La Corea del Nord ai Mondiali di Calcio

Pagliuca, miracolo!”

(Bruno Pizzul – Usa ’94)

«Capo, siamo nella merda» il luogotenente Xiao Ping aveva la fronte piena di goccioline di sudore, gli occhi a palla e la camicia militare tutta fuori dai pantaloni.

«Che cazzo di un Buddha succede?» il Leader nordcoreano, Maxioi XII, si sradicò il sigaro da bocca «È per via di questi cazzo di Mondiali di calcio, vero?» tonò.

Xiao Ping fece rimbalzare il faccino giallognolo, le mani erano diventate due Black&Decker fuori controllo. «La squadra ha perso col Brasile».

«Quanto?» ribatté nervoso Maxioi.

«Due a uno»

«Troppo. Che umiliazione! Al ritorno in patria, dateli in pasto alle scrofe»

«Sissignore, sarà fatto!»

«Bene. Ora pensiamo a cosa dire alla Nazione…».

Il Leader Maxioi XII si grattò le chiappe, poi decise che avrebbe parlato al popolo in diretta televisiva dopo il telegiornale delle 20. Anzi, avrebbe fatto ancora di più. Avrebbe condotto lui stesso il telegiornale delle 20. E forse, dopo, si sarebbe nominato Super Leader, una carica nuova per dare più lustro al Paese, bisognoso di maggiore lustro secondo le sue ultime ricerche statistiche.

«Allestite lo studio delle conferenze, si va in scena, Buddha incatramato!» strillò, poi si diresse verso la sala trucco.

Ore 20, nello studio delle conferenze.

«Cari compatrioti, chi vi parla è il vostro Leader Maxioi XII, figlio del fuoco e di Maxioi XI l’impavido, creatore del mondo, del frigorifero e della scaltrezza» Maxioi XII fece una pausa molto teatrale e si inumidì le labbra carnose «La nostra nazionale di calcio, la nostra gloriosa nazionale di calcio!, come ben sapete si trova in Sudafrica per giocare i Campionati del Mondo. Un drappello di eroi che onorerà il nostro Paese e che ha già battuto la nazionale dei giocolieri brasiliani per una rete a zero! Viva la Corea!» partì un fragoroso applauso preregistrato «Al via le immagini dell’impresa».

Sul video apparvero gli highlights della partita, commentate dal Pizzul nordcoreano: Pal Xo Pai, l’unico cronista sportivo del paese, che oltre a commentare le partite della nazionale, tutte quelle del campionato maggiore e firmare ogni pezzo di ogni edizione giornaliera della Gazzetta dello Sport coreana, era anche il genero di Maxioi XII.

Pal Xo Pai sembrava un tarantolato, mitragliava parole più velocemente del Paolo Bonolis coreano e grugniva di gioia per ogni contrasto vinto dalla squadra in maglia rossa. Le azioni salienti erano state sapientemente montate per garantire al pubblico la visione della netta supremazia coreana, tramutando la sconfitta nel più clamoroso dei successi.

«Ehhh, molto beeella questa vittoria contro il Brasileeeh!» concluse il Pizzul coreano, prima di ridare la linea allo studio.

La prima era fatta, la nazione doveva essere in delirio, pensò Maxioi XII mentre congedava i telespettatori prima del coprifuoco delle 21, quando la corrente elettrica sarebbe stata staccata a tutta la Corea del Nord.

Cinque giorni dopo.

«Sette pere, capo. Sette» il luogotenente Xiao Ping era più mortificato di un chierichetto alla seconda sega della giornata.

«No grazie, ho già mangiato la frutta oggi» rispose Maxioi XII con uno stuzzicadenti infilato tra le labbra.

Xiao Ping si strinse nelle spalle «Capo, ne abbiamo presi sette dal Portogallo. Abbiamo perso sette a zero…».

Un urlo disumano invase ogni angolo del palazzo reale.

Se per rimediare alla figuraccia col Brasile bastava montare le immagini eclissando le reti verdeoro, stavolta serviva un vero miracolo per non far cadere nell’angoscia l’intera popolazione. Serviva un colpo di genio, pochi cazzi. E Maxioi XII non si smentì neanche quella volta.

«Ascolta… tu… coso…» il Leader prese a schioccare le dita in direzione del suo luogotenente di fiducia «tu… ma come cazzo ti chiami, tu?»

«Leader, io sarei Xiao Ping, la servo con onore da otto anni…»

«Davvero? Un tempo eri più alto, forse anche più bello. Ad ogni modo il tuo nome non mi piace, Xiao Ping, e che è? Una marca di assorbenti? Da oggi ti chiamerai Choi Son Chai, che è come avrei sempre voluto chiamare un’iguana, se mai ne avessi avuta una. Ma siccome non l’ho avuta, ci chiamerò te. Occhei?»

Choi Son Chai acconsentì senza aprire bocca.

«Oooh, bene. Allora, veniamo a noi. Ho avuto un’idea» Maxioi XII si alzò da tavola e si diresse pensoso verso l’enorme scacchiera vivente che alloggiava nel suo salone regale «Noi prendiamo la torre…» e afferrò per un polso un uomo con una sagoma di cartone a forma di torre sulla testa «…E la scaraventiamo dalla finestraaaaaa!» e trascinò l’individuo verso l’enorme balcone che dava sui giardini, fino a scagliarlo di sotto. In tutta la sala echeggiò il gridolino di terrore degli altri figuranti.

Choi Son Chai sgranò gli occhi «Leader, ma perché l’avete buttato di sotto? Stavamo parlando della partita… o sbaglio?»

«L’ho buttato di sotto perché erano settimane che mi spiava. E poi io faccio il cazzo che mi pare, sono il Leader!».

Il luogotenente si strinse ancora nelle spalle. Meglio farsi i cazzi suoi, si disse.

«Dicevamo…» Maxioi XII riprese le fila del discorso fregandosi le mani «Abbiamo perso sette a zero col Portogallo. Bene. Cioè, male. Prima di tutto, ricordi il mio precedente ordine? Quello di darli in pasto alle scrofe?»

Choi Son Chai acconsentì.

«Bene, dimenticatelo. Appena tornano in patria, incendiali vivi, cremali, con le maglie di calcio indosso»

«Sarà fatto»

«Bene, Choi Son Chai tu farai carriera, lo sai?. Ti promuovo a luogotenente spaziale, ora il tuo potere è esteso anche allo spazio aperto. Se mai dovessimo trovarci a regnare su Giove, o Venere, sappi che il tuo ruolo sarà ancora valido. In più hai diritto a ottocento grammi di riso in più all’anno. Gioiscine».

Il luogotenente spaziale spalancò un sorrisone, poi chinò il capo in segno di ringraziamento.

«Perfetto, allora, la partita. È facilissimo, mandate in onda le immagini di quella col Brasile e dite che il Portogallo è il Brasile, fate cambiare il commento a quella mezza sega di Pal Xo Pai e il gioco è fatto»

«Genio, genio!»

«Lo so, non è che si diventa Leader così, mangiando bottoni».

Altri cinque giorni dopo.

L’idea di Maxioi XII era stata un successone, il popolo nordcoreano era in brodo di giuggiole per il bottino pieno nelle prime due partite al Mondiale. L’indice di gradimento verso il Leader era salito del 3% (arrivando ad un clamoroso 103%) e, per festeggiare, il governo aveva permesso l’accesso ad una versione interna di Google, dove, però, si potevano cercare solo immagini di Maxioi XII a bassa/media risoluzione. In poche ore furono registrati tremila accessi. Insomma, la vita in Corea del Nord era decisamente migliorata grazie alla trionfale avventura della Coppa del Mondo in Sudafrica.

«Capo» Choi Son Chai si mise sull’attenti di fronte al trono reale «Brutte nuove…»

«Non me lo dire» Maxioi XII arrestò il suo luogotenente spaziale con un cenno della mano «È sfiatata l’atomica!»

«No, in realtà…»

«Lo sapevo! Lo sapevo! Idioti, incompetenti!»

«Signore, non è questo…»

«Quei maledetti scienziati pazzi! Loro e la smania di rispetto per la vita umana! Cazzoni!» il Leader scattò in piedi, prendendo a roteare le mani nell’aria «E questo non si può fare! E duecentomila persone non possiamo arrostirle coi lanciafiamme! E pippì e puppupù!»

«Signore, abbiamo perso la terza partita del girone… siamo stati eliminati dai Mondiali… volevo dirle questo…»

«Perché non me l’hai detto subito, inetto?»

«Stavo provando ma…»

«Ti avevo promosso luogotenente spaziale, vero?»

«Sì»

«Beh, sei degradato a stalliere maleodorante».

Lo stalliere maleodorante chinò il capo in segno di accettazione, una lacrima gli solcava la guancia sinistra. Dopo tutta quella fatica per diventare luogotenente spaziale… E poi si era fatto da solo, lui. Che jella.

«Va bene, signore» squittì.

«Quanto abbiamo perso?» Maxioi XII riprese posto sul trono in pelle di cervo albino.

«Tre a zero, con la Costa d’Avorio» Choi Son Chai si fece piccolo piccolo.

«Contro dei negri!»

«Tecnicamente sì…»

«Tecnicamente stocazzo! Che umiliazione… Non possiamo farci vedere deboli davanti ai sudditi! Soprattutto contro dei negri!»

«Si direbbe neri, Signore…».

Maxioi XII si voltò di scatto, gli occhi di ghiaccio fissavano dritti il suo interlocutore. Non disse niente, estrasse la 44 Magnum dalla fondina ascellare e sparò dritto in mezzo agli occhi allo stalliere maleodorante Choi Son Chai. Un solo colpo. Steso, dritto.

«L’Ispettore Callaghan è arrivato in città, baby» chiosò, soffiando nella canna fumante del revolver.

Il sovversivo era eliminato, ma ora come poteva risolvere il problema?

Ancora una volta, la sua mente brillante gli venne in soccorso.

«Ma certo!» esclamò, battendosi una mano aperta sulla fronte «Come ho fatto a non pensarci prima!» e, riposta la pistola nella fondina, prese a trottare verso l’enorme portone della sala reale.

Il giorno dopo.

Il telegiornale della sera irruppe così nelle casette dei nordcoreani:

«Clamoroso! Dopo il nove a zero rifilato ai negri della Costa d’Avorio, tutte le altre nazionali di calcio iscritte al torneo mondiale si sono ritirate per manifesta superiorità della nostra gloriosa squadra! È un giorno di giubilo per la Corea del Nord! Siamo Campioni del Mondo! A seguire, le immagini del rientro in patria degli eroi, accolti all’aeroporto dal grande Leader Maxioi XII!»

Sul video apparve un aereo in fase di atterraggio. Poi, le immagini commentate dal solito Pal Xo Pai, descrivevano passo per passo l’evento.

Il portellone del veivolo che si spalancava, il capitano che usciva mostrando la Coppa del Mondo, Maxioi XII che lo abbracciava una volta toccato il suolo nordcoreano. Le lacrime di tutti, anche quelle delle hostess, ad accompagnare il miracolo sportivo più incredibile della storia del calcio.

La Corea del Nord era Campione del Mondo per la sesta volta. Il record del Brasile pentacampione era spazzato via una volta per tutte.

Marco Marsullo

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Un pianto coreano

C’eravamo tanto commossi, diciamocelo, con la storiella di Jong Tae-Se, essì, quello delle lacrime, volto da copertina di tutto un album di carneadi capaci di far goal al Brasile (che poi, oh, è finita uno a zero per gl’uomini di Kim Jong-Il, dice), quello che c’aveva dimostrato che anche (e soprattutto) i ricchi (di spirito) Pyongyang.

Prima dei mondiali, prima che scrittorucoli calciolizzati se ne servissero beceramente pei loro scarabocchi, la storia di Jong Tae-Se sarebbe stata comunque perfetta per un reportage di sette pagine e quattro trafiletti d’approfondimento su Limes (la rivista di geopolitica, non gl’agrumi): nato in Giappone da genitori sudcoreani, di buona famiglia, discretamente ricchi, ad un certo punto gl’è venuto d’esser Coreano oltre che del sud pure del nord, e forse chissà, dell’est e dell’ovest, ed ha richiesto il passaporto alla Repubblica Democratica Popolare di Corea (tu chiamala se vuoi: Corea del Nord).

Solo. Solo che a Seul la riconoscono mica, la Repubblica Democratica Popolare di Corea, e a Jong Tae-Se gl’è toccato pigliarsi il passaporto in Giappone, farselo rilasciare dalla Chongryon, che poi altro non è che l’Associazione dei Zainichi, ergo i coreani di seconda generazione nati e e residenti in Giappone, una mezzaspecie di Ambasciata nordCoreana in Nipponia, ed insomma è un po’ un bel casino spiegarlo e capirlo, come funziona di preciso, questa storia della multinazionalità del baldo Tae-Se.
Fatto sta che Jong Tae-Se oggi ha tre passaporti, uno dei quali non è valido stessimo a sentir quel che ne pensano i Paesi che hanno emesso le altre due, ed insomma vallo a capire, di che nazionalità è Jong Tae-Se, troppo complicato, troppo macchinoso, boh ma che ne so ma che me frega, ci vuol qualcosa di più semplice, di più facilmente comprensibile, qualcosa d’impatto che faccia commuovere le genti semplici, tipo che ne so, piangere durante l’esecuzione dell’inno.

[E a dircela tutta, gl’era già successo, a Jong Tae-Se, perché quella sera là mica aveva quei capelli là, è recidivo, allora, è una femminuccia frignona, allora].

E c’è chi ha detto: piange per orgoglio nazionale.
E c’è chi ha sostenuto: lacrime di commozione per l’annosa questione delle coree divise.
E c’è chi ha parlato di: tristezza per la durezza del regime di Pyongyang.
E c’è chi se n’è uscito con: semplice emozione.

A noialtri interessava poco, dopotutto, perché vederli sgambettare, i nordsudovestestcoreani, spavaldi ed onesti come novelli ammiragli Nelson contro l’Armada Invencible verdeoro, è stata una gioia a prescindere, al di là d’ogni significato latente, al di là di tutto.

Poi, però, i coreani ci son cominciati ad andare a noia.

È stata la simpatica boutade della scomparsa, anzi no, anzi sì, a farci perdere interesse pegl’asiatici, alla stregua d’un postulato troppo inafferrabile che ci fa disamorare d’amblé della meccanica quantistica.

Difficile ricostruire quel ch’è successo davvero: un semplice errore di trascrizione, c’è chi ha sostenuto, i baldi Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won son mica mai spariti, solo voialtri ve li siete confusi con An Sung Hyok, Pak Chol Hyok, Kim Kyong Won e Kim Myong Il, c’hanno dato ad intendere, e l’arbitro nel suo referto ha scritto Pak Kyon Hyok, An Il Hyok, Kim Kyong Chol e Sung Myong Won, capito dov’è stato l’inghippo?, potremmo andare avanti all’infinito, le combinazioni possibili sono duecentoquarantatré, avete il pomeriggio libero?

Mentre noi c’arrovellavamo sulla vexata questio, loro son scesi in campo col Portogallo.

Ed han perso sette a zero.

No, dico, sette a zero.
Settazzero, tutto di filato, ch’è più ruvido.
E se t’azzero? Ti distruggo, ti demolisco, ti squacchero.
Come ‘l Portogallo ha squaccherato la Corea del Nord.
Brutta figura invero.

Che poi, brutta figura, parliamone.
Fossero stati in campo i calciatori coreani, allora sì che potremmo parlare di brutta figura.
Ma c’erano mica i calciatori, in campo, oggi.
Quelli se ne son scappati, bisogna credere che se ne siano scappati sul serio i vari Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won e compagnia bella, sparpagliati pei vicoli di Pretoria, per le slum di Johannesburg, e non solo quei quattro di cui s’è parlato, eran quattro al principio, poi son divenuti otto, dodici, sedici, ventiquattro, massaggiatori, allenatore, tutti in fuga, ed in campo contro ‘l Portogallo con le belle magliettine dei giocatori veri ti vien da pensare che ci siano andati un pizzaiolo, seppur nordcoreano, uno studente di Afrikaans alla facoltà di lingue di Città del Capo, seppur nordcoreano, ed il nipote di Pak Doo Ik, sempre nordcoreano, che non è nell’esercito ma esercita comunque, esercita il mestiere.
Son rinomati, sembra, i gigolò nordcoreani.
Però pigliano pure sette gol, se li metti in campo.

E alla fine della fiera, son mica simpatici come Jong Tae-Se.

Fabrizio Gabrielli