Il Piccolo Teatro dell’Aldilà – It was very nice, it was paradise

di Domenico Caringella

(27 ottobre 2013, Berlin, Paradise)

Milord: “Sigaretta?
Lewis Allan Reed : “Grazie”
Milord: “Come le sembra qui, mr. Reed?”
Lewis Allan Reed: “Luminoso è la parola giusta. Anche se non paragonabile al bianco abbagliante di un cielo che ho attraversato durante un viaggio, molti anni fa.”
Milord: “Aereo?”
Lewis Allan Reed: “Acidi”
Milord: “Ah…”
Lewis Allan Reed: “E se chiedessi dell’eroina o della Leggi il resto dell’articolo

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Tridente

di Francesca Ceci

Il primo dente l’ho perso per colpa dello Scuro.
Abitavo in un appartamento che non ho mai saputo di quanti metri quadrati fosse: mi bastava sapere di non vivere in un basso che dava sulla strada come i miei amici. Il primo piano mi sembrava simbolo di distinzione anche se ogni fessura del mio appartamento, dovunque ti giravi, affacciava comunque sulla strada.
Strada è un termine eccessivo, è dove passano macchine, autobus e traffico, quello che vedevo dall’unica finestra erano le quattro pietre scivolose bagnate dalla signora del basso di sotto che separavano il mio palazzo da quello di fronte, che ci toglieva tutta la luce.
Anche i termini affacciarsi e finestra suonano un po’ esagerati.
Sarebbe più corretto dire che il fratello di mio padre un giorno era talmente esasperato nel vederlo sopravvivere nel buio che prese a martellate l’unica finestra e la allargò a modo suo. Ripeteva che non era possibile, che mio padre la doveva smettere e che la luce del sole doveva pur entrare in quella casa. Ma non aveva pensato che i piani abusivi di fronte a noi avrebbero reso vano ogni suo tentativo di illuminarci.
Quando mio padre sembrò aver deciso che avremmo dovuto iniziare a vivere nella penombra, decisi di passare più tempo possibile sotto il sole e ugualmente sotto la pioggia.
Presi ad uscire mattina, pomeriggio e sera con mio cugino Alfredo e con Luscio. Mio cugino ce lo tiravamo dietro, ma presto diventò di peso, era di quei ragazzoni grandi un po’ scemi. All’inizio non ci facevamo caso ma progredendo la nostra vita fuori casa, Alfredo ci fu solo d’intralcio. Fu pure per colpa sua che persi il primo dente.
O’Scuro era quello sempre vestito di nero, sempre con quegli occhiali da sole, sempre appoggiato con le spalle alle macchine che Leggi il resto dell’articolo

Non ci incontreremo mai

di Veronica Tomassini

Mary guidava un’alfa 33. Aveva tagliato i capelli perché le cadevano a causa dell’eroina. In piazza le davano certi nomi che non sto qui a ripetere. Massimo comprava il fumo nelle case del civico 203. La roba la trovava ai portici, uno scambio di mani, la stagnola che scivolava da un palmo all’altro. Sai quanto era bella Mary, quando indossava la gonna stretta ai fianchi e stringeva il culo piatto. Romina annuiva, Mary è bella, peccato che si buca, poi dice che vuole buttarsi sotto al treno e non lo fa mai. Il treno correva veloce veloce, e quando si bucavano assieme Mary e Massimo la calma sovrastava persino il frastuono e loro immaginavano di amarsi come due ragazzi normali, due liceali. Leggi il resto dell’articolo

Let. In. 5

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3 – #4)

I GRANDI CLASSICI DELLA LETTERATURA INESISTENTE

Er Lando curioso
di Liutofico Arrosto
(Ed. Paoline Paperine)

Vicende grottesche di un trasteverino impiccione che si occupa continuamente degli affari altrui. Giocato sui toni cari al Belli in forma di poema, l’opera narra la storia di Lando, un sagrestano della Roma papalina che aveva praticato un foro nel confessionale di Padre Prepuzio. Attraverso quel pertugio il sagrestano riusciva a percepire i segreti dei fedeli della parrocchia di Santa Apollodora per poi tentare di sfruttare le conoscenze acquisite in modo così malandrino a vantaggio personale. I tentativi di ricatto per ottenere monete o favori sessuali finiscono sempre in una clamorosa rotta per il povero Lando, che per consolarsi è costretto a ritirarsi sopra il campanile e suonare il corno.

Bruno Di Marco

Castro Don Gesualdo

Nel romanzo di Verga (pseudonimo di Walter Ego) riviviamo, attraverso il diario di un padre di famiglia, i tragici avvenimenti che spingono il protagonista, esasperato dagli atteggiamenti ambigui e dalle turpi inclinazioni di un curato di campagna, a farsi giustizia a modo suo. Leggi il resto dell’articolo

Factory 12.47

Testo di Saverio Fattori
Video: Antonio Nazzaro
Voce recitante: Ezio Falcomer

Incipit di un romanzo che verrà presentato alla Fiera del libro di Roma a dicembre in anteprima, per uscire a inizio anno nuovo per l’editore Gaffi. È la rielaborazione di un testo uscito a puntate su Carmilla al quale ha collaborato come editor Giulio Mozzi. Leggi il resto dell’articolo

Ero ina, iccina icciò

Poi potremmo pure giustificarla col fatto che ero ina ina iccina icciò: i sassi non si tirano a nessuno che Gesù piange, e questo lo sapevo bene, ma non ho resistito, su quella faccia là mica potevo fissarmici troppo, antipatica com’era. Tutti tiravano uova e, davvero, mi sembrava fosse un uovo. Invece era un sasso.

L’ho colpito sul ginocchio. L’unica. Gli altri dàgli con le uova, e fierosguardo le schivava tutte. Il sasso, che sembrava un uovo ma era un sasso: quello no.

Sono stata, per una striscetta di pomeriggio, l’eroina di Scortichino di Bondeno tutta, capite?, l’eroina, io che ero ina ina iccina icciò.

Sugli spalti cantavano Schiatta, schiatta Moreno sull’aria di Baila, quella canzone di Zucchero che però, a cambiargli le parole, tutto è tranne che dolce.

Poi m’hanno raccontato che l’avevano inventata i Gem Boy, quella strofa, i Gem Boy sono di Bologna e son pure molto simpatici. Succede quasi a tutti, in Emilia Romagna. D’esser supersimpa, intendo.

Da uno a cento? Cento.

Volendo funziona così: ti chiami Ivano Manservizi e sei un gran burlone. Organizzi il Carnevale di Cento, in provincia di Ferrara, ch’è un Carnevale storico e va che è una bellezza fin dal milleseicento, lo racconti ogni anno, c’è pure un quadro d’un pittore centese che ne raffigura certe scene, quel pittore là lo chiamavano Guercino, fa ridere, no, un pittore guercino.

E’ il duemilatre, io ho solo undici anni e niente: invitano questo ad arbitrare una finale di calcio a sette a Scortichino di Bondeno. L’effetto comico è assicurato, dice il Manservizi, che pure conosce come le sue tasche (capienti) cosa significhi portare questo in Italia. La volta prima gl’hanno tirato le monetine, come a Craxi: stavolta può starci che lo scòrtichino, scorticato a Scortichino, tutto sommato un buon epilogo, poetico quanto basta.

Questo è Byron Moreno, è sulla bocca di tutti e lambisce pure le orecchie mie, anche se a undici anni non si capisce molto, del mondo, specie se il mondo è quello fatto di cuoio bianco e nero, specie se hai undici anni di femminitudine alle spalle.

Byron Moreno, che nonostante il nome è tutt’altro che un lord, lo chiamano pure fierosguardo. Se nel duemiladue eri tra quelli che alle due del pomeriggio si mettevano a guardare le partite, probabile che te lo ricordi: c’era l’Italia contro la Corea del Sud, un’altra Corea, si diceva, cancelliamo i concerti di Chick Corea, proponevano alcunaltri, era tutto un dirsi Pak Doo Ik e compagnia bella.

Italia-Corea l’ha vinta la Corea, e fin qua nulla di opinabile, dopotutto il pallone è rotondo, l’imprevedibilità del giuoco del calcio, Davide che sconfigge Golia, ci sono otto chilogrammi di impianti metaforici bell’e pronti, al reparto latticini.

Però Italia-Corea l’ha vinta la Corea perché Byron Moreno ha arbitrato maluccio, occhei, decisamente male, occhei, proprio col culo: ha annullato un goal a Damiano Tommasi ch’era regolare, ha espulso Totti, a Roma Moreno potrebbe mica tornarci uscendone vivo.

Infatti in Italia poi ci viene pure, ma a Milano, ospite di Stupido Hotel, un programma che a scorgerne gli interpreti, da Sergio Vastano a Massimo Boldi a Fanny Cadeo passando per Carmen Russo ti vien da chiederti chi fosse la governante, chi il maitre e chi il portiere. L’arbitro, di sicuro, era Byron Moreno.

Fare l’arbitro è una ròba complicata, mica dico di no. Ci vuole estremo equilibrio, correttezza, obiettività. Quantomeno bisogna aver chiaro il concetto di libero arbitraggio, e di arbitraggio libero. Da pressioni, s’intende.

Il miglior arbitro ch’abbiamo avuto mai, in Italia, ci si chiamava pure di nome, Concetto.

Concetto Lo Bello era così salomonico, così al centro che pure quando si buttò in politica scelse la Democrazia Cristiana, per dire.

Byron Moreno ha provato a candidarsi pure lui. A Quito. Voleva fare il sindaco.

Una volta c’era Barcelona (quello di Guayaquil, badate bene) contro l’LDU Quito. L’LDU, che è la squadra universitaria dell’ateneo di Quito, al novantesimo è sotto di tre reti a due. Byron decide di applicare con una buona dose di libero arbitrio la regola del recupero. Concede sei minuti. Si gioca poi per tredici lunghi giri di lancetta, ed il recupero, ovvia misinterpretazione, avviene sul serio. Dal tre a due si passa ad un tre a quattro. Vince Quito, vincerò a Quito, pensa Moreno.

Gl’elettori mica son cretini, nelle altre parti del mondo. In Italia ognuno tiri le proprie conclusioni, ma in Ecuador, se sei un pagliaccio, pensaté, in Ecuador, se ne accorgono.

Moreno non diventa sindaco di una cippa e la federazione lo radia dall’ordine degli arbitri. Anzi, no. Decide prima lui di ritirarsi.

Lo sapete come si dice, in ispagnuolo, abbandonare, ritirarsi, smettere?

Quitar.

Sembra uno scherzo, uno di Carnevale, non è vero?

Fa meno ridere l’ultima, di notizia su Byron Moreno.

Dopo aver rischiato l’arresto per abuso di minori, sfracellato la testa della madre con una bottigliata ed aver gonfiato la nipotina di anni otto, fierosguardo sembra essersela rovinata benbene, la vita, stavolta.

Sembra che se ne stesse all’aeroporto di Nuova York, al JFK, con quattro chili e mezzo di eroina indosso.

Penserete voi, che siete svezzati abbastanza, vabbè, gl’ovuli, la pancia, il rischio, l’overdose.

Macché.

Byron Moreno i quattro chili e mezzo d’eroina ce li aveva appiccicati tutt’intorno alle mutande. Col nastro adesivo.

Mostrava segni di evidente nervosismo, c’è scritto sul rapporto ufficiale, l’agente in servizio alla dogana lo controlla e tac, riscontra la presenza di oggetti solidi sullo stomaco del fermato, sulla schiena e su entrambe le gambe del soggetto.

E che soggetto.

Che se invece di colpirlo sul ginocchio l’avessi preso in testa, Byron, forse gl’avrei salvato la vita, anzichenò.

E sarei stata io, l’unica sua eroina.

Anche se ero ina ina, iccina icciò.

[l’azione è andata così: Liguori si smarca sulla fascia destra e scodella al centro un assist col contagiri che Gabrielli, in sforbiciata, trasforma magistralmente in marcatura. Se non fosse che l’arbitro fischia un inesistente fuorigioco, ammonendo per ben due volte, la prima per simulazione, la seconda per proteste, il baldo Gabrielli. Ah. L’arbitro, ça va sans dire, è Byron Moreno].

Fabrizio Gabrielli

Un bacio sulla bocca

Tiro fuori dall’armadio la mia borsa nera, quella di vernice con sopra il disegno di una lucertola. È un po’ piccola, ma la riempio con tutto quello che ho sottomano. Due T-shirt, un golfino, la felpa dei Rolling Stones con la lingua di fuori, una tuta da ginnastica e le mie Nike predilette. Non contenta, ci metto pure un paio di jeans, una copia di Vanity Fair, un libro di Patrick McGrath e l’ultimo Cd dei Babyshambles. Però, manca qualcosa.

La Gazzetta di Parma è ancora sopra il letto, aperta in terza pagina dal giorno prima. E lì accanto c’è il libro che avevo comprato per te, Andrea. Il tuo regalo di compleanno.

Ieri non ho fatto in tempo a dartelo, così è meglio che ora lo porti via con me. In ogni caso, non lo avresti letto. Non ti sarebbe piaciuto. Io non so cosa ti piace, così ho scelto un libro a caso, un brutto libro, una storia da quattro soldi che parla d’amore, di destino, e di mille occasioni perdute. Eppure, per un attimo, ho creduto che parlasse anche di noi due.

Invece ho scelto male, Andrea.

Ho sbagliato, perché io non ti ho perduto.

Tu sei in tutte le mie parole, nei miei respiri, nei miei più intimi pensieri. Ma questo non lo sai.

Tu non sai nemmeno che esisto.

Non c’è mai stato niente tra noi due, solo un bacio sulla bocca dato un po’ per scherzo, un po’ per noia. Ma io non ti ho dimenticato. Sono passati quasi tre anni da quel bacio, ed io ti ricordo ancora.

Tre anni, sembra incredibile.

Come vola il tempo quando non ci si diverte. Quando ogni fibra del tuo essere, ogni minuscola particella d’energia che gravita nel tuo corpo è tesa verso un solo obiettivo, un solo amore.

L’amore che quelli come te non meritano. L’amore che capita una volta nella vita, quello che nel Trecento veniva cantato dai poeti. Ma io non sono un poeta. Sono una puttana, sono una stronza, sono tutte queste cose, ma di certo non sono un poeta. Allora mi chiedo perché è successo a me e non ad un’altra. Perché mi sono innamorata del tuo cappotto nero, e di quella sciarpa bianca che ti ostinavi a portare fino a primavera. Eppure, conciato così, ricordavi Bela Lugosi ai tempi dell’Uomo Ombra, o David Copperfield, il mago, durante un trucco di scena. E anche i tuoi occhi erano un trucco, Andrea. Sembravano così intensi, così profondi, quando invece erano vuoti. Vuoti, come vuoto è il baratro che si apre ai miei piedi, ogni volta che un amico mi fa il tuo nome, ogni volta che m’imbatto in una tua fotografia. Già, le fotografie. Quelle sono la cosa peggiore. Mi sento impazzire quando, dal fondo di un cassetto, fa capolino la tua fronte alta, o la bocca che ho baciato avidamente, la stessa bocca che poi mi ha detto parole tanto dure.

Tu hai riso del mio amore, Andrea. Ed io ho passato questi ultimi tre anni ad augurarti tutto il male possibile, a maledire ogni tuo passo, ogni tuo gesto. Perché non hai capito niente. Perché senza di te, mi era impossibile anche respirare.

Tu eri la mia aria. Eri la mia vita, il mio spazio, il mio tempo. Eri il cielo stellato che osservavo da bambina, eri il colore sulle pareti della mia casa, il profumo del pane appena fatto che mi svegliava al mattino presto.

Tu eri tutte queste cose, e non lo hai mai capito.

Hai scelto di andare per la tua strada, come oggi io vado per la mia. Tra poche ore, prenderò il treno che mi porta via da questa città, da quest’Emilia che ci ha fatto incontrare. Tornerò a casa e riabbraccerò i vecchi amici. Mi ubriacherò, mi divertirò, e dimostrerò a me stessa, una volta per tutte, che alla fine sei tu quello che ha perso.

Tu hai perso me, non il contrario. E con me, hai perso tutto il resto. Hai perso un amore che non meritavi. E hai perso anche il tuo compleanno, gli auguri, e la festa.

Finalmente, sulla Gazzetta di Parma vedo anche il tuo nome. L’inchiostro viene via e non si legge bene, ma mi pare di capire che non è stata colpa dell’alcol, quanto della roba che hai preso. È quella roba che ti ha ucciso, Andrea. È stata l’eroina, non l’intruglio che hai bevuto. C’è scritto qui, a caratteri piccolissimi. Ma in queste righe non si parla dei tuoi demoni, della tua paura di vivere. Queste righe non spiegano la tua incapacità di essere felice, ed il dolore che, invece, sei in grado di dare a chi ti ama. Sei solo un tossico da terza pagina che ha sfondato il guard rail, uno dei tanti.

La Gazzetta non dice che ieri era il tuo compleanno. Dice solo il nome del cimitero dove ti hanno sepolto. Quello è scritto in grassetto.

Cristiana Danila Formetta