto dell’articolo

Amarcord – Il gigante buono

capoeira
[Da oggi iniziamo a ospitare gli Amarcord di Claudia Boscolo, precedentemente pubblicati sul suo blog, Clobosfera. Claudia li scriverà con la stessa cadenza con cui Keanu Reeves accetta i copioni: quando ha voglia. Potete leggere qui i precedenti Amarcord.]

di Claudia Boscolo

Durante il mio periodo dublinese cercavo un’attività fisica da praticare. Volevo iscrivermi a un corso di arti marziali, mi interessava il Kung Fu, ma dovevo anche coniugare il corso con altri fattori, primo fra tutti la distanza della palestra da casa. A Dublino piove sempre e io non avevo la macchina. Dipendere dai mezzi sotto la pioggia dopo un’ora e mezzo di allenamento è una delle ragioni per cui finisci per startene sul divano a mangiare barrette di Mars guardando Sex and the City, ragion per cui cercai una palestra che potessi raggiungere a piedi in non più di un quarto d’ora di cammino. La trovai, ma non vi si praticava il Kung Fu né alcuna altra arte marziale. Era una palestra di Capoeira. Nulla più lontano da me, a dire il vero, ma mi ci trascinò una mia amica nonostante le mie perplessità. Leggi il resto dell’articolo

Caduta libera

di Claudia Boscolo

lunapic_136558704482256_1C’era una volta il bar con i suoi tavoli di formica porpora e le tovagliette di cotone a quadri color brodo, l’aroma di caffè così forte che saliva quasi la nausea entrandoci. C’erano in un angolo i soliti noti con il giro di briscola, e c’era un supporto al muro con dei ganci da cui si potevano staccare le stecche di legno su cui erano assicurati i quotidiani. C’era sempre quello che quando entravi da sola ti squadrava e scuoteva la testa, mai capito perché. Ora, con questi ciottoli intrappolati nella resina e le superfici cromate lucidissime, la prassi del cappuccino si intride di una tristezza siderale. Il bar è diventato un luogo di donne, che notoriamente non giocano a briscola e il quotidiano lo preferiscono posato su una mensola, con una pianta di fianco, un anthurium, un’azalea, come a casa.
C’è da stringersi nel cappotto. C’era una volta la temperatura tropicale dei bar, per cui nel momento stesso in cui varcavi la soglia dovevi toglierti al volo sciarpa e guanti sennò rischiavi un attacco di ipertensione. Ora fa freddo anche nei bar, si fa fatica a togliere tutto, spesso si rimane in cappotto, e si fa: brrr, sperando in uno sguardo empatico, ma la gente è brutta e incazzata nei bar, non c’è più lo scemo che ti fa la battuta, semmai qualche allusione al ventennio appena trascorso, ma si rischia sempre che l’umore butti sul rancido, per cui manco più quella. Si cammina sulle macerie, e si sta attenti a non ferirsi i piedi, questo succede anche al bar, anzi soprattutto al bar. Leggi il resto dell’articolo

La donna che contava le ore

di Claudia Boscolo

Da qualche tempo Lizzy era ossessionata dallo scorrere delle ore, dei giorni, delle settimane, calcolava il tempo che le rimaneva da vivere escluse malattie terminali, pensava alle cose che non aveva fatto e a quelle che non avrebbe più potuto fare per limiti fisici, alle opportunità che aveva avuto da giovane e aveva sprecato indegnamente e voleva sbattere la testa contro il muro. Guardava i bambini giocare da dietro le finestre e li invidiava per quello che avevano e che lei non aveva più, l’infanzia, l’elasticità muscolare, la pelle giovane, la vita tutta intera da vivere. Sprofondava nella malinconia. Leggi il resto dell’articolo

Da Genova a oggi. La memoria del G8 attraverso generi e media

La seconda parte di questo articolo, contenente un’intervista allo scrittore Domenico Esposito Mito, verrà pubblicata venerdì 1 giugno.

di Claudia Boscolo

Laddove tutti narrano non ci dovrebbe essere esubero di temi, verrebbe da pensare. Anzi, i temi dovrebbero scarseggiare. In una nazione di gran contastorie come la nostra, un paese in cui si dice vivano più aspiranti scrittori che effettivi lettori, dove non scarseggiano i circoletti e le associazioni che si sobbarcano il peso di riempire la voragine culturale volutamente lasciata dalle istituzioni e dalle tristi politichette locali, l’elaborazione del lutto causato da un evento disastroso, che data ormai a più di un decennio fa e di cui chiunque può dichiararsi vittima, dovrebbe essere cosa fatta. Invece il G8 di Genova rappresenta l’ultimo di una lunga teoria di traumi da cui gli italiani sembrano non riprendersi più. Leggi il resto dell’articolo