La storia di Johnny Fortuna – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Nessuno era più fortunato di Johnny Fortuna.
Se uno vinceva alla lotteria, lui ne vinceva due.
Se un tizio trovava un quadrifoglio per terra, lui ne aveva un intero stock.
Era davvero Leggi il resto dell’articolo

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La parte più calda

[Siamo lieti di riproporre ai nostri lettori il racconto La parte più calda, pubblicato su Los Ingrávidos, numero 12 della rivista Colla, dello scrittore spagnolo, classe ’85, Juan Soto Ivars e tradotto da Marco Gigliotti. Buona lettura.]

di Juan Soto Ivars

1.

Erano i giorni in cui il lavoro non ci aveva sfiorato. I giorni in cui conoscevamo intimamente l’estate e lei ci permetteva di passeggiarle sul dorso. Per noi la vita era andare su e giù per strade conosciute, portare a spasso la noia per le campagne che circondavano il paese e fantasticare sulle ragazze: creature incomprensibili e desiderate che ci ignoravano come se fossimo mendicanti molesti. Ricevevano in cambio le nostre risposte iraconde e ingegnose. Le nostre sassate cariche d’amore.
Il paese era piccolo ma le differenze tra gli abitanti erano molto marcate: c’eravamo noi e quelli che potevamo spaventare facilmente. Io vivevo con la mia famiglia in un complesso residenziale modesto vicino ai binari del treno. Innumerevoli giorni della mia infanzia ho aspettato, con altri come me, che passasse il treno merci carico di container di legno e cisterne di butano. A volte scommettevamo sul numero di container che avrebbe trasportato il treno. Ci giocavamo soldi o figurine dei calciatori. Altre ci divertivamo mettendo pietre enormi sulle rotaie. Pietre rotonde che esplodevano quando venivano schiacciate dalle ruote metalliche e che mettevamo lì con la speranza di far deragliare il treno. Immagino che volessimo far succedere qualcosa per spezzare la monotonia. Qualcosa che non ci è mai riuscito. Leggi il resto dell’articolo

Scomparsa *

Le quattro del mattino. Sorseggio una camomilla così che passino questi dolori, mi distendo nuovamente sul letto, bevo, sudo, penso: cos’è stato? Continuo a fumare, non ci penso: nei fogli per terra riconosco tutte le cancellature, impronte che mi lascio dietro. Bussano alla porta e sono scalzo, coi piedi sudati, che abbasso la maniglia: «Chi è?»
«Decimo, sono Giovanni. Hai visto Anita? Non è ancora tornata.»
Mi viene freddo quando vedo Giovanni Santa Cruz sull’uscio di casa mia, le parole non so nemmeno come escono, ma escono: «Non l’ho vista, mi spiace.» Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile potrei essere io, il mostro su cui puntare il dito, quello che ha abboccato alle lusinghe di una quindicenne.
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Chiudo la porta e faccio ritorno nella mia stanza. Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile sono io; quello sguardo e quelle mani che indugiavano sul mio corpo, quella bocca, la lingua, l’alito alla mela, i capelli e il mare piatto davanti a noi – il fuoco era acceso? Ricatto e colpa, urla e mani – le mie – che si stringono attorno al suo collo, in macchina, nel bagagliaio, sulle strade che salgono fino a Monte di Chiesa, la notte che scende, una sepoltura di fortuna e una doccia che si porta via tutto. Ancora un conato di vomito e di nuovo in bagno, il giallo dei succhi gastrici che scivolano sul bianco del water e le contrazioni dello stomaco mi piegano sui ginocchi. Penso che dovrei guardarmi dall’alto, allontanarmi per vedere la fine. Tutto muore quando è scritto; la parola nasce quando è scritta e muore subito dopo, quando la penna si alza dal foglio. Leggi il resto dell’articolo

Pensando Wittgenstein

Ehi, ciao. Ci sei? Ciao. Sì, ci sono. Come va? Oggi non molto bene, e tu? Io bene, giornata di relax. Come mai non stai bene? Che c’è? Beato te. Ogni tanto ci vuole. Ho qualche problema con la mia salute. Oddio, spero niente di grave. Che succede? Spero, vedremo i risultati. Hai fatto le analisi? Povera. Urino sangue. Accidenti. Ahi ahi. Il mio corpo non ha 31 anni ma 80. Spero proprio di no. Che sia una cosa risolvibile. A volte trovata la causa si guarisce completamente. Sì, secondo me è lo stress. Potrebbe essere. Vuol dire che ne hai preso tanto. Poi fa troppo caldo. Di stress. Oggi meno. Tantissimo. Ti devi divertire di più. Sono stata anche dall’avvocato. Pure. Anche questo non aiuta. Con lo stress. Lo so. Oggi mi hanno consigliato: vivi di più. Più che altro. Divertiti un po’ di più. Pensa un poco anche a te stessa. Sei una ragazza. Ma come si fa, io non lo so proprio. All’anagrafe, sì. Arriveranno tempi migliori. Ma sì. Però cerca di uscire con qualcuno. Un’amica. O un amico. Per sfogarti almeno. Con chi, è il problema. Scappano tutti. Almeno. Ma non è vero. Quando sanno che sono separata con due bimbi. Ma tu non devi cercare un altro marito. Ma un amico. Lo so, sono loro che non lo sanno. Per un altro uomo è presto. Sì, troppo presto. Io però non scappo. Però sai, mi pesa di non avere qualcuno che pensa a me. Strano che non scappi. Eh, ci credo. Però, finché sei così pessimista. È dura che qualcuno non scappi. Più che pessimista mi son trovata qualche porta chiusa. Qualche? Io direi un sacco di porte in faccia. Dopo mio marito un uomo attirava i miei pensieri. Due figli. Ma è scappato. Non dico che sia facile, ma cresceranno. Sono la mia vita. Vedi che non va tutto male? Senza, l’avrei già fatta finita. E poi gli uomini che scappano è meglio perderli che trovarli. Hai ragione. Da quando sei fidanzato? Stasera lavatrice e ferro da stiro. Da nove anni. Cavoli, tanto anche te. Tanto sì. Ma stiamo bene insieme. Diciamo che sono stato fortunato. Anch’io sono stata nove anni prima di sposarlo. Però. È più facile trovare una donna ok, che un uomo ok. Direi di sì. Non sei d’accordo? Eri un ragazzino anche tu. Di uomini per davvero ce n’è molto pochi in giro. Uh, sì. Non sono meglio. D’accordissimo. Cerco di non vergognarmi troppo di me stesso. E poi io scrivo. Sono uno scrittore. Chissà che non sia la verità. Fai bene. Cosa scrivi? Sentimi un po’. Ti sento. Io ti posso offrire solo la mia amicizia. Però credo sia meglio di niente. Certo. Aspetta. Di sicuro. Eccomi qui. Ero al telefono. Ci sei? Sì. Scusa. E di che? Scusami tu. Ero al telefono. Dimentico che sei uno importante. Figurati. Se passi dalle mie parti, ci possiamo vedere. Volendo, sì. Ecco, bene. Basta saperlo per tempo. Tanto abitiamo vicini. Sai con i bimbi. Sì, ci credo. Ora scappo. Una foto, dovrei cercarla. A dopo. Ma dove vai? Hai dei finali drammatici. Io vado e poi ti cerco qui. Ciao. Ok ti aspetto. Ciao. Ehi. Sono tornato. Ciao. Sono al buio. Hai visto? T’ho accontentato. Non ho la luce. Come al buio? Fino alle 22. Un guasto. Perché? E chi lo sa? Ho ricevuto la tua foto. Ti dico che non sono per nulla fotogenica. Ma no che va bene. Di persona sono leggermente migliore. Sì, ma anch’io voglio vederti. Qui è andata via la luce. Sì. Una mia foto? Immaginavo. Aspetta. Yes! Non importa. Spero. Tra sfigati allora ci capiamo. Ecco la foto. Hai proprio l’aria del prof. Eh, credo proprio di sì. Secondo me ognuno nasce già predestinato. Dici? Con il viso che parla per te e dice ciò che sei. Sì e no, o meglio. Sì, un’inclinazione c’è. Sì e no che significa? Poi sta un po’ a noi riuscire a trovare la strada. Da piccola mia madre lo diceva sempre che ero speciale. Poi un uomo mi ha rovinata. Beh, la mamma non fa testo. Ma come mai ti sei cacciata in questo guaio. Lo fa, almeno la mia. E poi sono convinto che il tuo uomo non sia solo male. Troppo innamorata. Avevo 13 anni. Qualcosa è andato storto. Ecco questa è una cosa che non va bene. Posso essere sincera? Si cresce. Dimmi. Diciamo che ha due brutti vizi. E quali? Si fa ed è violento. Pure. Ma dovevi andartene dopo la prima volta che solo ci provava a toccarti. Che dire? L’ho amato tutta la mia vita. E non ti sei amata neanche un po’. Ero in attesa del primo. Amavi lui per non amare te. La mia famiglia mi ha pregata per anni di mollarlo. Difficile volersi bene, a quanto pare. Chissà perché così poco rispetto di te stessa. Non è cattivo ma vuole fare a modo suo. Ancora lo difendi? Prima andava bene ora non più. Prima, cioè dieci anni fa? Poi ho aperto gli occhi. Dopo 10 anni? É stato il mio primo grande amore e anche l’unico veramente. Si cresce. Siamo cresciuti insieme. Sai quanta gente interessante c’è al mondo? Non siete cresciuti. Lui ha continuato a essere se stesso. E tu sei cambiata? Anche adesso fai fatica a volerti bene. Non ci si caccia in un pasticcio come il tuo se non lo si desidera. Devo solo farci l’abitudine. Mai farci l’abitudine. Anche alle botte ci facevi l’abitudine? Sì, e mi sentivo pure in colpa. Ok, scusa. È tornata la luce. No, ma figurati. Però renditi conto che se una cosa non la capisci, ti ricapita. Ci vediamo domani sera? Lunedì è il mio giorno libero. Domenica si potrebbe. Cavoli, al contrario. Vai dalla tua tipa? Vado io o viene lei. È anche giusto altrimenti quando vi vedete. Infatti. Però ci stai anche tu come amica. Con la vita da romanzo che hai. Ecco prendi spunto per scrivere. Mi darai i diritti. Ah, beh, quello sì. Cinquanta e cinquanta. Io metto solo la storia. Tu devi scrivere. Ok. Ti impegni di più tu. Quella che si è impegnata di più sei tu. La vita è quella vissuta, non quella raccontata. No, la vita è il suo racconto. E poi, vivere. Forse sopravvivere. Non essere catastrofica. Questo gioca a mio favore. No, mai. Quasi ci riusciva lui ma… Son tosta. Adesso che sei passata per dei brutti momenti. I miei figli mi chiamano Hulk. Si chiama essere mamma. A 20 anni tutte avevano il moroso io il bebè. Mia mamma aveva 19 anni. Sai che sono la madre più giovane nella classe di mio figlio grande? Sto facendo continui errori. Scusa, prof non darmi 4. Non ti preoccupare. Ma che ti ridi? Non sono in servizio. Meglio, allora. Ti godo come amico. Sì. Perfetto. Sai, dietro ci sono delle persone. Dietro cosa? Dietro la chat. Per fortuna. Non ho mai pensato al retro di una chat. Se non ci fossero persone. Sì. Pensa che squallore. Che squallore dove?

Leonardo Tonini

L’ultima notte di Cagliostro

L’ultima volta che gli servii la cena fu la sera del 25 agosto. Chiusi la porta e lo trovai intento, come altre volte, a dipingere la parete. Per pennello usava un cucchiaio alla cui estremità aveva posto la lana del materasso che intingeva in acqua sporca di ruggine. Stava iniziando un ritratto. Con movimento sicuro tracciò il cerchio di una pupilla. Poggiai il vassoio e credo gli chiesi se cercasse compagnia in quel volto. Lui fece un gesto, lo ricordo bene perché mi colpì, si avvicinò alla parete che stava disegnando e la carezzò, come fosse una guancia.

Mi guardò e per la prima volta mi rivolse la parola, mi chiese se avessi, invece, io voglia di fargli compagnia.

Non saprei dire se m’impietosì o ipnotizzò. Il suo sguardo non era normale, ma pesante e fisso su di me. Temevo riuscisse a leggermi dentro, mi lasciai cadere sul bordo del letto.

Spezzò il pane e assicurò nelle mie mani la metà. Nei suoi gesti, nelle sue movenze non riconoscevo più quell’uomo che tutti dicevano diavolo, non ravvedevo la potenza, la cattiveria della persona entrata quattro anni prima nella fortezza inespugnabile, nell’isolamento più totale, fuori dal mondo; come me, il suo carceriere.

Mi chiese se avessi famiglia o una donna da cui tornare. Feci segno di No. Pensai che ero l’unico amico del diavolo, condannati entrambi al carcere a vita.

Non rammento le parole precise, ma parlò della felicità, diceva risiedesse nella capacità di volere quel che si ha. Eravamo dunque felici?

Non gli importava neanche della libertà, un valore, secondo lui, sopravvalutato che i potenti erano pronti a difender con sangue vergine; la ricchezza, poi, quella era solo un abbaglio creato per celare la verità. L’ascoltavo non perdendolo mai di vista e nel mentre mi ripetevo che se quell’uomo potente era mio amico, allora forse potevo essere potente anch’io.

Camminava lentamente dalla finestra al letto, con soli quattro passi percorreva l’intero perimetro della cella. Per molti era stato solo un truffatore, per altri un alchimista ed ancora: filosofo, matematico, astronomo, teologo, taumaturgo, linguista, orafo, musicista, massone e addirittura mago.

“Sa quante vite ho avuto?”, chiese nascondendosi il viso tra le esili mani. Non risposi, strappai con i denti un pezzo di pane e aspettai che proseguisse.

“Non mi dico innocente, ma la mia unica colpa si chiama amore, un amore malato come tutti gli amori” bevve un sorso d’acqua e riprese il racconto “La conobbi che non aveva quindici anni, era bellissima. Da quando fu mia, non smisi mai di ringraziare il cielo e mai di tremare per il timore di non meritarla. Volevo essere sicuro che fosse mia e solo mia perché lo meritavo e non solo per la sua giovane età. Fu così che la spinsi nelle braccia d’altri uomini, solo per riempirmi il cuore vedendola tornare da me”, il diavolo s’interruppe, forse anche lui aveva bisogno di coraggio per ricordare, per proseguire la sua storia. “Le presentai un russo, nelle passeggiate e nelle sue lussuose stanze conobbe ricchezza e nobiltà, ma lei tornò ancora da me. Il mio amore era una leva pronta a sollevare il mondo. Il secondo fu un avvocato francese, nelle sue carezze trovò l’onestà, ma chiese di tornare con me. Finalmente capivo ogni cosa. Il nostro amore era allora pronto, pronto per essere professato a tutti, cantato in ogni parte del mondo”.

Il diavolo si alzò dalla rete e mi fece strada tra quelle poche mattonelle accompagnandomi fuori dalla sua cella, poi proseguì: “Venne la volta del famoso Casanova, lasciai sola con lui la mia sposa, tra le sue lenzuola trovò l’avventura e la leggenda e ancora in lacrime tornò. Le giurai che sarebbe stata l’ultima volta, ma non fu così. Un giorno, però, mi convinse a tornare a Roma e scappò. Il resto è noto: mi denunciò, dovette pensare che l’unico modo per fuggirmi fosse mettere mura e ferro tra noi”.

Coprendosi il volto con le mani, chiese di essere lasciato solo. Chiusi la porta augurandogli una notte serena, lui raccolse il pennello e con un cenno del mento annuì.

Il mattino seguente, poco prima di mezzogiorno entrai nella cella, mi sembrò ancora addormentato, provai a svegliarlo, ma il suo cuore aveva cessato di battere. Tra le dita stringeva ancora il suo cucchiaio. Sulla parete, il volto di una donna ci sorrideva. Lei era tornata ancora una volta.

Giuseppe Balsamo alias il Conte di Cagliostro fu sepolto fuori da luogo sacro sul monte della fortezza di San Leo il 28 Agosto 1795.

Massimiliano Di Mino

Coincidenze – Il sarto

La chiesa strideva tutta per il temporale, come una gigantesca lavagna abbandonata a un branco di bambini dispettosi. Il feretro era lì, al centro della navata, somigliantissimo a un animale che dormiva senza respirare.

«Fermo, sorridi»: una coppia di sposi in luna di miele era in una piccola sala da the poco distante dal grande portale della chiesa e si stava facendo buffe fotoricordo. Erano belli come una vaga reminiscenza addolcita dal tempo per una memoria infedele.

Sono così strani i casi della vita…

L’uomo alla prima panca vestiva con sobrietà e bene. Lo si sarebbe detto un sarto: era benvestito, ma senza volerlo. Piangeva, ma composto e sommesso, identico a una canzone un po’ datata, anche se dimostrava appena una trentina d’anni.

Era un giovane attraente e antiquato: in questo stava il suo fascino. Piangeva composto e disperato, nessuno ci badava, anche perché nessuno lo conosceva. Solo qualcuno si chiedeva chi fosse quel giovanotto così bello che pareva uscito da un rotocalco del ’50, ma per una manciata di secondi. A nessuno importava veramente: la donna nella bara aveva avuto molti affezionati clienti, e qualsiasi degli uomini lì presenti poteva esserlo stato.

Anche il ragazzo, in effetti, era stato un suo intimo. Ma di tutt’altra specie. Intimo come un sarto fedele. E affezionato.

«Un cioccolato» chiese lei perché il temporale l’aveva infreddolita. Il marito le sorrideva. Ancora non le veniva naturale dire “mio marito”. Pazienza pensava verrà col tempo. «Sei felice?»

«Sì, ti amo».

La donna della bara l’aveva detto solo una volta al giovane sarto. Solo una volta: “Sono felice”, ma quasi bisbigliato, mentre teneva il volto mezzo sepolto nella federa del cuscino. Il ragazzo lo ricordava distintamente come se fosse stato un’ora prima. Anzi, lo ricordava man mano meglio col passare del tempo, come se invece di una ferita rimarginata fosse stata una frattura ricomposta che doleva a ogni sbalzo di umidità e temperatura. E quel giorno pioveva.

Piangeva mordendosi il labbro inferiore, con le mani affondate nelle tasche della giacca splendidamente sagomata. Era bello e disperato, come il richiamo a una divina sofferenza. Proprio come si conviene a ogni giovane uomo al funerale della donna amata.

Ogni mare ha la sua barca ad attraversarlo e ogni uomo vive ricordando un qualche amore finito. Spesso è un amore fantasma, che riaffiora ogni tanto, di solito quando più o meno indirettamente si viene a sapere qualcosa della persona amata in passato.

Molto più spesso la persona amata scompare nella folla, e allora quel periodico riandare indietro con la mente si trasforma quasi in un atto rituale. In un vizio del cuore, un’ossessione discreta.

«Chiamiamolo come tuo padre». La scelta del nome impegnava i due sposini nella sala da the. Fuori dalla chiesa il corteo funebre fu disperso dalla pioggia e col feretro rimase solo lui, il giovane sarto.

La pioggia abbracciò le lacrime e né lui né lei s’accorsero che stava piangendo.

Antonio Romano

Occhi in la minore

“Quanto ci vuole per capire una donna? Alcuni risponderebbero minuti, altri invece vi parlerebbero di anni trascorsi dietro labbra serrate o bocche ben spalancate.

Il guaio, e forse la banalità, è che non si arriva mai a capire davvero una donna.

Lasciano intravedere qualcosa, una parte della loro femminilità nascosta da seni, pelle, sesso. Dietro il paravento dei sensi e dei sentimenti c’è un’ombra che ci fa solo impazzire nell’illusione di una percezione e di una comprensione che in realtà è viziata, indotta e pilotata dai begli occhi che abbiamo di fronte.”

Tutto questo lo pensava e lo annotava mentre il caldo estivo pesava sul suo rhum e una bossanova si adagiava lenta nella stanzaccia dell’albergo affittato da due settimane.

In fondo non si può sprecare troppo tempo (o troppi anni, fate voi) alla ricerca della pietra filosofale della felicità maschile, della pace egualitaria tra i figli di Marte e le figlie di Venere.

Il rhum scivolava dietro i piccoli cohiba accesi di seguito come candeline a festeggiare il compleanno del tormento del cuore.

Tirò indietro la testa e guardò un po’ fuori in cerca di una frescura che potesse sollevarlo dal compito che aveva “ereditato” dall’ispido genitore che in quel giorno fatto di notte dopo averlo attaccato al muro gli aveva gridato sul naso: “Quando caprai le donne sarai davvero felice piccolo stronzetto….”

Passò una mano tra i capelli segosi e crespi che si arrotolavano attorno alla matita come un serpente sonnolento che cerca la pace del sole.

“Capire le donne. Amandole. Odiandole. Ignorandole. Capire le donne. Sembra facile.

“La prima volta che affondai nella sabbia umida di quelle lande calde fu una perdizione che credevo poter condividere per tutta una vita, e invece fu solo un attimo che durò qualche mese. Perché poi ci vuole la dolcezza, la pazienza, la dedizione e allora ero giovane per queste parole che sapevano di pretenziose catene legate per esasperare .

Arrivò poi il momento illuminante del sacro vincolo del sentimento in cui tutto è libertà e il puro fuoco non brucia più ma purifica dall’orgoglio, dalle menzogne, dall’io egocentrico che fa da direttore nell’albergo del nostro cuore.

Ma come si dice ‹le sorprese non finiscono mai› ed ecco che le mani che si sono sciolte vengono ripiegate verso il proprio petto. Perché l’amore incondizionato è un fantasma che arriva a mezzanotte con il gong del pendolo a ricordarci tutte le nostre paure”

Schiariva il giorno fino a sbiadire nella frescura del buio portando dal mare l’odore di sale e vaniglia, sudore e birra, speranze e beffe.

Il rhum schiarisce la gola dai pensieri morti dietro la lingua e li fa diventare sputo d’inchiostro blu, macchie che somigliano a parole.

Girò pagina.

“Cosa ci si deve inventare quando amore e inesperienza falliscono?”

Aprì dolcemente le gambe a cercare una risposta in un gesto di antica ribellione e docile appagamento.

Si trattenne per scrivere ancora un po’.

“Ci vuole il sesso. Puro. Estatico. Senza condizione. Il lasciarsi prendere dalle pulsioni e il prendere per i fianchi le passioni.

Ma poi arriva la noia. La noia è la vera riappacificazione in una coppia.

Ognuno rientra come una mollusco nel guscio e guarda l’altro dall’ombra del suo antro”.

“Cosa ci vuole per capire le donne?”

“Eppure ne ho avute, ne ho conosciute, ne ho bevuto parole, segreti, bugie, lacrime, sorrisi e trasgressioni nei miei viaggi, nel mio volo verso loro. Ma niente”

Il sudore iniziava a imperlare le labbra madide di preoccupazione e affannosa ricerca. La porta fece da palcoscenico al tip tap delle grosse nocche nere che danzavano sul legno chiaro.

“Anche oggi non ce la faccio a continuare”

Un gesto rapido per risvegliare il serpente raggomitolato, uno straccio sul letto e due, tre, quattro linee veloci.

La porta si apre e il sorriso giallognolo saluta pieno di aspettative. Docile e feroce. Le mani sono grandi e spingono sul letto, aprono, bagnano e aiutano l’attrezzo a lavorare meglio, a trovare quella naturale falsità

“Quando capirai le donne sarai davvero felice piccolo stronzetto…. Fino ad allora sarai solo un pervertito con la parrucca che gioca a fare l’amichetta di papà”.

E’ l’ultimo pensiero prima che una lacrima bagni il letto sporco di settimane.

Alex Pietrogiacomi