La società dello spettacaaargh! – 16

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Caro Jacopo,

torno molto volentieri sul libro di Federica Sgaggio: è un libro molto denso, nel recensirlo ho potuto scegliere solo alcuni nuclei tematici del libro e, come suggerisce la tua interessante espressione «eros per la logica», solo alcuni nuclei emotivi. Forse, a proposito della tua espressione, essa sintetizza ciò che manca a volte nella filosofia, la capacità di esprimere l’autenticità del sentimento che muove verso il sapere, dando forma e vita all’etimo del termine. A giudicare dalla dedica e dall’introduzione del libro (o anche da questa intervista), quell’eros nasce per una considerevole parte dall’esperienza in redazione, dal contatto con quegli ambienti che nel giornalismo vengono prima delle retoriche messe su carta (o su una pagina web), e forse questi aspetti avrebbero bisogno di essere raccontati e testimoniati al pari di quelli linguistici.
Ma è un altro aspetto quello che mi ha maggiormente colpito.

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SP intervista TQ – parte prima

Il dibattito su Generazione TQ ha tenuto banco in quest’estate 2011: se n’è parlato tanto e ovunque, a cominciare dal primo articolo, Andare oltre la linea d’ombra, apparso sul Sole24ore, per proseguire su tutti i quotidiani nazionali e tantissimi siti e blog; molti hanno aderito, tanti altri si sono dimostrati scettici nei confronti dell’iniziativa. Dal momento che su Scrittori precari abbiamo ospitato diversi interventi più o meno critici, ci è sembrato giusto dare spazio, ponendo loro alcune domande, anche a due dei firmatari dei manifesti: Alessandro Raveggi (AR) e Sara Ventroni (SV).

SP: Partiamo dall’etichetta. Perché l’uso del termine “generazione” e in che cosa vi sentite di essere rappresentativi di tutte quelle persone che hanno oggi un’età compresa tra i 30 e i 40 anni? Non è limitante e limitativa questa “selezione aprioristica”? Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 10

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9]

Caro Jacopo,

mi pare che dopo un lungo, faticoso e complesso ragionare, bello nella sua autenticità, si sia arrivati in uno di quei punti in cui a scacchi si propone la patta. Non perché la posizione raggiunta renda in sé la partita un matematico pareggio, ma perché si è arrivati prossimi a una situazione di equilibrio, e la stanchezza fa pensare “mi conviene, ora, perturbare questo equilibrio? Sono in grado di farmi carico delle conseguenze, dei problemi che scaturirebbero?”. Questo perché la risposta ai quesiti che sollevi, in sostanza, io non la possiedo. Io dispongo, al massimo, di una mia risposta, di una scheggia di autocoscienza levigata dal tempo, dal dolore e da qualche scintilla di grazia. Quindi ciò che scriverò ora attende una valida e preziosa confutazione; è il punto cui sono arrivato nel labirinto, e non la «formula che mondi possa aprirti». Leggi il resto dell’articolo

Macchie *

Era l’anno quarto dell’epoca forzista. Il governo della Repubblica Federale, in uno sventolio di verdi tricolori, s’apprestava a perfezionare la Costituzione e a restituire il Parlamento alla sua (consultiva, e ininfluente) natura.

Quella mattina, il giovane Guido Orsini non riusciva a distogliere lo sguardo dallo specchio. C’era qualcosa nei suoi occhi – erano più bianchi ancora del solito, e d’un castano chiarissimo – che lo inquietava. “Santa voglia di vivere, e dolce venere di Rimmel”, borbottò, passando il dorso della mano sulle guance un paio di volte, per sentire quanto pizzicavano. S’avvicinava l’ora della prima colazione.

La grande casa di famiglia ospitava gli ultimi pezzi di un clan che un tempo aveva avuto diversa influenza e altro prestigio; Guido e sua sorella Benedetta erano il ritratto della decadenza dell’ultima generazione della vecchia borghesia intellettuale italiana. Fragili, stravaganti e non estranei ad una discreta (ma fertile) serie di vizi, ciondolavano postlauream, immalinconiti, inseguendo vaghe ambizioni artistiche e sdegnando con arroganza i lavori dell’epoca forzista: né interinali, né stagisti, né niente. Foglie morte distese su una generazione di sepolti vivi.

Guido, sbadigliando, s’accertò che il vecchio padre non fosse nei dintorni; mentre le domestiche preparavano il caffè e rassettavano la cucina, indagò con cura il fondo e i bordi della sua tazzina, temendo fosse sudicia. Che disgusto le posate o i bicchieri o le tazze mezze macchiate – sbreccate sì, è diverso, quella è vita e diversità – ma le macchie, cazzo, proprio no.

“Ada… Ada cara, perdonami. Queste macchioline non mi tornano…”.

“Non fa niente, Guido. Te la cambio subito”.

Versò il caffè in un’altra tazzina. Guido non poté ispezionarla, e rabbrividì mentre dava la prima sorsata. Chissà che non fosse rimasto del detersivo sul fondo. Rapida allucinazione olfattiva, quindi rumore di fondo – il nonno ha acceso la radio. Sigla del notiziario.

Benedetta, intanto, entra in cucina e s’annoda meglio la vestaglia.

“Buongiorno a tutti. Che dormita…”

Cenno del capo alla sorellastra, quindi tutta la mente sul notiziario.

“Il Premier sostiene che la disoccupazione sia ai suoi minimi storici. L’economia registra un nuovo miglioramento – ha ribadito – e chi lo nega è un disfattista e un traditore della patria”.

Guido trattenne un rutto a fatica. Per rispetto del Premier, rinviò ad un momento di intimità. Col Premier.

“Il Premier, oggi in visita agli imprenditori del nord-ovest, presenterà loro una nuova riforma del sistema occupazionale: proporrà loro la legge nota come ‘giusta riconoscenza’ – che prevede che il lavoratore paghi, per i primi 24 mesi, un adeguato dazio al suo datore, pur di poter aggiornare il suo curriculum”.

“Nonno, spegni quella cazzo di radio”.

“Hai dormito male?”

“No, che c’entra. Ho la faccia stanca, sono brutto stamattina. Mi innervosisce molto vedermi così allo specchio”.

La signora Ada sorrise laterale, intenerita; poi continuò a spazzare per terra, senza intervenire nei discorsi di famiglia. La buona vecchia servitù.

“Ah, capito… Hai litigato di nuovo con Floriana?”

“Floriana non la vedo più”.

“Ma va? C’è un’altra?” – in quel momento, abbassò il volume della radio.

“No, basta. Chiuso con le donne”.

“Cioè?”

“Cioè chiuso con le donne. Stufo. Chiuso con il lavoro. Chiuso con tutto. Ho deciso: voglio crepare in salone, tra i divani di pelle e le tende bianche. Guardando quel soffitto alto dieci metri, fin quando non lo buco”.

“Buona scelta. Un po’ di musica e una lettrice al tuo fianco, e…”.

“No, basta letteratura. Mi stucca”.

“Giornataccia, insomma. Succede. Vai al parco, no?”

“A mostrare l’uccello alle nutrie?”

“E vabbè. Oggi ti rode. Fa’ come cazzo ti pare. Dicevo per te. Magari facevi una cosa nuova”.

La signora Ada arrossì e si ritirò nelle camere da letto.

“Non me ne frega niente del parco. Pieno di vecchi e di filippine, a quest’ora. Nessuno di noi, e nessuno dei miei”.

“Fijo mio, nun te va mai bene gnente”.

Guido s’accese una sigaretta.

“Se vede che c’aveva ragione tu’ moje. Me dovevate mannà a scola dai tedeschi, così m’addrizzavano quann’era er momento”.

“Po’ esse… e io che tte devo di’?”.

Il nonno alzò daccapo il volume della radio.

Notiziario: “Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha puntualizzato che i nuovi Stati-Canaglia – l’Uzbekistan, il Madagascar e la Siria – dovranno rinunciare immediatamente al loro arsenale nucleare, se non intendono fronteggiare la legittima risposta della comunità internazionale”.

“L’Uzbekistan ha il nucleare, nonno?”

“Come no. Razza bastarda, ‘sti uzbeki”.

Guido e il nonno sorrisero.

“Ada, prepara un altro caffè” – ordinò il vecchio.

Guido uscì in terrazza, e rimase a guardare il traffico fin quando non gli tornò sonno. Bastava contare le macchine, senza alzare gli occhi al cielo. Allora si distese su un divano, in salone, e lasciò scivolare le pantofole a terra; si accovacciò tra due cuscini, e prima d’addormentarsi pensò:

“Dov’è l’Uzbekistan?’”

Tutti i telegiornali ne avrebbero parlato, poche ore dopo. Non doveva preoccuparsi troppo. L’America aveva sempre ragione, l’Italia non aveva dubbi.

Noi italiani, che lavoratori – disse tra sé e sé, cedendo al sonno; un nuovo, timido sorriso increspò le sue guance. Che fatica.

Gianfranco Franchi

* Pubblicato in Disorder (Edizioni Il Foglio)

Gianfranco Franchi sarà ospite di Scrittori precari il 18 marzo 2010 alle ore 21 presso l’Associazione culturale Simposio, in via dei Latini 11/ang. via Ernici, a San Lorenzo (Roma).

Il senso del piombo *

Noi spiriti liberi, siamo già una

trasvalutazione di tutti i valori,

una dichiarazione di guerra e di

vittoria in carne ed ossa a tutti i

vecchi concetti di vero e non

vero.

Mio figlio è cresciuto. Mi ha spesso chiesto di quegli anni.

Non sono mai riuscito a rispondere.

Sono stati anni di confusione e paura. Anni in cui il tempo sembrò incagliarsi contro uno scoglio invisibile. Ecco, questa potrebbe essere una buona metafora: il tempo impigliato, gli orologi fermi.

Insegnavo da pochi anni, guardavo spesso l’orologio nell’aula e speravo non si fermasse mai, che rimanesse sempre così: giovane e sorridente.

Alle 16:37, in televisione si parlava ancora di Manson e del massacro di Bel Air, di Cielo drive e della morte di Sharon Tate, la bellissima moglie di Roman Polanski.

Alle 16:37, una voragine nel pavimento, circa un metro di diametro. Una banca affollatissima in un giorno di mercato, la faccia contrita del giornalista al tg della sera. Era il 12 dicembre del 1969, a Milano. Sedici morti, più di ottanta feriti.

Tutto iniziò così.

Un ferroviere di quaranta anni fece un gran volo dalla finestra del commissariato di Milano. Il commissario lo raggiunse pochi giorni dopo.

Poi fu la volta di Peteano. Una telefonata anonima. Una cinquecento parcheggiata in modo strano. Il cofano e l’esplosione. Erano passati solo tre anni. Una voce mandò tre carabinieri incontro alla morte.

E poi depistare per stabilizzare, golpisti dell’ultima ora, militari infedeli, servizi deviati, neofascisti e anarchici. Tutti e nessuno, affinché tutto rimanesse immobile. Questa era l’Italia: una paese di frontiera tra blocchi alleati, con il più grande partito comunista al mondo.

17 maggio 1973, ore 10:57, fu due giorni dopo il compleanno di mio figlio, nel cortile della questura di Milano si era appena conclusa la cerimonia per commemorare il commissario Calabresi.

Quattro vittime, più di quaranta feriti.

La nostra Costituzione voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista, eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta, Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della repubblica sociale italiana oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale.

Piazza della Loggia, era passato solo un anno, non fece in tempo a terminare. Le 10:12 il fragore e le urla cancellarono ogni ricordo di quel discorso.

Compagni e amici, state fermi, calma!

Otto morti, più di cento feriti. La piazza pulita di fretta dagli idranti dei vigili del fuoco.

Tutto scomparve. Nessun colpevole.

Il quinto vagone dell’Italicus, anche quello lo ricordo bene, Roma–Monaco, il treno della speranza. Il buio del tunnel, le lamiere divelte, dodici morti e quarantaquattro feriti. Un tesserino venne mostrato dal tg del giorno seguente, un cartoncino dagli angoli bruciacchiati: Russo Nunzio, capo gestione, Ferrovie dello Stato.

Nessun colpevole.

Il DC 9 Itavia che annegava lentamente nelle acque di Ustica, l’orologio fermo alle 10.25, la stazione di Bologna.

Prima di vincere il concorso a cattedra frequentavo la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Roma, ricordo i tafferugli del ’66 in occasione del rinnovo dell’organismo rappresentativo degli studenti, la morte di Paolo Rossi. Mi sembra frequentasse i corsi di architettura. Ero appena uscito dal corso di antropologia: “I buffoni sacri”.

Ecco, quando penso al mio paese penso ai buffoni sacri. I buffoni sacri infrangono costantemente i modelli di comportamento, tuttavia sono garanti dell’ordine, custodi delle tradizioni. Il loro comportamento è un rovesciamento istituzionalizzato del senso comune. La loro contestazione è il segno che ogni potenziale crisi è realizzata e risolta nel contesto festivo e questo annulla la possibilità che essa possa manifestarsi nella non-festività.

I buffoni hanno il potere ed il diritto di uccidere per garantire la sopravvivenza del mito, sono i guardiani del silenzio. A questo pensavo e sarebbe stata questa la risposta che avrei voluto dare a mio figlio.

L’orologio era rimasto fermo alle 10:25, una bomba aveva sconquassato il muro della sala d’aspetto di seconda classe riversando il fragore sul treno Ancona-Chiasso fermo al primo binario, un soffio arroventato cancellò i destini, i sogni e le speranze di ottantacinque persone, fu una valigia di pelle ad esplodere, producendo un’inverosimile voragine nel muro e nel cuore degli italiani.

Il triste fluttuare di quelle piccole bare bianche, questo aveva messo in ginocchio il Paese, ora i Guardiani avevano il compito di ristabilire l’ordine e il silenzio, il Presidente della Repubblica doveva smettere di piangere e così sarebbe stato.

La morte è come un carnevale, destabilizza per stabilizzare, è stata un’ elemento d’intervento per rafforzare il regime esistente e fare in modo che non si producessero grandi svolte di tipo politico.

E’ il silenzio della morte a costringere questo paese nel suo cono d’ombra.

Questo avrei voluto raccontare a mio figlio.

Luca Moretti

Estratto dal romanzo IL SENSO DEL PIOMBO, di prossima uscita presso Castelvecchi editore

Trauma cronico – Perché l’Italia non deve vincere il mondiale

Credo che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta che i fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.

José Saramago

L’Italia di calcio si è qualificata per il mondiale. L’Italia è campione del mondo in carica e potrà difendere il titolo conquistato. Se la memoria non mi trae in inganno, è la prima volta che la squadra campione uscente debba affrontare la fase a gironi di qualificazione. Sono cambiate le regole, e se sono cambiate, sicuramente dietro ci sono ragioni economiche, ma non staremo qui ad indagare, non ci interessa. Quello che mi preme è condividere una riflessione cominciata nella tarda serata del 9 luglio del 2006, quando il popolo italiano è impazzito al grido bestiale di Pooo Popò PoPoPooo Pooo Popò PoPoPooo. Che poi milioni di italiani a fare il coretto per giorni e giorni, e mica lo sapevano, la maggioranza di loro, questi ignoranti, che intonavano il tema principale di un pezzo dei White Stripes, Seven Nation Army.

L’italiano è pecora, da secoli, nei secoli. In cento anni questi idioti hanno avuto la capacità di subire Benito Mussolini e, non contenti, Silvio Berlusconi. Roba da far accapponare la pelle all’uomo ancora capace di discernere e di ragionare.

Quel 9 luglio abbiamo assistito allo sdoganamento ufficiale del fascismo in tutta la sua brutale ignoranza e prepotenza. La gioia mondiale e i litri di Peroni avevano annullato i freni inibitori degli italiani scesi sbraitanti e suonanti nelle piazze ergendo simboli sopiti, svastiche, croci celtiche, fasci littori e soprattutto il volto di Benito Mussolini raffigurato su t-shirt e bandiere, o addirittura sulle mutande. L’ho visto coi miei occhi, ho sentito con le mie orecchie intonare vecchi canti fascisti, fu allora che decidemmo di ritirarci, io e i miei amici, perché ci rendemmo conto che non c’era nulla da festeggiare. La vittoria del mondiale di calcio, in quel determinato contesto storico, più che una gioia, fu un tristo evento.

Animale Italia. Italia di animali.

Il giorno successivo poi, in diretta tv coi festeggiamenti da Circo Massimo insieme ai giocatori, Buffon, uno degli uomini-simbolo di quella nazionale, il portiere paratutto, esultava mostrando uno striscione in cui vi era scritto “Fieri di essere italiani”, con tanto di celtica raffigurata in calce. Fu uno spettacolo indegno. Io mi vergognavo di essere italiano mentre il mio popolo impazzito era in preda a delirio collettivo.

Immagino Pertini, sono certo che egli non avrebbe taciuto, avrebbe detto qualcosa con l’indice puntato contro il portierone, a spiegargli cosa era il fascismo, il nazismo, che la Repubblica, la Costituzione, nascono dalla lotta per la libertà contro la dittatura, che lui era stato in prigione e storie di uomini che non ci sono più. Altri tempi, altri uomini.

Il mondiale del 1982 fu epico. Pertini ne fu un simbolo che seppe dare un senso vero, concreto, in un momento difficile nella storia del nostro stato democratico, l’ennesimo momento difficile, quando da poco la cronaca era stata investita dallo scandalo P2 e Pertini, Presidente Partigiano di cui oggi sentiamo immensa mancanza e gran bisogno, era allo stesso tempo la voce del popolo e la voce delle istituzioni che all’unisono parlavano da cittadini liberi a cittadini liberi.

Uno spettro si aggira per l’Italia, un doppietta mondiale che evocherebbe quella del ’34-’38, e non sarebbe proprio il caso. Abbiamo motivi validi di seria preoccupazione, Materazzi colpito dalla testata che crollava al suolo, era  l’immagine della democrazia in Italia che veniva meno. Rivolti alla mamma di Zidane questo popolo di imbecilli rivolgeva improperi irripetibili, specchio dell’incultura e del degrado senza dignità in cui si è beceramente sprofondati.

Ecco perché spero che l’Italia non vinca il mondiale.

Gianluca Liguori