Fa un freddo abominevole

Fa un freddo abominevole.
Persino la leggera striscia di urina lasciata da Toni il Barbone lungo quella crepa del muro, vicino a uno dei vecchi tubi, è diventata solida. Un pezzo di ghiaccio ocra illuminato dalla luce debole di questo sole che non scalda.

Mi chiedo sempre come cazzo faccia Toni a pisciare all’aperto con queste temperature, tirarselo fuori a dieci gradi sotto zero. Non ha paura che gli diventi solido come quella strisciolina sul muro, e gli si spezzi in due, come capita ai surgelati nel freezer? Bah… Leggi il resto dell’articolo

Il diavolo innamorato

Il diavolo innamorato (Manni, 2011)

di Jacques Cazotte (a cura di Isabella Mattazzi)

Il diavolo innamorato è un piccolo gioiello della letteratura francese di fine settecento, che torna in una nuova veste magistralmente curata da Isabella Mattazzi, un romanzo/novella/ “piquante bagatelle” che ha avuto diverse fortune e avverse letture critiche nel corso del tempo.

Definito per troppo tempo un’opera nera, che racchiude in sé conoscenze cabalistiche, negromantiche, aveva perso nel corso del tempo anche la sua leggerezza, il suo tono scherzoso e deliziosamente irriverente, la sua capacità sospensoria della realtà in una commistione tra meraviglia e realtà.

Le sue alterne vicende vengono spiegate, puntualmente e senza troppa pedanteria, nell’introduzione della curatrice, che prende per mano il lettore e lo aiuta ad attraversare la pinacoteca delle versioni del libro e della vita del suo autore Jacques Cazotte.

Una storia che comincia con il desiderio e molto probabilmente si consuma in esso, in un continuo scambio di corpi di questo sentimento capace di fratturare ogni tipo di umanità, razionalità e fantasticheria.

Alvaro è un soldato spagnolo al servizio delle guardie del re di Napoli, un giovane spavaldo, coraggioso e decisamente avventato, che dopo una serata di chiacchiere e vino si ritrova a continuare il discorso iniziato con i suoi compagni con l’anziano soldato Soberano.

Dopo qualche scambio di battute, quest’ultimo dà dimostrazione della veridicità delle sue parole evocando uno spiritello al suo servizio e dando inizio alla scoperta del giovane Alvaro.

Ma il soldato spagnolo non sa contenersi, non può sopportare la pragmatica attesa che richiede l’apprensione delle antiche arti e chiede (essendo desiderio puro) di avere tutto e subito, lanciandosi in una piccola sfida che lo avrebbe visto protagonista di una sonora tirata d’orecchie al Diavolo.

Soberano a quel punto organizza il rituale e lo lascia da solo alle prese con quello con cui un novizio non dovrebbe avere a che fare.

Il demone evocato, si lascia però, da subito, sottomettere e si mette al servizio del nobiluomo iberico. Comincia così la storia di Biondetta, demone, essere fantastico che non smette di desiderare di compiacere il suo essere umano, in un continuo darsi al desiderio proprio e del suo freddo padrone.

Ma la storia prende una piega imprevista e si scopre la vera natura di Biondetta e dei sentimenti che sono in gioco…

Alex Pietrogiacomi

Il pentimento

È giusto che Faust vada all’Inferno? Per Goethe no, per Spies sì (di Mann e di tutti gli altri ce ne fottiamo allegramente). Probabilmente, per Goethe, Faust non merita del tutto l’Inferno perché vive nel Romanticismo (se non altro la fine delle opere è di quel periodo) e perché in Faust, essenzialmente, vede se stesso. Ha, dunque, tutto un altro approccio rispetto a Spies nei confronti di Faust. Lo stampatore Johann Spies, invece, quando racconta del pervertimento di Faust, è molto meno clemente.

Ma chi era Faust? Parlare di Faust è come parlare di più uomini insieme. È come parlare di Don Giovanni, immortale, e di Casanova, mortale. È come parlare dei bagordi di Mozart e delle infinite avventure di De Sade. Faust inganna la vita e la morte. Si ciba con avidità della vita pur essendo per “tre quarti” morto.

Faust è un mostro, nel senso etimologico delle parole. È monstrum perché la sua genialità lo mette in mostra coi suoi contemporanei, ma lo è pure perché fra i suoi contemporanei si distingue per i benefici che trae dal patto col diavolo: Faust cerca, nei suoi studi, la verità su ciò che lo circonda ed è proprio per questa passione che vende al diavolo la propria anima. È un interessante incrocio fra l’ateismo intellettuale (ateismo indotto dall’intelletto, ateismo nel senso di “ripudio” delle divinità) dell’Illuminismo e la scientificizzazione della magia, da lui trasformata in metodo di conoscenza, che è tipica del misticismo dello Sturm und Drung ottocentesco. Faust, oltre che per le ragioni già esposte, rappresenta un paradosso anche per le componenti che dimostra di avere. Oltre a essere Illuminista e Romantico, è anche per buona parte epicureo (dimostra di credere alla morte nella sua totalità e al rimedio “ateo” da porre all’infelicità umana); per il suo anelito di unicità, che potrebbe sembrare vero e proprio egoismo, è assimilabile a Stirner, che come Faust pone al primo posto (prima ancora dell’anima) l’uomo; per il suo desiderio di sapienza cade nella iniquità e si lega al demonio, diventa un mostro anche in questa eccezione e preferisce la verità alla giustizia (come Carneade traccia un solco fra verità e giustizia); precorre Frankenstein utilizzando la propria scienza per sottomettere le leggi della natura ai propri progetti; conosce la teologia e, malgrado questo, commette l’eresia (similarmente a Lutero: interessante sapere che Spies era luterano osservante e praticante); Faust è pure foscoliano per la sua incapacità di fermarsi nei propri confini; e, infine, Faust, il monstrum che si mostra, e dunque diviene verità rivelata, rappresenta l’epifania dell’intelletto che comprende la necessità di vivere pienamente l’esistenza in quanto successione di momenti circoscritti nel tempo ed esterni unicamente nello spazio (fenomenici e non noumenici).

E questo dato ci porta a un più profondo grado di comprensione del personaggio di Faust. Egli, astraendosi dalla propria condizione di “creatura letteraria”, fa letture proprie non riportate nelle storie che lo riguardano. Legge Amenemope e interiorizza i suoi “ammaestramenti”, specialmente quello sull’uomo prudente che è come un albero rigoglioso che fruttifica e cresce nel giardino, ma che poi muore nel giardino. Faust preferisce non fruttificare e mettere al bando la prudenza pur di non morire “nel giardino”. Preferisce fare come il sacerdote piromane Erostrato, che per non essere dimenticato appiccò il fuoco al Partenone nel 356. E ancora oggi il suo nome significa piromane e lo ricordiamo, mentre pochissimi sanno che fu Chersifrone a edificarlo quasi del tutto in onore di Artemide su ordine di Alessandro Magno. Faust preferisce essere ricordato nell’infamia che non essere ricordato (Erostrato significa anche infamia).

E alla fine, Faust conosce – come ogni intellettuale – la vanità delle convenzioni. Ha letto Freud e sa che «Il numero degli uomini che accettano la civiltà da ipocriti è infinitamente superiore a quello degli uomini veramente civili», come il viennese scrive nel suo saggio sulla guerra. Ma lui non è uno di questi ipocriti. Solgenitzin, in Arcipelago Gulag, retoricamente si chiedeva: «il nostro mondo non è forse una cella di morituri?». Già lo avevano assodato gli stoici questo. Faust sa che è così. E sa che «L’astronomia è nata dalla superstizione; l’eloquenza dall’ambizione, dall’odio, dalla cortigianeria, dalla menzogna; la geometria dall’avarizia, la fisica da una vana curiosità; tutte e la morale stessa, dall’orgoglio umano» perché conosce i Discorsi di Rousseau.

Per Faust la vita è questo. Solo dolore e possibilità di conoscenza. E, dunque, ritiene sia meglio mitigare il dolore della morte coi libri. Ma, ora ci domandiamo, perché, alla fine, malgrado tutto, Faust (in Goethe) si pente? Perché questo personaggio, che è troppo autonomo e intelligente per essere manovrato da Goethe, decide d’invocare Dio e di pentirsi? Cosa gli fa cambiare idea? Per capirlo ci sarà utile un film: Totò al Giro d’Italia. Il diavolo, che in cambio dell’anima gli promette la vittoria al Giro d’Italia, dopo che Totò firma col sangue il contratto, specifica che gli toglierà l’anima – e quindi lo farà morire – non appena sarà finito il Giro d’Italia, per evitare pentimenti estemporanei alla Faust in punto di morte, dopo aver largamente usufruito del patto durante la vita. Totò, allora, preferisce perdere e non morire. Non gli interessa dell’anima: lui, semplicemente, non vuol morire subito dopo aver vinto il Giro. Magari, se fosse vissuto altri 50 anni, avrebbe accettato, ma l’idea di avere le ore contate gli fa fare subito marcia indietro.

Il punto in comune con Faust è evidente: al sopraggiungere della morte, entrambi preferiscono voltare le spalle al diavolo. Perché?

Perché in vita lo accettano e in morte no?

Paura della dannazione eterna, verrebbe da rispondere d’istinto. Eppure, se ci si pensa meglio, c’è anche un altro motivo che sembra perfettamente plausibile.

E se invece di considerare la faccenda dal punto di vista del tempo, la vedessimo dal punto di vista dello spazio?

Dando retta a Dio non ci si gode la vita, mentre col Diavolo non ci si gode l’Aldilà. Allora è bene fare come ha fatto il Faust di Goethe. Bisogna rassegnarsi all’idea che la vita è del Diavolo e la morte di Dio.

 

Antonio Romano

Resti

Il diavolo telefonò alle tre e diciassette del mattino,

ma non avevo niente da dirgli,

così riattaccai.

Fuori pioveva, come da contratto.

Travestita di buio, nella camera da letto,

la mia ragazza urla “NO!”, nel sonno.

È spaventata, ma non si sveglia.

Fuori pioveva, come da contratto.

E nessun nano canterino a tenderci la mano,

né principi esiliati a farci compagnia.

Nessuno sguattero di stato, scrivani abbronzati, casalinghe appagate, risparmiatori fidelizzati,

nessun cerchio tracciato nella polvere, amorevolmente costruito intorno a noi,

a proteggerci dal terrore di una scelta previdenziale fatta male.

Niente batteri nascosti nel cesso, né merendine tumorali energizzanti in offerta.

Nessuna frana e nessun collasso sistemico dell’economia mondiale.

Niente terremoti, niente emergenze, niente collette para statali a fin di male.

Niente scuola, niente informazione, niente lavoro. Niente soldi.

Niente musica.

Niente sigarette.

Niente vino.

Niente sorrisi felici macchiati di fluoro.

A parte tutto:

niente.

Fuori pioveva, come da contratto.

Così niente,

a parte la merda di cane sui marciapiedi,

le scuse da inventarsi,

le ascelle da lavare,

i peperoni muffiti da buttare,

le cicche da riutilizzare,

le parole da cercare,

il cesso da lavare,

il lavoro da cambiare,

i conti da pagare,

il gas da respirare,

la fortuna da grattare,

il pusher da chiamare,

la macchina da aggiustare,

e una intera vita da spiegare.

Il diavolo telefonò alle tre e diciassette del mattino,

ma non avevo niente da dirgli,

così riattaccai.

Ma adesso,

dopo un paio di litri di caffè arabico,

pochi grammi d’erba ben dosata,

e qualche boccia di nero d’ Avola a temperatura ambiente,

adesso spero che il diavolo richiami.

E quando lo farà dirò semplicemente:

hai preso tu il mio accendino?

Perché è questo quello che resta alla mia generazione.

Gianni Cusumano

L’ultima notte di Cagliostro

L’ultima volta che gli servii la cena fu la sera del 25 agosto. Chiusi la porta e lo trovai intento, come altre volte, a dipingere la parete. Per pennello usava un cucchiaio alla cui estremità aveva posto la lana del materasso che intingeva in acqua sporca di ruggine. Stava iniziando un ritratto. Con movimento sicuro tracciò il cerchio di una pupilla. Poggiai il vassoio e credo gli chiesi se cercasse compagnia in quel volto. Lui fece un gesto, lo ricordo bene perché mi colpì, si avvicinò alla parete che stava disegnando e la carezzò, come fosse una guancia.

Mi guardò e per la prima volta mi rivolse la parola, mi chiese se avessi, invece, io voglia di fargli compagnia.

Non saprei dire se m’impietosì o ipnotizzò. Il suo sguardo non era normale, ma pesante e fisso su di me. Temevo riuscisse a leggermi dentro, mi lasciai cadere sul bordo del letto.

Spezzò il pane e assicurò nelle mie mani la metà. Nei suoi gesti, nelle sue movenze non riconoscevo più quell’uomo che tutti dicevano diavolo, non ravvedevo la potenza, la cattiveria della persona entrata quattro anni prima nella fortezza inespugnabile, nell’isolamento più totale, fuori dal mondo; come me, il suo carceriere.

Mi chiese se avessi famiglia o una donna da cui tornare. Feci segno di No. Pensai che ero l’unico amico del diavolo, condannati entrambi al carcere a vita.

Non rammento le parole precise, ma parlò della felicità, diceva risiedesse nella capacità di volere quel che si ha. Eravamo dunque felici?

Non gli importava neanche della libertà, un valore, secondo lui, sopravvalutato che i potenti erano pronti a difender con sangue vergine; la ricchezza, poi, quella era solo un abbaglio creato per celare la verità. L’ascoltavo non perdendolo mai di vista e nel mentre mi ripetevo che se quell’uomo potente era mio amico, allora forse potevo essere potente anch’io.

Camminava lentamente dalla finestra al letto, con soli quattro passi percorreva l’intero perimetro della cella. Per molti era stato solo un truffatore, per altri un alchimista ed ancora: filosofo, matematico, astronomo, teologo, taumaturgo, linguista, orafo, musicista, massone e addirittura mago.

“Sa quante vite ho avuto?”, chiese nascondendosi il viso tra le esili mani. Non risposi, strappai con i denti un pezzo di pane e aspettai che proseguisse.

“Non mi dico innocente, ma la mia unica colpa si chiama amore, un amore malato come tutti gli amori” bevve un sorso d’acqua e riprese il racconto “La conobbi che non aveva quindici anni, era bellissima. Da quando fu mia, non smisi mai di ringraziare il cielo e mai di tremare per il timore di non meritarla. Volevo essere sicuro che fosse mia e solo mia perché lo meritavo e non solo per la sua giovane età. Fu così che la spinsi nelle braccia d’altri uomini, solo per riempirmi il cuore vedendola tornare da me”, il diavolo s’interruppe, forse anche lui aveva bisogno di coraggio per ricordare, per proseguire la sua storia. “Le presentai un russo, nelle passeggiate e nelle sue lussuose stanze conobbe ricchezza e nobiltà, ma lei tornò ancora da me. Il mio amore era una leva pronta a sollevare il mondo. Il secondo fu un avvocato francese, nelle sue carezze trovò l’onestà, ma chiese di tornare con me. Finalmente capivo ogni cosa. Il nostro amore era allora pronto, pronto per essere professato a tutti, cantato in ogni parte del mondo”.

Il diavolo si alzò dalla rete e mi fece strada tra quelle poche mattonelle accompagnandomi fuori dalla sua cella, poi proseguì: “Venne la volta del famoso Casanova, lasciai sola con lui la mia sposa, tra le sue lenzuola trovò l’avventura e la leggenda e ancora in lacrime tornò. Le giurai che sarebbe stata l’ultima volta, ma non fu così. Un giorno, però, mi convinse a tornare a Roma e scappò. Il resto è noto: mi denunciò, dovette pensare che l’unico modo per fuggirmi fosse mettere mura e ferro tra noi”.

Coprendosi il volto con le mani, chiese di essere lasciato solo. Chiusi la porta augurandogli una notte serena, lui raccolse il pennello e con un cenno del mento annuì.

Il mattino seguente, poco prima di mezzogiorno entrai nella cella, mi sembrò ancora addormentato, provai a svegliarlo, ma il suo cuore aveva cessato di battere. Tra le dita stringeva ancora il suo cucchiaio. Sulla parete, il volto di una donna ci sorrideva. Lei era tornata ancora una volta.

Giuseppe Balsamo alias il Conte di Cagliostro fu sepolto fuori da luogo sacro sul monte della fortezza di San Leo il 28 Agosto 1795.

Massimiliano Di Mino