Brevi consigli di lettura

Per Natale vi suggerisco due libri recenti che, nella loro diversità, mi hanno colpito molto per la forza della scrittura. Si tratta di letture per nulla concilianti, che magari vi aiuteranno durante questo periodo di buonismo sfrenato. Regalateli e regalateveli per non addormentarvi durante le lunghe digestioni che vi attendono: vi consiglio una dose di almeno dieci pagine dopo ogni pasto, per scrollarvi di dosso le calorie in eccesso.

Raffaella R. FerréInutili fuochi, 66tha2nd
Isabel FarahFunambole, Del Bucchia
Simone Ghelli
Da un anno e mezzo, come i nostri lettori più attenti certamente sapranno, scrivo recensioni di romanzi italiani su Frigidaire. Tra i libri recensiti quest’anno, mi sento in dovere di segnalare anche a voi due romanzi bellissimi, pubblicati da due case editrici che si contraddistinguono – cosa non facile di questi tempi – per qualità di catalogo; si tratta di due storie dolorose e profondissime, una ambientata nella provincia bresciana e una in costiera amalfitana, scritte da due autori, entrambi campani, che dimostrano di avere il registro del grande scrittore e – ne sono certo – doneranno ai lettori italiani (e spero non solo) enormi soddisfazioni. Da leggere, rileggere e regalare.

Gianfranco Di Fiore
, La notte dei petali bianchi, Laurana
Luigi Pingitore, Tutta la bellezza deve morire, Hacca
Gianluca Liguori

La critica letteraria spiegata ai giovani

«Noi giovani vogliamo leggere i libri giusti contro il sistema».

Allora fatevi consigliare dai rockettari, che notoriamente hanno ottimi gusti letterari, di solito orientati verso il fantasy e l’horror. Almeno, i rockettari seri. Poi ci sono i rockettari melodici, e poi, in fondo ma proprio in fondo alla lista ci sono i rockettari melodici italiani, per intenderci i fan di Ligabue o di quell’altro lì, che fa i video con gli elicotteri fregando le canzoni ai gruppi inglesi e americani per devastarle, o ammucchia palate di miliardi cantando della droga e della figa, o nel delirio di onnipotenza si veste come Bono.
Poi succede che ammucchiati i miliardi parlando di fighe, e nel frattempo ridottosi il paese allo sfascio (non certo per colpa sua), quel rocker melodico vuole devolvere dei soldi a una causa. Come causa da difendere sceglie lo sfascio della cultura, mica pizza e fichi. Così facendo, il benefattore delle patrie lettere si compra anche la stima di chi lo disprezza da sempre.

«Eh, ma io ascolto i Linkin Park».

Fai bene. Mentre gli ultimi elementi architettonici che decorano le facciate delle nostre illustri università crollano sulla testa di voi studenti, e si evacuano le aule perché i pavimenti sono pericolanti, e le folle di vostri docenti a contratto si portano i termos di caffè da casa perché con 300€ a modulo col cazzo che ci scappa al bar, succede che l’esercizio della critica letteraria – come molte altre discipline – si trovi lievemente in difficoltà.
Così il giovane… ehm… il critico letterario si esaspera di avere come interlocutori dei celebrolesi centenari che trovano molto onorevole resistere all’impatto dell’intonaco sulla testa e urlano il loro dolore nel girotondo, e se ne fugge in Rete. In Rete trova molti transfughi come lui, nascono alleanze, si fanno riviste, si parla molto e si fa anche un sacco di slalom fra i lettori medi che non vogliono accademici fra i coglioni, molto giustamente peraltro. La Rete diventa la striscia di Gaza. Poi Zuckerberg ha un’idea geniale: facciamo un coso dove la gente incontra i vecchi amici e se ne fa di nuovi, ci mettiamo anche le tazze di caffè e tè virtuali, così il critico a 300€ al semestre risparmia anche sul termos. Il resto purtroppo è storia.

«Guarda che io facebook lo uso per le cause».

Non discuto. In Italia abbiamo molti motivi per essere tristi, però ne abbiamo uno per essere veramente orgogliosi, e non lo dico con ironia: abbiamo alcuni (pochi) scrittori molto talentuosi, che un tempo il critico avrebbe definito “viventi”, ma ora si dicono giovani, anche se hanno fra i quaranta e i cinquanta anni. Questo perché in Italia l’alternativa è o giovani o morti. Solo a pochissimi è riservato il privilegio di essere morti viventi dotati non di diritto bensì aihmé di dovere di parola, come Napolitano. Non ditemi che offendo le Istituzioni, perché sono le Istituzioni che offendono me ogni giorno, quando non posso fare il mio lavoro, o voi quando entrate a scuola o all’università.

«Appunto, allora dimmi chi devo leggere per essere contro il sistema».

Aspè che ci arrivo. Anche i nostri scrittori davvero giovani, cioè quelli poco più che trentenni sono molto bravi, ma qua inizia la seconda parte della storia.
In Italia, come ovunque nel mondo, ci sono l’editoria e il mercato. Funziona così, in ogni parte del mondo: le grosse case editrici creano il best-seller e con gli introiti finanziano le opere di valore. Ovunque questo sistema funziona benissimo, e mette chiunque con qualsiasi retroterra culturale in grado di esercitare la pratica della lettura, che non fa mai male. A questa affermazione si sente spesso obiettare che piuttosto che leggere spazzatura è meglio non leggere affatto. Non sono d’accordo, forse perché ultimamente frequento dodicenni, e noto che sono in grado di articolare un discorso con senso compiuto solo quelli che si sono letti la saga di Harry Potter per intero, invece di guardare la televisione. C’è una cosa nella lingua che si chiama vocabolario, e lo si rafforza solo leggendo, non ci sono cazzi. Benvengano quindi i best-seller se permettono anche a chi non ha strumenti culturali di imparare qualche parola in più, e di dare libero sfogo all’immaginario avvilito dalla quotidianità. Qua chiudo l’elogio del best-seller e apro la nota dolente.
In Italia, diversamente dal resto del mondo, esistono i premi letterari colonizzati dalle case editrici che se li accaparrano a turno. Siccome per l’italiano è fondamentale la marca, che è sinonimo di qualità, anche i libri devono essere di marca, ovvero avere vinto il Campiello o lo Strega. Senza il bollino d.o.c. un libro non è un libro. Uno scrittore senza bollino non è nemmeno uno scrittore, è come il finto Parma o il finto Grana. Sarà forse un insegnante sfigato e povero con ambizioni letterarie, perché uno scrittore vero vive della sua arte, e quindi deve avere il bollino, altrimenti è un fallito. Inoltre, è fondamentale che uno scrittore sia in grado di mantenere un livello di vita alto, perché il vero scrittore veste bene, con abiti di qualità, e quindi non può essere povero, sennò come fa a trombarsi le fighe dell’editoria? Se non fa palate di soldi con la scrittura, deve essere ricco di famiglia. Tutto ciò farebbe ridere se non fosse vero e quindi tragico, e spiega anche perché le scrittrici non hanno tempo da perdere nei dibattiti letterari, visto che lo passano a correggere a titolo gratuito le bozze di scrittori aspiranti al bollino, e se aspirano loro stesse al bollino, il loro tempo lo devono impiegare in altri esercizi con gli scrittori d.o.c. o meglio ancora coi piani alti dell’industria del best-seller, ché uno: si fa prima e due: si fa una buona azione, perché la grossa casa editrice con i loro best-seller finanzia le opere di valore.

«Tutto bello, ma noi giovani vogliamo sapere quali sono i libri da leggere contro il sistema».

Ok, ci arrivo, però metti via quel cazzo di I-phone. Siccome il libro non arriva ad avere il bollino se non è stato recensito da chi conta, allora è fondamentale che lo scrittore povero – cioè più o meno qualsiasi scrittore in questo paese – attiri l’attenzione del recensore. Nel campo della cultura di massa, in Italia nessuno ha più potere di chi è messo nella condizione di scrivere recensioni su quotidiani e riviste. E siccome il critico letterario, cioè chi ha seguito un percorso di studi che gli permette di esercitare l’analisi del testo…

«La che?»

…il critico insomma, come abbiamo visto è impegnato a schivare l’intonaco e i baroni mammuth nel mondo reale e i troll in quella virtuale, lo si può dare tranquillamente per estinto. Allora il recensore, cioè quello che anche senza percorso di studi e spessissimo senza sintassi adeguata è messo nella condizione di elargire consigli di lettura, è scambiato per l’invisibile critico letterario. In tutto ciò, la parola “filologo” è diventata un insulto: un ente senziente anomalo che si occupa di catabasi e non certifica i libri in vista del bollino d.o.c. è inutile.
È abbastanza noto che questo particolare periodo della storia d’Italia conta come caratteristiche principali il predominio politico dei finti fascio-secessionisti e del loro capo supremo, che si è fatto plastificare in vita in modo da durare più a lungo possibile. Non è molto noto invece il modo in cui questo predominio è stato raggiunto, quindi vale la pena ricordarlo. Nell’arco dell’ultimo ventennio si è smantellato il sistema educativo e lo si è rimpiazzato con quello televisivo, sicché voi ventenni vi siete formati al magistero di Mediaset. Le case farmaceutiche godono, gli psichiatri anche: vanno a ruba gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e il Ritalin. Nei blog letterari si discute da anni della funzione dello scrittore senza giungere ad alcuna soluzione condivisa. Si dice che è scrittore chi scrive qualsiasi cosa e pubblica i propri testi ovunque, su carta o Rete, non fa differenza. Si può concordare, ma ci sarebbe un’altra funzione dimenticata, cioè quella intellettuale, che consisterebbe nell’esercitare una critica serrata al sistema. Solo che gli scrittori sono così impegnati ad ottenere certificazioni d.o.c. che alla funzione intellettuale hanno sostituito la piaggeria più misera verso i recensori sponsorizzati dalla società dello spettacolo, e quindi spettacolarizzati a loro volta. Alla critica al sistema preferiscono il sex-appeal, di modo che i recensori possano suggerire a voi ventenni formati al magistero di Mediaset quali scrittori leggere.

«Hei, ma è tutto una merda. Vabbè tanto adesso inizia South Park e domani vado a Berlino».

Claudia Boscolo

Trauma cronico – Presentazione

Scrittori precari non si ferma e vi propone una nuova rubrica, Trauma cronico, che vi terrà compagnia ogni domenica. Non potevo esimermi dal compito, mancava un appuntamento col subcomandante Liguori e quindi eccomi rispondere presente all’appello, alla chiamata alle armi. Le nostre armi sono le parole, questo antico vizio di tanto inascoltato, oppresso, ma perennemente pronto a risorgere. Il nostro programma di rivoluzione culturale ha radici lontane, siamo rivoluzionari reazionari: la comunicazione primordiale, la parola, il racconto orale, e la comunicazione universale della rete, internet. ricomincia dal basso, dalla strada e dalla rete, dalle nostre letture. La parola è caduta. Il linguaggio è stuprato e la verità è finzione.

Cosa succede nel mondo? Ancora nefandezze. Siamo al ritorno di un’inclinazione al male che non lascia scampo. Il nostro dovere di scrittori contemporanei è ristabilire il nostro ruolo sociale, resuscitare le nostre opinioni, arrivare a tutti, ovunque, siamo stufi di questo andazzo immorale e bovino, questo indegno, indecoroso spettacolino, questa sciatta attenzione che la società di oggi ha nei confronti dei libri e della letteratura. Un popolo senza cultura è un popolo abbrutito, proprio come temo siamo diventati noi. E pensare che cambiare prospettiva è semplice. Noi abbiamo cominciato per gioco, ma poi abbiamo iniziato a crederci sul serio e siamo arrivati a fare un tour in giro per la penisola addormentata, incontrando vecchi e nuovi amici coraggiosi, gente che come noi si batte, sbattendosi, per la letteratura. Abbiamo incontrato scrittori, poeti, giornalisti, editori, attori, musicisti, anziani intellettuali e giovanissimi decisi e determinati, e soprattutto abbiamo incontrato tantissimi lettori. Abbiamo parlato con loro, ci siamo confrontati. Abbiamo preso tanti contatti in giro per portare Scrittori precari su e giù per la penisola, per raccontare le nostre storie, per ritrovare un lettore sempre più abbandonato, oggi che le piccole librerie chiudono e nei grossi megastore dei libri i titoli che vanno promossi non sono scelti certamente in base alla qualità. Sono brutti tempi, tempi precari, belli miei, ma noi siam qui che vogliamo fare la nostra parte, vogliamo giocare le nostre carte.

In questo spazio scriverò di quello che accade intorno a me, settimana per settimana segnalerò e commenterò un evento, un fatto, un qualsiasi elemento che abbia in qualche modo solleticato la mia coscienza in disuso. Abbiamo disimparato a cercare. Dobbiamo cercare quello che vogliamo cercare.

Gianluca Liguori

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 2

Ecco arrivato il mio turno di proporre un poeta e una poesia, in questo spazio gestito insieme al caro Angelo Zabaglio. Leggendo il suo post dello scorso lunedì, scorgo una considerazione diciamo “amara” sulla poesia che non so se condividere a pieno. Forse è vero: la poesia dicono sia morta, pochi la leggono, pochi la pubblicano. D’altra parte, quello che ho notato in questi anni, è che le persone siano parecchio confuse riguardo alla poesia. Ho notato una reale “voglia di poesia” mista a un reale scetticismo per la qualità e il valore della produzione poetica contemporanea. I giovani poeti cioè, oltre agli ostacoli tecnici e prettamente artistici, devono superare la diffidenza di lettori che si son convinti che la poesia “tanto la facciano tutti”. E non si può biasimarli. I libri di poesia pubblicati in questo paese non si contano, per la maggiore sono opere non selezionate, ma pubblicate dietro pagamento di un lauto contributo da parte dell’autore alla casa editrice. Questo meccanismo ne ha messi in moto altri: in una società dove è fondamentale dare una propria immagine o necessariamente “essere qualcosa”, alcuni hanno deciso di essere poeti. Ma è stata una loro decisione, è stato il denaro e non il talento o i lettori a investirli di questo titolo (ci sono delle eccezioni, naturalmente). E la qualità, alla fine della fiera, ne ha risentito. La considerazione per l’importanza dell’opera poetica, anche.

Vorrei che questo spazio fosse qualcosa di diverso. Vorrei che divenisse pian piano, un punto di incontro per persone che credono ancora nell’importanza della poesia e possano apprezzare i poeti da noi scelti per stile, moti emozionali, affezione e rispetto, piuttosto che per denaro o qualcos’altro.

Fabio Pasquarella mi ha inviato la sua raccolta di poesie, “Soffia“, un bel po’ di tempo fa. L’ho apprezzata nella sua soltanto apparente semplicità. Ho ammirato la delicatezza dei suoi versi e il nugolo aeriforme, composto da particelle di sogno, che pervadono tutta l’opera. Nelle sue evoluzioni poetiche, Pasquarella tocca vari tasti diversi tra loro, ma il dito con cui spinge il bottone è riconoscibilissimo. E’ il dito di un uomo che lo bagna con la saliva per capire la direzione del vento. Fabio si definisce un “modesto artigiano del verso”. Non so se sia la definizione più giusta per lui. Di certo la sua aspirazione a un “atteggiamento poetico” mi ha sorpreso e colpito, facendo scorrere i miei occhi lungo le sue poesie con piacere e vero interesse.

Buona lettura.

Luca Piccolino

Alla Porta di Roma

È uno spazio di mestiere

a sospingere gente nelle corsie

di giorni scontati (o da scontare)

al centro commerciale

saldi di noia a miserie

di continuo affamare

i passi fitti e tesi

gli inquieti ventri

tirati a piombo

precipitano da scale mobili

sguardi in deriva

urtano trasparenze

e lampade a basso consumo

rammendate a cielo urbano

è questa catena

che muove la tua bici

i faggi i meriggi nei cortili

il ginocchio taciuto l’aria tra i raggi

– allenta il rimbalzo di luce

ferma l’aria ti stringo la vita

e sotto

la terra

è un niente

Fabio Pasquarella