E invece mio padre era mio padre

di Domenico Caringella

Ascolta.
Quando finalmente il regalo di mio padre fu una canna da pesca, capii che era arrivato il momento. Non che l’aspettassi per la pesca in sé; è che speravo che parlasse, finalmente. Che parlasse con me, mio padre. Ne avevo abbastanza di un esempio muto. E io stavo diventando come lui. Vedi, si sentiva la voce del fiume dove vivevo. Sussurrava dentro casa e non c’era modo di zittirlo. Quel giorno invece, anche se c’eravamo sopra, c’eravamo dentro, sembrava tacere. Una forma di rispetto per il vecchio pensai stupidamente. Quando lui per iniziare il discorso mi disse di guardare il fiume, e mi chiese cosa vedevo, pensai “cristo, adesso mi dice che la vita è come un fiume, e cazzate del genere”.
E invece mio padre era mio padre.
– Lo hai visto il fiume? – disse – Ricordatelo bene, la morte è come Leggi il resto dell’articolo

Il questionario americano

di Domenico Caringella

– Su “Religione” barro la casella “agnostico” ok? “non credente” suona male e le abbasserebbe il punteggio; mi dispiacerebbe, lei vale
– Ok. Credo. Cioè credo che lei abbia ragione. E come si dice in questi casi…grazie?
– Prego
– Va bene
– Perché sorride?
– Perché sorrido? Ecco, se c’è la sezione “Umore” metta “allegroLeggi il resto dell’articolo

Le spade di Seamus

di Domenico Caringella

Lui, che sino ad allora aveva conosciuto solo il paradiso, in pochi giorni era precipitato nel fuoco. Entrò nell’inferno che era la fucina di St. Mary’s Road mentre le fiamme di un altro inferno, quello del tradimento e dell’umiliazione, gli tormentavano ancora le carni, gli seccavano il fiato in gola.
L’Averno di quella mattina aveva gli occhi di Seamus il fabbro, il respiro del mantice, la voce del martello che picchiava il ferro, quella dei maiali che banchettavano nel trogolo. Leggi il resto dell’articolo

Il gioco di Tanaka

di Domenico Caringella

Il gioco è una cosa seria. Non la vita” (Akikazu Ando)

L’unica cosa che riescono a ricordarsi i miei occhi è il disco rosso fuoco disegnato sulla carlinga bianca dell’uccello a motore che mi ha precipitato dal paradiso di cielo e nuvole dove volavo, all’inferno buio in cui vivo adesso da un tempo che non riesco più a definire, a misurare, un Tartaro arido e silenzioso che nasconde ancora il suo vero supplizio. Perché so che l’indice della mano sinistra che una lama dal filo perfetto accorcia un centimetro al termine di ognuna delle mie sconfitte con l’uomo che tutti chiamano Tanaka, è solo una preparazione a quello che mi attenderà dopo; forse è misericordia allora, non crudeltà. Leggi il resto dell’articolo

Durga

L’Oiseau de ciel, Magritte

di Domenico Caringella

Quando ero bambino, per non pensare a mio padre e a mia madre, per non soccombere al fatto di essere loro figlio finendo per accettarlo come una colpa o un obbligo o peggio uno scherzo, mi misi alla ricerca di un filtro, una parete. Li trovai prima sulla scacchiera di mio nonno e dopo per strada, nel campo dietro alla segheria di Ecclesall che io e Clarence fingevamo fosse l’Hillsborough Stadium.
Se mi guardo indietro, e dentro, quelle due cose, gli scacchi e il calcio, sono le uniche cose belle che mi rimangono del bambino che ero e che non sono più. Ma forse mi illudo soltanto che ci sia ancora qualcosa, tant’è che informarmi dei caffè frequentati dagli scacchisti e visitare lo stadio di ogni città in cui arrivo clandestino e maligno e allegro, ormai non è che un vezzo, un gesto riflesso, stile e nulla più. Deve essere proprio così, perché oggi lasciare Parc Astrid mentre il primo tempo non è ancora morto, non mi pesa in alcun modo. L’assoluta assenza di passione non ha niente a che fare con l’Anderlecht, che è ormai una copia sbiadita di quello di un tempo; e nemmeno con il fatto che Bruxelles mi vede per un rendez-vous a cui non posso mancare, dato che l’appuntamento l’ho programmato Leggi il resto dell’articolo

Carthago delenda est

381367_2648964632597_1414468446_ndi Domenico Caringella

Ceterum censeo Carthaginem esse delendam
(Marco Porcio Catone)

Nello stesso istante in cui la “Zama” ha sciolto gli ormeggi – il profilo di Tunisi che dietro di noi iniziava progressivamente a rimpicciolirsi – ho sentito, tutta insieme e per la prima volta, la parte cartaginese del mio sangue fluirmi sino alla testa e armare il mio braccio. È stato un esordio, perché l’antica nemica di Roma era solo un ricordo sbiadito della mia infanzia, un inverno tiepido in cui mio padre mi aveva accompagnato a vedere e vivere le rovine della città morta, fuori dalla capitale. Quanto parlava mio padre. Ora non parla più, o forse è solo lontano; o sono io che non lo sento. Leggi il resto dell’articolo

Radiosveglie

di Domenico Caringella

Sono stato il biografo ufficiale di Kadijah al Said, la Sultana Nera, per un numero imprecisato di anni: la fissità del deserto e le mollezze della prigione dorata che mi era stata riservata, hanno infatti minato ben presto e senza rimedio la mia cognizione del tempo.
Sono rimasto al servizio di quella donna senza età, cui la legge Salica aveva impedito di diventare quabus di Uqbar in favore del fratello, uomo inetto e senza qualità in tutto anche nel ramino, sino al giorno in cui ho scoperto che a trattenermi lì non erano state le guardie armate fino ai denti, le velate minacce di un futuro da eunuco o le paranoiche prospettive di un lento avvelenamento, ma semplicemente la mia volontà debole e prostrata, il timore di tornare a casa ad essere di nuovo Nessuno.
Kadijah viveva nel lusso più sfrenato, e tutti noi con lei. Alla mancanza di averi ereditari aveva sopperito armando una flotta corsara imprendibile che batteva a tappeto lo stretto di Hormuz e depredava ogni guscio di noce che le attraversava la strada: i suoi giannizzeri nell’87 erano riusciti a dare Leggi il resto dell’articolo

Il consulto di Granada


di Domenico Caringella

Un medico ignorante è l’aiutante di campo della morte.
Abū l-Qāsim Khalaf ibn Abbās al-Zahrāwī (Abulcasis)

Al di là delle idee, al di là da ciò che è giusto e ingiusto, c’è un luogo. Noi ci incontreremo là.
Jalal al-din Rumi

“Dolcezza. Ma che sia rispetto per l’infermo, non semplice e vuoto sorriso. Attendi e spera che sia il paziente a farlo. Sia il suo sorriso la mercede più ambita per la tua opera e accoglilo con compostezza. Un medico non sorride. Interferisce con il destino. E salva”.

Era stato il primo insegnamento che gli avevano impartito alla Scuola di Cordova. Seguire quel canone per Abdulrahman, cresciuto con la risata contagiosa del padre, era stato complicato, doloroso forse. Il prezzo era stato quello di far scomparire il sorriso, per sempre. Ma solo dalle labbra, nulla aveva potuto con gli occhi, due rivoltosi che continuavano a ridere tutte le volte che volevano. Per giungere a quel risultato era ricorso alla tecnica principale che aveva appreso presso la Scuola, alla cauterizzazione. Così la sua bocca ogni volta che gli occhi ridevano, appariva per quella che era diventata, una sottile e appena visibile cicatrice. In quei momenti Abdulrahman assumeva un aspetto imperscrutabile, a metà tra quello dell’animale leggendario di un bestiario e quello di un sacerdote. Ciò accadeva soprattutto quando assisteva a uno sbaglio, uno volontario, commesso senza scusanti. E in generale dinanzi all’imperdonabile. E al disonesto, come la parola Reconquista, o il modo con cui venivano usati i concetti di storia e di”Dio da coloro che in definitiva non erano altro che nuovi usurpatori, estranei rispetto alla terra dove lui viveva. Leggi il resto dell’articolo