Face to Face! – Katherine Dunn

Con Katherine Dunn, tra sigarette rollate con del tabacco fortissimo, the e sguardi carichi di intesa abbiamo parlato del suo “Carnival Love” (Eliott edizioni). Anche a registratore spento ho continuato a respirare un’aria che aveva in sé una sorta di misticismo metropolitano, una specie di lungo racconto umano che nelle pagine del romanzo galleggia invischiando il lettore in un vortice emotivo crescente.

Chick (uno dei protagonisti del libro nda.) dice “ Il volersi spostare fa parte delle cose stesse”. Cosa si è spostato in te con la scrittura di Carnival Love?

Chick è la mia personale interpretazione dell’energia che è contenuta nella materia. Questo libro è un luogo dove sono andata e ho vissuto per moltissimo tempo, per moltissimi anni. Un posto in cui ho raccolto tante cose della mia vita.
C’è stato un processo di crescita, di mutamento che ha accompagnato la scrittura del mio romanzo, ma io per prima ancora non mi rendo conto perfettamente di quali siano questi cambiamenti.
Fatto sta che l’energia contenuta nella materia scritta ha mutato qualcosa di profondo, talmente profondo da essere “insondabile”.
Ci sono sentimenti molto privati che sono davvero cambiati.

Quella dei Bineswki è una saga familiare, corale, che prende il via dalla scelta di due genitori che per creare dei freaks usano droghe durante la gravidanza. Saga che poi continua con le varie esistenze egotiche dei figli. Cos’è l’ego per te?

Credo in una specie di imposizione innata nel DNA dell’ego, e infatti la scelta di Al e Lil di assumere le droghe è legata proprio a questa idea che mi sono fatta vedendo svilupparsi i personaggi e le loro caratteristiche umorali. Padre e madre cercano di creare la prossima generazione seguendo i loro sogni e i loro desideri, arrivando, durante i primi “esperimenti”, ad uccidere molti dei loro figli, ma proseguendo lo stesso nel loro intento.
Ogni scelta del personaggio poi è differente. All’inizio avevo deciso di mettermi al loro posto e poi immaginare il loro sviluppo. Ma tutto questo è cambiato in corso d’opera, le riflessioni che nascevano durante la produzione letteraria erano frutto di una battaglia interna tra vanità e identità che affliggeva i protagonisti.
La scrittura è un’imposizione egotica che mi permette di cambiare continuamente il materiale che ho a disposizione, quindi credo che l’ego sia semplicemente una parte dell’uomo con cui convivere.

Tutte le vicende ruotano attorno al concetto di “normale”, “freak”, “diverso”, eppure nel libro spesso queste idee si confondono, si mescolano, capovolgendosi: esistono davvero per te la diversità e la normalità?

Come dici tu, nel libro cerco di capovolgere il concetto di normalità. La famiglia circense di cui parlo, normalmente non è auspicabile nella nostra società, non è desiderabile, ma nella mentalità dei Bineswki il concetto si ribalta e loro sono “auspicabili”, “desiderabili”, guardano con tristezza e compassione i normali.
Come in un gioco mentale ho cercato di confondere il sistema dei valori sociali che muovono le nostre scelte, i nostri pensieri e i nostri giudizi.
Non parlo di cose nuove, se ci pensi bene, ma cerco di dare una “prospettiva nuova”, un nuovo modo di vedere la normalità e per farlo il punto di vista deve nascere dall’interno del “diverso”, del comunemente ritenuto “diverso”, per andare verso il normale.
Da questo gioco ne esce fuori che la normalità è un prodotto, un brand, una serialità in cui questi freaks si ergono come unici, come pezzi unici diversi da quelli della fabbrica sociale.
Anche i giovani, americani e non, si raggruppano in tribù sociali in cui pensano di poter esternare la loro unicità, non rendendosi perfettamente conto che fanno parte di una macchina comportamentale ben precisa, che illude di essere “fuori dagli schemi” inglobando invece anche quella falsa libertà espressiva in una gabbia sociale che non permette l’espressione dell’io più vera.

Si coglie un senso quasi religioso nei personaggi, nella storia: Chick è una specie di Cristo silenzioso, Artie un Lucifero che si ribella al padre, fonda un suo culto e offre affabulazione.
È una dimensione consapevole questa, perché la religione ti appartiene o è nata con lo sviluppo narrativo?

Io sono atea, individualista e solitaria.
All’inizio credevo di essere cosciente di questa costruzione religioso/familiare, di questa sorta di archetipo, anche se poi, durante la scrittura, mi sono resa conto che non ero davvero consapevole di questa idea di partenza, di questo costrutto che stava vivendo la sua evoluzione.
Per quel che mi riguarda, io non sono molto favorevole ai culti in generale. In America ci sono moltissime sette, chiese, culti che spesso sfociano in suicidi di massa o omicidi.
La cosa che mi fa rabbrividire è che le persone che ne fanno parte sono quasi sempre molto istruite, hanno avuto una buona educazione e non capisco come possano compiere queste azioni, o far parte di queste congregazioni avendo una coscienza e una conoscenza dignitosa.
Per la creazione del culto arturiano ho cercato di entrare profondamente nella testa di Arturo e dei suoi seguaci all’inizio e credevo di esserci riuscita, smentendomi in seguito, perché entrare in quelle menti è davvero complicato.
La famiglia in senso lato ha un profondo senso religioso poi, è un misto tra una casta piramidale, una società ben definita, un’orda e un un’unione di individualità. Forse questo senso “religioso” di cui parli viene fuori anche grazie a questa sensazione che abbiamo della famiglia: un luogo in cui si può essere paria, santi e peccatori, un luogo in cui tutto si condanna e tutto si assolve. Una storia fatta di errori, cadute e risalite sempre tenute insieme dal legame di sangue… nel bene e nel male di questo.

Individualista e solitaria? Quindi nella solitudine siamo davvero liberi?

No assolutamente. Non dico niente di nuovo dicendo che le grandi conquiste dell’umanità sono frutto della collaborazione, che tendenzialmente ci si raggruppa anche in piccoli gruppi per darsi un senso di appartenenza comune in cui poi davvero capire il proprio sé.
L’individuo ha bisogno dell’altro, tutti abbiamo dei piccoli bisogni che riescono ad essere soddisfatti solo dagli altri o con gli altri.
Nella solitudine troviamo il nostro io evinto dalla massa, dalla moda, dagli influssi sociali, hai mai pensato al fatto che ti chiedano “Che tipo sei e non chi sei?”, una volta trovato questo io si deve semplicemente trovare una via di mezzo capace di regalarci la convivenza con la società e i suoi dettami. Per vivere sereni, per vivere in pace.

Dietro Carnival Love si percepisce un altro personaggio di cui non si parla mai o con cui ho parlato fino adesso. Hai detto che hai messo dentro il libro molte cose di te… quante davvero?

Ogni storia raccontata è frutto del narratore, quindi sì, in ogni riga ci sono io, c’è questo “personaggio”… però non creo nulla di nuovo con il mio scrivere, con la mia esperienza. Mi piace dare il point of view, il mio punto di vista personale riunendo così il lato biografico con quello dell’invenzione letteraria.
Come diceva Einstein “La materia occupa lo spazio” allo stesso modo io, in ogni mia piccola parte, occupo i miei personaggi e le vicende che si trovano a vivere.

Se dovessi paragonare il tuo stile di scrittura ad un pugile (la Dunn adora la boxe.nda) chi sceglieresti tra questi nomi: Alì, Tyson o Carnera?

Mmm, credo nessuno di questi nomi, però c’è un proverbio inglese che dice che in ogni scrittura c’è combattimento e quindi scrivo lottando.

Faccio un ultimo tiro dalla sigaretta offerta e mi esce spontaneo: Sai che mi è sembrato di leggere la Bibbia sotto acido con Carnival Love?

Quando torno a casa questa me la faccio tatuare qui sulla pancia..

Ridendo ci salutiamo abbracciandoci.

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Percival Everett

Percival Everett non ha mai molta voglia di parlare, e in generale è uno scrittore riservato e amante di una privacy completamente aliena alla sua vocazione o professione. Questo non è un incipit per dirvi che con noi si è lasciato andare ad una logorrea incontrollabile ma è per portarvi nel mondo di un autore capace di segnare il suo passaggio con poche pietre chiamate parole.
Il suo nuovo romanzo Ferito pubblicato in Italia sempre da Nutrimenti è il quarto capitolo di un’avventura nell’uomo e dell’uomo, stavolta alle prese con paesaggi sconfinati, omosessualità e laceranti verità.

Ferito è il suo quarto romanzo come le è venuta l’idea di un romanzo con ambientazione “western”?

In realtà non saprei dire da dove è venuto questo libro o da dove vengono gli altri. Di certo, l’omicidio di Matthew Shepard è un punto di inizio.

Leggendo i suoi libri si ha la sensazione che sia un unico grande libro. Ci sono personaggi e situazioni che tornano, scene e cliché che si ripetono. Tra Ferito e il precedente La Cura dell’acqua c’è un legame insospettabile (qualche nome in comune, stesso sceriffo) ma anche moltissimi opposti (freddo/caldo, amore/tradimento, duro/ferito).

Sì, è vero. Direi che quando ho scritto Ferito (negli Stati Uniti Wounded è uscito prima di The Water Cure anche se quest’ultimo è stato scritto nel 2003) stavo lavorando sullo stesso materiale de La Cura dell’acqua e quindi ci sono stati dei “ritornanti”.

Dove ha scritto Ferito?

Sì, Ferito l’ho scritto in un ranch che avevo fino a qualche tempo fa, dove mi occupavo di persona degli animali: cavalli e un mulo di nome Theolonious Monk.

Qual è la Frontiera oggi?

La vera Frontiera, cioè il posto dove solo i duri possono vivere, è in realtà il mondo dei senza casa. La maggior parte di noi non sarebbe in grado di sopravvivere lì nemmeno un giorno.

Cosa ci vuole per un cavallo a volte troppo irrequieto a volte troppo sordo? Un addestratore nero?

I cavalli non fanno caso alla razza. Ai cavalli interessa solo se hanno di fronte un leone o no. Gli animali, tutti, richiedono pazienza.
(Qui Everett gioca molto con le parole – “A horse doesn’t see race”, “lion or not”. È evidente che ha risposto al riferimento a Obama con un altro gioco capzioso, ndr)

Nei suoi libri la violenza non è mai mitologizzata né romanticizzata. La violenza è un fatto, qualcosa di inalienabile che appartiene al contesto, all’ambiente. Qual è la sua idea di violenza? Chi è il destinatario di Ferito, se ce ne è uno?

La violenza è il triste risultato delle interazioni tra gli uomini. Purtroppo la violenza non ha nemmeno bisogno di essere prodotta, e gli uomini, contrariamente dagli animali, sembrano esserne attratti.

Qual è per lei il senso del titolo che ha dato al romanzo?

Credo che le ferite siano una verità necessaria. Non bisogna considerarle positive o negative, ma prenderle per quello che sono. Ci sono e basta. A volte dalle ferite si può guarire, altre volte rimangono ferite.

Esiste ancora, realmente, il concetto di diversità?

Sì, ma probabilmente solo come concetto.

Qual è il posto migliore dove nascondere i pregiudizi? E quale quello dove mostrarli?

Non c’è un buon posto dove nascondere i pregiudizi. Dovrebbero essere tutti alla luce del sole.

A proposito di nascondere qualcosa. Ferito comincia con una caverna e proprio la caverna sarà il posto in cui John Hunt andrà per capire meglio se stesso e per salvare David da un assideramento. Lei ha paura delle caverne?

No, ne sono affascinato.

Se nessuno ha l’esclusiva dell’odio, chi ce l’ha dell’amore?

Tutti e nessuno.

In una frase, dove si ferma la propria vita: al punto o alla virgola?

Forse al punto e virgola…

Accettare significa?

Essere condannato a fare qualcosa.

L’odio ci ricorda mai chi siamo veramente?

Ogni cosa ci ricorda chi siamo.

Chi riconosce le proprie impronte sul terreno: chi guarda i segni lasciati o chi guarda quelli che deve ancora lasciare?

Le nostre vecchie impronte sono state lasciate da qualcun altro. E lo stesso si può dire per quelle che dobbiamo ancora lasciare.

Ferito sarà l’ultimo dei suoi romanzi Western?

Chi può mai dirlo. In fin dei conti non controlliamo il nostro destino letterario no?

Le hanno mai detto che somiglia a Sidney Poitier?

No, purtroppo.

Alex Pietrogiacomi