Trauma cronico – Frigidaire ti voglio bene

Questa domenica vorrei porre alla vostra attenzione una vicenda che mi rattrista molto, emblematica dello stato che vive la cultura oggi nel nostro paese: il comune di Giano dell’Umbria vuole sfrattare Frigolandia.

Frigolandia è la prima Repubblica Marinara di Montagna, Territorio Autonomo della Fantasia, Città immaginaria dell’Arte Maivista, Ashram socratico, Monastero eurotibetano, Accademia delle invenzioni e della musica.

Frigolandia è la patria di Frigidaire, storica voce della controcultura italiana diretta da Vincenzo Sparagna. Come spesso ho detto, ritengo Sparagna un intellettuale di quelli rari. Ascoltarlo parlare è sempre un’esperienza unica, si impara ogni volta un sacco di cose, è magnetico il suo parlare, la sua figura, le sue parole sono pesanti come macigni. Ma l’Italia è sorda, non ha orecchie per ascoltare, sente, non ha occhi per guardare, vede, non ha parole, muta, non ha forze per reagire, subisce.

Un paese martoriato che non riesce a risorgere senza perire. Siamo al trionfo dell’osceno, dell’assurdo, dell’impensabile. La totale assenza del senso del decoro, l’inimmaginabile farsa. Anzi no, la caricatura di una farsa.

L’Italia di oggi è la stessa che ieri ha ammazzato Pasolini all’idroscalo di Ostia quella maledetta notte del 2 novembre 1975. Il cadavere martoriato del poeta che non ha avuto giustizia è l’Italia in marcescenza che egli aveva profetizzato. Oggi i nostri intellettuali non scrivono editoriali sui giornali né vanno in televisione. E su quelli che ci vanno, stendiamo un velo pietoso.

Cos’era Frigidaire lo sapranno probabilmente soltanto i lettori che hanno qualche anno in più. Ai giovani dico solo che in redazione c’era un tal Andrea Pazienza, che tutti voi son certo conosciate. E poi, come più volte mi ha ribadito mio zio, a Frigidaire va il grande merito storico di essere stati i primi in Italia a parlare di aids.

Il mio appello è rivolto soprattutto a quelli più grandi di me, che sappiano spiegare ai più giovani, che debbono ancora imparare, imparare a non dimenticare. Vi invito a leggere la storia negli ultimi editoriali di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia e, naturalmente, sostenere e diffondere la causa.

Sono in gioco opere di Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari e tanti altri grandi artisti, oltre allo storico archivio della rivista Frigidaire, un patrimonio incredibile.

È assurdo di come in Italia la cultura sia sempre più bistrattata ed ostacolata. Diventiamo sempre più bestiali.

La cultura è abolita. Il pensiero è stato condannato all’ergastolo. La fantasia è stata proibita.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 4

Al Simposio era sempre una gran caciara, un andirivieni di persone convenute al baccanale, anche se in principio era quello un luogo piuttosto conosciuto tra i più predisposti alla riflessione: non vi era insomma rimasto alcunché di filosofico in quelle stanze, ma semmai di boccaccesco, anche perché se non era proprio di peste che si moriva, il rischio era di rimanerci secchi per l’inedia.

Le persone di quell’Italia, disabituata all’ascolto e alla visione, vedevano ormai nell’arte e nella cultura solo una perdita di tempo, peraltro noiosa, quando non addirittura una pericolosa devianza al pari di quelle sessuali, su cui Stato e Chiesa lanciavano continuamente anatemi, neanche gli esseri fossero stati fatti tutti a immagine e somiglianza di uno solo.

Questo per dire che il clima di quel luogo era assolutamente straordinario per quella Roma ciarliera e salottiera, sorniona e avvezza a tempistiche ministeriali, appena stranita dallo strillone di turno che dagli scranni urlava slogan contro i fannulloni, perché la storia insegnava che alle abitudini di Roma ci si piegava sempre e volentieri, e a maggior ragione quando si predicava di andargli contro.

Con quei colori accesi, il Simposio poteva anche dare idea di essere un postribolo di lussuriosi, ma dagli atti del processo non emergono notizie piccanti, nessuna intercettazione che dimostri inclinazioni al vizio dei cinque untori della lingua, ché ad ascoltarli non dimostravano infatti attitudini a governare al modo d’uopo nel nostro stropicciato stivale. A dire il vero di un paio di loro si mormorava che fossero grandi amatori, ma a noi non son giunte testimonianze che convalidino queste dicerie, e resta perciò il dubbio ch’esse non fossero altro che un modo per spostare l’attenzione dal verbo al nerbo.

Insomma, gli è che i damerini di penna puntavano a romper gli argini del libro, questo strano oggetto a cui i nostri connazionali si avvicinavano con sempre maggior sospetto, eccezion fatta per quelli in forma cartonata, da vetrina, che per i più servono ancora l’onorevole compito di riempire gli spazi e di dare un tono al salotto quando vi siano degli invitati a cena.

L’affluenza a quei giovedì letterari, al contrario di ogni previsione, non diminuiva, anzi, anche per via di altri scrittori (questi sì degni di nota) che accettavano di unirsi in connubio con il quintetto e relativi conoscenti al traino. Ce ne fu addirittura uno che tornò più d’una volta da Firenze, perché a suo dire non aveva mai veduto tanto fermento e allegria nel capoluogo toscano, un tempo signoria, se non intorno al banchetto del lampredotto, sulla cui composizione si soffermava paziente e rigoroso.

Altri ne vennero, un po’ da tutto l’italico regno, e fu questa la miccia che dal Simposio si propagò nelle terminazioni nervose dei cinque sfaticati, che per i più intrapresero il lungo viaggio più per assaggiare i vini d’altri filari, che non fossero laziali, che per altre ragioni etiche o estetiche e per non dir civili.

Ma ora che ho adempiuto al compito di ricostruire le coordinate di quest’avventura, o quel che si suol definire il contesto in cui essa ha messo radici, è tempo di raccontarvi per filo e per segno del viaggio e degli accadimenti ivi connessi.

Simone Ghelli

*Continua da qui.

Face to Face! – Amira Munteanu

Amira è un vampiro metropolitano, dei nostri giorni, un essere che crea arte e ne beve dalla giugulare pulsante. L’ho conosciuta grazie a due grandi “artisti” come Manuela Gandini e Alan Jones e dopo aver visto i suoi lavori ho deciso di intervistarla.

Quattro chiacchiere con i canini sul collo.

Amira: vampira antropologicamente modificata, cosa si nasconde dietro questa definizione?

E’ la frase autoironica con la quale inizia il mio libro d’arte sul vampiraggio, argomento molto discusso in questi tempi. Il mito del vampiro affascina da 200 anni e ha avuto anche una sua evoluzione.

Per me è un gioco autoironico sul mio folklore e gli ho dato una connotazione diversa in quanto legata favolette della Transilvania, terra dove io sono nata.

Con la mia arte rivendico la serietà delle cose frivole e l’ironia delle cose serie. Ovvero? Che tipo di arte crei?

Non credo alle tipologie. Le considero termini inventati o assunti da studiosi, critici, che fanno di tutto per schematizzare il lavoro dell’artista e inquadrarlo in una cosiddetta tipologia.

L’artista non la pensa cosi, è libero, crea senza pensare al tipo di arte, alla corrente o alla tipologia in cui verrà poi catalogato.

Come nasce Amira e la sua passione per l´arte?

Sono nata in una casa piena d’arte, i miei erano appassionati e molti dei miei familiari hanno scelto la via dell’arte, dunque ho avuto la fortuna di respirarne sin da piccola.

Perché l’Italia? C’è ancora spazio qui per l’arte e soprattutto per donne artiste?

Lo spazio te lo crei. Sono 12 anni che vivo e lavoro in Italia. Sono arrivata qua per l’arte che appartiene a questa nazione.

Per quello che riguarda la donna artista è un argomento molto discusso, basta non farci troppo condizionare da quello che si dice.

Sei più una performer o un’artista pura?

Chi lo dice che un’artista performer non è un’artista pura? Io uso la performance come contorno o come un aggiunta ad un’’idea, ma non mi limito all’effimerità della performance.

Penso che serva per dare forma a un’idea, ma l’idea non si deve limitare solo alla performance.

Quale forma prediligi per le tue creazioni?

Io creo quello che sento e mi sento molto libera nel farlo.

Cerco di indagare su argomenti che m’interessano veramente nel momento del mio lavoro senza però soffermarmi per anni sulla stessa forma.

Infatti ho spaziato dal figurativo all’astratto, collage, fotografia, scultura, installazioni, performance e anche video.

Cosa fa cultura oggi?

Quasi niente… quello che si fa oggi nell’arte non è cultura, è più vicino a varie forme mediatiche o pubblicitarie.

L’artista fa operazioni troppo individuali e socialmente non esiste un contesto per radunare il lavoro degli artisti contemporanei in una tendenza.

Il lavoro individuale ha bisogno di decenni per diventare cultura e per ciò io non credo che l’arte contemporanea faccia cultura in questo momento.

Quali sono i tuoi riferimenti nell’arte?

La sincerità del pensiero e il lavoro libero senza condizionamenti imposti dal mercato.

Trovo obbligatoria una ricerca sul contenuto del lavoro che si intende fare e diffido dai lavori senza un approfondimento sensato.

Vivere, morire o risorgere?

Immedesimata nelle vesti della vampira direi ”vivere da vampiro”.

Buio e luce. Cosa preferisci?

Direi ”quella luce buia”.

Il silenzio cos’è per te?

Saper far rumore.

La frase che vorresti ti rappresentasse.

Ogni lavoro ha il suo motto, un solo termine lo trovo limitativo.

Il libro che ha accompagnato la mia mostra sul vampiraggio è pieno di frasi ricercate e ironiche sul mito del vampiro, ma come avevo detto il mio lavoro è in evoluzione e dal profano argomento vampiresco mi sto avviando verso un mondo poco esplorato in questo momento: IL SACRO.

Alex Pietrogiacomi

Precari all’erta! – On the road

Quando si pensa alla figura dello scrittore, che sia declinata al maschile o al femminile, viene quasi sempre in mente l’immagine di una persona solitaria, china sui propri fogli o sulla tastiera di un pc, che per concentrarsi e lavorare deve fare una vita appartata e solitaria. Probabilmente si tratta di un retaggio scolastico e culturale, che dipinge il lavoro della scrittura come una pratica associata a una certa postura del corpo. Invece non sempre è così, tant’è vero che il sottoscritto si ritrova spesso a scrivere all’in piedi (come può testimoniare l’amico Gianluca Liguori) e a sentire la necessità di uscire a fare due passi quando si blocca il rubinetto dell’ispirazione. Questo non significa che lo scrivere non vada rigorosamente disciplinato, ma semplicemente che non esiste realtà che non si ponga all’incrocio tra l’interno (l’immaginazione) e l’esterno (il sensibile).

Insomma, lo scrittore deve uscire per strada, ma non perché debba essere per forza ubriaco e maledetto come certi personaggi di Charles Bukowski o Jack Kerouac, bensì perché non deve mai perdere di vista ciò che gli accade intorno.

Deve raccogliere gli effetti delle proprie parole.

E’ con questo spirito che il collettivo Scrittori Precari si accinge a partire per il primo tour italiano, dopo le tante date fatte nel corso dell’ultimo anno all’interno delle mura capitoline.

Oggi, mentre leggerete, noi saremo in viaggio per Napoli, dove troveremo la Brigata Parthenope e la Libreria Ubik pronte ad accoglierci. Poi da martedì sarà la volta di tutte le altre date, di cui cercheremo di rendervi conto (connessioni ballerine a parte) con un diario giornaliero che scombussolerà per una settimana il normale andamento delle nostre rubriche.

Colgo perciò l’occasione per informarvi che da oggi potrete seguire tutte le vicende del precariato anche su un nuovo blog intitolato PrecarieMenti che darà spazio al cosiddetto “cognitariato precario (…) cioè la categoria dei lavoratori intellettuali sottopagati e senza tutele”. Si tratta di uno spazio con cui dialogheremo costantemente, che è nato per dare seguito al dibattito iniziato proprio qui alcune settimane fa, e che si propone di allargare ancora di più le maglie della rete per far passare il maggior numero possibile d’informazioni sull’argomento.

Come vedete lo spirito d’iniziativa non ci manca….

Simone Ghelli

Face to Face! – ‘Ala Al-Aswani

Dopo Palazzo Yacoubian ‘Ala Al-Aswani torna a parlare del mondo arabo, della sua cultura, dei suoi paradossi e dei sentimenti che animano un paese difficile e affascinante. Stavolta però cambia la scenografia, cambiano le strade e le voci sono quelle degli immigrati che popolano la piccola Egitto americana che è nata a Chicago. Città dell’università in cui si incrociano le strade dei protagonisti e titolo dell’ultimo libro di ‘Ala, incontrato in una splendida mattinata romana davanti a molte tazze di caffè.

Questo libro parla del “Mal d’Africa” in un certo modo?

Può essere un aspetto del romanzo anche se in realtà il libro apre a prospettive più ampie su quelle che sono le esperienze della sofferenza umana in generale. Aspetto che poi si riscontra in tutti i personaggi.

“La libertà ha un prezzo” viene detto in Chicago, qual è il prezzo che devono pagare i suoi personaggi e quale quello che dovrebbe pagare il suo paese?

Vorrei innanzitutto dire una cosa: io non mi ritengo responsabile di quello che dicono i miei personaggi nel libro, nel senso che io non esprimo una mia opinione per mezzo di loro e del mio romanzo. Personalmente posso trovarmi in pieno accordo o in pieno disaccordo con le loro opinioni, ma non sono le mie idee ad essere espresse per bocca loro.
Detto questo, mi trovo pienamente concorde con l’affermazione che fa il mio personaggio. Ovviamente questa non vale solo per gli egiziani o gli arabi, non è una problematica legata prettamente a loro ma a tutto il genere umano: tutti i popoli hanno dovuto pagare, nella storia, un prezzo per ottenere la propria libertà. Compreso l’Egitto che ha subito il colonialismo inglese per 90 anni e che ha pagato un altissimo prezzo di sangue per ottenere la sua indipendenza.

Chicago è una specie di atto di fede continuo: nella medicina, nello studio, nei ricordi, nella religione. Cos’è per te la fede?

Credo nei valori umani. Credo nell’essere umano e questo è prettamente correlato al discorso della letteratura perché tutte le cose di cui hai parlato si ritrovano nel romanzo in quanto io cerco di produrre la vita sulla carta nei miei libri.
Giangiacomo Feltrinelli pronunciò una frase molto bella, lui che, come ben sappiamo, è stato un comunista rivoluzionario e ha condotto una vita d’onore, disse “Io conosco soltanto due tipi di romanzo: il romanzo vivo e quello morto”. Ecco io sento questa frase molto vicina alle mie idee. Quando scrivo cerco di scrivere un romanzo vivo, che affronti ogni genere di problematica.

La tua è quindi una fede nella vita come flusso di ricordi, esperienze che si riversano nello scrivere?

Impariamo una cosa molto importante nella letteratura: possiamo essere tutti diversi ma condividiamo gli stessi valori, o meglio , stessi sentimenti, desideri e dolori e se diamo uno sguardo alla storia vediamo che ci sono state guerre e lotte tra popoli in nome di questo scibile umano. Ma tutte queste lotte, essenzialmente ci conducono a quella tra il lato umano e il lato non umano della vita. Per lato umano intendo dire la difesa di valori come la democrazia, la libertà d’uguaglianza contro il non umano della dittatura, del terrorismo, del potere. Credo nella vita e nella lotta per essa.

Pur mantenendo, chi più chi meno, la propria coscienza etnica, religiosa, i tuoi personaggi hanno una specie di incapacità all’integrazione con la nuova società che gli accoglie. A volte sembrano rassegnati ad uno status quo impostogli o auto imposto. Perché?

Innanzitutto ci tengo a dire che i miei personaggi non rappresentano modelli sociologici, sono quello che sono: creazioni letterarie. Questo è molto importante proprio perché, in quanto tali, sono frutto dell’ispirazione di uno scrittore e quindi non ci si può aspettare di trarre delle conclusioni dai loro comportamenti nel tessuto narrativo, mentre invece le conclusioni si possono giustamente trarre guardando i modelli sociologici.
In questo romanzo ho presentato figure di immigrati che non sono riusciti ad affrontare, ad adattarsi a questa nuova cultura che li accoglieva. Questo però non collima affatto con la mia esperienza perché conosco moltissimi immigrati che si sono integrati perfettamente.
Due dei miei personaggi vivono un conflitto molto forte tra quello che è il loro retaggio culturale e la loro tradizione con la nuova cultura nella quale si trovano inseriti. La formula dell’inserirsi mantenendo le proprie radici non è impossibile, ma loro non ci riescono.

Se ti chiedessero di scrivere un libro scegliendo uno dei tuoi personaggi quale sceglieresti e perché?

È una domanda molto difficile perché scegliendo un personaggio andrei ad escludere tutti gli altri e per me è impossibile perché questi personaggi nascono dall’esigenza di essere presentati, di essere introdotti nella storia. Nascono dalla stessa motivazione di essere raccontare e farsi raccontare, allora a questo punto se dovessi scrivere un libro su un solo personaggio non sceglierei tra quelli già vissuti ma lo creerei ex novo.

Una frase dice “Era stato come se avesse voluto seppellire la sua pena dentro di lei”. La donna è una grande protagonista in ‘Chicago’, un contenitore di emozioni proprie e altrui. Come viene visto il mondo femminile dai tuoi occhi?

La donna svolge un ruolo importante, anzi importantissimo, non solo nei miei romanzi ma nella mia vita naturalmente. Devo dire che io sono molto di parte per quanto riguarda le donne, perché le trovo delle creature incredibilmente creative, degli esseri umani incredibili. Come medico so che la vita “nasce” dall’uomo ma poi si “sviluppa” nella donna e questo è molto, molto significativo in quanto la donna ha un talento per tutte quelle che sono le comunicazioni nel mondo e con il mondo, una sensibilità decisamente superiore. Preferisco avere a che fare con le donne nella vita proprio per questo in quanto rarissime volte mi trovo ad avere difficoltà a comunicare cono loro e poi, quando scrivo, nel momento in cui mi trovo di fronte ad un personaggio femminile e al suo sviluppo, la scrittura diventa più fluida, probabilmente questo è dovuto all’energia dinamica che possiede la donna e che riesce a trasmettere.
Ritengo che la donna finora abbia ottenuto molto meno di quanto si meriti e non solo nel mondo arabo, ma ovunque. Dobbiamo arrivare al punto in cui la donna deve essere vista come la meravigliosa creatura che è senza distinzioni sessiste di nessuna specie.

Possiamo parlare di redenzione nel tuo libro?

Qualsiasi buon testo letterario e spero che questo lo sia, deve essere letto a livello stratificato quindi c’è anche questo desiderio però non ho un vero e proprio controllo sui miei personaggi dall’inizio alla fine del lavoro. Io li creo, li porto alla vita ma poi smetto di avere le redini e inizio a seguirli, a leggerli e portano a compimento la loro esperienza, la loro volontà, trovando o no la loro strada, la loro redenzione.

Sei quindi uno scrittore “grande fratello”.

(Ride) Sì e alcune volte sto simpatico ai miei personaggi mentre altre volte diventano molto aggressivi.

Cosa ci vuole per produrre vita sulla carta per te?

All’inizio ho scritto una novella e due raccolte di racconti e mi ci sono voluti dieci anni per scrivere il romanzo, che è la forma più complicata se vogliamo di narrativa e ho verificato i programmi che si seguono nei corsi di scrittura creativa, anche se non ho mai frequentati e ho scoperto che non esiste una formula precisa per scrivere. Ho tentato e fallito molte volte nell’arco di questi dieci anni perché spesso mi sentivo davanti ad un testo morto e per questo mi è piaciuta molto la frase di Giangiacomo Feltrinelli. In quei momenti mi fermavo per poi tornare a riprovare, ma è stato un processo lungo di tentativi e fallimenti.

Dopo aver messo la parola fine ai tuoi romanzi, cosa auguri ai tuoi personaggi?

È un’esperienza strana. Ho lavorato per due anni e mezzo tutti i giorni e alla fine avrei dovuto mettere tutto su cd per mandare in stampa ma per due settimane ho rimandato, procrastinavo. Ad un certo punto mi sono fermato per capirne il perché e ho individuato tre sentimenti: il primo un senso di grande orgoglio, il secondo una condivisione quotidiana della vita dei miei personaggi e ora la separazione imminente e alla fine mi sono sentito come al giorno delle nozze di una figlia, un giorno di gioia ma anche di lacrime perché sai che dovrà vivere la sua vita e le si deve augurare il meglio.
Ho provato queste sensazioni con ogni mio lavoro ma ne ho preso consapevolezza solo con quest’ultimo.

Detto tra noi, i tuoi personaggi si farebbero curare una carie da te?

Essere un dentista mi ha permesso di sviluppare grandi contatti umani e amicizie. Ho molto a cuore i miei pazienti e quello che mi raccontano quindi penso di sì.

Alex Pietrogiacomi

Comunicazione di servizio:

qui trovate i prossimi imminenti appuntamenti dal vivo con Scrittori precari

Precari all’erta! – Una terra promessa…

Vorrei fare alcune precisazioni riguardo alla mia iniziale provocazione sul tema “restare o partire?”. Si tratta di alcune riflessioni nate in seguito alla lettura dei tanti commenti alle varie note apparse su facebook, grazie alle quali il dibattito si è trasferito sull’inserto domenicale de Il Sole 24 ore prima e su Carmilla dopo.

Innanzitutto vorrei precisare che la mia intenzione di restare non è legata a un sentimento di patriottismo, ma si fonda sul presupposto che è a partire dal territorio su cui vivo quotidianamente (sul luogo di lavoro, per strada, negli spazi culturali più o meno ufficiali) che devo impegnarmi per migliorare le cose. È ovvio che mi ritrovi dunque a parlare del “sistema Italia”, e che mi debba confrontare con le logiche di quel sistema, altrimenti me ne sarei già andato e non mi porrei il problema in questi termini.

Una seconda precisazione, che mi sembrava già esplicita nei miei interventi: ritengo fuorviante metterla sul piano del coraggio. Non si tratta di una gara a chi è più eroe. Partire e restare sono due scelte opposte, eppure legate a uno stesso malessere, e questo è un valido motivo per ragionare senza porsi paletti o confini, magari creando una piattaforma comune dove poter confrontare le diverse esperienze. Precisato ciò, nelle guerre tra poveri siamo tutti un po’ eroi e un po’ fessi allo stesso tempo.

E qui veniamo al terzo punto, il più importante, quello di cui ho già parlato nel post precedente: cosa fare nella pratica? Una cosa che ho notato nei commenti, e che deriva dall’effetto “cascata” di internet (dove con facilità si possono spostare i confini di una discussione per allargarla all’infinito), è un malcontento diffuso, figlio forse dell’impossibilità di trovare delle cause ben definite della situazione attuale. Si parla naturalmente di responsabilità politiche (di destra e di sinistra), dei media, di una sorta di attitudine congenita degli italiani a lasciar fare, per non parlare di una serie di valori condivisi dalla maggioranza (ad esempio un certo maschilismo dilagante che l’ha fatta da padrone in quest’estate di “scandali rosa”) ma invisi a chi in questo dibattito è intervenuto. Questo per dire che prima del cosa fare, bisognerebbe forse chiedersi chi e quanti siamo, contarsi insomma.  La mia idea, col rischio di ripetermi, è che siamo in tanti ma sembriamo pochi, proprio perché parcellizzati in una serie di iniziative individuali che, se hanno il merito di dimostrare una forma di resistenza, corrono d’altro canto il rischio di rimanere isolate e di non offrire reali alternative. Alla resa dei conti siamo quindi una minoranza (o almeno è così che appariamo dinanzi all’opinione pubblica) ed è da questo presupposto che dovremmo partire.

La sinergia createsi in pochi giorni sul web è un esempio concreto di come possiamo muoverci, di come la rete possa scavalcare certe mediazioni tipiche di altri strumenti e offrirsi come possibile piattaforma di lavoro.

Proprio come dovrebbe accadere entro pochi giorni, con un nuovo blog dedicato al “precariato intellettuale” (scuola, università, editoria, etc), di cui ospiteremo un contributo.

E per concludere, vorrei prendere a prestito una frase estrapolata da un commento di Laura su Clobosfera, e che mi piacerebbe prendere come motto da tenere sempre a mente: “Non lavorate gratis per le università, lavorate gratis per la comunità, che vuol dire per voi stessi”.

Capito, cari i miei precari? Perciò state all’erta!

Simone Ghelli

Pronti per correre?

maratona letteraria

Anteprima capitolina

“Scrittori precari Reading tour 2009”

Maratona letteraria

Giovedì 17 settembre 2009

Associazione culturale Simposio

Via dei Latini 11/ang. via Ernici

San Lorenzo – Roma

Di seguito il programma:

ore 19

Gianluca Liguori

Antonio Romano

Girolamo Grammatico

Ilaria Mazzeo

ore 20

Simone Ghelli

Cristian Giodice

Dario Falconi

Peppe Fiore

ore 21

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Alex Pietrogiacomi

Roberto Mandracchia

Alessandro Hellmann

ore 22

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Luca Piccolino

Luca Moretti

Cristiano Armati

ore 23

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Andrea Coffami

Dario Morgante

Massimiliano Coccia

Chiusura musicale di Mad. Res. Klern