Let. In. 12

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3 – #4 – #5 – #6 – 7# – 8# – #9 – 10# – 11#)

BESTIARIO

Il gattolardo
di Tommaso di Palmarola

Questa è la storia di un grosso gatto grasso, detto gattolardo.
Nonostante la madre per la fretta lo fece cieco, il gatto amava andare al lardo e lasciarci lo zampino, questo fino a che qualcuno non disse “Gatto!” per metterlo nel sacco, ma questo a sentir “Gatto!” scappò via levato, sicuro che can che abbaia non morde. Si appoggiò al muro basso in attesa della notte che porta consiglio, e scoprì che nella notte tutti i gatti sono neri.
Quando il gatto non c’è i topi ballano, ma nel pollaio la gallina canta perché ha fatto l’uovo, e chi serba, serba al gatto e l’uovo è suo, a confermar la regola che il mattino ha l’oro in bocca. Leggi il resto dell’articolo

Let. In. 4

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3)

BEST-SELLERS

Pastelli di sabbia

Esordio narrativo di Sandro Ribacco, giovane imprenditore torinese che ci racconta la storia di un coprofago costruttore di treni e di sua moglie, e della sua relazione con un bambino demolitore di sogni. È la storia della fuga dal desiderio e della demolizione del sogno. Leggi il resto dell’articolo

Let. In. 3

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2)

BEST-SELLERS

Gli interessi in comune
di Vanni Santoni

Sandrone è un ragazzo solo, cerca l’amore ma ha un problema: si emoziona solo negli uffici del comune presso il quale lavora. In chat conosce la giovane Roberta, le dà appuntamento al bar dell’ufficio comunale. Tutto scorre per il meglio, ma una volta fuori l’edificio, Sandrone perde interesse per la ragazza. Ai successivi incontri la storia si ripete: Sandrone riesce a essere passionale solo all’interno dell’edificio comunale, tra corridoi sporchi, computer accesi e rumore di macchine fotocopiatrici. Ma una notte, in preda all’alcol, Roberta si confida con una sua vecchia amica che però la rassicura:
– Non è l’uomo giusto per te, devi dimenticarlo, dai retta a un’amica.
– Ma forse non gli piaccio?! Cos’ho che non va?
– Ma non è come pensi, tu gli interessi, ma gli interessi in comune.

Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami Leggi il resto dell’articolo

Let. In. 2

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(Intro e #1)

BEST-SELLERS

Oceano Mastercard
di Alessandro Straricco

Sei anche tu uno scrittore in crisi? Hai un vuoto d’ispirazione? Non riesci più a tirar fuori qualcosa che sia degno di esser letto mentre pubblico ed editore ti chiedono un capolavoro? Non disperare; l’ultimo romanzo a carattere autobiografico di Alessandro Straricco offre la giusta soluzione ai tuoi problemi.
Amico scrittore, non vale la pena rifugiarsi in paradisi artificiali da bohémiens ottocenteschi, non è più necessario spararsi overdose di oppio per accedere a visioni mistiche da cui trarre qualche spunto letterario, o alzare bandiera bianca e inseguire qualche squallido e consolatorio vizio minore. Tutto si può risolvere con poca fatica e un gran successo! Basta fare come il protagonista di Oceano Mastercard! Leggi il resto dell’articolo

La “Vera” Sindrome di Cenerentola

Questo breve saggio compare in risposta al precedente intervento di Antonio Romano.

Tutti noi conosciamo la favola di Cenerentola, la storia di una bellissima ragazza povera, non amata dalla sua matrigna, una ricca nobildonna con due figlie acide che, costretta a fare la serva, sogna l’arrivo del bel Principe Azzurro con il suo destriero bianco, che la riscatta da una vita di sacrifici e umiliazioni e la fa vivere per sempre felice e contenta. La psicologia comune definisce quindi la ricerca affannosa di un uomo bello, ricco e forte, delle ragazze d’oggi e di ieri, come Sindrome di Cenerentola. Una ragazza, per quanta istruzione, indipendenza materiale e spirituale possa avere, guardandosi in giro, in cerca di un uomo, un fidanzato, mossa dalla sua fisiologica tempesta ormonale, sarebbe invece guidata, secondo la moderna interpretazione della favola, da una patologia vera e propria. Potrebbe essere, anche se trovo questa relazione assai discutibile, ma non è questo di cui voglio argomentare.

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Almeno mi racconto

E’ uscito da pochi giorni “Almeno mi racconto” di Daniela Rindi (Edizioni Il Foglio, 2011), “una raccolta di racconti di fantasia, con sfondo autobiografico, editi (e non) in cartaceo su antologie collettive o su riviste web”.

Quello che segue è uno dei tanti racconti (tra i più brevi, per motivi di spazio) compresi in questo libro diviso tra “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e “Microstorie isteriche di uomini quasi sani”.

Bevitrice a giorni alterni

La giornata trascorre impegnata e piena di buoni propositi. Mi alzo tutte le mattine alle 6.30 e sveglio le bambine. Un cerchio alla testa mi strizza il cervello, secondo la qualità della sostanza alcolica ingurgitata la sera prima. Vino sopra i dieci euro, buona giornata, due litri d’acqua e torno come nuova. Sotto i dieci euro, terribile emicrania, non bastano tre litri e fatico a superare i sensi di colpa. Stentatamente mi avvicino ai loro letti e cerco di controllare la mia angoscia, cantando “ trallalero è lunedì!” In cuor mio maledico il lunedì. Le vesto, mi lavo, mentre mio marito dorme placidamente ignorandomi. Colazione, panini, merenda, pranzo. Commissioni nella mattinata, spesa, dottore, lavanderia, comune, banca. Ore 13.30 esce la piccola, la grande alle 14.00. Grande dispendio di mezz’ore, se non di ore che cerco di investire leggendo. Pranzo, meglio una pasta al pesto, sugo già pronto. Compiti… posso servirmi di un doposcuola, grazie naturalmente al marito che, oltre a dormire, lavora con diligenza. A Cesare quel che è di Cesare. Poi danza, o ginnastica, orari diversi e naturalmente, giornate diverse. Mi sento un taxi, utile e motivato, ma sempre un taxi. Gli unici commenti nell’abitacolo sono ingiurie e rivendicazioni. Ringrazio. Intanto sono puntuali alla lezione. Generalmente finisco col chiudere la saracinesca dell’ultimo discount. Torniamo a casa, cena, il marito distrutto e inutilizzabile sul divano. Ci tocca la solita minestra. Segnalare a questo punto, come il rintocco del big ben, l’ora della buona notte. Faticosamente si avviano ai letti. Sfamati gli orchi, messi a letto, non mi resta che sedermi sul divano. Non ho più fame, preferisco l’alcolico intossicante, per quanto sia una salutista convinta e abbia sulle spalle vent’anni di yoga. Non serve a un cazzo. Ogni sera, a giorni alterni, la bottiglia mi consacra a buona bevitrice, non ancora alcolista, solo perché mantengo il ritmo.

La bolla-mondo

Era una bella giornata di sole, così settimana scorsa ho deciso di andare al mare. Ho preparato la borsa con costume, asciugamano, acqua, panino, crema abbronzante e ombrellone. Sulla litoranea tanto traffico, qualcun altro oltre a me aveva avuto la stessa idea. Ho acceso la radio e atteso pazientemente lo scorrimento della fila. Finalmente il mare. Trovare parcheggio è stato impegnativo ma non impossibile. Finalmente la sabbia. Ho posato la sacca, fatto la buca per l’ombrellone, mi sono spogliata, steso l’asciugamano, messa la crema e mi sono sdraiata. Finalmente il sole sulla pelle. Un piacere squisito, un godere sottile.

Ad un certo punto ho sentito qualcosa che mi rimbalzava sulla coscia. Mi sono distratta dal tepore, guardato sull’asciugamano, niente, solo granelli di sabbia. Rimessa in sintonia col sole, dopo pochi istanti ho sentito nuovamente un colpetto sulla gamba. Mi sono rialzata faticosamente ma ho visto solo una piccola pallina trasparente. Me l’aveva tirata qualche bambino? Gettata via ho preso gli occhiali dalla borsa e mi sono ricoricata sul telo. Tac! Di nuovo quella cosa sulla coscia, cominciavo a scocciarmi. Mi sono rimessa seduta ma quella volta la pallina era più grande, come una di quelle da tennis. Mi sono guardata attorno, senza vedere però alcun bambino. Ho preso la pallina, mi sono incamminata fino alla riva e l’ho lanciata in mare. Tornando ho preso la bottiglietta dalla sacca e bevuto un goccio d’acqua alla frescura del mio ombrellone.

Mentre stavo rimettendo la bottiglia a posto ho sentito un colpo forte al braccio. Quella pallina da tennis era diventata un pallone da calcio, sempre completamente trasparente. A quel punto ho urlato: «Adesso basta però con questi scherzi!» e ho tirato un calcio forte al pallone facendolo sparire dietro alle cabine. Mi sono rimessa al sole, quando sulla pancia mi è caduta una palla grande come una ruota di camion, sempre trasparente. L’ho osservata con un po’ più di attenzione tenendola tra le mani, quando questa è schizzata via volando come colpita da un forte colpo di vento. Senza scompormi più di tanto mi sono calata gli occhiali sugli occhi e rimessa al sole. Dopo un po’ ho cominciato a sentire un solletico sul dorso dei piedi e spaventata mi sono alzata di scatto. Davanti a me c’era una palla enorme, alta come un essere umano. Ho cacciato un urlo indietreggiando. La palla, che a quel punto sembrava un’enorme bolla mi si è avvicinata, io ho arretrato ancora, lei si è avvicinata nuovamente, io mi sono diretta all’ombrellone, lei mi ha seguito. Ho cominciato a correre verso la riva, lei sempre dietro, sono scappata a ridosso delle cabine ma la bolla non mi perdeva di vista. Dopo una decina di minuti di inseguimento, unito a sano terrore, ho capito che stava giocando a moscacieca. Mi sono diretta all’asciugamano aspettando un suo inseguimento, quando improvvisamente l’ho vista rimanere immobile. Cosa le era successo? Stanca di giocare? Sono tornata indietro e ho provato a toccarla, lei si è scansata. Ho provato a riavvicinarmi, ma lei è scappata di nuovo via. Ho iniziato ad inseguirla ma lei nulla, non si faceva prendere. Ad un certo punto mi sono fermata esausta e col fiatone. Anche lei s’è fermata. Allora mi sono accostata piano piano, quella volta non vedendola fuggire. Arrivata vicino, con un movimento lento ho poggiato sulla sfera il palmo della mia mano…

Lei era tiepida, emanava un leggero calore, piacevole, come prima i raggi del sole sulla pelle. Non sembrava né di plastica, né di gomma, non riuscivo a capire di quale materiale fosse composta. Non era né morbida, né dura. Era come la volevo vedere e sentire sotto i miei polpastrelli. L’ho accarezzata a lungo cercando di capire se avesse delle giunture, oppure delle aperture, nulla. L’ho rotolata per qualche metro, era mansueta sotto le mie mani, si faceva fare tutto senza ribellarsi. La percepivo come se fosse viva. Stava entrando in rapporto con me, mi stava accogliendo. Provai una strana sensazione, come se tutto ciò non mi fosse per nulla estraneo. Sentii una forte attrazione. Ad un certo punto ho notato che sotto aveva una piccola rientranza che mi era sfuggita, l’ho osservata attentamente, sembrava una maniglia. Provai a forzarla un po’ e si aprì. Non potevo resistere, ero attratta dal suo interno che sprigionava una sensazione di quiete e sono entrata. Dentro era bellissimo, galleggiavo nella bolla come se ci fosse dell’acqua, acqua vitale, rigenerante, calma. Poi riprendendomi dallo shock e dall’incredulità ho provato ad uscire, ma la maniglia era sparita. Toccai dall’interno ogni punto della bolla ma nulla, non c’era più una via d’uscita, ho cominciato ad urlare, volevo andare fuori, non rimanere imprigionata per sempre, ho continuato per ore, ho pianto, mi sono disperata, ma lei non mi apriva più nessun varco. Esausta mi sono accasciata sul fondo, mi sono sdraiata su un fianco avvicinando le ginocchia al viso, ho abbracciato le mie gambe e mi sono addormentata.

Ancora adesso sono al suo interno, sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no, non ci torno più. Finalmente la pace.

Daniela Rindi