Due esordi

di Vanni Santoni

(una versione ridotta di questo articolo è uscita sulle pagine toscane del Corriere della Sera)

Layout 1È da poco uscito in libreria per Effigie il romanzo Nella vasca dei terribili piranha, dell’amico Alessandro Raveggi, già talento riconosciuto nel teatro, nella poesia e nella saggistica, oggi alla sua prima prova narrativa. Il libro si presenta come un oggetto anomalo sia sotto il profilo della lingua – quella di Raveggi, giunta a maturazione nell’ambito di una sperimentazione poetica di lungo corso, è ricca, innervata tanto nella tradizione letteraria alta quanto nei gerghi contaminati del parlato di strada e delle subculture pop – che sotto quello della struttura narrativa, per la quale Raveggi sceglie la strada della complessità, della frastagliatura, dell’ellisse, dando vita a un romanzo colmo di salti spaziali, temporali e concettuali, di spazi bianchi che sta al lettore completare, e percorsi che finiscono in apparenti vicoli ciechi ma in realtà rimandano a una più ampia “grande matrice” del canone occidentale.
Atipico è anche il titolo, che, spiega Raveggi, “nasce da un’epifania: dalla vista del manifesto di un circo, che recitava, testualmente, ‘un giovane sub si immergerà nella vasca dei terribili piranha’. Mi piaceva quell’atmosfera tra il terrore e la farsa, ma anche il fatto che quel ‘giovane sub’ in immersione potesse esser letto come una metafora delle nuove generazioni. Leggi il resto dell’articolo

Settanta acrilico trenta lana

Settanta acrilico trenta lana (Edizioni e/o, 2011)

di Viola Di Grado

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. Tu te la puoi scopare tutta la notte e poi fartene un’altra, e poi un’altra ancora, fino a riempirti la vita di farfalle che volano e ricordi che restano. Di storie come quella lì. Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada.

Eccola qui Camelia Mega. Vive a Leeds, una città dove «dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima», una città spettrale dove il sole fa capolino pochissime volte. Camelia, giovanissima, abita con la madre in Christopher Road, una via così triste e desolata che un passante non la noterebbe visto che non si distingue dalle sue parallele, una via in cui «non comincia mai niente. Semmai finisce. Finisce tutto, anche le cose che non sono mai cominciate». Per le due donne la vita scorre lenta, monotona, fatta di silenzi e di una comunicazione solo non verbale. Camelia porta il nome di un fiore orientale. Eppure lei recide i fiori, rovista nei cassonetti alla ricerca di abiti consunti in modo da non indossare mai nulla che sia nuovo, appariscente, colorato.

La vita delle due donne si è fermata tre anni prima: il giorno della morte del padre di Camelia. L’uomo è stato vittima di un incidente stradale assieme alla sua giovanissima amante. Da quel momento le due protagoniste sono entrate in un loop da cui non riescono a venire fuori. Girano a vuoto. La madre, Livia, chiusa nel suo mutismo. La figlia, Camelia, ha lasciato i suoi studi di cinese e si prende cura – o almeno ci prova – della mamma. I ruoli sono completamente ribaltati.

Un giorno Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese. Ricomincerà lentamente a vivere. Si troverà a dover gestire un rapporto estremamente complesso con il ragazzo e con suo fratello: Camelia ama Wen, ma lui la rifiuta. Anche la mamma di Camelia conosce un uomo. Ma sembra che in Christopher Road nulla possa concludersi con un lieto fine e tutto sia destinato irrimediabilmente a finire. L’inverno dell’anima sembra essere l’unica condizione possibile.

Viola Di Grado, ventitreenne catanese, è alla sua prima prova letteraria. Dimostra una maturità stilistica, una sapienza nello scegliere il lessico da utilizzare, davvero rare. Un esordio che lascia i lettori senza fiato. Una storia nera, profonda, cupa. Una storia dolorosa. Lo stile è tagliente come quello di un bisturi: incide la nostra carne. Le parole feriscono, sono armi, sono spietate. Non c’è tregua. Non c’è possibilità di rifiatare. Non c’è ossigeno. Gli ideogrammi cinesi diventano l’unico modo per ridare senso al linguaggio, per creare una nuova comunicazione che sia completamente diversa da quella ormai perduta e inutilizzabile. Gli ideogrammi potranno nuovamente dare un senso alla vita.

Ci sono romanzi che restano indelebili, che rileggeresti mille volte. Questo è uno di quelli.

Settanta di acrilico trenta di lana è di una bellezza straziante. La storia di una vita lacerata – come gli abiti bucati della sua protagonista –, una vita sognata e irrealizzata, una vita possibile, ritrovata, agognata e perduta nuovamente. Una vita che muore e rinasce ogni singolo giorno.

 

Serena Adesso

Sono io che me ne vado

Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009)

di Violetta Bellocchio

 

In un branco, se non diventi molto bravo a fare qualcosa, sei inutile e ti mangiano. Questo è il motivo per cui anche noi che stiamo in cima alla catena alimentare abbiamo un talento. Una vocazione, se vuoi. Un’abilità magari piccola, ma specifica, che ci distingue dagli altri e ci assegna un posto nel mondo.

Il mio talento è fare del male alla gente.

 

 

Sono io che me ne vado è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio, un esordio folgorante, brillante, un romanzo di luci accecanti e di profonde oscurità, di lucciole sognate durante una quieta sera d’estate quando il tempo sembra immobile. Un’opera che incanta, che fa sorridere e che fa male allo stesso tempo, uno di quei dolori necessari ma che non hanno bisogno di essere condivisi o compatiti. Non c’è pietas. Niente lacrime per favore, non si deve sprecare così la sofferenza, avrebbe tranquillamente potuto pronunciare la protagonista.

Il romanzo potrebbe essere annoverato tra i “romanzi di formazione”, eppure Sono io che me ne vado è molto di più di questo e ne cambia completamente i canoni. Violetta Bellocchio ci sorprende più e più volte ribaltando completamente gli schemi classici, costringendoci sempre ad inseguirla lungo sentieri sempre più impervi.

«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata.

Ecco la nostra protagonista: una giovane donna che decide di aprire nel cuore della Toscana un B&B, in un luogo non propriamente turistico, in un punto imprecisato che sembra essere stato scelto con uno scopo solo: sparire, cancellare le tracce del proprio passato, rendersi evanescenti. Layla ha preso questa decisione. Il perché non ci è noto. Ma non osare dispiacerti per lei, non è la compassione ciò che cerca.

Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo.

Layla è pronta a fare il vuoto accanto a se. Probabilmente non ha un passato tragico alle sue spalle. Qualunque cosa sia, ha semplicemente deciso di cambiare vita. E il B&B “La Bambola” è un ottimo punto d’inizio. Nonostante mille ritrosie, Sean – un ragazzo dai capelli scuri e dalla pazienza quasi infinita – l’affiancherà nella gestione del lavoro, diverrà suo amico, suo confidente, suo punto di riferimento.

La scrittura è rapida, il dialogo è serrato, tagliente, acuminato come una lama. Più generi si mescolano: il linguaggio cinematografico, quello dei blogger, quello dei fumetti. Le citazioni sono nascoste ovunque. Tutto costituisce uno stile unico. Violetta Bellocchio gioca con le parole con maestria, con sapienza.

Layla ti rimane dentro. Vorresti incontrarla, da qualche parte. Parlarle.

Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie.

 

Serena Adesso