Natale a Cuba

Il blog va in vacanza qualche giorno, ma quest’anno abbiamo deciso di farvi un regalo anche noi: un racconto di Gordiano Lupi, vincitore del premio speciale alla manifestazione “Lo scrittore toscano dell’anno”, tratto dal libro inedito Ricordando L’Avana – Taccuino avanero e storie cubane.

Leggi il resto dell’articolo

IL SENSO DEL PIOMBO – Quando la cronaca segue la fiction

[Riproponiamo qui di seguito una nota di Pier Paolo Di Mino e un estratto del romanzo di prossima uscita per Castelvecchi, Il senso del piombo di Luca Moretti]

Torna in libertà Pierluigi Concutelli il più grande tra i killer della destra eversiva degli anni Settanta

la Repubblica

Corriere della Sera

Il Messaggero

Oggi  le foto del “Comandante” riempiono le prime pagine dei quotidiani. L’irriducibile killer nero, adorato ed emulato dai giovani della destra eversiva è stato liberato per gravi problemi di salute.

Concutelli, l’irriducibile che ha gridato: “Non mi pento di nulla! Non rinnego nulla, non mi sono mai inginocchiato allo Stato.”, è uno dei protagonisti del nuovo romanzo di Luca Moretti, Il senso del piombo,  in uscita a maggio per i tipi di Castelvecchi.

 Un romanzo epico che affronta una materia difficile come quella della destra eversiva: dal rogo di Primavalle alla fine dell’esperienza di lotta maturata in seno allo spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari di Giusva Fioravanti. Un romanzo che restituisce le profonde ragioni epiche che condizionano, nel bene e nel male, i fatti della storia.

Oggi che quella realtà torna alla ribalta, nessuna lettura è più salutare per la comprensione di quei fatti e di quelle gesta (quelle del killer spietato del giudice Occorsio) di quella che si può godere su queste pagine. Di seguito incollo due stralci dal romanzo di Luca (sapendo che l’amico non me ne vorrà) in cui si ripercorrono proprio i momenti dell’assassinio del Giudice e dell’arresto del “Comandante”.

PPDM

…Hey! Ho! Let’s go!

Il Giudice dovette prestare un po’ più di attenzione alle parole, capiva molto bene l’inglese ma alla radio qualche parola finiva sempre per sfuggirgli. Quella canzone sembrava fare ironia sulla tentata invasione americana dell’isola di Cuba del 1961. Era il primo singolo di un gruppo nuovo, i Ramones. Allungò la mano destra sulla manopola dell’autoradio e cercò di sintonizzare meglio la frequenza.

Milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

– Il mio giudice è morto ma ancora non lo sa.

Fu così che il Comandante si fece il giudice suo. Senza parlarne con nessuno, con la facilità con cui si beve la birra d’estate, da solo. Quel giudice continuava a infilare il naso dove non doveva e lui l’aveva fatto fuori senza troppi convenevoli, così, come un maiale in mezzo alla strada, mentre lo Stato rimaneva a guardare.

Il Comandante era in guerra, da sempre. Il suo cervello era un’affilata tattica militare, conosceva ogni tipo di arma, ne avrebbe potuto parlare per ore. Ma non era uso che il Comandante parlasse con qualcuno, il combattente parla solo con la sua Kavasaki: milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

Il Comandante era solo, riteneva i suoi vecchi compagni degli sciacalli, dei collusi, uomini ormai lontani dallo spirito vero della Rivoluzione. Anni prima aveva combattuto in Africa per l’indipendenza dell’Angola, in Spagna aveva fabbricato orfani a non finire e poi, solo con la sua Kavasaki, era tornato nel Belpaese per cucinarsi il giudice suo. Nessun problema, niente di strano: il carro armato va colpito una e una volta sola, nel punto più fragile, al cuore. Il Giudice dal canto suo aveva fatto tutte le dichiarazioni possibili: quei gruppi andavano messi a ferro e fuoco, andavano catturati, tutti.

Nessuno lo aveva ascoltato, il Taranta aveva fatto in modo che venisse lasciato solo e il giorno era arrivato.

Il Comandante era allora uscito di buonora, pettinato e con dei baffetti affilati, la strategia perfetta al millesimo, da buon miliziano aveva già calcolato ogni movimento del Giudice suo: la strada senza possibilità di manovra che imboccava ogni mattina per recarsi al Palazzo di Giustizia, i tempi, gli spazi. Il Comandante fermò la moto proprio davanti all’auto del Giudice suo impedendone la marcia, quindi la trivellò comodamente con la Kavasaki spagnola, quello crepò all’istante, lui fece inversione e venne via come tornando da una giornata al mare con gli amici, senza rimorsi, senza guardare indietro, perché in guerra si guarda solo avanti. I Ramones erano ancora sulle note di Blitzkrieg Bop: “la guerra lampo”.

… Intanto il Comandante era stato arrestato. Gli avevano dato giusto il tempo di farsi il giudice suo e poi l’avevano messo fuori gioco. Il covo dove viveva trincerato era in pieno centro storico, i vicini furono allertati subito dal rumore degli spari, il Generale era stato chiaro: il Comandante era un soggetto pericoloso e nessuna pietà dovevano avere nel catturarlo, dovevano ammazzarlo se necessario.

La porta era corazzata e i quaranta colpi dell’M12 non riuscivano a sfondarla, gli uomini dell’antiterrorismo continuavano a sparare.

Era la paura a sparare.

– Io non esco!

Strillava dall’interno dell’appartamento.

– Fatene entrare uno. Solo uno e deve essere pulito, disarmato, mi serve solo un volontario che mi viene ad ammanettare.

Passarono alcuni secondi di silenzio.

– Entro io.

– Chi sei?

– Mi chiamo Antonio.

– Entra Antò, che se ti comporti bene oggi è il tuo giorno fortunato, una medaglia non te la leva nessuno.

La porta si aprì e l’agente entrò così come il Comandante aveva ordinato, ponendosi nel cono di fuoco dei mitra. Il Comandante richiuse la porta e perquisì Antonio per bene.

– Inquilini, mi sentite? Sono nudo e mi sto consegnando disarmato alle forze dell’ordine! Avete sentito bene? Sono disarmato!

Gli inquilini non risposero, rimasero barricati in casa. Avevano sentito tutti, il Comandante era salvo, nessuno avrebbe potuto più suicidarlo.

LM

Pier Paolo Di Mino presenterà con l’autore Luca Moretti e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi, il romanzo Il senso del piombo sabato 7 maggio presso la sede RASH, in via dei Volsci 26 a San Lorenzo – Roma.

Info: http://www.ilsensodelpiombo.tk


Face to Face! – Eduardo del llano

Ne capitano di serate in cui ti sei messo in testa di fare una cosa e poi ti ritrovi completamente catapultato in dimensioni oniriche o distanti dai tuoi propositi esistenziali e ludici.
Ne capitano di incontri che ti lasciano con l’amaro in bocca, forse troppi, e di altri che invece stampano un sorriso indelebile che non potrai più scrollarti di dosso per il resto della vita.
Conoscere Eduardo fa parte della seconda tipologia di intersecazione esperenziale di cui sopra e l’occasione di farlo c’è stata grazie alla pubblicazione del suo Unplugged (Gran Vía) e del tour italiano che ne è seguito.
Ma partiamo dall’inizio. Il libro è una riuscitissima raccolta di racconti iperrealisti, irriverenti, e di divertenti avventure nel mondo degli uomini e in quello di Cuba. Una serie di storie che hanno il proprio file rouge nel personaggio di Nicanor O’Donnell, alter ego del nostro scrittore/sceneggiatore/filmaker, che con la sua “corte dei miracoli” infesta la maggior parte dell’antologia.
Unplugged si fa leggere come se gustassimo un buon caffè, fino all’ultima goccia e senza fretta, magari raccogliendo con il cucchiaino anche lo zucchero.
Stile notevole, asciutto e diretto rendono la narrazione godibile e immaginifica fino all’ultima riga, ricreando ambientazioni, volti, situazioni nella mente del lettore che entra nelle storie per non uscirne più.
E questo è il libro. Come sono arrivato a fare quattro chiacchiere con quello che mi è sembrato un sosia di Stephen King ma con i capelli lunghi e qualche chiletto in più è facile da dirsi.
Maddalena (per chi non lo sapesse, ufficio stampa della casa editrice milanese) mi chiama dicendomi che saranno in promozione a Roma e che nella libreria della Galleria Alberto Sordi presenteranno il libro, proiettando anche il cortometraggio Monte Rouge ispirato al medesimo racconto. A presenziare l’insostituibile Filippo La Porta. Occasione più che ghiotta per rivedere la mia cara amica, conoscere l’autore del libro che tanto mi era piaciuto e sentire una voce eminente della nostra stampa.
Il nostro giornalista punta subito il faro sulla capacità incredibile dello scrittore di riuscire a dare degli incipit capaci di incuriosire e destabilizzare immediatamente il lettore, dandone lettura di alcuni (Nicanor era depresso. Aveva attraversato un brutto periodo del quale non possiamo parlare, perché lui non lo faceva mai, ragion per cui non sappiamo che cosa fosse effettivamente successo) catturando immediatamente l’attenzione degli astanti.
Alla fine dell’incontro, facciamola breve, abbiamo tutti facce compiaciute e il libro in mano. La Porta ha colto in pieno lo spirito di Eduardo ed è riuscito a trasmetterlo in ogni parola.
“A questo punto avrai fatto le tue domande?” direte voi. No. Ho bevuto del vino rosso e sono stato invitato al Brancaleone per la rassegna organizzata da Cuba da qualche parte (progetto itinerante su Cuba attraverso arti visive: cubadaqualcheparte@gmail.com) sul cinema cubano, dove sarebbero stati proiettati i due corti Monte Rouge e Sex Machine del buon De Llano, con “a seguire dibattito”.
Ritrovatomi in automobile con due cubane e un’argentina, situazione felicissima e davvero fortunata per un povero gonzo journalist quale mi sento, arrivo (in che stato non sto a raccontarvelo) al Brancaleone per scoprire che del centro sociale romano è rimasto solo il nome e che il processo di “infighettamento” ha inghiottito anche i fasti di party a base di pogate e eskimo militari.
Nell’attesa ho preso un bicchiere di vino (lo so, sto sembrando un alcolizzato) e ho chiesto udienza al disponibilissimo cubano di origini russe, che mentre mi faceva una confessione di cui non vi dirò, si dirigeva verso il tavolo dove è nata una mini intervista.
“Nicanor è l’uomo della moltitudine, è le mille sfaccettature della persona comune”, mi ha risposto alla domanda più ovvia sulla sua “creatura” letteraria. “E’ nato quando lavoravo con una compagnia umoristica e da lì ha proseguito la sua vita. La cosa che mi piace pensare è che da adolescenti tutti ci sentiamo speciali ma con il passare del tempo ci rendiamo conto di essere tutti dei Nicanor”.
Eduardo è un fiume in piena, beve la sua birra con gusto, si sposta i capelli dagli occhi e molto spesso mi sembra che abbia un modo di fare molto timido, ma è solo l’impressione.
Nei suoi racconti temi come il sogno e la fede, in un modo o nell’altro si rincorrono e mi conferma subito questo sentore “Il sogno non è notturno, il sogno deve essere di tutta una vita, non relegato all’atto del dormire. Per Cuba, l’atto del sognare è diventata l’ultima utopia, per me l’imprevedibilità del sogno è il valore della libertà umana” e quando gli chiedo se la fede è nell’uomo, in Dio o nella scienza allarga le braccia ghignando: “Non sono Kierkegard. Sono ateo, a prescindere da Cuba, e quindi Dio non mi appartiene. La scienza si nega al concetto di fede perché si evolve e contraddice di continuo. Penso che la fede sia nell’uomo”.
Si avvicinano per dirci che tra un po’ inizierà la proiezione e colgo l’occasione per assestare altri due ganci alla mia curiosità, riferendomi ad un certo cinismo che ho percepito nel fondo dei racconti. “E’ un simil humor, non un vero e proprio cinismo il mio. È una maniera di trattare il cinema, la letteratura, la vita. Ma non c’è negatività, freddezza”.
Arrivano e tra poco me lo porteranno via, faccio mente locale: ho l’autografo, ho il libro, ho voglia di un’ultima domanda, di chiedere un’ultima cosa e mi rivedo il racconto di Regina (che dovete leggere per capire la mia ultima questio) davanti agli occhi e mentre mi ringrazia, si alza e si allontana gli grido: “Eduardo! Ma com’era il culo di Regina?”. Ride abbracciando l’aria ed esclama “Meraviglioso!”.
Meraviglioso il momento, il gesto, il libro. Meravigliosa la compagnia, le ragazze della serata e i cuba libre che poi mi hanno riaccompagnato a casa mentre pensavo che aveva ragione lui quando diceva che Nicanor è dentro ognuno di noi. Solo che alcuni lo riconoscono subito, altri lo mascherano e molti come me, se lo abbracciano stretto ogni notte.

Alex Pietrogiacomi