L’altro io

elementi corpo umanoPubblichiamo un altro racconto (inedito in Italia) dello scrittore cubano Virgilio Piñera, tradotto per l’occasione da Gordiano Lupi.
Il racconto s’intitola
L’altro io (1976) ed è tratto dalla raccolta Un fogonazo (1987).

Quando il signor X compì cinquant’anni, decise, dopo averci pensato molto, di costruirsi un altro io. Non sarebbe stato l’alter ego che di solito usano gli scrittori nelle loro narrazioni, ma un’esatta riproduzione di se stesso. Tutto ciò era possibile grazie a due fattori: la tecnologia avanzata della sua epoca e il denaro.
Il signor X dovette solo prestarsi per diversi giorni alla copia fedele del suo corpo, contribuendo con i beni necessari.
Non stancherò il lettore con l’esposizione dettagliata della profonda complessità del procedimento di copiare il suo corpo. Basti sapere che, nel centro medico dove venne realizzato, riprodussero con tanta fedeltà gli organi del signor X, la pelle e il sangue, che non era possibile distinguere tra la copia e l’originale.
Visto che l’epoca era altamente scientifica e nessuno credeva più nei misteri, il signor X non si nascose: terminato il suo altro io Leggi il resto dell’articolo

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 20

[leggi le puntate precedenti]

“Una biro… una penna biro!”, gridò qualcuno, e in quel grido si sentì tutta l’indignazione di un’epoca, che si credeva d’aver chiuso per sempre i conti col proprio passato. In un baleno sembrò che a niente fossero serviti anni di ricerca e d’investimenti nell’informatica e nelle telecomunicazioni, perché l’insondabilità del pensiero era ancora materia tutta da disquisire e per niente liquidata se si trovava ancora chi s’aggirava con certi attrezzi nelle tasche della giacca.

I cinque scribacchini, rimasti orfani di penna, ebbero la prontezza di riflessi adeguata per sfruttare quell’attimo di costernazione e darsi alla fuga, ma non senza aver prima bersagliato il Presidente d’una mitragliata di pallottole di carta piene d’ingiurie e di dileggio – contenuti che non posso ahimè trascrivervi, poiché secretati in qualità di prove schiaccianti che condannerebbero senz’appello l’ideologia malsana degl’imputati.

Lo stuolo dei consiglieri di varia natura – da quelli più strettamente politici a quelli estetici, fino ai più semplici portaborse – si prodigarono uniti nella corsa folle verso gli squinternati attentatori, che, muniti d’un navigatore satellitare con voce femminile, seppero però dileguarsi tra antenne e torracchioni. Alcuni testimoni nottambuli si sono divertiti a descrivere questa scorribanda notturna rimembrando le voci che si rincorrevano appresso all’eco della riproduzione meccanica dal timbro femminile, che a ogni svolta doveva pronunciare per ordine superiore – quello dei suoi circuiti elettrici – il nome della via imboccata, nonché il suggerimento per la prossima direzione: “Tra cento metri girare a sinistra”, “Alla rotatoria prendere la seconda a destra”, e via dicendo, tanto che se gl’inseguitori avessero avuto un po’ più di sale in zucca si sarebbero potuti organizzare per accerchiare il gruppo.

Il gioco a rimpiattino andò avanti per diverso tempo, e dopo pochi minuti si aggregarono anche le forze dell’ordine in pompa magna, ma, sembra incredibile a dirsi, i cinque scrittori – che per giustizia proporrei di definire d’ora in avanti anche ardimentosi – riuscirono a raggiungere indenni la propria auto e a sgommare sulla tangenziale.

Come fece un’utilitaria a combustione ecosostenibile a seminare i potenti cavalli dell’arma, questo resta un mistero insondabile a noi poveri esser umani, ma mentre i nostri guidavano verso Forlimpopoli – senz’altro ringalluzziti dalla bravata, e quindi rifocillati da una discreta dose d’adrenalina – in televisione si rincorrevano i comunicati allarmati del governo, e in tutti i telegiornali passava l’immagine del Presidente, costernato innanzi al sacrilego oggetto a punta, che gridava giustizia.

Gli scrittori precari, ignari del putiferio che si stava scatenando, ripararono in un rifugio imboscato tra i colli romagnoli, lontani dalle voci accalorate e sconcertate di tanti bravi connazionali che denunciavano una situazione politica ormai insostenibile, in cui l’opposizione cercava di ostacolare il governo con ogni mezzo, anche il più violento.

Tutti si chiesero chi fossero questi scribacchini dell’ultim’ora, e per informarsi presero d’assalto il loro blog, che fino ad allora aveva avuto più o meno lo stesso numero di frequentatori di un casolare abbandonato in campagna. Insomma, in un sol colpo essi avevano raggiunto ben due obiettivi, ma isolati com’erano non potettero godersene i frutti, se non tra i pochi loro compagni, che ancora credevano nella vita in comune e nella licenziosità dei costumi.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia continua il 15 marzo. Venite a scoprire cosa accadrà a questi scrittori precari che volevano rubare le parole al Presidente…

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 11

Antonio Romano. Un giovane che se lo vedi e ci parli gli dai 38 anni ma che poi se gli rubi il portafogli e leggi la data di nascita sulla carta d’identità scopri che è un pupetto di forse 24 anni. Di cosa parla Antonio Romano nelle sue poesie? Mah… non l’ho mai capito. Della carne, del paradosso, dei sentimenti… fatto è che quando mi mandò i suoi testi ne rimasi abbastanza colpito. Mi piacquero molto per le sonorità che creavano nella mia testolina e per i colori acri che mi faceva sentire semplicemente accostando termini. Non è questo lo scopo di un poeta? Riuscire ad emozionare. A mio avviso Antonio ci riesce (non sempre ma de gustibus non disputanda est mi pare si dica così). Antonio Romano ha pubblicato anche numerosi gialli, è un giallista (nonché giallognolo). Ma come poeta va letto, va sentito, va assaporato. Come quel vino che lui tanto ama e che io non berrò mai perché costa caro.

Andrea Coffami

Epoca, tempo.
Drammi sulla mia
scrivania come fermacarte.
Ti raccordo alla
morte, alle cimici,
al mio egoismo.
Tavolo con sguardi
di donne in una
grande indifferenza.
E alla fine di tutto
questa discrezione
da palcoscenico.
Questa dolce
sottile emorragia
che passa per televisione.
Ti amo come una pubblicità.
Passi a interrompere
la mia vita di
inviti all’ascolto.
Interrompi fiumi
di scene conciate
a festa, tragedie in audience.
Sei la mia pausa
fra un film già visto
e un telegiornale di distruzioni.
Ti amo ti accolgo
faccio ghirlande di parole
faccio mole di voli di colombe.
Simbologia del tuo sguardo,
numeri a vuoto da maghi,
tramortisco tramonti,
solo troppe tv del mio umore.
Ti ricordo a pezzi di plastica
incisi in dischi.
C’è qualcosa che ti riguarda:
ti amo in ogni sguardo
ogni amore ogni nottata trascorsa
in giochi scivolati in mare.

Antonio Romano,

15 gennaio 2009