Il piccolo Lupo e il Ponte della Ghisolfa

L’arancione sembra quello della maglia dell’Olanda, mentre il sole si apre il passo tra le nuvole, un po’ scostante. Guardando verso Torino il tramonto affonda nei fumi, screziati dal colore riflesso. Una enorme palla rossa e gialla. Dal Ponte della Ghisolfa, il cui nome è in realtà Cavalcavia Bacula anche se oggi solo gli immigrati lo chiamano così, si sono sempre visti questi tramonti da brivido. Il traffico è continuo, come una nebbia tra i lati della strada. Stando li, con le mani e gli occhi sulla rete metallica di protezione, sembra quasi di tornare all’infanzia e alle ore passate guardando i treni che passano lenti. Oggi come allora, gli zingari si scaldano bruciando copertoni e rami secchi sulla massicciata della ferrovia. Quando frequentavo le medie venivo qui con Rebecca. Lei abitava proprio qui dietro. Suo padre era invalido ed era sempre a casa. Noi bambini ci sentivamo un po’ in soggezione di fronte a quell’uomo, un vecchio ai nostri occhi. Da solo, a casa, senza far nulla, sempre mezzo ubriaco. La mamma di Rebecca invece andava a lavorare, visto che la pensione di invalidità non bastava a crescere una figlia. Forse faceva le pulizie, ma dopo tanti anni non ricordo bene. Era una brava mamma e ci trattava sempre con gentilezza, noi bambini. Leggi il resto dell’articolo

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Generazione TQ. Il manifesto letto da uno scrittore trentacinquenne fuori dai giri

Una cosa è certa: la generazione trenta-quaranta è ossessionata dagli anni Ottanta.
Li buttiamo nel cesso, poi li andiamo a riprendere e li laviamo con cura. Li poggiamo sulla mensola dell’ingresso e aspettiamo che si impolverino, poi li prendiamo e li nascondiamo nello stanzino. Un giorno, mentre stiamo decidendo se andare al mare o cominciare a scrivere la storia che ci ossessiona da qualche mese, ci ricordiamo che sono rimasti chiusi nello stanzino per tanto tempo e li andiamo a riprendere, controlliamo che sia tutto a posto, li guardiamo e li ributtiamo nel cesso, tirando lo scarico. Dopo due giorni facciamo un’incursione disperata nelle fogne e li ritroviamo. Ce li contendiamo con topi e scarafaggi e li riportiamo a casa. Pulizia e restauro e di nuovo in bella esposizione sulla mensola di casa con tanto di foto trionfale su facebook. Non riusciamo a capire se ci piacciono da morire o se li detestiamo, se sono stati la nostra palestra adolescenziale o la nostra dannazione culturale. Ci vantiamo di essere andati a sentire gli Europe dal vivo al Teatroteam di Japigia e ci ricordiamo che a Bari quel giorno nevicava e che due giorni dopo uno che conoscevamo è morto di overdose (da eroina e non da ecstasy) e passiamo intere serate a guardare su youtube le frangettone di Sanremo ’83 e le migliori scene di Grosso guaio a Chinatown. Poi spegniamo tutto e leggiamo Pincio e Pynchon, Wallace e Barth, Vonnegut e Benni. Leggi il resto dell’articolo