FRAMMENTO CASUALE DI UN ROMANZO IPOTETICO

Ho trentadue anni e studio cose inerenti al cinema – la nozione di piano-sequenza, il surrealismo, la filmografia di Truffaut, eccetera – e so bene che nessun datore di lavoro mi pagherà mai per questo tipo di conoscenze. In realtà, una volta volevo fare il regista, ma poi ho capito che per farlo non bastava copiare i movimenti di macchina di Godard, e allora ho smesso di pensarci, di aspirare a qualcosa di grande, e in fondo sono a posto così. Ora, dopo aver chiarito alcuni aspetti del mio futuro, passo la giornate a guardare fuori dalla finestra, al terzo piano di un palazzo bohémien, una topaia senza acqua calda e con le condutture piene di ratti, e qui mi diverto a schernire mentalmente i passanti, a giudicare il loro modo di mettere un piede davanti all’altro, e si può dire che io sia un tipo poco socievole o addirittura misantropico, poiché trascorro gran parte del mio tempo libero in completa solitudine, al buio, e anche questa, in fondo, è una cosa che mi va bene. Le persone mi ripugnano – ecco la verità. Ho passato con loro circa trent’anni e poi, in preda a un raptus di logica rivelatrice, ho deciso di ritirarmi nel mio appartamento e appendere alle pareti diverse fotografie di Jean-Luc Godard – certe volte sorride, altre, invece, guarda l’obbiettivo e giudica il mondo con sguardo rassegnato – e dopo averle appese, analizzando il mio lavoro, ho capito che avrei dovuto appendere soltanto quelle in cui giudica il mondo, e che le altre risultavano perfettamente inutili, dunque ne ho tolte una decina e subito dopo ero felice, ma in modo vago e indefinibile. Ad oggi, la mia vita coincide col mio tempo libero. Non studio più – prima vi ho mentito, chiedo scusa – e i libri che avevo sono finiti per strada, nel vero senso della parola. Era mattino, se ben ricordo. Il sole splendeva nel cielo e i Rayban rendevano il mondo più sopportabile, attutivano fastidiose luminescenze, riflessi sui parabrezza, e il mio zaino era pesante e pieno di Manuali di Storia del Cinema e tediosi saggi di Bazin, e forse c’era pure qualcosa di Ejzenštejn – sì, c’era – e comunque la stazione era già piena di mendicanti eroinomani e sudici senzatetto e mentre l’altoparlante annunciava gli Ultimi Treni Per… io girovagavo specchiandomi nelle vetrine di Mcdonald’s, dove famiglie intere sorridevano e postdatavano la propria condanna a morte, e quando il mio sguardo si posò su un uomo solo e affascinato dall’idea di un panino a tre piani, uno scheletro ripugnante con diversi buchi sulle braccia mi chiese non due non tre ma cinque euro per il pranzo – chiedendomeli, osservava le mie tasche e lo zaino e cercava di reprimere un folgorante prurito oppiaceo – e io, spazientito, cercai di spiegargli un paio di cose sulla vita e sulla morte e lui sembrava darmi ascolto ma poi, quando finii di parlare, continuava a volere dei soldi e in quel momento, conscio di essere arrivato a un punto di non ritorno, aprii lo zaino e tirai fuori uno dei tanti Manuali e glielo porsi, dicendogli che forse lì sopra poteva imparare qualcosa, e lo scheletro, titubante, prese il libro e lo girò e lesse il prezzo di copertina – 26,00 euroe pensò che magari, vendendolo, avrebbe potuto ricavarne tredici, e si girò e iniziò a correre verso l’uscita della stazione. Insomma, il mio piano era quello di portare la cultura in strada, tuttavia la strada sembrava infischiarsene della cultura, e i saggi di Bazin (che diedi a un vecchio alcolizzato, morente di lì a sei mesi, già mummificato sotto strati di cenci) saranno stati convertiti in denaro e poi in cibo scadente o vino industriale, e quest’aneddoto, secondo me, è un perfetto esempio di come gira il mondo (gira intorno alle occasioni, lo sanno tutti), e magari dovrei dirigere un film sulla mia vita, inquadrare un attore che interpreta me stesso e seguirlo durante la consegna di Che cos’è il cinema?, effettuare un primo piano sul volto del barbone e catturarne lo stupore, la perplessità di fronte a uno scritto che analizza l’ontologia dell’immagine fotografica, l’evoluzione del western e il mito di Humphrey Bogart, e poi continuare a seguirlo in un negozio di libri usati ed evidenziare il suo disprezzo nei confronti di André Bazin, un critico cinematografico molto noioso e perspicace, fortunatamente morto, e infine bloccare l’inquadratura sul sorriso del barbone, sull’espressione che assume quando vede i soldi. Sì, forse dovrei farlo, ma senza copiare Godard. Picasso, dal canto suo, diceva che la copiatura è un’attività geniale. Io, però, non credo di essere un genio, anzi, credo che i geni siano tutti morti, e che il terzo millennio rappresenti il declino della cultura e il trionfo del pensiero primitivo, ossia del non-pensiero, dell’istinto, e quest’impero di discoteche, palestre e Sushi Bar sembra darmi ragione – le persone faticano in maniera incomprensibile, si nutrono di pesce crudo e danzano goffamente, ma di certo non pensano. Rumore di topi. Uh, dovrei muovermi un po’ e camminare nel mio appartamento invaso da raggi solari che sembrano mirini laser e poi aprire il frigorifero e mangiare qualcosa di semicongelato perché è ora di pranzo, e fra poco dovrò andare al piano di sopra a bussare alla porta di un vecchio che mi paga per sentirsi meno solo, e quando mi avrà fatto entrare dovrò tenergli compagnia per qualche ora (per l’intero pomeriggio, diciamo) e camminando dovrò evitare di inciamparmi nelle pile di quotidiani ammucchiati sul pavimento, nelle prime pagine con foto a colori di politici che non conosco – che a ogni modo mi ritengono superfluo – e immagino che il vecchio (dice di chiamarsi Foster, ma è solo una copertura) e immagino che Foster rimarrà seduto sulla sua poltrona sorseggiando caffè e a un certo punto mi dirà la solita cosa, e cioè che dovrei essere felice, perché siamo in inverno e la giornata dura poco, certamente meno che d’estate. Già, credo che Foster odi in primis se stesso, e poi diverse sfaccettature dell’universo, comprese le ore di luce. Questo vecchio depresso lavorava sui treni, una volta, e controllava che la gente avesse il biglietto e che fosse tutto in regola, ma raramente osava fare una multa e di solito si limitava a redarguire con paternali occhiate di rimprovero gli zingari che salivano clandestinamente in carrozza e importunavano gli studenti universitari. Be’, sia gli zingari che gli studenti universitari dovrebbero fare la fine di Giovanna d’Arco, ma non voglio parlare di loro, no, voglio continuare a parlare di Foster e del licenziamento per giusta causa che le ferrovie statali sono riuscite a rifilargli dopo anni di tentativi. Foster, lui è sempre stato depresso e incerto del proprio potere: non voleva fare multe e credeva che far pagare le persone per lievi negligenze violasse i diritti umani o qualcosa del genere. Temeva le reazioni violente, gli extracomunitari vendicativi, la polizia, l’ONU. Temeva un sacco di cose e infatti l’hanno cacciato via. Peccato, perché un brav’uomo, ma alla fine son contento del suo licenziamento, visto che da lì è iniziata una spirale autodistruttiva che gli ha fatto perdere: moglie, cane, casa, voglia di vivere. Inoltre, se Foster non fosse così solo, io non prenderei seicento euro mensili per tenergli compagnia e fargli la spesa settimanalmente. Lui, questo vecchio anedonico, mangia scatole di ceci e patate e talvolta una porzione minu­scola di pesce in scatola e la dieta che segue, dice, è un modo per punirsi di chissà quali peccati – nota bene: Foster pensa che la depressione sia un peccato, e prega per non essere depresso, ma evidentemente non funziona, e allora si deprime ancora di più – e se il fine ultimo della preghiera fosse proprio quello di far deprimere, in questo caso Gesù Cristo sarebbe stato un formidabile imprenditore, e la moltiplicazione dei pani e dei pesci un misero pretesto per aumentare l’inflazione. Apro il frigo e mangio degli spaghetti gelidi, direttamente in piedi, dalla pentola che li contiene. Purtroppo, il mio palato reagisce male, e devo constatare che un avanzo di spaghetti conservato a una temperatura costante di 0° centigradi è ben più disgustoso di un avanzo di pollo conservato alla medesima temperatura, quindi decido di finire il pollo e poi, finito il pollo, realizzo che il frigorifero è ufficialmente vuoto e inizio a sperare che Foster abbia bisogno di una scatola di ceci, così potrò cogliere l’occasione e fare un’unica spesa per entrambi. Come vedete, il mondo gira intorno alle occasioni. A tal proposito, quando ho sostenuto il mio primo esame – no, non ne voglio parlare. Ancora rumore di topi. Quando mi nutro di cibi gelidi, la fame tende a sparire in fretta, senza strascichi, e lascia spazio a una buona dose di disgusto. Grazie al disgusto, e al fatto che qui dentro manca l’acqua calda, riesco a vivere con seicento euro mensili, e se escludiamo le spese eccezionali – un nuovo poster di Godard, l’ingresso al cinema, le caramelle all’eucalipto – escludendo queste spese, la retribuzione in nero di Foster è più che sufficiente al mio tenore di vita. Comunque, certi profeti dicono che il mondo finirà presto, nel duemiladodici o giù di lì, dunque non devo preoccuparmi. Ovviamente, se l’esplosione finale arrivasse un po’ prima, io ne sarei felice, e come me un sacco di altra gente. Richiuso il frigo, esco di casa e chiudo a chiave. Alcuni ragazzi, seduti sugli scalini, parlano di ragazze. Senza voltarmi, gli ricordo che non devono curiosare nel mio appartamento, e che nel buco della serratura non c’è niente da vedere.

Oggi, Foster mi paga per restare in silenzio.

Iacopo Barison

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La camera oscura

Una stanza. Al buio. Su una parete un foro, poco più grande d’un pollice, a un metro e mezzo da terra, suppergiù.

Due uomini si svegliano, indolenziti per la posa scomoda tenuta dormendo sul pavimento liscio e freddo.

La stanza si compone di quattro pareti nude, un pavimento come unica gettata di cemento e un soffitto alto, invisibile all’occhio umano. Oltre al foro. E l’oscurità.

È profonda, la prima voce che echeggia nella stanza. Decisa.

Senti un po’, ma quell’idea che hai esposto al consiglio comunale, l’ultimo, due mesi fa se non sbaglio, l’hai poi realizzata?

Quale dici?

Be’ non si va molto lontano. Hai già eliminato l’assessorato alla cultura. Hai tagliato i fondi fino ad azzerarli, l’ultimo festival patrocinato dal comune te lo ricordi? Quello con gli artisti per strada…

Si chiamano Buskers.

Proprio loro. Già quasi a costo zero, se escludiamo i contributi dei negozianti.

Il comune promuoverà alcuni corsi e attività fisiche, ginnastica, nuoto, cose così, già dal prossimo anno se non ci sono nuovi intoppi.

Sì, certo, certo, ma fammi finire. Dov’ero rimasto? Ah sì. Nessun assessore, nessuna iniziativa, zero fondi. Mi ricordo che dicesti, in quel famoso consiglio, che restava un ultimo passo. L’hai poi fatto?

Perché non avrei dovuto? Era in programma, andava realizzato prima possibile. I cittadini devono abituarsi a considerare il superfluo. E devono toccare con mano l’impegno politico contro gli sprechi.

Sì, certo, certo, conosco la campagna elettorale.

Allora cosa vuoi sapere?

Come hai fatto.

Direi nel modo più semplice, con una tassa sui libri in prestito.

Ma la biblioteca è ancora pubblica?

Certo. È un servizio fornito ai cittadini.

A pagamento.

Appunto. Come ti dicevo prima, si tratta di mostrare risultati contro gli sprechi.

Per ogni tipo di libro, c’è una tassa sul prestito? Da quelli per ragazzi ai testi universitari? Favole e romanzi? Poesie e poemi? Saggi e trattati? Fumetti e atlanti?

Tutto ciò che è superfluo si paga, caro amico. Questa è la crisi. Chi se lo può permettere, legge. Diversamente, si fa dell’altro. Non è difficile.

Hai ragione. Non è difficile.

Si zittiscono.

Restano così diverse ore.

Immobili. Al buio.

Uno dei due uomini, quello più basso dalla voce profonda, infila il dito dentro il buco nel muro. L’altro se ne accorge appena, chiude gli occhi e risponde rimanendo seduto a terra, braccia incrociate al petto.

E dei tagli all’Università che mi dici?

Niente. Andava fatto. Gli sprechi sono sprechi anche tra le menti più illustri.

Certo. Ma lo sono ovunque allo stesso modo, secondo te?

Non è questo il punto. Si tratta di semplificare e agire in fretta. La crisi c’è, la gente la sente, la politica non può esimersi dall’intervenire. I servizi essenziali devono essere garantiti sempre e comunque. Sanità, assistenza, scuola, sicurezza…

Fermati un attimo: scuola non è anche università?

Ovviamente. L’università però è un tipo di formazione volontaria. E come tale deve essere trattata. Se ti puoi permettere di laurearti, paghi e lo fai. Altrimenti no. Poi, anche all’interno degli atenei in parte sovvenzionati dalle tasse, in parte dai diretti interventi pubblici, si devono evitare abusi e sprechi.

Ad esempio?

Troppo personale. Troppi ricercatori, assistenti, precari che gravano sull’istituzione. Troppe spese da sostenere.

Ma agli studenti che insegna? Poi, come si insegna?

Non è questo il punto. Si tratta di abbattere gli sprechi e riconsiderare il superfluo, te l’ho già detto. Ti accorgi che mi fai ripetere sempre le stesse cose?

L’uomo più basso inspira ed espira rumorosamente. Si muove per la stanza nascondendo direzioni e gesti tra il buio persistente. Appena i rumori, lo tradiscono. I piedi a sfregare sul cemento. Quando riprende a parlare ha infilato di nuovo un dito nel muro, tra le rotondità del foro.

La cultura è superflua?

Non l’ho deciso io. Si tagliano i fondi, si ordinano riduzioni, eliminazioni, rinunce. Noi eseguiamo.

Ma le attività sportive semi private…

Che c’entra? Son cose per il corpo. Crisi o non crisi la gente ancora respira.

E gli stipendi dei politici? Gli appalti per edifici poi inutilizzati? Le sostituzioni di piazze e vie con ciottolati costosi…

Non confondere i piani emotivi con quelli prioritari. Ci sono delle gerarchie da rispettare, è semplice te l’ho detto. Prevede questo tagliare il superfluo. Poi senti, ci sono un sacco di giovani o meno giovani che si parcheggiano fuori corso e perdono anni di lavoro stando comodamente sulle spalle di chi provvede a loro. Poi magari neanche si laureano. E c’è un sacco di gente che di festival, rappresentazioni teatrali ed eventi culturali non sa niente, e sapendolo non andrebbe comunque. Per non parlare delle biblioteche, dai.

Sì, certo, certo. Magari anche sì però. A me sembra la solita generalizzazione di comodo. Tua figlia poi che fa?

Ha appena iniziato lettere moderne a Bologna.

E?

Niente, le solite cose. Tasse, libri, abbonamenti ai mezzi pubblici, mense. Fra cinque anni al massimo sarà tutto finito.

In sostanza investi sul suo futuro.

Ovviamente. Vedi quant’è democratico? Pagherò anche i libri in prestito, se mia figlia andrà in biblioteca. Nessuno spreco. E il superfluo a chi può.

Dal buco nel muro, che nel frattempo si è liberato del dito dell’uomo basso, entra una luce vagamente più chiara, filamenti a spezzare l’oscurità.

I filamenti raggiungono la parete opposta. Si fanno consistenti. La stanza assume contorni precisi. I due uomini si sbirciano, immediatamente consapevoli di corpi e proporzioni, sebbene ancora sfocati.

L’uomo rimasto seduto si alza in fretta, quasi trafelato.

Si avvicina al muro raggiunto dal pulviscolo luminoso passato attraverso il buco.

Non si capisce, cosa c’è scritto. Sembrano capovolte, le lettere.

Lo potrai chiedere a tua figlia, fra qualche anno.

E perché, scusa?

Io non lo so, tu nemmeno.

L’uomo rimasto seduto avvicina il naso al muro, alcune schegge di luce gli invadono la punta dell’orecchio, creano scintille passando attraverso le ciocche di riccioli color nocciola.

Non è una scritta. Forse è un’immagine.

Sarà il mondo fuori di qui.

Anche per quello dovremo aspettare.

La fine del Medio Evo?

Come dici?

L’uomo più basso ride sempre più forte. Duramente.

Niente. Continua a fissarlo. Forse c’è un’eclissi.

Perché dovrebbe?

Aristotele ci guardò un’eclissi. Iniziò così, in un certo senso. Dentro una camera oscura.

L’uomo rimasto seduto aspetta alcuni secondi. Rinuncia a un paio di risposte risalite dall’esofago direttamente in gola, poi finite erose da saliva e succhi gastrici. Probabilmente rispondere non serve, pensa. Basta aspettare dopo aver agito. Gli uomini parlano in continuazione, ragiona tra sé. Parlano, teorizzano, schiamazzano, criticano. Poi? Solo i fatti lasciano tracce. L’uomo rimasto seduto non ha dubbi, sa esattamente cos’è stato fatto e cosa ancora c’è da fare (in Italia, entro il primo decennio del nuovo secolo: è un sottinteso che lo sfiora appena, è di questo che si occupa l’uomo rimasto seduto).

Il passato non c’entra. È del presente che si occupano i vivi, conclude l’uomo rimasto seduto, ma non accenna a voler staccare gli occhi dal fascio di luce proiettato sul muro. In quello sfilacciamento dell’aria ci infila un dito. Tocca la parete. L’immagine gli lambisce la pelle. Ha un suo fascino, nota. Gli sembra di poterci entrare, di riuscire – anche nell’inversione – a vedere.

Da dentro la camera oscura.

Il buio tenuto fuori.

Fa meno paura?

Anche l’uomo più basso si avvicina al muro parzialmente illuminato.

Il fascio di luce respira. Si nutre dell’aria nera.

Le mani dell’uomo più basso si aprono, si fanno largo tra l’aria nera e le briciole luminose riunite nel fascio.

Non è difficile, ha detto l’uomo rimasto seduto, riconsiderare il superfluo. L’uomo più basso ricorda le parole sentite. Ha un moto di stizza che trattiene in corpo. Lo spazio sembra rimpicciolirsi attorno a lui.

Le mani carezzano l’aria, che non ha colore, in realtà.

È solo chiusa, respira a fatica, rantola.

Mentre le dita nodose si distendono, seguendone l’immobilità.

 

Dal 2009 in diversi comuni dell’Emilia Romagna con la rielezione del sindaco la figura dell’assessore alla cultura non è stata definita. In alcuni casi si è ripiegato facendo leva su ruoli assimilabili non ufficiali. Contestualmente, già dai primi mesi del 2010 i drastici tagli progressivi hanno imposto limitazioni evidenti alle feste paesane, le iniziative locali di tipo artistico in senso ampio, dalle semplici presentazioni letterarie fino alle rassegne cinematografiche e le sperimentazioni teatrali. Perfino i comuni dell’hinterland bolognese, rinomati per l’invettiva e le diverse iniziative culturali, sono stati costretti ad abbandonare festival, promozioni artistiche, scambi interculturali ed eventi vari laddove non sono intervenute decise sponsorizzazioni private. L’idea di fissare una tassa o dinamica affine sul prestito dei libri nelle biblioteche pubbliche non è finzione narrativa, bensì proposta che tutt’ora aleggia in talune amministrazioni comunali emiliane. Alcuni paesi compresi nel triangolo Modena-Bologna-Ferrara hanno già annunciato per il 2011 la non partecipazioni ad eventi provinciali consolidati come mostre, rassegne e concerti.

Ottobre 2010, mese statisticamente favorevole all’Alma Mater Studiorum del capoluogo emiliano – romagnolo (la hit parade delle migliori università colloca l’Ateneo di Bologna come la prima facoltà italiana al 174° posto, e nella QS World University Rankings 2010 le discipline umanistiche bolognesi si posizionano al 46° posto), è anche periodo complesso dove prosegue in tutt’Italia la c.d. ‘protesta dei ricercatori’.

Barbara Gozzi

LA FICTION LETTERARIA

Leggo la rivista SATISFICTION sempre con interesse finché un bel giorno (tipo il 15 febbraio) apro la pagina del loro sito e vedo che Vasco Rossi ha pubblicato una poesia “civile” (Auauhauahuauauha! Oddio nun jela fo’ a continuare oddio vengo meno Auauhauahuahauuauhauahuahauuauaauauha!) dicevo… apro la pagina del loro sito e vedo che Vasco Rossi ha pubblicato una poesiauauhauahau hauuauauaauauhauauhauauaaahuahuahauhauuauauaauauhavabene vabene ora mi calmo… insomma comunicati su comunicati per avvisare il mondo della cultura che Satisfiction ha l’esclusiva di una poesia “civile” di Vasco Rossi (cioè: poesie civili erano quelle di Pasolini per intenderci). Incuriosito da tale evento, che paragonerei straordinario almeno quanto la morte di Tremonti, vado sul loro sito e leggo il poema del nostro Vascolone Nazionale. Ma che è? A mio avviso è una cosa di una retorica e di uno squallore che chiamarla poesia Montale uscirebbe dalla tomba e prenderebbe a cocci di vetro in testa chi gestisce la rivista. Un concentrato di retorica, banalità, qualunquismo di pseudo-sinistra che nemmeno nelle pagine di diario di un liceo scientifico di Latina! Allora bel bello lascio un commento all’articolo esprimendo tutto il mio schifo per tale poema. Il commento era un po’ lunghetto, ironico, acido e forse cinico. Ora non lo ricordo esattamente perché lo scrissi di getto e direttamente nello spazio apposito del sito da compilare. Fatto è che dopo meno di un minuto il commento sparisce. Forse Mozilla fa le bizze, forze Opera non connette, forse ci hanno staccato la Telecom, forse questo forse quello, insomma mi viene detto dal gestore del sito che il mio commento/monologo era “offensivo” e potevo passar guai perché offendevo il Vasco Rossi inteso come uomo (e che lo dovevo intendere come cavallo?).

“Il VOSTRO COMMENTO E’ STATO TOLTO perchè non è una vostra opinione su ciò che è stata pubblicato: non sui contenuti sulla “poesia” o non poesia di VASCO ROSSI (ognuno ha le proprie opinioni) ma CON I SOLITI LUOGHI COMUNI e I SOLITI PREGIUDIZI avete scritto una frase sull’uomo Vasco Rossi che non solo non siete in grado di comprovare ma che va OLTRE LA DIFFAMAZIONE. Abbiamo quindi cancellato perchè non solo lesiva, soprattutto per Voi, ma perchè è la solita logica, questa sì fascista, di attaccare gli uomini e non le loro opere”

Avevo immaginato nella mia testolina il Vasco intento a concepire tale opera, immerso nelle carte della sua scrivania, mentre sorseggiava una birra e tirava di coca in cerca di ispirazione, e che poi, preso dallo stimolo e dall’estro, si fosse recato in bagno con carta e penna per creare tale “emozionante opera”. Ed è offensivo? Ma lui è una rock star, cazzo! Se non lo fa lui chi deve farlo? Antonella Clerici prima di andare all’Ariston? Ma pare che scrivendo questo io poi vada a finir male, che Vasco ci rimane male e mi manda gli avvocati a casa. A me? Che arrivo a malapena a pagare l’affitto della stanza?

Beh certo le regole del sito sono chiare e scritte nero su bianco qui:  al punto 3. Poi mi sorge il dubbio e leggo i commenti degli altri utenti al servizio: plausi a Vasco e al suo testo, per fortuna qualche accenno di dissenso c’è ma poca roba, come se si avesse paura di dire che il testo è una cagata assoluta. Sono libere opinioni o sbaglio? Io credo che scrivere semplicemente “Non mi piace, puzza di demagogia” serva a ben poco, o almeno a me non soddisfa come commento, non mi svuota da quel che penso, perché qui non si tratta di commentare la poesia di uno sconosciuto come potrei essere io, qui si tratta di scrivere e dire quel che si pensa di un “simbolo” (Vasco Rossi). Qui si commenta la “cultura ufficiale”, quella che ci facciamo iniettare ogni giorno (e badate, non dico “che ci iniettano” perchè sinceramente se stiamo nella merda è perché ci piace tanto sguazzarci dentro). E allora penso che magari ce ne sono stati commenti negativi pesanti (è inevitabile) ma chissà che fine hanno fatto. La discussione continua su facebook dove il titolare del blog mi scrive: “…è come se tu scrivessi una poesia su un sito e io intervenissi sottolineando che il tuo scritto fa schifo perchè tua madre è una “xxxx”. Non ci rimarresti male? Io sì. Non esistono le rockstar, esistono gli uomini…”

Anche questo non è calzante, mica ho detto qualcosa di male alla madre di Vascolone? E poi le rockstar esistono eccome! Le creano gli uomini che vogliono fare le rockstar! E poi perché? Se io scrivo qualcosa che ti fa schifo, tu sei liberissimo di dire che mia madre è una “xxxx” (Pera? Cana? Tana? Boh!) poi saranno problemi tuoi che dovrai vedertela con mia madre ed il suo amante palestrato.

Il fatto è che secondo me ai tipi di Satisfiction ha dato fastidio che io abbia criticato in maniera surreale e cinica quell’articolo che tanto era stato spinto in rete tramite comunicati. Che poi non è che avevo scritto solo quello, ma loro sono stati gentili ed hanno cancellato il commento perchè sennò finiva che Vasco Rossi mi denunciava per diffamazione. Auhauahuahuahuah! Ma sai che je frega a lui? Ma io mi domando e dico: Tu, caro Satisfiction, mentre leggevi quella boiata di testo (che per me è una boiata) ti sei reso conto che era una cagata, vero? Perché se ritieni che è un testo denso e pregno di poesia allora io non ci ho capito un cazzo di letteratura e della vita in generale.

Ma del resto viviamo in un paese dove la cara e buona Fernanda Pivano (considerata madrina e portavoce della verità assoluta riguardo poesia, letteratura e fattanza) prima di tirare le cuoia affermò che Vasco Rossi e Ligabue erano gli ultimi poeti italiani rimasti (o una cosa del genere, se non disse testuali parole poco ci mancava). La Pivano-beat insomma mise quasi al pari la vecchia generazione di veri scrittori con i mercenari della pseudo-musica pubblicizzata dal Mollicone al Tg1 (Mollica è quel critico di “Do Re Ciak Gulp” dove tutto quello che promuove è bellissimo, emozionantissimo, stupendissimo e vale la penissima di comprarissimo). Cioè, se la Fernanda fosse vissuta altri cinque o sei anni e si fosse continuata a fare di roba buona magari rivalutava pure Nek, Ramazzotti e Piero Pelù ed oggi stormi di intellettuali avrebbero studiato, analizzato e discusso i testi di “Laura non c’è, è andata via, Laura non è più cosa mia”, magari evidenziando analogie con la metrica martelliana o la profonda angoscia esistenziale dell’amore perduto al pari di Prévert.

In finale (e concludo il pistolotto): Vasco Reds può scrivere quel cacchio che vuole (non sono di certo io a dovergli dire qualcosa e non è certo questo lo scopo ultimo del mio post) ma quello che più mi dispiace è che chi promuova la cultura in Italia diffonda, elogi e fomenti un livello “artistico” a mio avviso di bassissimo spessore, dal quale traspare il reazionario e non la stimolazione, dove la rivolta si finge moderazione, dove si macina il trito ed il ritrito e non di certo un “nuovo” che porterebbe alla crescita intellettuale del fruitore, il tutto in un contesto artistico/culturale dove la sperimentazione è schiacciata volutamente e fatica ad emergere, in quanto lo sviluppo di pensiero critico di un individuo può risultare pericoloso ai fini commerciali. Ben venga la commercializzazione delle opere, ma che almeno siano di qualità. Questo è ciò che penso. La messa è finita, andate in pace e soprattutto andate a fare l’amore con il sapone. Ora scusate ma vado a finirmi di vedere “Saw V” che devo capire chi è l’assassino.

Andrea Coffami



Leggere è pericoloso

Venerdì ha nevicato su Roma e i romani andavano in giro con l’ombrello: quattro fiocchi di neve hanno paralizzato la città: l’inadeguatezza di rapportarsi con l’insolito.

Sabato era già tutto finito, c’era un bel sole e la neve è rimasta soltanto nelle fotografie. Verso le due sono passato a prendere mia sorella per accompagnarla in libreria, doveva comprare un dizionario: io le ho consigliato di prenderne uno antecedente l’avvento di internet, perché poi sono spariti un bel po’ di lemmi, per dar spazio al nuovo linguaggio tecnologico: una bella tragedia.

Intanto, per la strada, ad una bancarella dietro piazza della Repubblica, ho trovato, e comprato per soli 15 euro, uno Zingarelli del 1954. In tutti questi anni, ho sempre utilizzato il mio Devoto-Oli: mi fu regalato, su mio espresso desiderio, quando ho fatto la prima comunione, sarà stato il ’91-’92. A che età si fa la prima comunione?

È finita che anche per mia sorella abbiamo comprato un Devoto-Oli, l’ultimo, edizione 2010, ma senza il cd-rom: vincono sempre loro.

“Se ti occorre qualche definizione che non trovi mi scrivi e te la ricopio in chat”, le ho detto.

Abbiamo fatto un giro per la libreria. Sorvolo sui tanti, troppi volumi che non avrebbero ragion d’esistere: la letteratura è sempre più rara nelle librerie: è come cercare il vino buono al supermercato: quando lo si trova, spesso è a prezzi esorbitanti.

I problemi dell’editoria italiana sono tanti e complessi che scriverne in un breve post sarebbe riduttivo e controproducente, lasciamo perdere.

I libri costano troppo; mi capita troppo spesso di dover rinunciare a letture desiderate a causa dei prezzi esorbitanti stabiliti dagli editori (spesso in combutta con i distributori): questo fa male alla letteratura: occorre trovare nuove forme di resistenza.

Si dice chi cerca trova, e spesso è vero: me ne sono andato felice dalla libreria: nella sezione usati e a metà prezzo ho trovato tre libri, che avrei voluto leggere ma non avevo potuto a causa dell’eccessivo costo d’uscita: Al Diavul (Marsilio, 2008) di Alessandro Bertante, Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai, 2009) di Raul Montanari e I Cariolanti (Elliot, 2009) di Sacha Naspini: ho speso 25,25 euro, comunque troppo, ma a prezzo pieno avrei pagato 50,50 euro: tre libri, due giornate di lavoro: c’è qualcosa che non va.

Per ovvie ed evidenti ragioni, non mi aspetto che il Governo si occupi di queste cose, per carità, d’altronde pare abbia altre priorità, e non parlo di disoccupazione naturalmente: quanto va al chilo, la cultura?

Gli italiani, dicono le statistiche, non leggono più (e si vede!, direbbe una pecora). La mancanza di cultura e di informazione (ma anche di interesse e curiosità, aggiungerei) è probabilmente la causa principale della regressione democratica e culturale del nostro paese. Ripeto: occorre trovare nuove forme di resistenza.

Una bellissima iniziativa, come spesso ultimamente, viene dal web: Alberto, un ragazzo di Empoli di 22 anni, appassionato lettore, è rimasto, giustamente, sconcertato dal dato che una persona su due in Italia non legge un libro in un anno e ha lanciato sul suo blog e su facebook un’idea: il 26 marzo regala un libro ad uno sconosciuto.

Il gruppo su facebook vola verso le 200.000 adesioni in poche settimane. Una giornata dove decine e decine di migliaia di libri passino di mano in mano: un momento d’incontro, d’avvicinamento all’altro in quest’epoca individualista: per non dimenticare l’umanità.

Certo, considerato che lo scopo è quello di far nascere nuovi lettori, scegliere un libro, uno solo, è una faccenda complicata: deve essere un capolavoro, senza dubbio, ma non troppo complesso, serve una buona scrittura, una bella storia, degli elementi di empatia tra la narrazione ed il lettore. Vi auguro una buona scelta.

La lettura rende consapevoli. Lo sanno anche le pietre, una persona consapevole è una persona libera.

Regala anche tu un libro: una nuova forma di resistenza.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 10

[Segue da qui]

Ci sono diverse teorie sulle attitudini politiche del quintetto, tutte ben argomentate, ma smontate dal fatto che in ognuna di quelle teste la visione del mondo era bacata in un modo diverso. Non v’era cioè uno sguardo d’insieme sulla realtà, ma semmai un’accozzaglia d’idee – o, per esser più precisi, di principi d’idee – che rimanevano abbozzi, e che di tanto in tanto rispuntavano dal terreno per poi ricader subito per terra al primo alito di vento. In verità, i più – ad eccezione dei pochi facinorosi rimasti a piede libero nel nostro beneamato paese – concordano sul fatto che le tendenze eversive del gruppo nascessero da un eccessivo bisogno di comparire, nonostante tutti i proclami contro la società dello spettacolo e via discorrendo.

Questa loro necessità di trasformare la parola in azione era insomma il risultato di un lento logorio dell’anima, la quale ambiva a trovare un riscontro della propria esistenza in mezzo agli altri, al di fuori di quelle poche righe scritte, perlopiù non reperibili dal grande pubblico. Per chiamare le cose con il loro nome e non fare il gioco di questi scrittori, così bravi a ribaltare il senso e a colpir di metafora, si può dire che il vero motivo di tal furore poetico fosse un male assai ricorrente e banale pei nostri tempi: la frustrazione. Nonostante gli alti ideali, risorgimentali o rinascimentali che fossero, costoro erano in tutto e per tutto figli della nostra epoca, in cui l’occhio precede gli altri organi, e perciò incapaci di condurre quella vita isolata e anonima che apparteneva ai grandi scrittori di una volta. Forse questi novelli scrittori non avevano così tanta fiducia nella loro parola, e allora dovevan batter di gran cassa, buttarla insomma in caciara, e per farlo non trovarono di meglio che mirare al bersaglio grosso della politica, ché tanto quello fa sempre rumore.

Gli è che questi cinque affabulatori si sentivano posseduti dalla voce del popolo; un popolo, a dire il vero, che non rispecchiava certo la maggioranza degli italiani, ché ormai alla precarietà c’aveva fatto il callo da tempo e che non si riempiva di certo la panza con la cultura. Essi identificavano però il popolo in quel manipolo di spettatori che nel bene o nel male continuavano a seguirli, senza considerare problemi di ordine statistico – ché i letterati non si abbassano a certe cose – dai quali avrebbero subito dedotto che trenta persone, per quanto siano risultato più che dignitoso per una lettura, sono una minoranza della minoranza in una penisola abitata da milioni d’individui. E invece le loro gole s’incendiarono per qualche applauso di convenienza, che scambiarono per fermento culturale – e qua ci sarebbe da incolparne quelli che non capiscono quanto fragili siano le menti di certi soggetti portati al romanticismo, e che anziché spegnerne preventivamente i bollenti spiriti, si divertono nel gettar benzina sul fuoco delle loro passioni.

A volte, come il caso in questione dimostra, è da certi errori di valutazione che nascono poi i peggiori mostri, che di qualche idea strampalata finiscono per farne un manifesto, o addirittura un piano che prevede il sovvertimento della retorica dominante e il sabotaggio del linguaggio del potere; che da qui a scambiare una visione personale del mondo – oltretutto insana, aggiungo io – per la realtà delle cose, il passo è breve. Anzi, brevissimo.

Insomma, se il virtuale altro non è che un potenziale reale – qualcosa che attende di essere messo in pratica – allora la colpa di tutto quanto è primariamente di quei lettori che non s’avvidero della pericolosità soggiacente tra le righe, e ancora più di chi non legge, perché è come chi si tappi gli occhi davanti all’orrore per non esser costretto a guardarlo in faccia. Se questi cinque modesti scribacchini avessero goduto di un pubblico più ampio, probabilmente non starei qui a raccontarvi questa storia, perché nella massa sarebbe balzato agli occhi, anche ad una sola persona, l’aberrante disegno che si andava delineando. Ma forse, a pensarci bene, in tali condizioni non si sarebbe neanche sviluppato quel senso di frustrazione che vedo all’origine del tutto, e che dimostra che il male si annida sempre laddove non vi sia del bello. Un sentimento, mi pare ormai chiaro, a cui non potevano certo aspirare i cinque bruti di cui stiamo qua trattando.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 7

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Ora, stando agli atti del processo gli è che il bubbone metifico – quello che lor poeti definirebbero invece sacro fuoco, o volontà di potenza, perché troppo si vergognano a chiamarlo col suo termine più proprio: ovvero un ego smisurato – insomma, quella cosa lì, crebbe a dismisura dopo una prima tappa sperimentale nella città partenopea, dove gli entusiasmi ribollirono a tal punto da convincere una signorina lì di passaggio a indirizzarli verso un luogo il cui nome ben si adattava alla veritiera natura dei cinque declamatori. Questo luogo si chiamava – e presuppongo si chiami tutt’oggi, poiché non compare nel registro degl’indagati – il Perditempo: un posto dove vennero accolti come cantori di un nuovo mondo, in modo così inaspettato che rimasero basiti davanti a chi porgeva loro in dono calici traboccanti di bevande senza che neanche vi fosse stata esplicita richiesta (quando invece, solitamente, erano costretti a far la questua per ottenere almeno un cicchetto omaggiato per sciaquare l’ugola dopo tanto profluvio di parole). Uno di loro poi, quello che si vantava dei suoi natali etruschi – che però era finito guardacaso a Roma per fornicar con le parole – finì talmente ciucco da concludere la serata con una barzelletta toscana; ché ci vorrebbero delle foto solo per vedere le facce tutte da ridere dei discendenti di Pulcinella, da immaginarsi con le orecchie protese e le mascelle spalancate nel tentativo di carpire qualche ci aspirata e inghiottita insieme ai sorsi di limoncello di Sorrento che il sommo vate trincava tra una frase e l’altra.

È di quei giorni lì la prima voce di una possibile alleanza extracapitolina, in cui sembrò confluire una misteriosa brigata partenopea, composta di scrittori dialettali e non, che spingevano per goder dei fasti di un nuovo 7 settembre*, per poi ritirarsi anch’essi, da veri intellettuali, senza ricompense e in qualche sperduto loco**.

Ad onor del vero quest’unione non s’ebbe poi a fare, e rimane una delle zone oscure di tutta questa stramba processione che vide le parole uscir dai loro ranghi come insubordinati non ligi agli ordini. Il dilemma non è affatto di poco conto, ché la risposta potrebbe confermare i legittimi dubbi sulla reale unità d’intenti tra i nostrani spadaccini di penna, soprattutto alla luce dei documenti recentemente resi noti dalla commissione di vigilanza web, dai quali emergono polemiche e risse verbali all’ordine del giorno tra questi tutori della cultura, che in quanto a ferir di lingua non sembravano da meno dei tanto vituperati giornalisti.

Insomma, stando ai prodromi si potrebbe oggi asserire che il piano partì già bello che zoppo, nonostante i facili entusiasmi che accompagnarono i cinque briganti durante il viaggio di ritorno in seconda classe, soprattutto quelli del poeta imbrattatore di mura, che fantasticava il buon ritiro in quel di Ausonia, ma solo dopo aver compiuto il suo dovere civico verso l’irriconoscente patria, che si burlava ancora una volta del coraggio dei proprio figli.

Il dado era tratto e i cinque si apprestavano a render giustizia non soltanto a coloro che già si organizzavano per l’espatrio, ma anche a chi, accerchiato dalla cultura dell’aggressione verbale, si accingeva mestamente ad alzar bandiera bianca: essi vollero dare esempio di strenua resistenza dinanzi a chi voleva accorciare la lingua italiana ai suoi minimi termini, per riportarla invece ai fasti, alla ricchezza e alla musicalità a lei più congeniali, proprio come ai tempi del Gadda e del Landolfi.

Simone Ghelli

* Il riferimento è alla conquista della capitale del Regno delle due Sicilie, dove Garibaldi fece il suo ingresso il 7 settembre del 1860, per poi sconfiggere le truppe del re Francesco II che si erano ritirate a nord del Volturno.

** Dopo aver accompagnato il re Vittorio Emanuele II a Napoli, l’8 novembre del 1860 Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rifiutandosi di accettare qualsivoglia ricompensa per i suoi servigi.

Metodica delle cose inutili – Ancora sulla psicologia e le pratiche spirituali

Ancora sulla psicologia e le pratiche spirituali.

Questo numero della nostra rubrica insiste ancora sul tema dell’uso della psicologia e della pratica spirituale: ognuno è libero di trarre da questa insistenza una sua personale considerazione sulla centralità di queste due branche del mercato nelle nostre esistenze.

Ed è proprio questa centralità che ci impone di scegliere bene, tra le tante offerte, quella migliore, la più adatta, dico, a praticare l’inutilità, ad essere inutili. Queste poche note varranno come un semplice e agile vademecum.

Diffidate gente (questo vale sempre) dalla complessità; la complessità ingolfa l’immaginazione, e quindi fa cultura; e la cultura gonfia, come dice San Paolo: e questo è peccato. E, allora, la prima cosa che dovrete fare nel diventare clienti di uno psicologo o di un maestro spirituale è che la sua dottrina operi innanzitutto su un candido semplificatore appiattimento della vostra compagine esistenziale. Qualcuno vorrebbe farvi cadere in mille lacci; qualcuno vi verrà prima o poi a raccontare che l’anima nessuno può dire che esista, ma nessuno può dire che non faccia per intero tutta la nostra vita. Quale astruseria! È più facile e chiaro dire che l’anima esiste punto e basta (come nella storia del rabbino che incontra un suo collega e gli dice che Dio gli ha parlato; il secondo rabbino non gli crede, gli chiede di dimostraglielo se non vuole passare per mendace. Ma il primo se la cava benone: Dio non parlerebbe mai a un bugiardo). Imponendoci che l’anima esiste punto e basta otteniamo un risultato importante (si chiama concretismo): l’unica domanda successiva possibile è: allora dov’è l’anima? La risposta più semplice che sia stata trovata è: dentro. Tagliare l’anima da dove è sempre stata, fuori, nel mondo (anima mundi) viene comodo alla nostra causa perché riporta tutto al privato, in greco idios, da cui idiota: e voglio vedere qualcuno dirmi che essere idioti e inutili non sia la stessa cosa. A quel punto noi abbiamo l’anima che è una cosa che abbiamo dentro, al buio, chiusa. E al buio, e poi col fatto che siamo idioti, non riusciamo più a distinguerla dallo spirito, non sappiamo vederla differenziata nei sui vari aspetti, nelle sue infinite anime (ci fanno pena i poveri neoplatonici con le loro demonologie).

Allora badate bene che il vostro psicologo o il vostro maestro vi dica che dentro avete qualcosa (spirito, anima, prana, energia, superpoteri) che non si capisce bene cosa sia, ma che, per essere tenuta stantia dentro, e poi dentro un idiota, è malata. E qui dobbiamo passare al secondo punto fondamentale: se uno è malato va curato. Così dobbiamo ragionare.

Una volta se uno era cieco lo mettevano a fare il poeta, tipo Omero, o, fino a sessant’anni fa in Giappone, lo sciamano (lo Stato totalitario nipponico si è efficientemente liberato da questo retrivo retaggio: ora i ciechi fanno i barboni). Uno che è malato va curato. Cosa otteniamo con questo? Che l’uomo, per dire, è all’ottanta per cento fatto di acqua, e il resto sono cattivi pensieri, sogni conturbanti, strane fantasie, ansie, manie, paranoie: ci curiamo, leviamo le ansie e le paranoie, e cosa otteniamo? Diventiamo delle bottiglie d’acqua.

E così la sera torniamo a casa, dopo esserci mondati dai peccati lì dallo psicologo o dal guru, nella nostra casa privata, come degli idioti; ci poggiamo sul nostro tavolino come una bottiglia, e possiamo constatare di essere puri e calmi, anche se questa casa non la pagherò mai, anche se non ho un lavoro fisso, anche se per me non ha un vero senso vivere e non mi fa neanche più effetto che stanno massacrando di botte sotto casa mia degli emigrati.

Tanto è sotto, è fuori, dove non ho più anima.

Pier Paolo Di Mino