Primo embargo dall’illusione (parte 2)

PRIMO EMBARGO DALL’ILLUSIONE (parte 2)

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Luigi, da quando sono salito in macchina, non ha detto una parola. Mi è passato a prendere, con puntualità meneghina, di prima mattina. Ha il volto teso, gli occhiali nascondono malamente la sua fronte arricciata e sotto gli occhi lucidi tradiscono la sua emozione. Quando ho trovato il coraggio per dirglielo, un paio di giorni fa, Luigi non ha fatto commenti di sorta, ha mugugnato in dialetto un proverbio di buon auspicio e sen’è andato senza salutarmi. Poi, senza farsi ne sentire che vedere per due giorni, si è presentato stamattina per accompagnarmi all’aeroporto. Sulla strada che porta a Fiumicino vorrei parlargli, dirgli che non sto scappando e che un’occasione così è troppo ghiotta per rinunciarvi, di ‘sti tempi. Ma le parole mi rimbalzano sui denti e tornano giù, dandomi la sensazione di soffocare. Mi sento come un giovane in partenza per il servizio militare, obbligato. Il senso di colpa sfida a duello il senso di responsabilità, di dovere. Il combattimento è cruento e il mio cuore, luogo prescelto per lo scontro, è trafitto da più parti e sgorga sangue, copiosamente. Obliata dal conflitto la coerenza tenta la sua ultima arringa, prima di abbandonarmi al fluttuare convulso della mente. A poche centinaia di metri dall’aeroporto, la rassegnazione a un destino inevitabile mi rilassa i muscoli. Sconfitto mi affido alla successione degli eventi, mentre apatico osservo gli aeroplani apparire e scomparire da sopra il tetto del terminal. Luigi frena bruscamente davanti all’ingresso, tira il freno a mano e resta fermo. «Mi accompagni?», gli chiedo con un filo di voce. Lui, senza rispondermi, mi guarda e scende. Ci incamminiamo in silenzio, lasciando la macchina in mezzo alla strada. Arrivati al gate d’imbarco dei voli intercontinentali, ci fissiamo negli occhi in silenzio, per lunghi istanti, poi istintivamente ci abbracciamo forte con le guance solcate dal pianto. «Vorrei dirti tante cose Lui’, ma non ci riesco. Scusa». Luigi non fiata nemmeno, si divincola dalle mie braccia che lo stringono ancora e si volta, andandosene. Lo guardo andar via, immobile e aspetto una sua parola, e lui dopo pochi passi si volta leggermente e mi dice: «Hasta la victoria compañero», continuando a camminare.

Sono proprio fuori allenamento penso correndo a tutta velocità, con lo zaino sulle spalle che ha triplicato di peso dall’inizio dello sprint. Esco fuori che l’iperventilazione mi offusca la vista, mentre mi sbraccio sgraziato per farmi vedere. Vorrei gridare per attirare la sua attenzione, ma non ci riesco dominato dall’affanno. Quando sto per fermarmi, che le gambe non mi reggono più, le luci di stop che si accendono mi danno un po’ di forza per arrivare fino a lì. Mi ha visto. Senza fiato apro la portiera e mi siedo sconvolto. «Senti Lui’, andiamo a farci una birra… ti ricordi quell’idea della rivista?… beh, la dobbiamo fare, mi sembra una buona idea… se riusciamo a coinvolgere un po’ di gente, penso che può venir fuori un buon lavoro…». Parlo senza pause, alternando le parole a sospiri affannosi. «Perché se riusciamo dobbiamo puntare sui contenuti, che ne abbiamo e che ormai sento maturi… io tirerei in mezzo Luca, che ci sa fare… e per le collaborazioni, certo non ci mancano i contatti buoni… secondo me funziona, come la vedi?… Dobbiamo coinvolgere un sacco di gente, così da creare un punto di riferimento e d’incontro, ma anche la visibilità è importante…». Luigi mi guarda con gli occhi sgranati, come se avesse visto un fantasma, io mi zittisco stremato dalla corsa e reggo il suo sguardo. Sembra attonito e mentre il sorriso gli raggiunge dimensioni da guinness, scuote la testa, ingrana la prima e mi dice: «Chi t’ha murt!».

Cristian Giodice