L’asino che vola

di Francesca Fiorletta

La sopravvalutazione del lavoro culturale è, nei nostri anni, la mistificazione di un’idea della cultura, la cultura che il potere e i suoi amministratori considerano uno sfogo assai utile alla perpetuazione del dominio, al governo senza rischio delle persone e delle cose perché essa produce la supinità (e stupidità) dei sudditi.
Le “tribù” di chi pretende “creare” arte o cultura o di chi è sollecitato a fruirne – per esempio “la tribù dei lettori” – sono un aspetto essenziale del conformismo di questi anni, opportunamente manipolato. Non si tratta dunque, per noi, oggi, di ri-valutare il lavoro non intellettuale (ammesso che ne esista uno!) quanto di ri-valutare l’intelligenza degli individui e dei gruppi, chiamandoli a pensare e ad agire, nei fatti, per la liberazione propria e di tutti.

Così Goffredo Fofi conclude l’intervento introduttivo al breve saggio critico di August Strindberg “Sopravvalutazione del lavoro culturale”, edito l’anno scorso dalle Edizioni dell’asino.
Perché torna costantemente in auge il tema dell’intellettualità?
Già solo in queste poche righe emergono alcuni punti nodali:

1) cultura e potere.
Sarebbe bello trasformare la congiunzione in voce del verbo, ma sembra che ancora, nonostante le beneamate lotte – con o senza “quartierini” di sorta – il processo di nientificazione dell’elemento ontologico culturale sia ben lungi dall’estinguersi.
Non si finisce più di riempirsi l’ugola con l’appiattimento del gusto dominante, senza porre alcun discrimine però nel sostenere tanto le preziose biblioteche storiche quanto i caffè letterari modaioli, tanto le minuscole case editrici improvvisate quanto le realtà autoprodotte che agiscono sulla base di un rigoroso progetto.
Il risultato è che si continua tutti a viaggiare sull’orlo del baratro, faticando mortalmente per arrivare non più a fine mese ma proprio a fine giornata. L’organizzazione, pure in nuce meritevole, di reading e campagne di Leggi il resto dell’articolo

Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni

[Qui di seguito un’anteprima dal nuovo libro di Graziano GrazianiStati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, dall’11 luglio per i tipi di edizioni dell’asino]

L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia Leggi il resto dell’articolo