Giugno ’56

Si tolse prima cosa le scarpe, poi l’orologio. Aldo Degl’Innocenti, classe 1911, si era diplomato geometra a Reggio Emilia il giorno che Mussolini feluca in testa era salito al Vaticano. Sposato sotto la minaccia delle bombe, padre di nessun figlio per nessun motivo apparente, faceva per buon cuore fin dall’immediato dopoguerra due ore di straordinari al giorno. Dalla vita aveva avuto più e meno di quanto aveva immaginato da bambino: di più perché non credeva che avrebbe mai posseduto una poltrona, che nella stanza grande e fetida dove giocava mangiava e dormiva c’erano sì pancali e sgabelli, ma solamente una seggiola che era del padre e solo sua; di meno perché aveva creduto che finite le scuole elementari tutti i ragazzetti partissero per mare come Robinson Crusoe, mentre lui del mondo aveva visto solo una spiaggia d’Albania dove s’era ferito in un incidente la prima settimana di guerra. Dato che il bilancio era in pareggio, per essere contento aveva dovuto lavorare molto e amare la moglie.

Fece per mettersi in poltrona ma di punto in bianco gli mancarono le gambe e ci cadde seduto a peso morto. Dalla cucina veniva un odore di sugo di pomodoro, e poi venne la moglie portando il bicchiere dell’idrolitina. Portò via le scarpe e tornò con le pantofole, si fermò sotto lo stipite e si passò le mani lentamente sul grembiule, come per lucidarle. Chiese, – Tutto bene in ufficio?

Aldo, che non aveva avuto il tempo di capacitarsi del mancamento, rispose meglio che poté cercando di non tradire l’affanno, – Sì bene. Eh, c’è quel Gherardi che mi sta pur sempre col fiato sul collo.

A lei parve solo che il marito fosse un po’ stanco. – Ti vuoi riposare dieci minuti prima che metto la pasta? – No metti su, che poi faccio tardi.

Esitò un secondo sulla soglia, perché le sembrava che lui volesse dirle qualcosa. E infatti fece un cenno fiacco con un dito e le disse, – Piave, vieni a darmi un bacio.

Il padre, reduce di Caporetto, l’aveva battezzata “Piave” in sommessa polemica con gli eccessi del trionfalismo patriottico. Lei non se n’era mai data questione, come del resto di tutti gli altri fatti della sua vita, nemmeno quando, ancora piccina, aveva visto con i suoi occhi le camicie nere riempire di legnate il reduce. Donna pratica, imponendo a se stessa e agli altri un buonumore serio e costante, era riuscita a superare la trentina senza che nessuno si rendesse conto, lei compresa, del fatto che la sua esistenza era votata alla segretezza, anche se non aveva niente da nascondere.

Piave non si accorse di quel che Aldo le aveva chiesto e senz’altro aggiungere tornò in cucina. Aldo neppure si accorse che lei non gli aveva dato retta, vuoi per l’abitudine di vederla andare in cucina, vuoi per le sensazioni ancora non ben definite ma spiacevoli che gli si iniziavano ad affollare alla coscienza, come una calca di gente che prema a un cancello e venga fatta entrare una alla volta. Lo svenimento improvviso che lo aveva fatto crollare sulla poltrona non aveva lasciato traccia di fiacchezza nelle gambe, o così pareva, ma si era trasferito al centro del petto. Pesava e bruciava, come se una forza interna e una esterna si scontrassero, una premendo e l’altra spingendo, sul torace, col rischio che il cedimento di una delle due lo lacerasse. Quando l’equilibrio si incrinava una fitta dolorosa percorreva come un lampo una qualche linea di minor resistenza che a partire dallo sterno poteva percorrere pochi centimetri e spegnersi, oppure proseguire per sottili ramificazioni di faglie misteriose fino al collo, alla mandibola o al braccio. Le peggiori si tuffavano a picco verso l’interno come in un pozzo artesiano e laggiù, nei pressi del cuore, esplodevano. Pulsazioni aritmiche in punti casuali avvertivano che tutto il corpo era coinvolto in quella cosa. La battaglia lo intorpidiva, gli impediva la vista e la parola. Pareva a tratti che la pressione interna riuscisse a liberarsi dalla stretta schiacciante, e allora per un istante Aldo tirava il fiato, come un uomo che emerge dall’acqua, ma subito qualcosa, l’aria, il diavolo, il mondo interno, convergeva con spinta rinnovata sul suo sterno, e premeva.

L’infarto! – pensò. Non c’erano dubbi. Con quella coscienza e certezza, improvvisa come il male che gli era capitato, cambiò il suo stato d’animo: come chi si rende conto di essere in un sogno smette perciò di lottare vanamente contro i mostri che lo abitano, così Aldo si rilassò e si curò solo che da fuori paresse che dormiva. Gli fu ben chiaro, con quella consapevolezza istantanea che danno le decisioni che non si sapeva di aver preso finché non viene il momento di metterle in pratica, che non si sarebbe lamentato, non avrebbe chiesto aiuto, non avrebbe spedito Piave per le scale a gridare che accorresse un medico, a pregare il Barontini che le facesse usare il telefono d’urgenza.

In quella, Piave aveva poggiato il mezzo filone di pane sul tagliere e si accingeva ad affettarlo. Pensava distrattamente ad affari domestici di poca importanza ed era contenta, perché era una giornata di sole caldo che faceva splendere le stoviglie e il pavimento lucido, e di vento fresco e lieve che smuoveva gentilmente i gerani al terrazzino. Mentre tagliava le sfuggì di traverso il coltello: non riuscì a frenare l’impeto allegro del braccio, e si fece così un brutto sbrego obliquo sul polso sinistro. – Ma guarda, – esclamò senza molto scomporsi, e vide la ferita farsi rossa e iniziare a colar sangue. Non volle guardare il taglio una seconda volta: aprì il cassetto del tavolo, prese un tovagliolo e se lo girò intorno al polso. Il dolore era lancinante e in tre secondi il tovagliolo era zuppo e cominciava a gocciare sul pavimento.

Senz’altro attendere, si avvolse un altro tovagliolo intorno al polso, gettando quello fradicio nel tinello. Prese il coltello e passò svelta in corridoio, dicendo: – Aldo, ho scordato il pane, faccio una corsa dal Giusti a vedere se ne hanno ancora. – Aldo non sentì neppure. La moglie, ringraziando Dio che dormisse, si infilò una mantella leggera, e mise il coltello in borsa, che il medico non pensasse che aveva tentato di ammazzarsi.

Due ore dopo tornò con i punti messi e il polso ben fasciato, un po’ pallida ma in forze. Scosse il marito, – Aldo, non ti si può lasciar dormire un momento che ti prendi tutta la giornata. – Quello si rinvenne. Vide che Piave le posava una mano sulla spalla, e si accorse che non aveva più alcun dolore, alcun fastidio, niente.

Che ore sono?

Quasi le tre.

Piave, stasera non vado in ufficio.

E fai bene. Ti ho visto stanco.

Lui agitò una mano in segno di diniego e si alzò dalla poltrona, lentamente, come per verificare che fosse tutto a posto. Andarono a pranzo.

Gregorio Magini

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria – 1

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle.

La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.

Il diffondersi della letteratura nel mezzo partecipativo delle comunità-web italiane e mondiali ha moltiplicato quantitativamente i luoghi dove la qualità può (ma non necessariamente deve) essere rintracciata. Al di là della possibilità che le forme rapide di pubblicazione del weblog ci stanno offrendo, e del ricrearsi blando della comunità in una simulazione gioco in cui possiamo pur sempre mascherarci da avatar, bisogna preservarsi dal rischio del consenso qualitativo, ovvero dalla pretesa di valutare un testo come qualitativamente letterario, dipendendo dalla quantità di frequentazioni del testo, di apprezzamenti, di click, poll e commenti telematici. La letteratura qui viene spesso classicamente mercificata, anzi mercificata al secondo grado. “Non è merce, questa è letteratura, un nuovo modo cool di farla”, ma è sempre paradossalmente merce, termometro di consenso. Quello che vogliamo dalla qualità non è consenso, è diffusione e differenziazione, movimento di visione e divisione, non partecipazione da prova d’acquisto.

Bisogna comunque fare un tentativo per togliere uno strato immancabile di spocchia dalla nozione di qualità letteraria.

Cosa è allora questo richiamo alla qualità, in un mondo felice e utopico in cui Tutti scrivono Tutto, e in un mondo infelice e distopico in cui nessuno pare comprare i libri? Facciamo un parallelo. Cosa intendiamo con l’espressione qualità della vita? Il semplice adeguamento al gusto della massa (o della massa al suo gusto preconfezionato), la semplice capacità di possedere e dominare ammennicoli tecnologici, divani confortevoli e televisori al plasma, di essere oggi up-to-date e domani chissà…? Questa concezione non è più proponibile, visto che il modello economico che l’ha portata in auge sta crollando, o rientrando nel proprio guscio protezionistico (anche se forse lì dentro marcirà). La qualità della vita è ora molte cose assieme, un vettore di tante variabili in rapporto al nostro Welfare State individuale, ma sicuramente è una condizione in rapporto a una gittata, a una potenzialità futura. Appunto: la gittata delle nostre azioni future. Vivo qualitativamente bene se quello che faccio oggi potrà durare domani, senza per questo andare in cancrena, ma vivendo nella metamorfosi, nell’apertura, non in un eterno presente insipido. E questo vale sia per la classe media italiana in lenta fissione, che per i Paria dei paesi in via di sviluppo. Vivo qualitativamente bene non necessariamente se oggi possiedo un divano di lusso (o un libro in prima fila sullo scaffale), ma se potrò permettermi un divano anche domani, magari più piccolo, anche per i miei figli. La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre.

Il disprezzo per i giovani che le generazioni che ci precedono dimostrano e hanno dimostrato, un disprezzo che si è caratterizzato come spettacolarizzazione della gioventù, almeno dal Dopoguerra a oggi – e che è uno dei nostri faticosissimi compiti annullare – ci fa capire che la loro visione di qualità della vita era necessariamente contraria alla nostra possibilità di propagarci, era in qualche modo castrante. Il benessere borghese è ed è rimasto un concetto statico e ottocentesco basato sull’accumulazione, l’appropriazione, l’accatastamento di beni, entrato in crisi proprio nell’era del consumo e della sovrapproduzione. Dall’accumulazione si è passati, linearmente, alla mercificazione della cultura. Questo dobbiamo ripensarlo. Sono le nostre discariche vicine e lontane che ce lo chiedono. Persino tutta questa discarica del senso che ci ha consegnato il cosiddetto post-moderno dimostra in fondo una mancanza, un dolore nascosto, anestetizzato più che esorcizzato, annullato più che ritualizzato.

Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente. Adesso speriamo che il parallelismo sia chiaro, anche se il rapporto vita/letteratura è obliquo, necessariamente inclinato, mai verisimile: la qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro. Non è solo una questione di stile, ma di efficacia di stile. Per questo, la qualità letteraria sta, e a un tempo non sta, nella forma libro. Forma che molti (non noi) sono pronti a demolire o sorpassare, senza riuscire a pensare alla transmedialità originaria della letteratura, dalla lingua schioccante degli aedi alle USB roventi dei piccoli editori.

La qualità è così la capacità del libro, del romanzo, del poema, di prefigurare il futuro, uscendo da se stesso, uscendo dal proprio presente statico e cristalizzato del linguaggio e del desiderio. Qualcosa di molto vecchio e di molto nuovo. Senza per questo dimenticare il passato, anzi, rinnovando il desiderio di comprenderlo in quello che chiamiamo memoria. Già, la memoria: in Italia pare solo il nome dato al tour di un gruppo di partigiani, che vanno affaticati, di liceo in liceo, a rammentare i combattimenti su per i monti, le rupi e le brumose vallate. Già, l’Italia… Oggi più che mai, parlare di qualità letteraria in Italia, ancora senza snobismo e pretese decadenti, esotico-esoteriche, significa enucleare una serie di topic-salvagente non del tutto inutili anche per quello che si chiamerebbe condizione di vita (almeno nel Bel Paese). Il parallelo qualità letteraria-qualità della vita potrebbe diventare un’istruzione. Visto che paiono saltati da tempo i parametri di distinzione tra reale e finzionale, almeno dobbiamo trovare una strategia sostenibile per muoverci in queste ambiguità, un efficacia che ci permetta di distinguere. Non opere efficienti, che fanno il loro bravo lavoro di decalcomania feticistica della realtà, che rispettano il lettore e il suo mondo di agi e ombrelloni, ma opere efficaci.

Alessandro Raveggi e Enrico Piscitelli

* La seconda parte del testo sarà pubblicata venerdì 23 ottobre 2009