SP intervista TQ – parte prima

Il dibattito su Generazione TQ ha tenuto banco in quest’estate 2011: se n’è parlato tanto e ovunque, a cominciare dal primo articolo, Andare oltre la linea d’ombra, apparso sul Sole24ore, per proseguire su tutti i quotidiani nazionali e tantissimi siti e blog; molti hanno aderito, tanti altri si sono dimostrati scettici nei confronti dell’iniziativa. Dal momento che su Scrittori precari abbiamo ospitato diversi interventi più o meno critici, ci è sembrato giusto dare spazio, ponendo loro alcune domande, anche a due dei firmatari dei manifesti: Alessandro Raveggi (AR) e Sara Ventroni (SV).

SP: Partiamo dall’etichetta. Perché l’uso del termine “generazione” e in che cosa vi sentite di essere rappresentativi di tutte quelle persone che hanno oggi un’età compresa tra i 30 e i 40 anni? Non è limitante e limitativa questa “selezione aprioristica”? Leggi il resto dell’articolo

Metodica delle cose inutili – Sul lavoro

Sul lavoro


Il lavoro non mi piace, non piace a

nessuno. A me piace quello che c’è

nel lavoro: la possibilità di trovare

se stessi.

Conrad in Cuore di Tenebra

Un punto spinoso: il lavoro. Così spinoso da dover subito sgombrare il campo da tutte le interpretazioni fuorvianti in cui è possibile leggere, in contrasto con la teologia della nostra civiltà, questo concetto.

A molti pare, infatti, che il lavoro, anziché un obbligo o una triste necessità, sia qualcosa di voluto dal nostro spirito, dalle nostre mani. Ancora nella costituzione fiumana si parlava di lavoro senza lavoro e, uno dei protagonisti dell’avventura dannunziana, Guido Keller, folgorato da un’etica dell’altro (“scordare se stessi per l’altro”), che ricorda vagamente quella di Lévinas, umanista profondo qual’era, vedeva nel lavoro un ampliamento di conoscenze. Uno dei maggiori danni, in questo campo, è stato apportato da Dante Alighieri, che, nell’ottavo canto del Paradiso (v. 142-148), fa bellamente dire a Carlo Martello: “ E se ‘l mondo la giù ponesse mente/ al fondamento che natura pone,/ seguendo lui, avria buona la gente./ Ma voi torcete a la religïone/ tal che fia nato a cignersi la spada,/ e fate re di tal ch’è da sermone;/ onde la traccia vostra è fuor di strada.” Insomma questo mondo è fuori strada, e la gente non è buona, perché non si tollera che l’individuo si assuma il coraggio e il peso della propria vocazione, e si fa di un soldato un prete, e di un prete un re. In questa lettura del lavoro non solo è pericoloso questo richiamo alla volontà individuale e a un diverso, più profondo e stravagante, uso della ragione, ma vi è insito quell’appello del Nazareno a leggere la realtà non secondo le regole della necessità imposte arbitrariamente dall’uomo (secondo il suo libero arbitrio), ma in una feconda chiave simbolica che liberi la natura profonda delle cose dalla retorica della concretezza (“non di solo pane vive l’uomo”), che ha determinato in certo cristianesimo perfino una visione delle leggi di mercato e una lettura dell’ordine sociale invertite: si pensi a Sant’Ambrogio, secondo il quale quando fai l’elemosina, “non de tuo largiris pauperi, sed de suo reddis” (al povero non dai il tuo, ma gli restituisci il suo: il maltolto). Questa affermazione può sembrare un aspetto innocuo di questo ribaltamento di prospettive, ma apre un dibattito che ancora nel Novecento, porterà Norman O. Brown, in una critica al luteranesimo e al comunismo scientifico, a riconnettersi alla fonte, sorpassando una critica al denaro come “sterco del demonio” e come strumento di sopraffazione, e puntando la sua, di critica, sul denaro come indice quantitativo anziché come espressione di valore simbolico: in uno spirito non diverso da quello del Nazareno, o anche come uno zingaro, secondo Brown l’oro sta meglio al collo che in tasca (sarà stato mentre si faceva ungere di preziosi balsami con soldi non dati ai poveri che a Gesù è venuto in mente che una lanterna non deve rimanere nascosta in un moggio).

Bene, questo, per sommi capi, è il campo che dobbiamo sgombrare, scartando con forza ogni richiamo alla responsabilità individuale verso se stessi e l’altro, e a un uso diverso della ragione, riconnesso alla sua matrice simbolica e immaginale. Ci aiuta, in questo, la lampante evidenza che lo sforzo spirituale e culturale che mette in gioco questa lettura della realtà è impari davanti al fatto che non bisogna avere una laurea per capire che la via facile da seguire è quella dell’inutilità.

Il lavoro è inutile, è come una di quelle cose che si inventano tanto per cattiveria, una punizione data da Dio ai suoi bambini capricciosi, una correzione che ci dà un’ordinata, un ordine. Si può allora accettare questo ordine, accettare il lavoro in suo nome, subendolo passivamente o, in un istinto confuso ad ottenere il perdono, cercando di guadagnare dei meriti, ovvio quantificabili (fare carriera, guadagnare denaro, ottenere potere, e via dicendo): tutte le organizzazioni sociali avvicendatesi nella nostra civiltà sono state basate su questa salda base.

Uscire fuori da questa prospettiva significa pensare che questo mondo, piuttosto che una valle di lacrime, è la “valle del fare anima” (Keats) e che ognuno di noi è chiamato a lavorare, secondo il proprio talento e la propria vocazione, (ognuno secondo le proprie capacità così come ad ognuno secondo le proprie esigenze) per essa: per gli altri.

Pier Paolo Di Mino