Il barista di Malagrotta *

Malagrotta regno animale, Malagrotta regno di zanzare, di topi e di gabbiani, di esseri umani. Malagrotta Via degli oleodotti e Via degli idrocarburi, Malagrotta Bosco di Massimina, Malagrotta Testa di Cane, Malagrotta gassificatore, Malagrotta pecore e vacche, Malagrotta raffineria, Malagrotta Ponte Galeria, Boccea. Malagrotta 1 e Malagrotta 2, Malagrotta lavoro, malattia. Malagrotta gola, sapore, odore, un uomo che guida e intanto si distrae, osserva chilometri di recinti, le palme appena piantate sulle colline, un pastore slavo ai piedi di un noce, una prostituta con minigonna di lamé, le cosce nude e tozze, le scarpe di vernice che toccano l’asfalto e fanno un ritmo quando il traffico è fermo per il semaforo provvisorio dei lavori in corso.

Poi scatta il verde e i rumori sono altri, più solidi scarti di ridotte dei camion all’ingresso della discarica di Roma e macchine cavacantiere inerpicate sui tornanti.
Dalla Portuense, via rurale, tra campi di erba medica di cardi, tra casali in via di ristrutturazione – e in mezzo Corviale – si arriva alla strada che costeggia la Cittadella, la chiamano proprio così, definizione ufficiale. Archi di acqua bianca si innalzano sulla distesa di fiori grassi, gialli, da un lato, dall’altra la palizzata e poggi glabri, appena toccati da una barba verdastra. In mezzo le architetture di tubi colorati e minareti fiammanti, di capannoni e balle impilate.

A due cose si fa caso, due elementi di solito tralasciati. Primo, l’odore. L’olfatto nella città civile è un senso occasionale, ha il valore di una memoria o di un’epifania, poiché non ha profumo il progresso se non una sottile consistenza di fumo, che è la normalità dell’aria. Campioncini di colonia, cassonetti, sesso, vapori di ristoranti, barboni questuanti in un vagone affollato della metro. Nulla di stabile. Non ci sono pollai o concerie, non ci sono carbonai, né macelli a vista. Qui invece il rapporto con l’olfatto coinvolge il corpo intero, un gas che irrita le parti molli – gli occhi, la lingua – a cui ci si abitua con lentezza ed è sempre un piacere liberarsene. Sterco, ammoniaca, carne, benzina, detersivo, frutta, subito tutto. Poi una presa acidula complessiva, un sapore nella deglutizione.

Il secondo è il vento, che non è questione per metropoli e le cui specie sono ormai assorbite dal genere: non molti ma uno, non un vento ma il vento. Invece qui è diverso. Anzitutto perché a questa zona, e in particolare alla barriera di Corviale, viene attribuita la responsabilità dell’estinzione di quel soffio di frescura che illanguidiva Roma nel rosso tramonto d’estate: il ponentino che ebbe già glorie barocche e papaline, umbertine e neorealiste e che non esiste più. O meglio, batte sul chilometro di cemento armato, arriva che è una volontà, colpisce il palazzo ed è appena una conseguenza di scontri tra nuvole lontane, tra l’agro e il mare. E poi perché al peso di salsedine da Fiumicino, si contrappone il passo artificiale di uno zefiro ammorbato: discarica, smaltimento. Malagrotta vento. E lo sanno nei quartieri e nelle borgate, lo sanno a Casal Lumbroso e lo sanno fino a Ottavia, lo sanno a Casalotti e a Castel di Guido, a chi tocca respirare un male collettivo, un rischio, un mistero che pure ha un nome ed è proprio questo qua.

Attorno al perimetro della discarica, appresso alla fugace orografia di questa valle, si cerca il punto esatto in cui dominarla tutta, ma questo punto non esiste. C’è sempre un cumulo di troppo o un gomito di curva che impedisce una visuale completa. Allora si prova ad entrare, ma è vietato. Per richiedere un permesso si fa una telefonata, poi un’altra, poi un’altra ancora, poi si deve spedire un fax, poi si deve richiamare per verificare che il fax sia arrivato, ma è arrivato a un ufficio diverso di quello con cui si era parlato e allora occorre un altro numero, un’altra telefonata, il fax è arrivato, ma è in attesa di essere vagliato dal responsabile, che però non è in città. Alla fine il permesso non viene negato, ma neppure concesso.

Dunque non si può che stazionare sotto i piloni del grande cartello verde e bianco, Discarica, sbirciare le ruspe e i trattori, i cassoni ingombri dei camion, su cui troneggia il logo bianco di una casa costruttrice che ha fatto nuova ragione sociale del proprio merchandising. CAT è l’unico dato certo, in mezzo ad altre piccole certezze, bottiglie di Coca Cola e di acqua Lete, confezioni di Carefree di Pampers di Lines, buste Carrefour, Conad, Gs, Sma, Pim, Pam, Pewex, gli unici segni decrittabili da questa distanza. Potenza di colori aziendali e logotipi che luccicano nell’argenteo bagliore del nylon, riconosciuti senza nemmeno essere visti. Si tratta per lo più di involucri, di spoglie; del rifiuto solido della definizione non c’è nulla, se non una pappa, una colla senza colore che gonfia i rimorchi e le pale delle ruspe, nulla di sicuro in questa coatta miopia. I camion percorrono lo sterrato senza fatica, in ripida salita, poi spariscono sul pendio pronti al cratere, invisibile ovunque.

Si direbbe per celia, si direbbe che stare lì a guardare è solo un esercizio voyeuristico, la serratura di un cesso pubblico, la luce accesa in una stanza, dietro tende ricamate alla finestra di fronte. Si direbbe che il catino accogliente di packaging e sostanza informe sia la sede di un segreto, un club per scambisti, il ministero di un rito per iniziati. La puzza è un indizio, un citofono anonimo e dentro che cosa, se intorno solo veli di terra su montarozzi, solo monumenti alla memoria di un vizio, dossi, buche tappate da teli di plastica e pannelli solari, colline beige e sterpi senza radici, divieti. Solo animali spia, solo strepiti di gabbiani, a migliaia, resi volgari dalla ressa e dalla competizione. Vuol dire che lì sotto, celato alla vista, c’è nutrimento, c’è vita, c’è consumo. Gabbiani rapaci e obesi, senza grazia, topi in lotta con altri roditori, pasciuti in questa terra. Ai marchi di bottigliette e sporte ecco contrapposto l’emblema della discarica, il marchio di Malagrotta. Come fosse un villaggio turistico, un ristorante balneare, una pensione a due stelle, un night. I gabbiani. Non esiste altra firma che questa per un posto del genere, nessun altro stimolo al pensiero laterale, nessun altro plausibile luogo comune: se non questi uccelli cibati dal fermento, dalla decomposizione. Poesia d’accatto, immondizia, mare.
Su ciò che non è visto si fantastica e si ipotizza, si costruiscono dogmi di fede. Così è il cratere. L’unico fatto certo è che si fa del tutto affinché nessuno tocchi l’elemento principale della discarica, perché nessuno si avvicini al fatto più spiacevole, l’immondizia, la cui natura collettanea e complessa impedisce un’efficace visualizzazione simbolica; non è un’idea semplice, dunque è facile da contraddire, dunque non c’è.
Assomiglia alla violenza, tacitata dai proclami, categoricamente espulsa dalle rivendicazioni, la si direbbe perfino estranea a chi la produce e a chi la pratica. Eppure c’è, è da qualche parte, in un altrove fisico ma pur sempre negato. In una discarica.

All’angolo della strada due giovani uomini si affrontano con mazza e cric per uno stop non rispettato, il traffico avanza; tra le mura di casa si consuma la violenza silenziosa, nel palazzo risuona la voce dei tg; un manovale si ferisce con un frullino, sanguina, magari lo scaricano ai bordi di una strada e intanto il cantiere prosegue i suoi lavori. La guerra. La guerra non fa male.

Ed è così per la morte, di cui si parla con difficoltà e per questo fa sempre più paura. È così per il dolore rappreso nella chance di una perenne anestesia.
Perciò quando in casa approda la minaccia di una bomba, la frustata di una cinghia, un lutto, un brutto male, l’impressione è sempre quella di un’ingiustizia senza cause né prodromi, di una realtà che le idee avrebbero dovuto plasmare e che invece hanno soltanto rabbonito. E per accorgersene deve essere proprio casa nostra, perché non basta la iattura del vicino a terrorizzarci; devono ondeggiare i lampadari, tremare le credenze, spalancarsi le finestre. Servisse almeno a guadagnare ottimismo, a campare felici. Invece è il contrario. Se la paura non è in un punto preciso allora è ovunque, la minaccia è costante, è nel prossimo. Tutto il mondo è appena fuori dalla porta, egualmente lontano.

Che i roghi di immondizia producano diossina in Campania o a Nuova Delhi è la stessa cosa. Che Malagrotta puzzi, che Malagrotta, tra le più grandi discariche d’Europa – forse – ammali, non è un problema italiano e non è un problema romano, e non è un problema di tutta Roma Sud. È un problema esclusivo delle zone limitrofe, dei comitati di quartiere che da vent’anni manifestano e picchettano, degli abitanti che stendono panni e allevano bimbi. Del barista oltre il recinto. Che dice «Tutti i giorni è normale. Arrivo presto, lavoro, faccio i caffè e i cappuccini. Ogni tanto entra qualcuno che conosco e penso: ora mi dice che si è ammalato. Va bene, capita. Poi metti che succede a un altro, a un altro ancora, tutte persone della zona, tutta gente che abita qui da anni. E poi se tocca a me? Non è ancora successo, ma chi me lo dice che non capiterà? Chi lo sa che cosa ci siamo respirati, cosa ci respiriamo?»
Continua a stare lì, ad alzarsi presto, a scaldare tazzine tra i cicalecci del videopoker, a mettere da parte qualche soldo per comprare il motorino al figlio o andarsene a Ferragosto al mare. Lui che si affaccia sui reticoli impigliati di strappi di plastica e cartacce, vive nell’angoscia. Tutti gli altri, nel rifiuto.

Forse può rassicurare la scritta sul cartello appena fuori dalla vicina raffineria. “Salute, Sicurezza, Ambiente. Le nostre priorità”. Forse la prossima – più volte rimandata – apertura di Malagrotta 2, del termogassificatore. Ma dicono che sarà ancora più nocivo. Di sicuro l’immondizia, compattata in balle, sarà espulsa in un fil di fumo. Di sicuro si vedrà ancor meno. Non ci si nutriranno i gabbiani. Sparirà.

Yari Selvetella

*[Precedentemente pubblicato su Nazione Indiana]

Trilogia sull’operaio – Misericordia

L’ambiente, intorno a me, era illuminato appena. Questo faceva sembrare tutto un poco più cupo e misterioso.

Il mio lavoro era semplice.

Si trattava di sgomberare l’intero sotterraneo di un palazzo.

I sei livelli sopra di me erano uffici di una banca.

Per decenni quel sotterraneo era rimasto in disuso, utilizzato solo come magazzino per qualche vecchio mobile, materiale di scarto derivato dalla costruzione dell’edificio stesso e ciarpame vario.

Ma con l’arrivo di un nuovo direttore, si era deciso ad un ampliamento di organico e alla conseguente ristrutturazione di quel gigantesco ambiente da adibire a nuovi uffici.

Queste cose me le aveva spiegate Ennio.

Ennio era il capo.

Un uomo di mezza età che aveva chiamato una decina di disperati per quel lavoro faticoso e mal retribuito.

Stette a guardarci per un paio d’ore.

Quando fu sicuro di aver trovato gli uomini giusti si assentò, ritornando poi a sprazzi per impartire qualche ordine ad ognuno.

Era abbastanza grasso ed unto per fare schifo.

Anche se in realtà non conosceva nessuno di noi si permetteva di mandarci a fanculo e fare battute di bassa lega.

La fede d’oro, che portava sull’anulare sinistro, dimostrava che era sposato ed ipotizzava che quell’uomo fosse stato in grado di riprodursi.

Il sotterraneo era un luogo malsano.

Non c’era pavimentazione ma uno strato spesso di polvere rossastra. Materiale di scarto edile, appunto. Una polvere fine che si sollevava ad ogni passo.

Avevo già fatto lavori del genere in momenti come quello. Cioè quando ero a corto di soldi.

Proprio per via della mia esperienza, avevo pensato bene di portare con me una maschera antigas che avevo avuto in dotazione da un capo molto più affabile di Ennio, una volta che avevo fatto un lavoro simile.

La mia maschera antigas era un attrezzo di gomma e plastica con due filtri sulla parte anteriore che depuravano l’aria che respiravo fermando i vapori e le polveri nocive e dando alla respirazione il rumore sibilante di un soffio costante. Sulle mani avevo dei guanti pesanti di cuoio ma il resto del mio corpo non era protetto e alla pelle tesa e sudata delle mie braccia, si attaccava sporcizia volatile dal colore scuro.

Un paio di altri operai italiani avevano portato con loro delle maschere. Un altro aveva legato un fazzoletto alla la faccia illudendosi così di salvarsi l’apparato respiratorio.

Gli altri operai, probabilmente romeni, non usavano nessuna protezione. Respiravano, lavoravano e sputavano catarro nero di tanto in tanto.

Caricavamo su un camion quello che portavamo fuori. Il tutto poi, sarebbe andato a finire in discarica.

Ero nel lato più buio del locale.

Seguivo con lo sguardo lo svilupparsi sempre più oscuro del luogo dove mi trovavo. Per capire dove mettere i piedi.

Vidi a terra qualcosa.

Due gambette scheletrite e piegate.

L’impressione fu immediata. Un feto.

Mi avvicinai per constatare quella che poteva essere la scoperta più macabra della mia vita.

Era un gatto morto.

Non so dirlo con certezza, naturalmente, ma credo che fosse rimasto lì da più di un decennio.

I vermi avevano terminato il loro lavoro da tempo.

Ciocche di pelo grigie erano rimaste alternate sul corpo che per la maggiore era coperto da una patina bianca abbastanza spessa, forse muffa.

Il pelo era rimasto quasi per intero sulla testa.

Mi colpì come quel muso avesse ancora, nonostante tutto, l’espressione tipica del gatto.

Sembrava, a vederlo, che fosse morto serenamente.

In piccole parti, sul collo, era sopravvissuta una pelle dall’apparenza indurita. Una cotenna di muscoli fibrosi.

Finii il mio lavoro in quel punto, in compagnia di quel micio che mi guardava senza occhi.

Forse non era il caso di lasciarlo lì.

Forse avrei dovuto seppellirlo.

E perché non metterlo in un sacco e buttarlo semplicemente?

Il feto che avevo creduto di vedere. Quello si avrebbe meritato una sepoltura.

Mettersi a scavare per un gatto vissuto chissà quanti anni prima.

Valeva la pena?

Avevo sentito dire che non c’è anima negli animali.

Erano in tanti a sostenerlo. Lo dicevano anche i preti.

Alla luce di ciò quel gatto era degno di andare a finire nella mondezza, insieme al resto.

Era però da un bel po’ di tempo che non credevo più ai preti.

E mi solleticava maggiormente l’idea misericordiosa di porre un semplice rispetto per quel che non era più. Senza distinzione di specie.

Lo lasciai lì.

Avevo ancora molto da fare ed il sudore mi accecava gli occhi.

Passarono le ore e continuai il mio operato, impegnando ancora la testa in ragionamenti che sarebbe meglio lasciar tacere.

Non era facile infilarsi nelle maglie delle domande e dei dubbi e contemporaneamente far bene il proprio lavoro.

Ma vi riuscii.

Tutto il sotterraneo era sgombro.

A terra, rimanevano solo piccoli frammenti di vetro, plastica ed altro.

Ennio era soddisfatto.

Gli chiesi :” E adesso? Come andranno avanti i lavori?”

Mi rispose secco:”Domani arrivano con un paio di bobcat che appiattiranno il suolo, in modo da inglobare in esso quei pezzetti che noi abbiamo lasciato. Poi ci sarà la gettata di cemento che coprirà tutto!”

Dopo le parole di Ennio mi rimisi la maschera, presi una pala e rientrai nel sotterraneo.

Ne riuscii poco dopo con adagiati sul palmo di quella vanga, i resti di un gatto morto.

Poi presi a scavare in un’aiuola.

Era tardi e gli uffici erano chiusi ormai.

Nessuno mi avrebbe visto e avrebbe avuto a protestare su quello che stavo facendo.

Depositai il gatto sul fondo della buca e ricoprii il tutto.

Ennio ed uno dei romeni, mi osservavano parlando e ridacchiando.

Poi presi i soldi che mi spettavano e me ne andai.

Luca Piccolino