Let. In. 15

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti  – istruzioni per l’uso

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Bianca come il latte, bianca come il sangue
di Alessandro D’Avena
(Montatori)

Fratello della meno famosa Cristina, Alessandro scrive una storia a tratti struggente di un sedicente sedicenne di nome Leo, daltonico dalla nascita. Tutto per lui è bianco, modi di dire inclusi : “Essere bianco d’invidia”, “Film a luce bianca”, “Essere d’umore bianco” e “Avere il conto in bianco”. Leo è innamorato di Beatrice, una ragazza che frequenta la sua stessa scuola. Beatrice però nasconde un segreto: è ripetente. Viola di rabbia, Leo scambia il viola per bianco e diventa bianco di rabbia. Il suo pallore sospetto però viene notato dalla sua amica Silvia, che si innamora di lui. Leo, ringalluzzito, si dà alla politica. Viaggia in auto blu, che purtroppo vede bianca. E le auto bianche, si sa, sono le ambulanze, per cui Leo viene internato in un sanatorio e condannato a ripetere in eterno le scuole dell’obbligo.

Francesco Muzzopappa

Rimario criminale
di Giancarlo De Catarro

Autore dal passato turbolento, De Catarro, conosciuto a Tor Bella Monaca con il soprannome di “Verdone”, scrive il suo esordio poetico durante un periodo di soggiorno nel carcere di Regina Coeli.
La raccolta di testi poetici racconta con crudezza il sottobosco criminale romano mettendone in luce gli aspetti più violenti e le connessioni con il potere in un intreccio di realtà e finzione il cui respiro epico è stato colto con efficacia da Cu Mink 1 nel suo saggio Niu Italian Ernie.
La leggenda vuole che molte delle poesie di Rimario criminale siano state composte attingendo copiosamente Leggi il resto dell’articolo

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La fase irrazionale

Tutti allo scoperto! E di corsa, anche! Cantando! Quel che vi pare, ma di corsa!

Ci sarà uno straniero che mi saprà dire che sapore ha il mio cielo?

E che festa sia! In ordine sparso, soggiogati.

Ricordo Jimi Hendrix, un tempo. Lo ricordo proprio perchè non c’ero.

Un altro mancino nella banda degli sbavatori d’inchiostro su carta lucida.

Un altra trama fumosa e sacrilega. Rumorosa.

Altri ritmici luoghi di pace, con classe.

Faccio skateboard con costruzioni antisismiche, nel selvaggio niente.

Una voce da Saturno mi buca la disattenzione, costretto ad ascoltare suoni nebulosi.

Corro e quando lo faccio non mi stanco. Microfono i polpacci per amplificare la fatica.

Incontro idee in stato vegetativo che mi osservano incuriosite, forse impaurite. Non hanno una forma precisa, neppure una sostanza. La mia costanza le spaventa, come spaventa me.

Una pausa. La mente scorre.Un nastro trasportatore.Immagini difficili, ingombranti. Un respiro liberatorio.

Prendo la tv, strappo le vene che la collegano al mio rifugio e la lancio dalla finestra.

Non oppone resistenza. Si lascia andare alla forza di gravità.

Esco sul davanzale; lì, sto tranquillo, mi sento al sicuro.

Il mondo è pieno di muri e di rumori.

Ora chatto con Akrobat, il mio dj preferito. Son sdraiato su me stesso, dice. Hai ascoltato il mio nuovo pezzo? Eccome, amico mio.

Sintetizzatori febbricitanti, un basso che spiana le colline e una voce da mefisto senza permesso di soggiorno, turbata al punto giusto. È una sequenza di noise che se colpisce nel sonno, fa a brandelli.

Il sonno guarisce tutte le lacerazioni, anche le più profonde, ma il risveglio le squarcia senza pietà con uno strappo esemplare, provocando ancora più dolore.

Copro gli occhi con bende e cerotti e cauterizzo le ferite. Mi vesto e mi preparo per la rinascita.

Un altro giorno, un altro giro di giostra, altri tagli, altre vittorie, debiti, schiamazzi e godimenti.

Continuerò a muovermi qui intorno.

Berrò molto, leggerò molto e dormirò poco. Un’abitudine che non scompare nemmeno nella nebbia.

So come nascondermi, lo so fin troppo bene, ma so anche come riapparire.

Dunque, ci si vede in giro.

Fabio Roversi