Ritorno a Canton*

di Francesco Terzago

19.00 [ora italiana] Padova non è più visibile alle nostre spalle. Nella campagna il cielo è degradato dal porpora al viola, l’orizzonte, in direzione di Marghera, ha il colore del petrolio – i lontani casolari con le barchesse, e gli alberi che li circondano, sono ridotti a sagome accucciate tra le fibre della foschia.

19.30 [ora italiana] Il Marco Polo ci offre una decina di minuti per il congedo. Non ci vedremo per quasi due mesi, dieci minuti di lunghi abbracci e brevi sorrisi. Alla mancanza ci si abitua. Sono i primi momenti, quelli a ridosso del distacco, nei quali ci si sente come un albero sferzato da una benna e poi tirato su.

19.42 [ora italiana] La mia valigia sfora di un kg il limite, me la fanno aprire. Tolgo qualche libro, il responsabile del check-in mi dice che, di sotto, ne hanno un’altra, di bilancia. I bagagli che superano i 30kg non vengono imbarcati. Secondo lui è colpa del sindacato. Leggi il resto dell’articolo

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Let. In. 10

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3 – #4 – #5 – #6 – 7# – 8# – #9)

 

DEL CIBO

Il biscotto dimezzato
di Italo Colvino

Due fratelli gemelli si contendono l’ultimo Plasmon della confezione da 750gm. Dramma psicologico dalle tinte forti per l’ultimo capolavoro di Italo Colvino.

Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami

Il dessert dei tartari
(Ed. L’Assaggiatore)

Ricettario basato sulla gastronomia militare. In questo testo sono documentate le ricette in uso presso le guarnigioni di frontiera che, durante i lunghi e tediosi turni di vigilanza, sperimentavano piatti che univano ricette tradizionali ed elementi delle varie cucine locali. Per i primi piatti è possibile trovare ricette interessantissime, come “spaghetti alle mongole”, come il “cous cous della val brembana” o come gli “gnocchetti al ragù di gnu”.
Per i secondi gli autori consigliano ricette come “Stinco di zebra al nero di seppia” o come il “brasato di ornitorinco alla birra” o Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 3

Ho scoperto che le uova bianche, più piccole e allungate, sono di gallina bianca. Le uova delle anatre, invece, c’hanno il guscio verde. Sabato, nel tardo pomeriggio, sono tornato a Roma. Roma l’ho vista, toccata e me ne sono andato. Domenica prima di pranzo ho visto il Ghelli, mi ha chiesto della vita di campagna, e parlando con lui di questa storia delle uova si è finiti a parlare di uova di struzzo. Il discorso nasceva da una strampalata idea di andare a vivere, una trentina di persone, in un villaggio diroccato per creare, da un piccolo borgo abbandonato, una piccola comunità, un villaggio autosufficiente dove poter vivere. Fantasticando su progetti impossibili Leggi il resto dell’articolo

Almeno mi racconto

E’ uscito da pochi giorni “Almeno mi racconto” di Daniela Rindi (Edizioni Il Foglio, 2011), “una raccolta di racconti di fantasia, con sfondo autobiografico, editi (e non) in cartaceo su antologie collettive o su riviste web”.

Quello che segue è uno dei tanti racconti (tra i più brevi, per motivi di spazio) compresi in questo libro diviso tra “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e “Microstorie isteriche di uomini quasi sani”.

Bevitrice a giorni alterni

La giornata trascorre impegnata e piena di buoni propositi. Mi alzo tutte le mattine alle 6.30 e sveglio le bambine. Un cerchio alla testa mi strizza il cervello, secondo la qualità della sostanza alcolica ingurgitata la sera prima. Vino sopra i dieci euro, buona giornata, due litri d’acqua e torno come nuova. Sotto i dieci euro, terribile emicrania, non bastano tre litri e fatico a superare i sensi di colpa. Stentatamente mi avvicino ai loro letti e cerco di controllare la mia angoscia, cantando “ trallalero è lunedì!” In cuor mio maledico il lunedì. Le vesto, mi lavo, mentre mio marito dorme placidamente ignorandomi. Colazione, panini, merenda, pranzo. Commissioni nella mattinata, spesa, dottore, lavanderia, comune, banca. Ore 13.30 esce la piccola, la grande alle 14.00. Grande dispendio di mezz’ore, se non di ore che cerco di investire leggendo. Pranzo, meglio una pasta al pesto, sugo già pronto. Compiti… posso servirmi di un doposcuola, grazie naturalmente al marito che, oltre a dormire, lavora con diligenza. A Cesare quel che è di Cesare. Poi danza, o ginnastica, orari diversi e naturalmente, giornate diverse. Mi sento un taxi, utile e motivato, ma sempre un taxi. Gli unici commenti nell’abitacolo sono ingiurie e rivendicazioni. Ringrazio. Intanto sono puntuali alla lezione. Generalmente finisco col chiudere la saracinesca dell’ultimo discount. Torniamo a casa, cena, il marito distrutto e inutilizzabile sul divano. Ci tocca la solita minestra. Segnalare a questo punto, come il rintocco del big ben, l’ora della buona notte. Faticosamente si avviano ai letti. Sfamati gli orchi, messi a letto, non mi resta che sedermi sul divano. Non ho più fame, preferisco l’alcolico intossicante, per quanto sia una salutista convinta e abbia sulle spalle vent’anni di yoga. Non serve a un cazzo. Ogni sera, a giorni alterni, la bottiglia mi consacra a buona bevitrice, non ancora alcolista, solo perché mantengo il ritmo.

ZUCCHERO

Metà del mondo se lo è dimenticato, ma la verità è che noi e gli insetti siamo legati in un modo indissolubile. Soprattutto per quanto riguarda il lato alimentare. Per migliaia di anni li abbiamo mangiati, e non solo. Non ci siamo fermati alla superficialità dell’ingoio, li abbiamo anche trovati gustosi, nutrienti, in qualche modo sani, dolci. L’uomo non sapeva ancora parlare se non a gesti e a grugniti, si accoppiava senza provare nessun tipo di piacere, il concetto stesso di piacere era una cosa nebbiosa e fluida che arrancava tra un fuoco che scoppietta all’improvviso e una stagione buona, piena di sole, che già avevamo ricacciato il carattere schizzinoso dell’uomo di oggi dietro all’inevitabilità della sopravvivenza.

Io ci faccio caso perché l’ho imparato ma è provato e riprovato che la carne che oggi troviamo più dolce, più succulenta, proviene da quegli animali che si cibano di insetti. Lo ripeto perché lo teniate a mente e non ve lo dimentichiate: l’insetto è dolce.

***

Le zucchine sono ancora crude. E dire che sono sul fuoco da un quarto d’ora e secondo me il fatto che debbano perdere acqua assomiglia a una leggenda inventata da una casalinga annoiata in cerca di successi culinari. Le guardo rosolare insieme alla cipolla che ormai è diventata completamente nera, ma mi continuo a ripetere “ben colorata” semplicemente per il fatto che quello che sto cucinando lo devo mangiare io e nessun altro.

Può sembrare stupido ma ho iniziato a cucinare dopo aver letto qualche libro di Murakami Haruki. A volte le trame non mi convincevano e ho sempre avuto qualcosa da ridire sulla rigidità di certi passaggi o sulla testardaggine dei protagonisti, ma una cosa bisogna dirla: quando i personaggi dei suoi libri si mettono a cucinare, l’ordine giapponese del cibo, pietanze con nomi strani che diventano in un colpo solo facili da preparare e anche buone, il silenzio di una piccola cucina affacciata su una luminosa strada di Tokyo, sono raccontate in un modo che riesce a fare ordine anche dentro di me, teorizzano le ansie, le decodificano, le categorizzano. Quando Murakami cucina mi mette dentro una tranquillità e una serenità difficile da descrivere.

Farlo col cibo italiano è simile, ma meno soddisfacente: nulla di nuovo nei sapori (il massimo che puoi fare è tendere al gusto del pranzo che ti faceva tua nonna, non di più), ed è per questo che al ristorante giapponese sotto casa prendi uguale tutte le volte la mini insalata di alghe che costa 3 euro e ti fa schifo solo per avere in bocca un sapore nuovo, che non riesci a decifrare.

L’ultima volta che sono stato invitato a cena sono stato anche costretto a cucinare. Lo accetto di buon grado, anche se so benissimo che non è perché sia più bravo degli altri (il mio piatto forte è e rimarrà per sempre gli spaghetti aglio olio e peperoncino), è che credono di farmi contento facendomi sentire in qualche modo più attento di loro a certe cose. Ho appoggiato le due bottiglie di vino economico ma gradevole che ho comprato al supermercato giusto cinque minuti prima che chiudesse sopra il tavolo di formica di casa di Giulia e sono andato a lavarmi le mani. Fare la spesa la sera tardi, di fretta, mi piace, mi fa sentire metropolitano, pieno di impegni inderogabili, anche se il più delle volte il pomeriggio ho bighellonato come un deficiente tra internet, libri di cucina e il cellulare.

Mi sono messo a cucinare alla fine, e come al solito è andato tutto liscio.

Mentre alla fine mangiavano tutti di gusto, ho tirato fuori la storia degli insetti.

Marco, Giulia e Claudia mi hanno guardato storto, Filippo ha fatto finta di non sentire e solo Stefano, mi pare, si è mostrato leggermente interessato alla storia.

Ora, parliamo chiaramente. Gli insetti hanno un sapore dolce perché l’ho sentito dire e perché ci voglio credere ma comunque non ne assaggerei mai uno di mia spontanea volontà.

***

Domenica mattina il telefono ha squillato che ero ancora a letto. Di solito non mi disturba, non sono uno che si lascia svegliare di soprassalto, è tipo una virtù, secondo me, il fatto di mantenere il controllo in ogni situazione.

In camera era buio, quindi rispondo senza riuscire a vedere chi stesse chiamando.

«Pronto,» rispondo cercando di dissimulare e confondere la voce infernale in cui ho riconosciuto la mia.

Non ci riesco, a quanto pare.

«Dormivi,» esordisce lui con un tono abbastanza duro, col tono in cui ti chiamerebbe tua madre o il tuo datore di lavoro che stai facendo aspettare in ufficio.

Io mi metto subito sulla difensiva, ma ho la netta sensazione che sarebbe meglio troncare subito la conversazione.

«No no macché, mi sono appena alzato. Ciao Stefano, dimmi».

«Mi hai mentito».

«Scusami?» faccio io ormai completamente sveglio.

«Sì, su quella storia degli insetti».

«Cioè?»

«Non sono dolci come dicevi».

«E che ne sai? Non ne avrai mica assaggiato uno?»

Ma Stefano ormai non risponde più. Attacco il telefono cercando di vestirmi e di darmi una raddrizzata più in fretta possibile e durante il caffè che bolle, l’acqua del lavandino che scorre, un’ingrata erezione mattutina che mi preme dalle mutande sul pigiama, cerco di chiamare Giulia per avvertirla che il suo fidanzato è impazzito, ma invano, il suo cellulare, testuali parole, potrebbe essere spento o irraggiungibile. Alla fine, con l’ansia che mi monta dentro lenta ma inesorabile come la preparazione di un’anatra alla pechinese (ci vogliono due giorni, e il risultato di solito è assolutamente insoddisfacente) mi butto nella selva delle strade con la luce del sole che ancora mi irrita gli occhi a prendere degli autobus che mi porteranno dall’altra parte della città, a casa di Stefano.

***

Per fortuna becco subito Giulia fuori dalla portone del palazzo dove Stefano abita.

«Ciao Andrea!» fa lei sorridendo, «ho visto che hai chiamato».

«Sì, ciao Giulia, sai che fine ha fatto Stefano?»

«Lo sto andando a prendere che stamattina abbiamo un Brunch».

Io adoro il Brunch. Specialmente la domenica, anche se secondo me sarebbe il pasto perfetto per pranzi e cene noiose, merende in piedi, colazioni dolci, colazioni salate, colazioni americane inglesi italiane della mulino bianco o coi cereali del discount.

Il Brunch è il pasto perfetto.

Sbigottito chiedo a Giulia

«Da quand’è che andate ai Brunch senza di me?»

«Mannò,» fa Giulia, «è una cosa tra noi, e abbiamo scoperto questo posto solo da un paio di settimane».

Mi tranquillizzo e chiedo:

«Saliamo a salutarlo?»

Per tutta risposta Giulia si volta e attraversiamo il portone del condominio, poi il cortile interno, poi la scala B e infine il quinto piano. Per fortuna Giulia è una sportiva e decide di emanciparmi dall’imbarazzo di una lunga e silenziosa salita in ascensore. Io arrivo davanti alla porta dell’appartamento di Stefano col fiatone, Giulia no.

Mentre lei prima suona il campanello, poi bussa, poi all’assenza di risposte inizia a cercare le chiavi di casa, io ancora respirando affannosamente inizio a toccarmi la pancia, e penso che devo essere ingrassato almeno almeno cinque chili dall’ultima volta che mi sono pesato, cosa che deve essere successa intorno ai quindici anni, mi pare.

Per fortuna Giulia trova le chiavi e mi salva da questa cosa del dover saggiare la mollezza del mio fisico, infila la chiave nella serratura ma si blocca un attimo prima di girarla perché entrambi sentiamo un veloce rumore di passi sulle scale che vengono verso di noi.

Dalla voce lo riconosco subito, è l’unico maschio eterosessuale che conosco ad avere un tono di voce così alto. È Filippo, che ancora prima di alzare lo sguardo e vederci fa:

«Pronti per il Brunch?»

Giulia sbianca e cerca in tutti i modi di non guardarmi, il sorriso di Filippo che deve aver avuto mentre saliva le scale scompare all’istante dalla sua spigolosa faccia del cazzo e senza che io avverta il minimo segno di affaticamento si ferma davanti a noi. Giulia si è cristallizzata sulla porta, con la chiave mezza dentro.

«Ah, ciao Andrea,» fa Filippo abbozzando un sorriso.

«Ciao,» faccio io, cercando nella mia testa l’espressione più falsa che riesca a fare. La trovo, i muscoli della faccia si muovono e si contraggono, gli occhi si aprono di scatto.

Filippo capisce ma per fortuna allo scatto della serratura mossa dalle chiavi di Giulia entrambi ci voltiamo per entrare nell’appartamento.

***

Troviamo Stefano seduto sul tavolo della cucina. Assolutamente composto, quasi rigido, con i palmi della mani appoggiati sulle cosce. Ha gli occhi aperti e guarda dritto davanti a sé. Non mi pare che si sia accorto di noi.

Giulia corre verso di lui e gli mette una mano sulla spalla e dice:

« Sté, che c’hai?»

Ma lui non risponde, nemmeno quando lei si mette ad accarezzargli i lunghi capelli biondi, spostandoglieli dietro l’orecchio. Anche Filippo si avvicina e si siede dall’altra parte del tavolo, proprio di fronte a Stefano e cerca di guardarlo negli occhi, assumendo la stessa posizione. Ma lo sguardo di Stefano sembra oltrepassare l’esigua corporalità di Filippo, sembra letteralmente attraversarlo. Poi con la sua voce stridula dice:

«Oh! Amico mio! Tutt’apposto??»

Lo dice con un tono forzatamente preoccupato che se si stesse rivolgendo a me farei abbattere su di lui tutta una vita di ingiustizie e battute subdole mandate giù ed ingoiate come insetti, senza masticare ma solo percependo esattamente il movimento delle zampette di una blatta sopra la lingua, con le lunghe antenne che mi sfiorano il palato provocando una piccola sensazione di solletico interno, non piacevole ma nemmeno spiacevole. Cazzate deglutite rifugiandomi nell’incosciente speranza corrosiva dei miei succhi gastrici, che sappiano riconoscere almeno loro il nutrimento e dividerlo dallo schifo, visto che io non ne sono capace. Non sono bocconi amari questi. Se uno avesse il coraggio di porre fine alla vita dell’insetto nel buio del cavo orale, serrando le mascelle, avvalendosi della forza esplosiva dei molari, il sapore delle cose sarebbe diverso. Se uno potesse impastare con la lingua quella carne e quei succhi con un sapore allucinante sconosciuto in qualche modo riservato a pochi quindi mistico, al limite dell’esoterico, la consapevolezza del cibo, del gusto, cambierebbe definitivamente.

Guardo Stefano, mi avvicino anche io. Con tranquillità gli metto una mano sopra la coscia e in modo chiaro e dolce gli dico

«Ingoia, amico mio. Ingoia».

Lui si gira, mi guarda con gli occhi spaventati. Io annuisco con la testa, tra lo sbigottimento di Giulia e Filippo. Stefano serra gli occhi e il suo viso assume l’espressione di uno stitico sulla tazza del cesso, riconoscendo la durezza, l’inevitabilità e l’inutilità di quello sforzo. Il pomo d’adamo di Stefano va su e giù, si sente il classico rumore di qualcosa che ormai è sceso giù per l’esofago.

Il citofono squilla, devono essere gli altri credo, staranno facendo tutti ritardo a causa mia. Ora Stefano si è rilassato, la sua postura è meno rigida e sta iniziando a sudare, ma penso che sia solo a causa del lungo incordare i muscoli. Sembra molto stanco.

Stefano e Giulia scompaiono in bagno, Filippo nemmeno mi guarda. Decido di salutarlo con una pacca sulle spalle che ormai non me ne frega più un cazzo delle loro uscite la domenica mattina, che mi sa che all’improvviso sono tornato dall’altra parte del mondo e ho smesso di mangiare insetti. Me ne esco dall’appartamento e decido di tornare a casa a piedi. Nel tragitto decido di fermarmi a mangiare in una trattoria, che ormai s’è fatta ora di pranzo e di iscrivermi a un corso di aerobica.

 

Matteo Trevisani

SPAZIO SOCIALE

Fatevi suonare in testa una qualsiasi melodia, un jingle stupidino, cinque o sei note orecchiabili sotto le parole “Spazio sociale”. Magari la musichetta la si potrebbe affidare a quelli di questo sito oppure la si fa in casa con amici, ma sarebbe meno professionale. Fatto è che l’idea che ho è questa: perché non ideare, progettare, creare, costruire ed investire in una catena di fast-food in stile centro sociale? Voi direte: Ma già ci sono i centri sociali?! sì, va bene, ma quelli sono per i punkabbestia, per quelli che si portano il cane appresso e si fanno le canne, per i rimastini cronici, per i fighetti alternativi, per gli artistoidi pseudo intellettuali, per gli attivisti politici, per quelli che sono veramente persone da centro sociale.

Io parlo di centri sociali per famiglie, merchandising in stile Burger King, Spizzico, KFC e McDonald’s. Una catena di ristorazione in stile centro sociale occupato, ricreato ad hoc, dove anche la madre di famiglia non ha paura di entrare e portarci i propri figli. Dove il nonnino ci porta il nipotino a mangiarsi il gelatino. Locali standard con scritte standard intagliate su tavoli in legno standard, con sedie, porte, finestre e colori standard, costruiti appositamente al fine di ricreare l’idea del “centro sociale occupato”, ma che non spaventi. Come se il tutto fosse un set cinematografico, un parco giochi ricreativo dove poter mangiare schifezze, un Gardaland dell’impegno politico mangereccio.

Chi compra il pacchetto e vorrà aprire l’attività dovrà stare alle regole imposte dall’ideatore, cioè alle mie regole. Eccole.

Ho una cugina che collabora con Ferrè e le divise da punkabbestia dei commessi le facciamo fare a lui. Tutte uguali, dieci modelli per ristorante, capi estivi ed invernali, gonne, pantaloni, felpe e magliette di cotone lerce ad hoc. Voi direte: «Fai prima a comprare al mercatino dell’usato,» e io vi rispondo che allora non ci avete capito un cazzo! Non andrebbe bene, non si percepirebbe la finzione del posto. Sarà anche grazie ai costumi disegnati appositamente che si potranno ottenere gli effetti desiderati, ossia: trascuratezza e degrado sociale ma contemporaneamente accoglienza e sicurezza.

I lavoratori per contratto dovranno portare almeno tre orecchini ed avere un tatuaggio visibile sul corpo. Ferie, indennizzi, tredicesime e tutto il resto: ‘fanculo. I contratti saranno a sei mesi e se sarai bravo e farai squadra te lo rinnoveremo e te ne faremo uno da dodici mesi, dove ci sarà scritto che ti pagheremo anche in caso di fallimento dell’azienda, non si sa come, ma questo è un dettaglio. Come nelle compagnie teatrali di De Filippo, tutti dovranno saper fare tutto, pulire i cessi e fare i panini, stare alla cassa e friggere le patatine. Per norma fissa si laverà il pavimento solo due volte al giorno, anche se cadrà merda per terra, ‘sti cavoli. Gli orari di pulizia del pavimento saranno alle ore 12:00 e alle ore 18:30, giusto per dare quel senso di sporcizia cadenzato. Stop. Per i cessi invece la pulizia sarà obbligatoria ogni quaranta minuti. I bagni dovranno essere sempre splendenti e profumati. La maggior affluenza per le famiglie al completo sarà naturalmente intorno alle 18:30, quando il pavimento sarà meno lercio, i figli avranno finito i compiti ed inizieranno ad avere i primi languori allo stomaco per via della fame. E quale spuntino migliore se non un bel panino da noi? O un gustoso trancio di pizza con delle patatine?

Come menù, niente Coca-cola e Pepsi, solo Freeway Cola, aranciata marca discount, vino rosso e bianco che però venderemo con moderazione, due bottiglie massimo a tavolata. Siamo pur sempre un posto per famiglie. La gente spenderà meno e noi guadagneremo di più. Piatti, bicchieri e posate saranno di plastica. Sticavoli dell’ambiente, qui si parla di soldi e di profitto. Ed il profitto con la tutela dell’ambiente sono due cose incompatibili, sono come l’acqua e la sabbia magica. Menù a base di cous cous, cotolette, pollo, patate al forno, salsicce, uova sode e frittatine multristrato ai gusti vari, pasticci di pasta avanzata dal giorno prima in offerta speciale, robe così, che sembrano fatte in casa ma che invece saranno sempre uguali. Porzioni perfette standard. Come le zeppole e le finte pizzette napoletane di Rosso Pomodoro. Fateci caso: sono tutte uguali, forme perfette. Se andate ai borghi di Napoli, le paste cresciute, per definizione, sono una diversa dall’altra, perché fatte a mano, non con un macchinario che dosa porzioni ed ingredienti. Naturalmente non mancheranno dolcetti e gelati e poi, sempre nel nostro menù, ci sarà la novità delle novità: il piatto sorpresa a un euro, formato dagli avanzi del cibo degli altri clienti. Un po’ come le buste sorpresa che si vendono in edicola, noi daremo il piatto sorpresa. Con un euro potrai mangiare un bella porzione mista composta di ogni ben di dio avanzato: patate, pasta, pollo, carne da rosicchiare attorno ad un osso, fette di pane magari smozzicate (le verdure no, che quelle dopo qualche ora vanno a male e non si possono riscaldare). Insomma con un euro avrai un pasto quasi completo, così non si butterà mai nulla e di questo anti-spreco ne faremo una bandiera.

Area giochi per i bambini: ci sarà eccome! Del resto deve essere un fast-food per famiglie. Quindi: Scivoli pezzati ad arte che terminano in enormi cubi trasparenti con all’interno centinaia di palline colorate. Colori approvati per le palline: rosso 30%, viola 25%, nero 25%, verde 5%, celeste 5%, giallo, 5%, bianco 5%. Stop.

La musica del locale dovrà includere solo ed esclusivamente brani commerciali di artisti alternativi. Si potrà inserire anche un Frank Zappa ogni tanto, i Clash vanno benissimo, ben accetti Subsonica, Caparezza, Frankie Hi Nrg, Cristina Donà ma anche artisti più underground come Il teatro degli orrori, Le luci della centrale elettrica, I giardini di Mirò e poi tutte le posse italiane e la scena indipendente nostrana e mondiale, basta che però si prendano i brani più “moderati” dei cd selezionati. Tanto c’è sempre un brano d’amore, una canzone tranquilla, un pezzo “commerciale” ed orecchiabile anche in un cd di KaosOne o dei Biohazard. Ottimo naturalmente il trash italiano ed il revival anni ’80 ché quello va sempre forte, soprattutto per i bambini che ascolteranno le sigle dei cartoni animati ed i motivetti orecchiabili delle canzoncine Mediaset e RAI. Nessun riferimento esplicito a sovversioni ed uso di droghe, e vedi come si digerisce tranquilli! Il gioco è semplice: basterà selezionare i brani i cui video sono stati trasmessi in televisione o in qualche emittente radiofonica nazionale anche a tarda notte. Il cliente dovrà riconoscere il suono come familiare, anche se non lo identificherà appieno, anche se questo suono è un parente lontano che magari hanno intravisto una sola volta al funerale dello zio.

Questione scenografia. Si ingaggeranno per ogni regione i migliori writers italiani e le mura del locale saranno dipinte da loro. Pezzi standard che però cambieranno da locale a locale. Stesso pezzo ma diversa firma. Ci sarà una sorta di “concorso” dove ogni artista proporrà delle bozze, il migliore per ogni regione verrà ingaggiato per dipingere gli interni del locale. Si dovrà arrivare al punto che un ipotetico cliente di Milano che se ne va in vacanza a Roma, dovrà mettere nella sua personale lista di cosa da fare anche “visitare Spazio Sociale in via Cavour”. Si dovrà arrivare a questo. Dovrà essere una sorta di museo con ristorante.

Beh insomma, l’idea è semplice e secondo me ci si può fare un botto di soldi, alla faccia dei centri sociali occupati. Occupiamo anche noi gli spazi, riprendiamoceli, riutilizziamoli, ricicliamoli a modo nostro. E non preoccupatevi se eticamente può sembrare scorretto. È solo marketing. La vita è un’altra cosa.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami

La barba bianca

Io lo sono stato Babbo Natale, moltissime volte. Quasi tutte.

Ma non per questioni economiche, macché: per passione. Pura passione. Non credo che tutti conoscano il vero significato della parola “passione”, ma la passione (scusate se mi ripeto, ma spesso è importante ripetere parole-chiave) è quell’elemento, forse l’unico, che può rendere qualsiasi esistenza significativa e degna di esser vissuta, fino in fondo, dall’inizio alla fine, se mai ci sarà.

Io mi sono sempre accontentato di poche cose, una tra queste è l’interpretare Babbo Natale. Quando divenni più grandicello rimasi colpito nel vedere gli spot della Coca-Cola in televisione. In casa avevo un piccolo televisore dallo scheletro arancione, che in compenso trasmetteva in bianco e nero. Per fortuna i cartelloni pubblicitari in città erano colorati. Il rosso del costume, il bianco della barba, colori che si abbinavano perfettamente anche al mio stile di vita. Rosso come la passione, bianco come il candore. Sfruttai quindi l’ingegno creativo dei talentuosi pubblicitari alle prime armi che inventarono quell’abbinamento, quel costume ormai divenuto un logo da generazioni, come il crocifisso, il presepe, la svirgola della Nike, il coccodrillo della Benetton. Lungi da me far polemica su queste questioni, sia chiaro. Io amo tutto ciò che deforma il pensiero delle masse, quindi è ben inteso che scrivo queste cose con il tono di chi si rallegra di tanta abbondanza di virus necessari.

Ultimamente però le cose sono cambiate parecchio: il ricordo ancora è nitido come fosse stato ieri. Quel bambino che salì sulle mie ginocchia era un occhialuto cicciottello che non avrebbe sfigurato in un film di Fellini. Maglietta aderente a strisce orizzontali chiare e scure, occhiali che affondavano nel viso paffutello, capelli cortissimi, sudore sulla fronte (sebbene sia stato dicembre) e un alito di scarafaggio morto, misto yogurt alla pesca. Secondo me fece pure una puzza per l’emozione, di quelle silenziose e pestilenziali, che ti viene il dubbio che non sia qualcosa di peggio.

Io avrò avuto ventidue anni, lui cinque, ma una volta sulle mie ginocchia capii che pesava molto più di me. Ma non era fastidioso, la sua ciccia era quasi rilassante.

«Ma tu sei un ragazzo, tu non sei Babbo Natale, tu sei il figlio di Babbo Natale,» mi fece lui con aria da saputello.

«Sono il sostituto, cosa credi, che siano veri i babbi Natale che stanno nei supermarket?»

«Lo sapevo,» disse il bambino con aria saccente.

«Cosa vuoi per regalo?»

«La macchina telecomandata senza fili».

«Vedrò cosa posso fare,» e detto ciò gli diedi un colpetto sulle cosce, invitandolo ad andar via.

Ci volle un piccolo sforzo da parte sua per ricadere a terra. Mi salutò dandomi un bacio sulla guancia. Un bacio paffutello come lui, come a scusarsi del tono che aveva avuto. Ci voleva ben altro: rimaneva uno stronzetto cicciottello viziato.

Ai tempi indossavo una barba finta, di quelle spudoratamente false e grottesche, altrimenti non avrebbero riconosciuto le sembianze di Babbo Natale. Ma ora la barba bianca è vera, la lascio crescere da maggio/giugno debitamente per l’occasione, poi, una volta arrivato gennaio, mi rado e mi trasformo in Alfredo, commesso in un discount con contratto che si rinnova ogni sei mesi.

La mia passione con gli anni non si è affatto affievolita, al contrario, è aumentata in maniera esponenziale. Saranno quanti anni da allora? Ho perso il conto.

Questo dicembre ho sei centri commerciali dove potrò esibirmi: vado forte, una vera pacchia. Fino all’anno scorso al massimo ero in due supermercati, anche se sono sempre stato il migliore, è inutile fare i modesti, sono il miglior Babbo Natale che esiste sulla piazza, tutti gli altri sono solo imitazioni riuscite male. Ci sono voluti Dio solo sa quanti stracazzo di anni perché la gente se ne accorgesse.

I miei spettacoli sono veri, non c’è niente da fare: si vede quando uno dentro ha la passione. La maggior parte degli altri babbi Natale fa trasparire la voglia di denaro, la disperazione economica che hanno in corpo e nelle vene, il fattore economico che li spinge a mascherarsi, e tutto questo il bambino lo avverte. Come quando una madre incinta è nervosa ed ansiosa, ricade tutto nel pupetto in grembo. Idem il finto babbo Natale che tenta di fare lo spensierato. Il ragazzino è come un cane, sente cose che noi umani non possiamo sentire. Alcuni pisciano pure sui tronchi degli alberi. Mica sono scemi i ragazzini.

Questo tredici dicembre l’iper Coop è ricolmo di famiglie in preda allo shopping, non vedevo questo fermento da decenni. Il primo bimbo di oggi è un nerd che quasi si vergogna di venire sulle mie ginocchia a chiedermi il dono. Mi osserva in silenzio, avvicina un po’ la testa alla mia, mi scruta, guardo il suo braccio, ha un livido sul pollice, forse vuole tirarmi la barba, ma non lo fa. Probabilmente per via del livido dolorante, penso.

«Ciao piccoletto, guarda che la barba è vera».

Lo ammutolisco con quella frase, ma il suo silenzio dura poco.

«Te la sei fatta crescere apposta per venire a lavorare qui, di’ la verità»

Il nerd mi aveva scoperto, cosa sono diventato? Uno dei tanti babbi Natale vogliosi di denaro che non riesce più a far sognare un bambino nerd moccioso? Cosa sono diventato? Il ragazzino mi ha preso alla sprovvista, ero nell’angolo con un solo montante ad inizio round.

«Ma Babbo Natale non ha sempre la barba, quando fa caldo si rade, mica è scemo».

«Cazzate! Tu sei falso come una copia pirata di Windows Seven».

Ma come parlano i mocciosi di oggi? Ho solo voglia di levarmi dalle palle quello schifosetto occhialuto. Che cosa stracazzo stava dicendo quel rospo con la faccia da rana? Meglio troncare con questo rompipalle: «Allora, come ti chiami?»

«Luca, e tu?»

«Io sono Babbo Natale, cosa vuoi che ti porti?»

Il volto di Luca è di sfida, temo la sua risposta. Cosa mi sta succedendo? Perché questo nerd non mi crede? Sto diventando la copia di me stesso? La copia sbiadita? Probabilmente mi dovrei solo aggiornare sulle nuove tecnologie, tutto qui. La mia credibilità ne risente. Lo sento, lo avverto. Mi chiede in regalo un qualcosa inerente al mondo dei computer, un processore o una cosa del genere, nemmeno ricordo bene. Gli dico che lo avrà, pur di levarmelo dalle scatole.

«Non esiste quello che ti ho chiesto, sei un buffone».

«Levati dalle palle e fatti una partita a calcetto, nerdaccio rompipalle!»

Gli altri bambini della giornata sono stati più clementi e meno pretenziosi di lui, per fortuna.

La sera, terminato il lavoro, mi dirigo al cinema: ho voglia di film. Proiettano un horror coreano, me lo gusto con piacere. Adoro la Corea, dovrei ritornarci prima o poi, forse lì starei meglio. E magari rivedrei pure Uhl aveva i capelli a caschetto neri. Ho paura che siano trascorsi troppi anni da allora. Troppi.

Fatto è che non posso non pensare alle parole di sfida di quel ragazzino. Stavo perdendo credibilità. Ho capito cosa devo fare. E attuerò il piano domani. Andrà meglio, me lo sento.

Al mattino m’incammino alla postazione all’interno del centro commerciale. Già s’intravede la fila di bimbi accompagnati dai genitori, sorrido loro ed invito il primo bambino ad avvicinarsi.

«Ciao Babbo Natale, io mi chiamo Alfredo, vorrei un i-pod per Natale, grazie,» e se ne va via. Brutto stronzetto che non mi fa nemmeno attuare il piano. Meglio. Vada per il secondo. Ecco che si avvicina: bambinetta con le treccine che sembra uscita da un telefilm per ragazzi.

Mi saluta ed abbassa gli occhi imbarazzata, stropiccia gli occhioni chiari e diventa tutta rossa in volto.

«Ostroghi diche a babbinatali regoli?»

La bimba non capisce. Provo a ripetere la frase, tentando di aiutarla con la mimica facciale e dei gesti: «Ornochi dai a babbonatali i regalo vuoi?»

La bimba scoppia in lacrime, terrorizzata, mi bagna la barba con le lacrime ed il moccolo del naso. Provo ad accarezzarla ma il padre se la porta via con tono schifato.

«Che cosa le ha fatto?» mi chiede infuriato.

«Ma che cosa devo averle fatto? Si è emozionata e basta! Cosa si aspettava? Uno dei tanti babbi Natale che parlano la lingua nostra? Ma a quelli non crede più nessuno, cazzo!»

«Ma è solo una bambina,» intona il signore mentre la figlia continua a piangere e abbracciare le gambe del padre.

«La faccia crescere la sua bambina, Cristo santo!» e con la mano faccio un segno come a dire: allontanatevi, fatemi continuare.

Le famigliole che avevano assistito alla scena erano pietrificate, ci volle un po’ prima che si formasse una nuova fila. In fondo ero contento, mi avevano creduto. Almeno quella bambina lo aveva fatto.

Continuai a parlare ai bimbi nella mia lingua incomprensibile, e man mano i bimbi apprezzarono il gesto: forse ero stato troppo burbero con quella piccoletta, ma terminate le festività i ragazzini ridevano di gusto quando gli parlavo in babbonatalese.

Finite le festività natalizie ritornai al mio lavoro al discount, sarebbe stato l’ultimo anno da loro, poi avrei provato con un altro supermarket. Mi ero rotto le scatole di fare il magazziniere, erano già oltre dodici anni che sgobbavo lì dentro, ci vuole un cambiamento ogni tanto. Prima di fare il magazziniere ho lavorato per sei anni come addetto specializzato per una ditta di pulizie in un aeroporto, altri cinque anni li ho trascorsi come pilota di aerei per una compagnia privata: facevo volare industriali, uomini d’affari o semplici benestanti che volevano farsi un giretto in aria per divertimento (solitamente con le loro amanti). Prima ancora sono stato cameriere in alcuni bar, ne avrò fatti circa una dozzina tra Roma, Berlino, Parigi ed un piccolo paesino sperduto in Corea del sud, dove conobbi Uhl. Da giovane ero molto più affascinate di ora, anche se la barba lunga e bianca mi dona parecchio, ma ai tempi di Uhl ero bello davvero, e lei s’innamorò di me, come io di lei del resto.

Lei aveva circa trent’anni, era riuscita a fuggire dalla Corea del nord, passando per la Cina. Aveva la pelle liscia e fresca come quella di una ventenne. Quando la conobbi avevo qualche anno in più di lei, non tantissimi, ma lei badava molto a questo aspetto; nonostante ciò non le ho mai rivelato la mia vera età, non mi avrebbe creduto. Mi sussurrava sempre: «Ti voglio bene, vecchio uomo». Era come una bambina. I primi tempi capivo poco la sua lingua, ma già dopo qualche mese imparai molto da lei. Alle volte ci penso ancora a quegli anni, ma temo che se mi vedesse ora avrebbe un sussulto, vecchio e barbuto come sono, con la pelle secca come una mela secca. Per fortuna non può farlo. Meglio non pensarci adesso, è una vecchia storia, sapevo già come sarebbe andata a finire.

La notte è insonne questa notte. Il febbraio più freddo che io ricordi.

Al mattino qui albeggia alle cinque, il lago fuori la baita è ancora ghiacciato, avrei potuto pattinarci con Uhl, o almeno vederla pattinare. Anche le renne sono stanche, molto più di me, riposano nel loro spazio di natura bianca, la neve ricopre tutto l’esterno. Dalla finestra della stanza posso vedere le montagne dalle cime innevate, sembra veramente di stare in uno dei vecchi spot della Coca-Cola.

Credo proprio che Terry abbia bisogno di un veterinario, si regge a stento, troppa fatica per la sua età. Mi dirigo nel recinto e la sento soffrire, latra come a chiedere pietà. Non posso ucciderla, sarebbe la prima, non ne avrei il coraggio ora. Me ne rimangono sempre altre cinque, questo è vero, ma qualcosa sta cambiando: Terry smette di respirare. Mi siedo affianco a lei e non l’accarezzo, mi limito a sorriderle, steso sulla neve bianca, penso che forse allora un giorno verrà anche il mio turno. Quanto cazzo campa un Babbo Natale?

E dopo essermi domandato questo, decisi che il giorno successivo sarei partito con le altre cinque renne verso la tomba di Uhl, in Corea del sud. Forse lì avrei avuto il coraggio di incontrare la figlia di nostra nipote, non l’ho ancora mai vista, non so nemmeno com’è fatta, ma forse un giorno somiglierà a Uhl.

Chissà magari mi prenderanno come magazziniere in qualche supermercato. Uno ci prova.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami