Maggio *

Primo pensiero: non ci vado ai funerali. Non voglio dividere questo dolore: non ha nome. Non ha forma. Non ammette colpa.
Secondo: ho sbagliato. Dovevo ucciderlo prima.
Terzo: mai più regali difficili.

Ho inventato un modo per sopravvivere alla distanza che mi hai imposto ma sento un buco nero nel petto che mi asciuga le lacrime e un odio verso tutto questo sopportato non amore. Leggi il resto dell’articolo

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Centrattacco, sfonda mento.

Il dolore, se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene, a sentirlo sopraggiungere, il dolore, ne avverti il fetore. E se poi ti scorge, mannaggiallui, con l’occhio iniettato di sangue, ti punta; ti carica; viene per farti male, nuovamente, il dolore.

Virgilio è felice, quand’è ragazzino, si sente una gioia dentro quando vede il mare che gli viene da pensare meglio di me, nessuno, altro che Dante. Leggi il resto dell’articolo

La fase irrazionale

Tutti allo scoperto! E di corsa, anche! Cantando! Quel che vi pare, ma di corsa!

Ci sarà uno straniero che mi saprà dire che sapore ha il mio cielo?

E che festa sia! In ordine sparso, soggiogati.

Ricordo Jimi Hendrix, un tempo. Lo ricordo proprio perchè non c’ero.

Un altro mancino nella banda degli sbavatori d’inchiostro su carta lucida.

Un altra trama fumosa e sacrilega. Rumorosa.

Altri ritmici luoghi di pace, con classe.

Faccio skateboard con costruzioni antisismiche, nel selvaggio niente.

Una voce da Saturno mi buca la disattenzione, costretto ad ascoltare suoni nebulosi.

Corro e quando lo faccio non mi stanco. Microfono i polpacci per amplificare la fatica.

Incontro idee in stato vegetativo che mi osservano incuriosite, forse impaurite. Non hanno una forma precisa, neppure una sostanza. La mia costanza le spaventa, come spaventa me.

Una pausa. La mente scorre.Un nastro trasportatore.Immagini difficili, ingombranti. Un respiro liberatorio.

Prendo la tv, strappo le vene che la collegano al mio rifugio e la lancio dalla finestra.

Non oppone resistenza. Si lascia andare alla forza di gravità.

Esco sul davanzale; lì, sto tranquillo, mi sento al sicuro.

Il mondo è pieno di muri e di rumori.

Ora chatto con Akrobat, il mio dj preferito. Son sdraiato su me stesso, dice. Hai ascoltato il mio nuovo pezzo? Eccome, amico mio.

Sintetizzatori febbricitanti, un basso che spiana le colline e una voce da mefisto senza permesso di soggiorno, turbata al punto giusto. È una sequenza di noise che se colpisce nel sonno, fa a brandelli.

Il sonno guarisce tutte le lacerazioni, anche le più profonde, ma il risveglio le squarcia senza pietà con uno strappo esemplare, provocando ancora più dolore.

Copro gli occhi con bende e cerotti e cauterizzo le ferite. Mi vesto e mi preparo per la rinascita.

Un altro giorno, un altro giro di giostra, altri tagli, altre vittorie, debiti, schiamazzi e godimenti.

Continuerò a muovermi qui intorno.

Berrò molto, leggerò molto e dormirò poco. Un’abitudine che non scompare nemmeno nella nebbia.

So come nascondermi, lo so fin troppo bene, ma so anche come riapparire.

Dunque, ci si vede in giro.

Fabio Roversi

Peep-show

Le cose romantiche non mi sono mai piaciute. Questo me lo sono sempre ripetuta, tanto che non riesco più a ricordare se sono diventata così cinica o lo sono sempre stata. E non si tratta di essere incazzati col mondo, non è questo. La verità è che all’inizio io nel mondo ci stavo bene. Ho avuto tutto. Ma una vita serena vale a dire non conoscere nulla veramente, di quello che c’è fuori. Potevo arrabbiarmi con quelli che mi rinfacciavano di essere fortunata, potevo arrabbiarmi con i miei genitori, che mi hanno permesso di esserlo.

Le persone fortunate, credimi, non sono mai piaciute a nessuno.

E la nostra generazione non piace a nessuno per questo.

Allora abbiamo rovesciato il gioco delle parti: abbiamo smesso di mangiare, abbiamo smesso di studiare, abbiamo smesso di sentirci felici.

Questa cosa me l’ha insegnata Eva. Che la felicità è lobotomia. Che nascere felici è come non avere mai avuto le dita, il tatto, per esempio. E mentre lo diceva faceva scorrere uno sull’altro i polpastrelli.

Eva l’ho conosciuta la sera di un aprile invernale in cui la mia vita è cambiata. Una ragazza così bella io non l’avevo mai vista, davvero. Una ragazza così bella non deve chiedere niente nella vita, pensai. Faceva freddo, io ero fuori un locale di San Lorenzo e piangevo. Così, rannicchiata in un angolo, mentre dall’interno del locale si sentivano le voci altalenanti della gente soffocare un disco di Jimi Hendrix. Eva si avvicinò con una birra. Mi chiese perché piangevo e non le risposi subito. Mi sarei laureata dopo poche settimane in medicina, le dissi, e avevo rotto la sera stessa con il mio ragazzo. Non sapevo cosa dovevo provare. Felicità o tristezza. La disperazione le comprendeva entrambe.

Se non sei felice tu, non permettere a nessuno di esserlo, aveva detto Eva.

Eva aveva un tatuaggio sul braccio sinistro, un cuore trafitto da una spada, attorno una pergamena con sopra scritto “mom and dad”.

Piangi perché non sai un cazzo tu della vita. Ci posso scommettere. Mi disse. Si abbassò sulle ginocchia e poggiò sulle mie un libro. Piccole donne. Da un piccolo flacone fece uscire una polvere bianca, la sistemò in fila e tirò su col naso.

Ci hanno fatto credere un sacco di falsità. Che si deve crescere, come queste povere puttanelle. Che si deve rinunciare. Che ci si deve sacrificare. Che ci si deve innamorare. Quando poi diventano vecchi, queste cose le dimenticano, divertiti, ti dicono, ma solo quando è troppo tardi.

A questo punto della storia, la canzone esatta sarebbe Vodoo child. Ci sarebbero i titoli di presentazione, la musica che aumenta, Eva che mi dice. Pensaci. Tra uno stacco e l’altro della voce negra di Hendrix, e poi si allontana, dopo avermi lasciato un biglietto nella mano. Un appuntamento.

Era il giorno del mio ultimo esame. Andai all’università, aspettai il mio turno. Sapevo tutto. Ero pronta a diventare un medico. Quando mi chiamarono però non riuscii ad alzarmi dalla sedia. Non risposi al mio nome. Cercai nervosamente qualcosa nella borsa per nascondermi in volto e trovai il biglietto di Eva: il giorno indicato era esattamente quello. Mi alzai di scatto e cominciai a correre disperatamente verso l’orario e il luogo indicati.

Questo è il solo modo in cui si può assistere alla propria nascita. Me l’ha insegnato Eva.

Prima ci hanno insegnato Woodstock e poi ce ne hanno privato. Mi diceva sempre lei. La libertà e tutto il resto.

La scena successiva riprende la mia amica di spalle, chinata sul fornello della sua cucina lurida.

La vedevo svolgere quei movimenti come un rituale sacro. In quei momenti era una sacerdotessa inviolabile, nel silenzio. Due pezzi di ferro, i resti di una vecchia stampella, tenevano in equilibrio pochi grammi di oppio. Mi avvicinavo a lei che mi chiamava con lo sguardo. Incameravo il fumo. Incenso.

Ti manca casa? Mi chiedeva sempre, una volta stese sul pavimento della cucina. E io le rispondevo. Si, a volte, Eva, mi manca casa.

Allora lei mi diceva che il vero problema erano i pesci rossi. Ne teneva uno in una piccola vasca sul pavimento della cucina che nuotava in acqua melmosa. I pesci rossi hanno una memoria di soli tre secondi, poi ricominciano ad apprendere per dimenticare tutto immediatamente dopo.

Pensavo che era vero. Che Eva aveva ragione. Che fino ad allora l’affetto dei miei genitori, la felicità di rispondere ad un preciso senso del dovere e non del volere, era stata la mia gabbia. Raccolta dalla memoria degli affetti.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi. Lo hanno trasformato in colpa e poi lo hanno dimenticato. Infliggi alla tua casa la tua assenza. Questa è la punizione che si meritano.

Domani partiamo. Mi disse. Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ed era l’estate e il nostro primo viaggio insieme. Prese l’estremità della stampella ancora rovente e l’appoggiò sull’interno del braccio pallido senza emettere suono. Fece lo stesso con me. Doveva essere quello l’inizio della liberazione.

Ci fanno credere che il dolore sia qualcosa di negativo. Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi.

Fanculo la nostra generazione. Fanculo la modernità. Io ed Eva insieme fondammo un tempo nuovo.

La libertà di una donna a Londra si chiama Peep-Show. Sai cos’è un Peep-Show? Immagina un locale luminoso nel centro trasgressivo di Soho. Immagina delle cabine, separate da un’altra stanza con un vetro unidirezionale. Il cliente vede la donna senza essere visto. La donna si tocca, balla, si accarezza, si dondola su un’altalena di fiori. Il cliente si tocca con la donna, sente il proprio respiro che si condensa sul vetro. Nient’altro. Non è prostituzione, non è sfruttamento. È un modo onesto di affermare la superiorità della donna. Io che scopro lentamente una gamba, lentamente, fino al ginocchio, vicino, che quasi puoi toccarlo, così, e ti eccito e ti sono vicina senza esserci. So che tu mi stai spiando. So che sono bella. So che ti stai eccitando. Una cosa del genere, insomma. Ed è la cosa più autentica che c’è. Spiare dichiaratamente una donna. Rendere conto dell’atto. Pagare i diritti dell’atto. I nostri clienti erano i più sani appassionati di sesso che avessi mai conosciuto, come i grandi amanti della musica, che spendono tutto in dischi e trovano oltraggiosa la condivisione in rete. I nostri clienti non avrebbero mai spiato dal buco della serratura, di nascosto. Il punto estremo in cui il reality si dichiara fiction, senza falsi buonismi, era questo che affermavamo continuamente.

Piccole donne sotto vetro che danzano ondeggianti come pesci rossi. Goldfish in a Bowl, mi pare dicesse una canzone. Forse erano i Pink Floyd, ma non lo ricordo, non lo ricordo.

Abbiamo iniziato a guadagnare in quel modo. Potevamo ottenere tutto quello che volevamo. Ci sentivamo delle dive. Era come un banco del seme senza giornaletti porno e senza fiducia nella riproduzione. Dopo qualche mese eravamo diventate famose. Preparavamo i nostri show in un appartamento di periferia e li ripetevamo al locale. Nelle notti di Soho non esisteva cordone di velluto che non si alzasse per farci passare. Per la prima volta eravamo libere. Pensavo ad Eva come la mia vera madre. Madre senza padre. Era anche lo schifo per gli uomini ad accomunarci. La maledizione dell’innamorarsi, un motivo in più per sentirsi schiave.

Lei me l’aveva insegnato, io le credevo. Da bambina era stata violentata dal padre. Quella sera me lo confessò ridendo. Scopare è uguale con tutti. Non c’è differenza, aveva detto. La cultura vuole che non sia così, ma pensaci, è tutta una finzione. Tutti gli uomini sono uguali… lo dice anche il vangelo, no?

E rideva, infilandomi una giarrettiera rosa pallido ad una gamba. Mi baciò dolcemente sulle labbra. La felicità non esiste, sussurrò. Quella sera allo specchio vidi solo due anoressiche vestite da bambola.

Entrai in cabina senza sorridere. Dondolavo sull’altalena e in alto le corde si avvolgevano su se stesse, facendomi girare. Guardavo in basso. Dall’altra parte del vetro sentivo la voce di un uomo che mi diceva di togliermi il vestito , di sfilarmi lentamente le mutandine di pizzo giallo pallido, un nastrino per volta, sul fianco. Io stavo ferma a guardare nel vuoto. Iniziò a dirmi che ero una puttana, che aveva pagato per vedere, che non lo facevo eccitare abbastanza. Pensai alle gite in campagna. Pensai a tutte le volte che di sabato sera aspettavo sveglia i miei genitori che rientravano tardi, e a quanto ero sollevata nel vederli. Pensai alla mia camera, ai miei dischi di Simon & Garfunkel, alle poesie di Herman Hesse.

Mio padre che mi legge i versi di Omero in una giornata di sole, ai raggi che filtrano tiepidi dal vetro della cucina, mentre mia madre prepara la tavola con i colori più belli del mondo.

Sobbalzai al suono che indicava la fine del turno. L’uomo era andato via. Uscii fuori e accesi una sigaretta. Mi cambiai. Andai a casa. Aveva iniziato a piovere. Era bella la notte di Londra con la pioggia e mi sentivo affondare nelle cose.

Arrivai a casa mezza fradicia di pioggia ma ricordo perfettamente che andava bene così. Avevo cambiato idea e forse di vita ne avevo vista abbastanza. Che ero sempre in tempo per insegnare ad Eva quello che avevo scoperto e cioè che non tutto è definitivo. Che si è sempre in tempo. Questo lo pensai mentre cercavo le chiavi di casa, davanti alla porta.

E adesso immaginala con me, una voce che mi chiama. Una voce musicale, una ninnananna che inquieta. Bambolina. Mi chiama. Torna qui. Dice. Bambolina. Ho pagato per vedere. E ricordo che la borsa cadde a terra e si sentì solo il rumore delle chiavi.

Immagina: io che non ho fiato per gridare. Che mi fa male il cuore. Che provo a dimenarmi ma l’uomo stringe forte, mi trascina in un angolo di strada vuota. Sento che puzza. Sento che respira forte sul mio collo. Mi strappa i vestiti da dosso. Mi mordo la lingua per sentire più dolore, il mio, che io posso farmi più male di come me ne fa lui.

Basta, basta, ti prego, basta. Adesso basta. E dopo poco mi accorgo che non sento più niente, neanche la pioggia sul volto, neanche il freddo. Non avere paura, mi dico. Tra poco sarà tutto finito. E penso a quando nei sabati sera della mia infanzia lenivo da sola la paura dell’abbandono. Domani saranno i miei genitori a svegliarmi. Perché non mi hanno abbandonata. Saranno loro. Domani, domani sarà tutto finito.

Restai con il volto piantato a terra in una pozzanghera. Mi svegliai insieme a Londra alle prime luci oblique del mattino. Il sapore del sangue e quello della terra bagnata sono simili. Sanno di ferro. Senza muovermi riuscivo a guardare la porta di casa. Eva ha già portato dentro il latte, pensai. Ma non riuscivo a muovermi né a chiedere aiuto. Con un braccio sfiorai a tentoni la superficie della strada. Le mie dita incontrarono un pezzo di carta bagnato dove era ancora riconoscibile il nostro indirizzo. Il tratto blu scritto a penna e sfumato in parte e mi ricordò una laguna dipinta ad acquerelli. A stento riconobbi la scrittura di Eva.

Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi, con l’innocenza e tutto il resto.

E noi non siamo altro che pesci rossi. Lo ricordiamo per tre secondi , poi basta. La condanna è eterna. Dobbiamo imparare ogni volta ad impararlo di nuovo.

 

Olga Campofreda

Un viaggio con Francis Bacon

UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON *

“Di notte teste esplose mi vengono a bombardare mente e stomaco mentre tento di dormire. Ho preso due pastiglie di Minias, un sonnifero non forte che mi permette di addormentarmi quando l’insonnia mi si accanisce contro, ma quelle teste mi perseguitano. Più di tutte, quella di John Kennedy sull’auto presidenziale, a Dallas. In effetti non scoppiò, ho visto come tutti quel filmato decine di volte, ma la mia distorsione me la fa vedere esplosa. È sempre Bacon che mi perseguita, le sue teste, le fauci umane, lo spalancarsi dell’abisso.

L’uomo baconiano è tutti e nessuno, ora l’ho capito. È il venditore in Mercedes incontrato a fine inverno davanti al tabaccaio, ma è anche John Kennedy nel pieno della sua morte violenta. È il ragazzo del Vietnam vittima di uno scontro a fuoco. È addirittura la testa pelata del colonnello Kurtz impersonato da Marlon Brando in Apocalypse now. La filosofia di Kurtz, esplicata nel suo monologo, è una filosofia dell’accettazione della morte e soprattutto dell’assassinio senza riguardo che non è nemmeno immorale, è semplicemente lineare, fino a raggiungere proprio una non sottile linea di straordinaria purezza.

Ecco, il dolore e il male rappresentato da Bacon mi sembrano alla fine coinvolti in una strana purezza naturale. È come se l’uomo baconiano, afflitto, sconfitto, frustrato, sia preda di un male naturale che è puro, perché inevitabilmente intricato con la natura. Una natura che non ha riguardi nel nascere e nel morire, che si fa largo sulla nostra terra tramite la brutale selezione della specie. L’uomo baconiano è arrivato al termine di questa selezione, ma da sconfitto.”

Franz Krauspenhaar

* Estratto da Un viaggio con Francis Bacon (Zona, NOVEVOLT, 2010): Francis Bacon nella vita di uno scrittore. Un libro ibrido, che mischia strutture narrative e stili letterari, e che traccia indelebilmente i contorni del mondo della contemporaneità. Un piccolo grande viaggio pop, tra cinema, musica e poesia. Viaggiare assieme a Francis Bacon, in questo libro, significa sporgersi dalla balaustra del traghetto, e guardare all’orizzonte il vuoto, in un dialogo con la crudele e tagliente scrittura di Franz Krauspenhaar, già autore di Avanzi di balera (Addictions), Le cose come stanno e Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai), Era mio padre (Fazi), Franzwolf. Un’autobiografia in versi (Manifatturatorinopoesia) e L’inquieto vivere segreto (Transeuropa), nonché ex redattore di Nazione Indiana e uno dei principali animatori dei dibattiti culturali in rete.

Inoltre Scrittori precari segnala giovedì 1 aprile 2010, alle ore 18.00, presso la Feltrinelli international, in via Cavour 12r presentazione dei primi libri della collana NOVEVOLT, Il molosso. La leggenda del cane di Enzo Fileno Carabba e Un viaggio con Francis Bacon di Franz Krauspenhaar. Saranno presenti, oltre agli autori: Vanni Santoni, Jacopo Nacci, il curatore della collana Alessandro Raveggi e l’editore Piero Cademartori. Reading a fine presentazione.

Trauma cronico – Terra molle

L’Italia che crolla a pezzi non è più solo una metafora. L’ultima tragedia l’abbiamo vista a Messina, ma i precedenti non sono lontani e nemmeno sporadici, terremoto in Abruzzo su tutti.

La natura si riprende quello che l’uomo abusa, e porta vittime e dolore. L’Italia muore per le speculazioni di disumani umani, per il profitto spregiudicato, per un’etica comportamentale sepolta dietro l’illusione del lusso e della ricchezza. Un egoismo incontrollato, la totale non considerazione del prossimo, ignoranza e miopia devastante porteranno ancora tanta tragedia e desolazione. Non c’è alcun segnale di reazione, si subisce inermi, inerti, impauriti.

Parlano di sicurezza nelle strade e dimenticano i pericoli dentro le mura degli appartamenti, il territorio precario che hanno saccheggiato.

Nessuno si preoccupa dell’ambiente, nella stanza dei bottoni. Nessuna prevenzione, nessuna attenzione: speculazione e saccheggio, che hanno ridotto una terra meravigliosa, Italia, in un campo minato.

L’uomo è un essere così piccolo e indifeso che non dovrebbe millantare crediti che non ha. La natura azzera sempre il debito con la sciatteria umana. Nessuno più si chiede dove stiamo andando. La strada per il cambiamento passa attraverso il lavoro e il sacrificio. Non esiste una bacchetta magica che dalla sera alla mattina cambi l’ordine costituito delle cose, lo si deve bene tenere in mente. Il cambiamento è un processo quasi sempre lento, e mentre le cose cambiano, in realtà non cambia niente. Bisognerebbe ogni momento riappropriarsi del proprio tempo e del proprio spazio invece di sciupare il tempo prezioso in futili rappresentazioni. Viviamo in questo luogo assurdo, Italia, dove il futuro, alle nuove generazioni, è stato sottratto.

Bisogna salvaguardare la scuola e l’educazione dei bambini, l’immenso e strabiliante patrimonio artistico e culturale che abbiamo, il nostro territorio, monti e mari e laghi e fiumi e vulcani e colli e campagne e strade e città: la Terra. Se no tutto andrà a puttane, date retta a un fesso.

Anni avanti in cui la terra sputerà i rifiuti che le sono stati seppelliti in decenni di business incontrollato. Soldi sporchi che si puliscono grazie a leggi vergognose che un popolo che non sa più indignarsi accetta e subisce, con piccoli singulti, poche voci isolate, mentre malata è l’aria che respira, il cibo che mangia e l’acqua che beve.

Crolleranno gallerie sulle autostrade, ponti, ci saranno frane, alluvioni, stragi e ancora tanta morte. Mentre i responsabili non saranno trovati, e se saranno trovati, non pagheranno. Questa è, oggi, Italia.

Gianluca Liguori

Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo